lunedì 10 novembre 2008

Mentre il settore turistico è in piena crisi, all'ENIT continuano a sperperare



Un esercito di dipendenti. Sedi all'estero. Le spese facili dell'Enit. 
 
Le due Mercedes sono parcheggiate sotto la sede dell'Enit di via Marghera, a Roma.
L'agenzia pubblica del turismo che dovrebbe promuovere l'Italia preferisce le berline tedesche alle nostrane Alfa e ha stanziato 130 mila euro per noleggiare queste Classe E fiammanti con tanto di conducente pronto a servire con priorità il presidente Matteo Marzotto e il direttore generale Eugenio Magnani. L'ultimo lusso di un periodo pieno di spese discutibili: 600 mila euro per la fiera religiosa del Vaticano, 197 mila euro per le Olimpiadi di Pechino e 230 mila per l'imperdibile rivista dell'Enit. 

Per non parlare di altre quisquilie come un pranzo da 850 euro offerto dal direttore Magnani a otto dirigenti e spesato per errore come incontro con i tour operator. E poi ancora vini e piccoli regali pagati con il fondo 'pubbliche relazioni'. A via Marghera si largheggia mentre il turismo vive la sua crisi più nera: il Paese è precipitato in pochi anni dal terzo all'ottavo posto. Le immagini della Campania coperta dai rifiuti hanno lasciato il segno e il Sud registra un calo del 17 per cento. Una Caporetto.

Qualsiasi paese avrebbe reagito con una valanga di spot all'estero, ma l'Enit - che pure costa 50 milioni di euro all'anno - non è riuscita a predisporre una degna controffensiva. A tal fine, a febbraio era partita una gara da 10,7 milioni, ma non è mai approdata per cavilli, ricorsi e stop burocratici. Il Tar si esprimerà il 20 novembre e molti scommettono che l'appalto alla fine andrà all'agenzia Publicis, che ha già vinto la campagna 2007 da 8 milioni, prorogata senza gara dal direttore generale Eugenio Magnani (per altri 250 mila euro).
Ad aprile il consiglio si era riunito addirittura a Napoli, annunciando "il grande rilancio". Non se ne è saputo più nulla. In compenso due mesi prima a Roma il cda ha deliberato un aumento del 70 per cento dello stipendio di Magnani fino a 190 mila euro (compreso il premio di produzione) e ha varato un aumento di capitale da 89 mila euro per la controllata Promuovi Italia, guidata dal vicepresidente Enit, Enrico Paolini, che è anche vicepresidente della giunta abruzzese e che ha annunciato nel 2007 di voler usare i fondi di Promuovitalia per portare il turismo americano a Pescara.
Il cda si riunisce ancora il 23 luglio, con gli alberghi italiani sempre più vuoti e l'emergenza rifiuti che imperversa, ma la testa è lontana, alle Olimpiadi. In tutta fretta Enit affida senza gara all'agenzia Assist dell'amico di Marzotto, Gianni Prandi, un appalto da 300 mila euro (poi ridotti a 197 mila) per la partecipazione a Casa Italia, il villaggio del Coni a Pechino. Nel pacchetto sono previsti viaggi per i dirigenti, stand, meeting con gli operatori e spot in tv. Ad agosto volano in business Marzotto (appena nominato) e Magnani più due suoi impiegati. Le spese non sono finite: il 31 luglio, nonostante l'Opera romana pellegrinaggi, guidata da Camillo Ruini, sia un ente florido ed esentasse, l'Enit delibera 500 mila euro più Iva per partecipare alla sua fiera del turismo religioso. Più altri 100 mila per la partecipazione ad Aurea, altra fiera che parte il 20 novembre a Foggia sotto la benedizione di Padre Pio e del consigliere pugliese Enit, Massimo Ostilio.

Per il rilancio del turismo resta poco. I 50 milioni del finanziamento pubblico se ne vanno in gran parte per i 250 dipendenti, metà in sede e metà all'estero (costano 16 milioni) per non parlare della rete estera (una dozzina di sedi più otto osservatori) e del cda con 16 consiglieri (il sottosegretario Brambilla vuole ridurli a nove). Le delibere spendaccione risalgono a prima della nomina di Marzotto, che però talvolta ne ha usufruito e le difende. Il rampollo della dinastia tessile, fama di seduttore ed ex presidente di Valentino, per ora ha avanzato una richiesta morigerata: 90 euro per l'abbonamento a un sito Internet che - nel suo genere - è il numero uno. Non Usa Today, ma Dagospia.
di Marco Lillo

Le Maldive sono destinate ad essere sommerse e il nuovo presidente propone una migrazione di massa



Gran parte delle 1.200 isole che compongono il paradisiaco arcipelago delle Maldive emergono dall'Oceano Indiano per solo un metro e mezzo. Quindi nel giro di alcuni decenni verranno sommerse dalle acque a causa dell'innalzamento degli oceani causato dal riscaldamento globale.

L'allarme fu lanciato 30 anni fa.L'allarme era stato lanciato più volte in passato dall'ex dittatore maldiviano Maumoon Abdul Gayoom, che già all'assemblea generale delle Nazioni Unite del 1987 - quando nessuno parlava ancora di 'effetto serra' - avvertì il mondo del rischio che la sua nazione stava correndo a causa del surriscaldamento del pianeta. Ma nessuno lo prese sul serio.
Ora il nuovo presidente democratico Mohamed Nasheed - salito al potere un mese fa con le prime elezioni libere tenutesi nel Paese dopo trent'anni - annuncia la creazione di un fondo statale per l'acquisto di terre su cui mettere in salvo i 350 mila abitanti delle Maldive in vista dell'inevitabile catastrofe.

Un'Arca di Noè per le Maldive. "Noi maldiviani non possiamo fare nulla da soli per fermare il cambiamento climatico - ha dichiarato Nasheed al quotidiano britannico Guardian - quindi non ci rimane che comprarci della terra altrove come polizza d'assicurazione sul nostro futuro. Noi non vorremmo mai abbandonare le Maldive, ma non vogliamo nemmeno ridurci vivere per decenni in tendopoli come rifugiati climatici". 
Questo 'fondo salvezza' verrà finanziato con i consistenti introiti del turismo, finora fagocitati dal corrotto regime di Gayoom. 
Ma dove la comprerebbero i maldiviani questa 'terra promessa'? "Pensiamo all'India e allo Sri Lanka per l'affinità culturale, e all'Australia per la grande disponibilità di territori liberi".

Intanto i problemi sono altri. La stravagante proposta del neopresidente Nasheed ha certamente il merito di rilanciare con concretezza l'allarme climatico, ma rischia di distogliere preziose risorse economiche che potrebbero invece essere destinate a risolvere i gravissimi problemi sociali ed economici di questo paradiso terrestre: povertà estrema, mancanza di alloggi, disoccupazione, criminalità e tossicodipendenza.

di Enrico Piovesana

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12697/Il+paradiso+quasi+perduto

La frontiera della vergogna


Era il 1974, il culmine delle tensioni con Ankara, quando l'esercito turco sbarcò sull'isola di Cipro. Fu allora che la Grecia decise di proteggersi da una fantomatica invasione turca blindando la vallata del fiume Evros, non solo con fili spinati, ma anche con una quantità mai precisata di mine antiuomo. Nessun soldato turco ha in realtà mai pensato di varcare il confine. A farlo sono stati invece migliaia di migranti. E decine, probabilmente centinaia, vi hanno lasciato la pelle.

A denunciare la frontiera della vergogna era stato tra gli altri il fondatore dell'organizzazione Fortress Europe Gabriele Del Grande, col suo “Mamadou va a morire”, pubblicato l'anno scorso. Vi si raccontano dei ragazzi in fuga da lontanissimo, addirittura dalle guerre in Burundi e Rwanda, percorrendo mezzo continente africano e poi imbarcandosi per arrivare a Istanbul. Sembra fatta, con l'Europa quasi a un passo. Salvo che quel passo va fatto su quella famigerata “ fossa di erbacce ”. Le denunce sono proseguite, dalle associazioni e dalle organizzazioni internazionali, ma la strage non si ferma. I conflitti dai quali molti dei migranti scappano esplodono ovunque, e non solo in Africa o in Asia. Le ultime vittime arrivavano infatti dall'interno dell'Europa. Erano quattro georgiani – almeno così “ sembra ” da quel pochissimo che si sa e si rivela dell'identità di chi muore alla frontiera - avevano tra i venti e i venticinque anni, e un mese fa sono morti ancora là, nelle vicinanze del paesino greco-macedone da cinquecento anime e un paio di monasteri chiamato Kastania.

La presenza di mine è segnalata da appositi pannelli, si difende il governo greco. Ma è una giustificazione insussistente, visto che negli ultimi quindici anni sono morte in quella vallata oltre novanta persone. Le segnalazioni sono evidentemente poco visibili, tant'è che, come è scontato, i migranti si muovono sulla frontiera soprattutto di notte, per evitare i controlli. Atene spiega inoltre che l'opera di sminamento è intrapresa e ben avviata. E qui c'è del vero, giacché l'80% dell'esplosivo, stando almeno alle cifre ufficiali, è stato neutralizzato negli ultimi quattro anni, grazie a un impegno preso dalla Grecia sulla scia del Trattato di Ottawa del 1997. Trattato che, per inciso, valse il dicembre di quell'anno il conferimento del Nobel per la pace alla Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo e alla sua portavoce Jodie Williams.

Le denunce e gli accordi internazionali hanno dunque avuto qualche esito – anche nella firma quest'anno di un altro Patto che bandisce la produzione di cluster bombs- ma evidentemente non basta, visto che si continua a morire. Nell'ultimo decennio sono stati almeno parzialmente sminati una quarantina di paesi, ma oltre ottanta risultano ancora attivi, e vi muoiono annualmente circa ventimila persone, quasi tutte civili, e per un quarto bambini. Le pressioni dal basso hanno indotto la maggior parte degli Stati del mondo – centocinquanta – a siglare il Trattato, ma mancano ancora all'appello – o quantomeno alla ratifica – una quarantina, e tra loro tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ovvero Stati Uniti, Cina e Russia, insieme ad altri paesi-chiave quali Egitto, Israele e India. Di questi una dozzina, incluse le Coree, l'Iran e il Pakistan, continuano a produrre decine di milioni di mine, piazzandone sul territorio almeno mezzo milione l'anno.

Quegli ordigni sono il simbolo concreto di uno stato globale di guerra, e di un tipo di guerra che colpisce soprattutto i civili. La loro incompleta rimozione è il mero frutto di una deliberata scelta. Il Burundi c'è riuscito nei quattro anni previsti dal Trattato, la Grecia no. Quel 20% di mine che permangono sull'Evros significa che l'immigrato fa non meno paura dell'ipotetico invasore turco. Ci sono governi europei che annunciano di voler sparare contro gli stranieri, altri – talora gli stessi – che si dichiarano in giudizio parte civile contro l'africana che denuncia pretese poliziesche di ispezione vaginale. Atene, più pacatamente, mantiene gli esplosivi al confine, e per coloro che riescono a varcarlo, respinge oltre il 99% delle richiesta di asilo.

di Alessandro Cisilin

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8270

La gabbia per migranti di Elmas


L'impressione che si ha passando accanto all'ex caserma degli avieri nella base dell'aeronautica militare di Elmas, è quella di una galera per migranti. Le ringhiere alte tre metri, le sbarre alle finestre, le telecamere di video sorveglianza ai cancelli circondati da militari, non rappresentano un immagine di accoglienza. L'ospitalità offerta dal Cpa, per i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno, si è tradotta con quattro casi di tubercolosi che aprono la strada ad un rischioso pericolo di malattie infettive, una rivolta degli stessi migranti e continue proteste dei sindacati di polizia Coisp e Siulp, che denunciano costanti violazioni delle norme sulla sicurezza.

Il Cpa di Elmas è stato inaugurato in assenza di trasparenza. Dovrebbe essere funzionale al primo soccorso e a un'accoglienza limitata al tempo necessario per l'identificazione dei migranti sbarcati e il successivo trasferimento nei Cara ( Centri di accoglienza per richiedenti asilo) o nei Cie ( Centri di identificazione e espulsione) . Ad oggi, non si conosce la sua reale natura organizzativa, riguardante sopratutto il rispetto gli standard richiesti e previsti negli ordinari Cpa. A detta dei sindacati, il Cpa, è un ambiente fatiscente e privo delle più elementari norme igieniche, di conseguenza, ne dovremmo dedurre che anche le condizioni di vivibilità della struttura da parte dei migranti siano precarie e difficili.

Che si tratti di Cpt o di Cpa, la detenzione dei migranti in Italia è un costante teatro di trattamenti inumani. L'avvocato Gianluca Vitale ha definito queste strutture detentive come “non-luoghi”, dove i diritti e le regole cessano di esistere e gli internati sono alla mercé di torture fisiche e psichiche, privati della libertà personale e sottoposti a un regime coercitivo che impedisce loro di ricevere visite e beneficiare di un'adeguata difesa legale. Un opinione condivisa anche da diverse organizzazioni non governative, agenzie internazionali, delegazioni parlamentari e giornalisti in occasione della loro visita in queste strutture.

Dai dati degli ultimi venti anni tratti dagli annuali dossier statistici della Caritas, basati sulle fonti del Ministero degli Interni , il nostro sistema di contrasto all'immigrazione clandestina ha “individuato” ogni anno meno di un quarto dei migranti irregolari presenti in Italia, e ne ha allontanati circa il 15%. In pratica, dall'analisi di questi dati fatta da Sergio Bontempelli del dipartimento immigrazione del Prc, si è cercato di svuotare l'oceano con un cucchiaino. L'espulsione è uno strumento rigido, costoso e spesso inapplicabile, quanto la stessa detenzione dei migranti. I Cpt costano infatti circa 30 milioni di euro l'anno, che sommati ai 30 milioni della gestione, e ad altri 30 milioni della sorveglianza esterna, che dipende dal ministero dell'Interno, arriviamo a spendere 90 milioni l'anno. Da considerare, inoltre, che nel periodo successivo al varo della legge Bossi-Fini, il governo italiano ha investito, nel contrasto all'immigrazione clandestina, circa l'80% delle risorse pubbliche destinate alle politiche migratorie.

Una proposta politica di accoglienza concreta e umana per i migranti è stata elaborata dal Il gruppo Gue/Ngl del parlamento europeo. Una proposta che chiede all'Unione Europea di ripensare interamente la propria politica di immigrazione, partendo dal rispetto della dignità dei migranti. Il gruppo, in linea con campagna europea per la chiusura dei Cpt, ritiene che le procedure di identificazione dovrebbero durare solo pochi giorni e non dovrebbero essere effettuate negli stessi Cpt. Ogni Stato membro dovrebbe attuare la legislazione nazionale in materia di asilo in conformità alle convenzioni internazionali e nel rispetto degli standard in materia di diritti umani. L'apertura di nuovi canali per l'immigrazione legale dovrebbe attuarsi con l'istituzione di un permesso di soggiorno-lavoro, che limiterebbe il fenomeno dell'immigrazione illegale, poiché è nell'interesse del migrante essere identificato dalle autorità per ottenere un permesso di lavoro.

Finché gli immigrati saranno considerati “illegali”, sarà impossibile instaurare le condizioni per una reale integrazione sociale, poiché la vera accoglienza passa attraverso il riconoscimento dei diritti sociali e civili dei migranti. Finché i governi saranno trascinati dalla cultura razzista e xenofoba dei provvedimenti punitivi nei confronti dei naturali fenomeni migratori, e dagli istinti più violenti e barbari della società, la gabbia per migranti di Elmas continuerà ad esistere, e noi, non potremmo mai definirci un paese civile.

di Roberto Loddo

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8269

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