giovedì 6 novembre 2008

Il permanente conflitto etnico di Tel Aviv


L'impatto diretto con una terra in guerra con se stessa, una terra luogo di discriminazione, odio e orrore, avviene già all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Ancora prima di ritirare i propri bagagli. Una decina di postazioni vetrate ospita altrettante giovani poliziotte in divisa pronte a controllare i passaporti. Per lanciare un messaggio immediato ai nuovi arrivati, le file sono separate, cinque per gli ebrei, altrettante per i goyim, i non ebrei. Europei, americani o arabi non cambia. Se non sei ebreo devi inserirti in spazi differenti.

Le giovani donne che eseguono gli accertamenti sulla tua identità sono, oltre che appositamente avvenenti, istruite secondo modelli operativi precisi. Se le tue origini e le tue condizioni di viaggio possono anche solo indurre ad una parvenza di politicità o di sospetta relazione con il mondo arabo musulmano, partono le domande di routine. “Come mai sei giunto in Israele? Conosci qualcuno qui? Dove alloggerai? In quali luoghi vorrai recarti? Vorrai raggiungere i territori occupati?”. Tutti interrogativi che violano la tua privacy e le tue libertà più elementari.

Entrando in contatto con la galassia dei movimenti legati al volontariato in Palestina, la prima segnalazione che ti viene posta con una certa insistenza è la facilità con la quale in aeroporto gli addetti alla sicurezza sono pronti a fermarti per ore anche solo se lo credono conveniente, per il puro gusto di metterti in soggezione.

Serve quindi una storia convincente. Comunque. Anche se ci si reca realmente in Terra Santa per visitare i luoghi sacri della cristianità. Altrimenti può capitare di essere bloccati per due ore e mezza e più. Esattamente come capita al mio compagno di stanza Richard, un austriaco realmente interessato ai soli monumenti di culto. Il suo passaporto contiene il timbro giordano: di conseguenza, essendo già entrato in contatto con realtà islamiche, il viaggiatore deve essere fermato e posto sotto indagine conoscitiva per questioni di “sicurezza nazionale”.

Le attente istruzioni fornitemi da Ben, giovane attivista americano da tempo in contatto con la realtà palestinese, sembrano funzionare in prima istanza. Ho ripetuto più volte di essere un turista cattolico, mostrando in ogni possibile occasione il crocifisso prestatomi che porto al collo. L'agente di sicurezza timbra il passaporto e mi fa segno di passare rilasciandomi una carta di colore bianco. Andando incontro alla seconda coda, un soldato israeliano ritira i biglietti. Mi accorgo subito che ha un colore completamente differente e rimarca il mio lasciapassare rispetto agli altri. Vengo infatti invitato dal militare in direzione di un desk subito alla sua destra, dove giovani in abiti civili mi attendono con volti tra il compiacente e l'antipatico. Partono altre domande, le stesse ripetute in altre salse. “Che fai nella vita? Dove vivi? Qual é il tuo lavoro? Quanto tempo intendi fermarti in Israele? Perché sei venuto?”. Il segreto é rispondere sempre allo stesso modo, rispettando prima di tutto un certo grado di coerenza semantica. “Dovrebbero mollarci prima o poi” viene spontaneo pensare. A questo punto mi lasciano libero di prendere i bagagli ma dovrò tornare da loro. Quando rientro un altro giovane mi indica di seguirlo in una stanza. Più passano i minuti, più la mia falsa incredulità aumenta, sono un devoto credente, non devo dare l'impressione che la politica e tutto ciò che a essa si collega siano mio patrimonio culturale.

Nel frattempo il libro che porto in mano insieme alla giacca inizia a pesare: è “Storia della Palestina” di Ilan Pappe, uno storico israeliano dalla posizioni più che progressiste. Ho cambiato la copertina di carta facendo comparire un più rassicurante “Democrazia, Cosa è” di Giovanni Sartori. (Speriamo che almeno lui lo abbia capito veramente). Lo stanzino dove sono finito è inospitale. L'unico posto utile per sedersi è una panchina che mostra poco spazio libero; di fronte ha diverse decine di bagagli che io immagino abbandonati.

Sono invitato ad accomodarmi. Attendo qualche minuto e una ragazza di colore ci raggiunge e controlla il mio zaino da trekking. Il libro é ancora con me, non lo controllano se non per sapere il titolo proprio in copertina. Un rapido cenno tra i due. “Puoi andare” mi dice lui. Non sono trascorsi neanche venti minuti. Io prendo lo zaino e saluto timidamente. Proprio come amano fare i cattolici che incontro in giro per Gerusalemme. Gli agenti annuiscono indifferenti, tanto sanno che al ritorno non passerò altrettanto facilmente.

di Alessio Marri – Megachip

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8253

La sentenza della svolta italiana:"Sì al testamento biologico"



Il giudice tutelare del tribunale di Modena, Guido Stanzani, ha depositato ieri il decreto con il quale ha accolto la richiesta di un uomo che, ancora in ottime condizioni di salute, chiedeva, in caso di malattia invalidante, di nominare la moglie “proprio amministratore di sostegno”, vale a dire “garante delle sue volontà di fine vita”. 

In sostanza il giudice gli ha concesso “in caso di malattia terminale o irreversibile”, di “non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico”. La sentenza del giudice Stanzani, la prima in Italia di questo tipo, apre la strada al “testamento biologico”. 

Il decreto depositato ieri mattina dal giudice tutelare Guido Stanzani rappresenta una vera e propria rivoluzione in materia. Concede, infatti, ad una persona perfettamente sana di esercitare un diritto primario, quello di pretendere, in caso di malattia o infortunio, il rispetto delle disposizioni terapeutiche in precedenza scelte. 

Dunque in caso di malattia invalidante, nello specifico, sarà la moglie, nominata con atto notorio amministratrice di sostegno, a decidere quali terapie salvavita adottare per conto del marito. In sostanza, siccome le volontà dell’uomo sono quelle di non essere sottoposto a terapie che in ogni caso non porterebbero alla propria guarigione, sarà la moglie, decreto alla mano, ad intimare lo “stop” alle cure e a negare il consenso ai sanitari a praticare alla persona trattamento terapeutico alcuno e, in specifico - precisa il giudice Stanzani - “rianimazione cardiopolmonare, dialisi, trasfusioni di sangue, terapie antibiotiche, ventilazione”. 

Ma il giudice va oltre nella sua capillare analisi della situazione fisica in cui potrebbe venirsi a trovare la persona e richiamando “ i sanitari all’obbligo di prestare alla persona, ai fini di lenimento delle sofferenze, le cure palliative più efficaci, compreso l’utilizzo di farmaci oppiacei”, dà mandato alla moglie di negare agli stessi sanitari “l’idratazione e l’alimentazione forzata e artificiale”. 

Quest’ultima precisazione si ricollega ad una vicenda da mesi d’a ttualità, quella di Eluana Englaro, in coma irreversibile da anni, tenuta in vita vegetativa giusto attraverso idratazione, alimentazione forzate ed artificiale. Il decreto firmato dal giudice Stanzani, potrà, forse, fornire soluzione anche a questo caso.

La vicenda giudiziaria modenese, che ha portato alla clamorosa quanto inattesa - in particolare nei termini - decisione, ha avuto inizio lo scorso giugno, quando un libero professionista modenese di 50 anni, noto in città, ma con l’intenzione di preservare l’ anonimato, si è rivolto all’avvocato Maria Grazia Scacchetti per trovare una soluzione a quello che è tuttora un vuoto normativo: la possibilità di accettare o rifiutare una terapia quando, di fatto, non si è più nelle condizioni di intendere e di volere. Il modenese ha seguito l’iter previsto dalla legge sull’amministratore di sostegno. E’ stata redatta una scrittura privata in cui il beneficiario indicava nella moglie e, in subordine, nella figlia, il proprio amministratore di sostegno.

La scrittura è stata poi autenticata dal notaio Giorgio Cariani, dopo che quattro colleghi prima di lui si erano rifiutati di farlo. Accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato Scacchetti, ieri il giudice tutelare ha consegnato nelle mani del modenese un documento che non può essere impugnato e che certifica, a futura memoria, le proprie “volontà biologiche”.
di Pier Luigi Salinaro

Colaninno, l'antisindicalista: «Faremo assunzioni individuali»


Colaninno si è dichiarato pronto ad assumere, nella «nuova Alitalia» chiunque accetti le condizioni - contrattuali e normative - da lui poste. La Cai, infatti, non «salva» Alitalia; è una azienda ex novo. Che quindi comprerà dalla compagnia solo ciò che le servirà e al prezzo più basso possibile (al punto da valutare zero «slot» che sul mercato valgono almeno 6-700 milioni). Ma non si ritiene vincolato a scegliere il personale nel «bacino occupazionale» degli ex dipendenti Alitalia e AirOne (che, ricordiamo, fa la stessa fine; per la gioia di patron Toto).
Delle due l'una. O è lui a fraintendere il merito del doppio accordo di palazzo Chigi (settembre e 31 ottobre), e quindi non è affatto «libero» di procedere a una selezione arbitraria, senza rispetto di alcuna regola. Oppure sono stati i sindacati firmatari (Filt-Cgil, Cisl, Uil e Ugl) a non capire che stavano approvando qualcosa che non potevano controllare. Anzi, che li tagliava fuori da ogni futuro ruolo contrattuale.
La prontezza con cui il governo ha schierato le sue truppe al fianco del neopadrone è fin troppo rivelatrice della partita politica in gioco. Di «industriale», nel ruolo di Cai, c'è ben poco. Questa «cordata» è destinata a sciogliersi un attimo dopo che la nuova compagnia diventerà operativa. Non grazie a loro, certamente (il trasporto aereo è un business complicato, che non conoscono e non sono in grado di gestire). Basterà attendere che il «partner straniero» faccia il suo ingresso, tra una decina di giorni. Sarà Air France-Klm, al 99%. Anche perché l'unica alternativa - Lufthansa - sta già procedendo nell'acquisizione degli slot necessari a fare del nord il suo «quarto hub» continentale.
Ricordate Berlusconi che si vantava - ancora cinque giorni fa - della propria «lungimiranza» nel bloccare la «svendita» di Alitalia ai francesi? Allora Jean-Cyril Spinetta avrebbe versato 2,4 miliardi. Adesso gli basteranno 200 milioni per assumere il ruolo di policy maker - sia pure in minoranza - in una compagnia certamente più piccola, ma con un costo del lavoro risibile. E soprattutto con dipendenti privati anche del diritto di parola.
Questa è la partita che davvero interessa a Berlusconi: mettere a punto un format che farà da modello per ogni futura crisi industriale. E all'orizzonte ce ne sono a centinaia. Ma senza più un sindacato in grado di opporsi, gli sembra più facile gestirle e guadagnarci.
di TOMMASO DE BERLANGA

Alitalia, siamo alle solite minacce: «Niente cig a chi non accetta l'offerta di Cai»





La più marcia delle privatizzazioni all'italiana fa segnare ormai un'escalation quotidiana. Di toni forzuti e distruzione di regole consolidate; forse anche di leggi. Di sicuro sono morte tutte le promesse («abbiamo salvato Alitalia», gioiva pochi giorni fa Berlusconi e tutta la sua corte) fatte in campagna elettorale e anche dopo.
Il giorno dopo l'assemblea dei lavoratori di Fiumicino, in cui oltre duemila dipendenti Alitalia hanno dato mandato ai sindacati - quelli non firmatari dell'aborto contrattuale siglato a palazzo Chigi il 31 ottobre, ossia Anpac, Sdl, Up, Anpav e Avia - di riaprire il negoziato sia con Colaninno che con il governo, azienda acquirente e ministri hanno chiuso loro la porta in faccia. «Non c'è nessuna convocazione degli autonomi; il problema è finito, chiuso» ha sancito Colaninno addirittura dal lontano Vietnam. Per poi annunciare che procederà a convocazioni individuali, «chi non accetta, finirà fuori. I piloti li prenderemo da Ryanair» (solo per curiosità: Ryanair ieri s'è detta interessata ad assumere piloti Alitalia, ritenuti più capaci). A stretto giro di posta gli è arrivata la risposta del presidente dell'Up, Massimo Notaro: «i piloti di Ryanair non volano con nessuno dei modelli di aerei attualmente in forza ad Alitalia». Insomma: non hanno la patente giusta. Ma Colaninno non lo sa (e anche questo la dice lunga sul know how specifico del vertice Cai).
A calare la mannaia sui lavoratori è poi intervenuto il governo, nelle persone dei ministri Sacconi (per il welfare, se così si può dire) e Matteoli (alle infrastrutture). Il primo ha promesso che la cassa integrazione non verrà erogata a chi rifiuterà il contratto Cai, in base al principio che «chi rifiuta un lavoro equipollente perde il diritto agli ammortizzatori sociali». Il secondo, «ringraziando Cai» per il rifiuto a riaprire la trattativa con il cosiddetto « fronte del no», s'è detto pronto ad esaminare la possibilità di decretare la precettazione dei dipendenti in caso di sciopero. Insomma, una «nobile» gara a chi immobilizza meglio il lavoratore per consegnarlo bello docile al neoacquirente.
Nel frattempo, proprio ieri, sono partite le lettere di «apertura delle procedure» per 597 dipendenti di Alitalia Express. Messa in mobilità e licenziamento collettivo, in attesa che il nuovo padrone faccia la grazia di chiamarli per verificare se hanno intenzione di lavorare alle sue condizioni. 
Quale sia la situazione l'ha spiegato con la consueta chiarezza lo stesso Colaninno: «Noi siamo una nuova azienda, che ha fatto un'offerta, che ha bisogno di 12.628 persone; Alitalia è fallita, non è che stiamo cercando di portarla via o ricattare qualcuno». Dal suo punto di vista, quindi, non esiste alcun obbligo di assumere i «nuovi» dipendenti di Cai attingendo al bacino occupazionale di Alitalia e AirOne. «Magari ci sarà qualcuno che non è di Alitalia e farà la sua domanda», ci ha tenuto a precisare. Viene da chiedersi cosa abbiano contrattato e firmato i quattro sindacati confederali a palazzo Chigi, se proprio nulla viene garantito ai lavoratori che vengono licenziati da Alitalia.
C'è pur sempre l'ipotesi che in realtà Colaninno getti consapevolmente benzina sul fuoco, in modo da provocare una reazione scomposta e poter poi abbandonare la partita (sarebbe la terza volta, mica la prima), come gli chiedono numerosi compagni di cordata. Ma devono pesare - e molto - le concessioni e gli appalti che interessano i soci più «resistenti». 
Intanto il commissario Augusto Fantozzi sta esaminando l'«offerta vincolante» presentata da Cai. Nessuna cifra viene indicata per l'acquisto, in attesa che l'advisor Banca Leonardo (nominata da Cai) esprima la sua valutazione sul valore di mercato di Alitalia. Forse è il caso di sapere, come ricostruisce IlSole24Ore, che ben due consiglieri di amministrazione di Cai - Carlo D'Urso e Fausto Marchionni - ricoprono lo stesso incarico anche in Banca Leonardo. Il «perito», insomma, coincide con l'acquirente. Prudentemente Fantozzi si è scelto un altro perito - Rothschild - che non a caso sembra orientato a «consigliare» un prezzo di vendita assai più alto. La partita industriale è lontana dall'esser chiusa. Quella sindacale, si vedrà.
di FRANCESCO PICCIONI

Ossezia del sud, la storia di sangue continua



Tzkhinval - La strada che scende verso Tzkhinval dal tunnel di Ruk era, nel primo tratto, interamente “ossetina”. Poi, dopo il villaggio di Shava, c'era una discontinuità composta di cinque villaggi interamente georgiani. Si chiamavano Kekhvi, Tamarasheni, Kurtà, Achabetti Superiore e Inferiore. Una specie di enclave dentro un'altra enclave. I georgiani avevano scelto Khekvi come capitale alternativa dell'Ossetia del Sud, e vi avevano installato un loro presidente , Sanakoev.

Il passato prossimo è d'obbligo perché adesso quei cinque villaggi non ci sono più, e nemmeno Sanakoev, fuggito chissà dove. Restano, unici intatti, gli edifici bianchi del “governo” di Tbilisi sulle alture.

Dalla macchina che ci porta veloce verso la capitale, quella vera, dell'Ossetia del Sud, si vedono solo rovine annerite dal fumo, macerie di case sventrate, tubature spezzate. Non una sola casa è rimasta in piedi, come se un tifone tropicale fosse passato sopra queste terre dove fino all'altro ieri abitavano cinquemila persone.

Ma non ci sono tifoni tropicali in Ossetia del Sud. Questi villaggi hanno subito la vendetta degli ossetini. Anche se non ci sono state vittime perché gli abitanti non armati, donne, vecchi, bambini , erano stati evacuati di notte, prima dell'attacco georgiano della notte tra il 7 e l'8 agosto.

La gente di Tzkhinval mi spiegherà, poco dopo, che una delle cause, la più immediata, effetto del furore vendicativo degli ossetini, fu proprio questa. “Se ne sono andati di notte, sapevano che saremmo stati attaccati, sapevano che eravamo le vittime designate e non ci hanno avvertito – dice piangendo Olesia Kadzhaeva, una giovanissima madre di due bambini che è riuscita a scamparla in quelle tre notti tragiche. “Erano nostri vicini, hanno lasciato che ci massacrassero”.

Tra l'ultimo villaggio georgiano e la periferia di Tzkhinval c'è un chilometro e mezzo. Sembra inpossibile ma una invalicabile frontiera di odio separava quelle comunità così vicine da sfiorarsi. Da decenni ormai.E la strada princiale era una trappola per gli ossetini che cercavano di fuggire verso il valico. Una trappola in cui sono morti a decine, e in cui sono morti anche decine di soldati delle colonne russe, prese nell'imboscata, che il 10 agosto avevano cominciato a scendere in soccorso degli ossetini.

Per evitare quella trappola mortale il governo di Tzkhinval aveva costruito una variante, la strada di Zarskoe, dal nome del villaggio principale, che consentiva di uscire dall'accerchiamento attraverso altre valli: due ore di tornanti per sfociare a Zhava e salire al valico sulla cresta.

Chiedo alla gente che mi si affolla intorno: ma se vi eravate accorti che l'attacco si stava preparando perché non siete fuggiti? Inna Guchmasova, Maja Zasseeva, altre due giovani madri, spiegano, con affanno e anche con un po' di acrimonia, all'ospite straniero, che dovrebbe sapere e non sa, come quasi nessuno in occidente: “Certo che sapevamo! E infatti molti di noi a migliaia, sono stati evacuati, tra il 2 e il 7 agosto, in Ossetia del Nord. Perché l'offensiva, i primi cannoneggiamenti, erano cominciati allora. Tutti ci aspettavamo un assalto. Ma molti pensavano che fosse una delle solite provocazioni, qualche colpo di cannone, qualche sventagliata di mitragliatrice. Noi viviamo in queste condizioni da diciassette anni”.

“Io ci sono nata in questa guerra - dice Maja – ma non potevamo immaginare una guerra con bombardamenti aerei, e razzi grad che piovevano al ritmo incessante di uno ogni due o tre secondi”. Una donna più anziana si fa avanti nel crocchio e, guardandomi diritto negli occhi, mi apostrofa: “Lei ha un'idea di cosa si prova quando ti scoppia vicino un missile grad ? “.

Si, l'ho provato in Cecenia. Ma furono solo i due primi che colpirono il palazzo presidenziale di Dudaev. E mi bastò per tutta la vita.

Penso ai bambini, a quelli rimasti vivi, che hanno vissuto quel bombardamento. A centinaia sono adesso negli ospedali russi per “dimenticare” ciò che non dimenticheranno mai più.

Qui è stato un bombardamento di tre giorni interi. Con l'aggiunta di oltre cento tra carri armati e blindati che entrarono in città sparando a alzo zero contro le case, mentre la popolazione stava rintanata nei sottoscala. Alzo gli occhi. Sono nella piazza principale della città. Il palazzo del governo è un mozzicone annerito. Dietro, completamente sfondato da diversi razzi, il palazzo del parlamento. I vetri di tutte le case della città sono in frantumi; due mesi dopo le finestre sono ancora rappezzate con teli di plastica. Non c'è abbastanza vetro, per ora. Dormirò in una casa ancora in piedi, con la luce che arriva solo alle sette di sera, con i muri interni crivellati di proiettili di mitra. Dalla strada hanno sparato all'impazzata.

Due giorni in mezzo alle macerie di una città distrutta. Interi quartieri non esistono più. Case, già povere prima di essere colpite, rivelano le loro nudità di intonaci sbrecciati. Ma quello che balza agli occhi è che i georgiani non hanno solo bombardato la popolazione civile, le case della gente: hanno sparato con i cannoni contro tutti gli edifici pubblici di una qualche importanza. Distrutta l'università, colpiti gli ospedali, incendiata la biblioteca dove un anno prima avevo visto le prove di ballo di decine di ragazzi e ragazze in una pausa della guerra che sembrava lontana. Azzerare era evidentemente l'ordine, eliminare ogni traccia di convivenza civile.

Quanti i morti civili? I russi, per bocca del vice-ministro degli esteri Aleksandr Grushko, dicono 1682. Impossibile verificare, ma la quantità delle distruzioni è immensa. I carri armati georgiani, mi racconta la gente, si muovevano solo nelle vie più larghe, per evitare imboscate. E giravano le torrette sparando in tutte le direzioni. Vado a vedere la Prospettiva Alan Dzheov , ex via Lenin, ora dedicata a un martire della guerra di Gamsakhurdia, del 1991. Lunghe serie di case a un piano e mezzo, interamente demolite. La scuola n.5 la stanno rimettendo in piedi adesso, ma è stata svemtrata in più punti, dall'alto e dal basso. Nel suo cortile l'ex campo di calcio era stato trasformato in cimitero: le vittime, tutti giovani e giovanissimi, avevano studiato in quella scuola. Anche il cimitero è stato colpito, sfondato, le lapidi di marmo, con le effigi delle decine dei caduti tracciate sul marmo , come quelle dei bambini morti a Beslan, con la tecnica della scultura fotografica, sbrecciate dalle schegge.

La città rivive poco per volta, come è già accaduto nel 1991, guerra di Gamsakhurdia, nel 1993, 2004, con Shevardnadze, e in questi ultimi anni con Saakashvili. L'Occidente, riunito a Bruxelles, raccoglie 4,5 miliardi di dollari di promesse per la “ricostruzione della Georgia”, che andranno – sempre che arrivino – tutti a Saakashvili, come premio per l'aggressione a una popolazione allo stremo che non vuole tornare sotto un potere che ha cercato di sterminarla. Una specie di contraddizione in termini per chi, come fa l'Europa, afferma di riconoscere l'integrità territoriale della Georgia. E allora, magari per insipienza, non ci accorgiamo che con questo comportamento riconosciamo che l'Ossetia del Sud non fa più parte della Georgia.

Questa tragedia, oltre che piena di bugie, è anche piena di paradossi. I russi, come promesso, si sono ritirati all'interno della nuova linea di frontiera. Stanno sulle alture e controllano da lontano. Vado sulla linea di demarcazione, dopo avere chiesto, invano, di parlare, almeno al telefono, con gli osservatori dell'Unione Europea. I miei accompagnatori ossetini mi dicono che hanno un solo numero telefonico dall'altra parte, e che non risponde. E' domenica mattina. I soldati russi stanno a due chilometri dal confine, nel punto a sud-est della città, sulle alture da cui le truppe georgiane hanno martellato le case e le strade della città, prima di entrarvi l'8 agosto. La strada è ostruita da blocchi di cemento. Guardo con il binocolo, a lungo, dall'altra parte. A un chilometro si muovono le auto della polizia goergiana.

Dunque le forze armate ossetine si trovano a diretto contatto con quelle georgiane. E di osservatori europei nemmeno l'ombra. Abbiamo preso la responsabilità di controllare la zona cuscinetto, noi europei, ma non possiamo farlo con 225 osservatori su una frontiera di decine di chilometri che è contestata in tutti i punti e che passa in mezzo ai villaggi. Ad ogni momento può scoppiare un nuovo scontro. E infatti ogni giorno si spara. Un gruppo di ragazzi di Tzkhinval mi consegna un elenco con i nomi di 11 persone sparite nelle settimane dopo la fine della “guerra dei cinque giorni”. Quasi tutti giovanissimi, prelevati da gruppi armati non identificati che penetrano nel territorio dell'Ossetia del Sud. Vivi, morti, ostaggi, merce di scambio? Per ora silenzio.

Torno nella città che nessuno in occidente, ha chiamato “martire”. C'è un matrimonio in corso e, poco più oltre, il funerale di un giovane, ferito nei primi scontri dell'8 agosto, mentre a Pechino si aprivano le Olimpiadi.

Qui i giovani, nati in questa guerra di sterminio, si sposano prestissimo e fanno subito bambini. Una specie di resistenza “demografica” collettiva. Secondo il censimento dell'URSS del 1989 sul terrtorio georgiano vivevano 164 mila ossetini. Nel 2002 si erano ridotti a 38 mila. Un genocidio e una pulizia etcnica che si sommano insieme, perché molti non reggono e fuggono in Ossetia del Nord.

Mi raccontano le gesta eroiche dei loro soldati, che combatterono con i fucili mitragliatori contro i blindati georgiani, costringendoli per tre volte a uscire da Tzkhinval, ancora prima che arrivassero i russi. Gli ossetini si considerano un popolo guerriero. In città si vedono girare i pick-up color grigio-verde catturati ai georgiani in fuga. Mi danno un cd con le fotografie delle distruzioni che gli assalitori hanno scattato con i loro telefonini. Testimonianze dirette del massacro, scattate dai massacratori che pensavano di portarle a casa come trofei e che non sono più tornati a casa.

Mi chiedono ansiosi cosa ne penso, mentre salgo sull'auto che mi porterà a Vladikavkaz, dai “fratelli ossetini” del nord . Penso che questa ultima guerra ha scritto la pagina finale. L'Ossetia del Sud non tornerà mai più sotto il governo georgiano. Quali che siano gli sforzi dell'Europa e degli Stati Uniti per affermare un principio che significherebbe il massacro finale degli ossetini. Fino a quel fatidico 8 agosto restava l'incertezza. Oggi la Russia, riconoscendo la sovranità di Tzkhinval, l'ha sciolta.

Questo il preludio lacerante di una storia di sangue che non è ancora finita.

di Giulietto Chiesa, Megachip - da La Stampa

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8255

Obama ha abbattuto il muro costruito dai mercanti di schiavi prima e dai "vaccari" d'America poi



Il 16 giugno del 1966, Stokely Carmichael - uno dei leader del movimento dei neri d'America - prese di petto i poliziotti che lo arrestavano, durante una protesta per l'attentato dei razzisti contro James Meredith (studente nero escluso dall'Università del Mississippi). Stokely gridò loro una frase che fece storia: «E' la ventisettesima volta che mi mettete in prigione. Ebbene, io non andrò più in prigione. Io penso che ci sia un solo modo per impedire che i bianchi continuino a frustare noi neri: prendere il sopravvento sui bianchi. Da oggi in poi, vi avverto, noi ci batteremo per un obiettivo semplice: il potere nero». 
Nacque quel giorno l'espressione politica Black power.
Stokely a quell'epoca era un ragazzo di 25 anni. Qualche mese dopo, insieme a Bobby Seale, a Huey Newton, ad Eldridge Cleaver, fondò il «Black panther», cioè la più radicale e combattiva tra le tante organizzazioni afroamericane che lottarono contro il razzismo. Fu un maestro, Carmichael, per una intera generazione di ragazzi ribelli, in tutto l'occidente. Molti di noi giovanotti del '68 diventammo di sinistra leggendo Carmichael e Malcolm X, molto prima di leggere Marx e Lenin. Dopo la fine del Black panther, sbaragliato dai complotti dell'Fbi e di Richard Nixon, Stockley decise di tornare a vivere in Africa, coi suoi fratelli africani. Cambiò nome, si fece chiamare Kwame Ture. E' morto lì in Africa, giovane, una decina d'anni fa.
E' una esagerazione, oggi, fare il titolo di «Liberazione» usando quelle vecchie e mitiche parole: «Black power»? Non credo. E' un modo, forse un filo ironico, per festeggiare questa grandiosa vittoria politica di Obama, e per ricordare le tante lotte, che appena quaranta e trenta anni fa, hanno iniziato a svellere dalla vita civile americana la pianta orrenda del razzismo, figlia del peccato originale - come lo ha definito su queste pagine, Massimo Cavallini - e cioè dello schiavismo che fino a ieri aveva impedito alla democrazia americana di diventare piena e grande democrazia.
Tanti anni fa, quando ero ragazzino, nel 1955, a Montgomery, Alabama, una giovinetta di 16 anni, che si chiamava Claudette Colvin, mentre andava a scuola in autobus, decise di mettersi a sedere in una fila di sedili riservati ai bianchi. Salirono sul bus dei liceali biondi e chiesero gentilmente a Claudette di alzarsi e farli sedere. Perché loro avevano diritto a sedere e Claudette, purtroppo, no, perché era «negra». Claudette però, con inaudita insolenza, non si alzò. Disse che preferiva restare seduta. Successe il finimondo, arrivò la polizia, l'arrestarono. Il movimento dei neri l'aiutò, ma decise di non farne il simbolo della rivolta, perché Claudette era incinta. Vi sembra difendibile una ragazza incinta a 16 anni? La morale, la morale...La rivolta di Montgomery contro il razzismo iniziò solo l'anno dopo, quando fu Rosa Parks, quarantenne con la «morale in regola», a compiere lo stesso gesto di ribellione di Claudette. Durò un anno, quella rivolta, col boicottaggio dei bus e la compagnia cittadina dei trasporti sull'orlo del fallimento. Fu vittoriosa: furono aboliti dagli autobus i sedili riservati ai bianchi. 
Capite quanta acqua è passata? Capite che in America, nel '55, a Montgomery, una bimba nera era spazzatura, era niente, e se non si inginocchiava ai bianchi la mettevano in prigione? Ieri Barack Obama ha vinto le elezioni a Montgomery. Proprio in quella città ha battuto McCain. E a gennaio andrà a sedersi su un sedile speciale, alla casa Bianca, che tutti pensavano sarebbe stato per sempre riservato ai bianchi. Nessuno gli chiederà di alzarsi.
Il razzismo in America è una bestia velenosa. Antica, feroce, perfida e brutta. E non è vero che è un male di tanto tempo fa. Il generale Colin Powell, per esempio, nella sua autobiografia racconta di quella volta che cercò di entrare in un ristorante del Texas - era già generale a 5 stelle, ma era vestito in borghese - e il proprietario lo invitò gentilmente ad uscire, a girare intorno al palazzo e a passare dalla porta di servizio per sistemarsi nella saletta per i negri. 
A metà degli anni '90 ho vissuto per tre anni negli Stati Uniti. Mi ricordo di quella volta, in New Hampshire, mentre seguivo la campagna elettorale del repubblicano Pat Buchanan, e un giornalista del Washington Post , nero - unico giornalista nero di tutto il seguito di Buchanan - chiese di poter mangiare al tavolo con noi italiani, perché gli americani bianchi non lo volevano al tavolo con loro. Si chiama la legge di Jim Crow, è una legge non scritta, invisibile, ma rigorosissima, che stabilisce l'ineguaglianza dei diritti e della dignità tra neri e bianchi. Jim Corw era il personaggio di una sketch razzista, inventato a Luisville, nell'ottocento. Un negro, grasso, brutto, che parlava mezzo africano.
Badate che la persecuzione dei neri è ancora all'ordine del giorno. La legge di Jim Crow vige. Nei fatti. Perché i neri, tutti i neri, sono più poveri dei bianchi. Perché un terzo della popolazione carceraria è nera (e i neri sono solo il 13 per cento della popolazione). Perché le statistiche dicono che se sei un nero giovane, tra i 13 e i 45 anni, hai una probabilità su tre di stare in prigione, o esserci stato o di finirci presto.
Ho scritto: la legge di Jim Crow vige. Vige o vigeva? Vige, o da ieri non esiste più? Io penso che da ieri la legge di Jim Crow sia fuori corso. Anche se ci vorrà tempo, molto tempo, per cancella rne i malefici effetti. 
Perché? Provate a capire cosa succederà adesso nell'immaginario di milioni di bianchi americani, i quali ogni giorno, al telegiornale, vedranno uno dei figli dei loro schiavi di una volta, che ora è il presidente, che ora ha il potere, comanda. Come cambieranno queste persone, come funzionerà sulla loro cultura, sulla loro etica, questa realizzazione del «Black power»? Come diventerà l'America, che idea si farà di se stessa?
Sta in queste domande la grandiosità di quello che è successo la scorsa notte. L'America non è più quella di prima. Il muro che teneva lontani i neri dalla pienezza del diritto e della democrazia, il muro vergognoso costruito duecento anni fa dai mercanti di schiavi - simbolo della sopraffazione, dell'ingiustizia, della violenza, della volgarità - è venuto giù, si è sgretolato, ed è un avvenimento importante come la caduta del muro di Berlino.
Ora Obama va alla prova. In quali condizioni politiche? La prima cosa che si può dire, che è evidente e davanti a tutti, è che non è un presidente prigioniero di un establishment o di un gruppo di potere. Questa è una novità grandissima. Obama non è la costruzione di una lobby, di un circolo di potere, di un pezzo di borghesia. Come per esempio fu Kennedy, come - seppure in misura minore e in forme diverse - fu Clinton. E come naturalmente sono sempre stati i presidenti repubblicani. Obama è se stesso. Ha vinto lui le elezioni, col suo carisma grandioso, con la sua intelligenza, con l'aiuto specialissimo di Michelle, di sua moglie. Gli apparati sono venuti dopo. Non sono loro ad averlo costruito, loro sono arrivati quando lui stava vincendo, hanno bussato alla sua porta, hanno chiesto: «possiamo diventare i tuoi apparati?». Obama, in quest'epoca di eclissi della politica, di asservimento della politica, o di ludibrio della politica, ha affermato - dopo anni - l'autonomia e la supremazia della politica. Questa è la sua grande forza. Formidabile punto di partenza. Si tratterà di vedere come la userà questa forza, quanto vorrà portare avanti l cambiamento, in che direzione. Cioè come affronterà, al momento di governare, la crisi del capitalismo reaganiano sulla quale ha costruito questa sua vittoria. Cercherà di resuscitare quel capitalismo o lavorerà per una alternativa?
Noi, cioè noi sinistra italiana ed europea, faremmo bene a non essere troppo schizzinosi. Liberazione una decina di mesi fa titolò: la speranza viene dall'America, riferendosi a Obama, dopo le sue prime vittorie alle primarie. Quel titolo provocò parecchie polemiche, perché a molti la nostra posizione sembrò un po' visionaria, ingenua. Non era visionaria. La realtà dei fatti, dalla quale partire, è questa: di fronte alla crisi, di fronte allo sballottolamento del liberismo, l'Europa sta reagendo senza fantasia, impaurita, e con la corsa a destra. Non solo con la corsa a destra, ma con il rifiuto della politica, il ricorso all'economia, all'Esercito, alla magistratura. Nelle Americhe - plurale: del sud e del nord - assistiamo a un movimento di segno opposto. In Brasile, in Bolivia, in quasi tutto il continente latino, e ora negli Usa, la politica torna prepotentemente, si rivolge al popolo, riesce a parlagli a coinvolgerlo, si muove verso sinistra. E, vedete, non sono più alla fine i sistemi politici o elettorali a determinare chi vince e chi perde. Sono le idee, le passioni, le capacità politiche.

di Piero Sansonetti

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori