giovedì 13 novembre 2008

Le tre anime inquiete della Bosnia-Erzegovina



Le elezioni amministrative mostrano un Paese sempre più diviso, tra un passato scomodo e un futuro che passa per Bruxelles

Domenica 5 ottobre si è votato in Bosnia - Erzegovina per le elezioni amministrative. Un voto che, ancora una volta, ha sancito la netta spaccatura del Paese su base etnica: la maggioranza dei seggi dei consigli comunali e dei sindaci, nei 142 comuni dove si votava, sono andati ai partiti nazionalisti, serbi, croati e musulmani. Le tre anime della Bosnia - Erzegovina.

Sempre più divisi. La vittoria, in particolare, è andata all'Unione dei Socialdemocratici Indipendenti (Snsd) di Milorad Dodik, leader dei serbi di Bosnia, e al Partito dell'Azione Democratica (Sda) di Sulejman Tihìc, che nel campo bosgnacco (i bosniaci musulmani) hanno superato il partito del presidente Haris Silajdzic. Nella componente croata si afferma l'Unione Democratica Croata (Hdz - BiH), che si vede riconosciuta la supremazia anche dagli avversari dello stesso campo.E il problema è proprio questo: i campi divisi e contrapposti, in un gioco di posizioni che dalla fine della guerra nel 1995 paralizza il Paese, bloccato nell'ingranaggio degli Accordi di Dayton i quali hanno posto fine alla guerra, ma hanno di fatto sancito che la divisione tra le anime della Bosnia - Erzegovina è un processo irrevocabile. Con tutti i rischi del caso. In primis quello del destino della Repubblica Srpska, la repubblica dei serbi. A Dayton venne sancita la nascita del Paese in forma di repubblica federale. Il territorio venne diviso per il 51 percento alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina e il restante 49 percento alla Repubblica Serba. Di fatto veniva riconosciuta autonomia alla creatura di Radovan Karadzic e Ratko Maldic, rispettivamente capo politico e comandante militare dei serbi di Bosnia, che dopo il collasso della Jugoslavia si macchiarono di crimini efferati, come il massacro di Srebrenica. Il principio sul quale si basano gli Accordi di Dayton, cioè la perfetta tripartizione del potere tra le anime del Paese, ha finito per rendere impraticabile la via del governo e dello sviluppo dello stesso. Milorad Dodik, leader dei serbi, usa la carta della secessione della Repubblica Srpska come un maglio politico che, a seconda della convenienza del momento, brandisce o ripone. L'indipendenza concessa al Kosovo dall'Unione europea e dagli Stati Uniti ha rafforzato la strategia di Dodik.

L'incognita mujahiddin. Ma non è solo la Repubblica Srpska a rappresentare un'incognita per il futuro della Bosnia. Il 6 ottobre il ministero della Sicurezza di Sarajevo ha diffuso una nota nella quale annunciava un arresto eccellente. ''Abu Hamza è stato arrestato nel corso di un'operazione congiunta delle diverse forze della sicurezza della Bosnia - Erzegovina ed è stato trasferito al Centro Immigrazione di Sarajevo'', ha dichiarato alla stampa Dragan Mektic, direttore del Dipartimento affari esteri del ministero. Immad El-Husin, detto Abu Hamza, siriano di nascita e naturalizzato bosniaco, non è un cittadino comune. Si tratta del leader di quella comunità internazionale di combattenti che, dal 1992 al 1995, accorsero da tutto il mondo islamico in difesa dei musulmani di Bosnia, sotto attacco e vittime dell'aggressione serba. I mujahiddin si unirono in vere e proprie brigate internazionali al servizio dell'allora presidente bosniaco, Alija Izetbegovic. Quest'ultimo, alla fine del conflitto, si sdebitò concedendo a tanti di loro il passaporto della neonata Bosnia - Erzegovina. Anche perché in tanti stati, per esempio la Siria per Abu Hamza, il loro ritorno era tutt'altro che gradito. Morto Izetbegovic le cose hanno, lentamente, cominciato a cambiare e il clima generale attorno a questi algerini, marocchini, yemeniti e siriani si è fatto più freddo. Portatori di un Islam più radicale, molto differente dalle tradizioni balcaniche, hanno faticato a integrarsi nella società civile bosniaca. Inoltre, almeno secondo le polizie di mezza Europa, hanno usato la Bosnia come base per altre missioni in giro per il mondo in difesa dei musulmani in guerra: Cecenia, in Afghanistan e in Iraq. Il governo bosniaco, sempre più, vede nell'adesione all'Unione europea l'unica via d'uscita per la crisi economica e politica del Paese. Ma Bruxelles non ha intenzione di restare indifferente rispetto alle 'naturalizzazioni' concesse dopo la guerra a personaggi che l'Ue ritiene discutibili come Abu Hamza. Negli ultimi anni ci sono state centinaia di persone che si sono viste revocare la nazionalità bosniaca, ma mai nessun pezzo da novanta come Hamza.

Voglia d'Europa. Questo potrebbe essere, alla lunga, un fattore destabilizzante, compensato dalla firma nel dicembre 2007 dell'Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l'Ue, l'anticamera del processo di adesione all'Unione. Un processo che sarà duro e complesso, almeno quanto quello della Turchia. In Europa, negli ultimi anni, si è rafforzata una islamofobia strumentale della classe dirigente che, attraverso un'accurata operazione mediatica, fa breccia anche nell'opinione pubblica generale. Si può già immaginare la posizione di partiti come la Lega Nord rispetto all'ingresso della Bosnia - Erzegovina in Europa. Questo è un problema, perché forse l'unico elemento che, in questo momento, tiene unite le tre anime del Paese è la possibilità dell'ingresso nell'Ue con tutti i privilegi che esso comporta. Se questo processo dovesse incepparsi, non si può scommettere sul fatto che la Bosnia resti unita. Il 1 ottobre scorso, in Francia, si è tenuto il vertice dei ministri della Difesa dell'Ue. Nel corso del vertice è stata approvata l'ipotesi di ritirare i contingenti militari che dal 1996 sono presenti in Bosnia - Erzegovina, a guardia degli accordi di pace e con compiti di polizia sovranazionale. ''C'è un consenso più che ampio sul fatto che la missione militare possa dichiararsi conclusa'', è emerso dalla nota che chiudeva il vertice, ''ora si tratta di trovare il nuovo contorno della missione: la trasformazione in missione civile è un'opzione, come lo è la forza di reazione rapida''. La prossima puntata della vicenda è fissata per il 10 novembre prossimo, a Bruxelles, dove i ministri della Difesa decideranno come procedere su questo argomento. C'è da augurarsi che il ritiro dei militari lasci spazio, sempre più, al coinvolgimento di Sarajevo nel processo d'integrazione europea. Altrimenti, come è accaduto in passato, l'Europa potrebbe pentirsi di non aver voluto, con un atteggiamento miope, rendersi conto che la Bosnia è in Europa e che la soluzione dei problemi dei Balcani non è mai stata quella di creare nuovi confini, ma nella convivenza tra le mille anime che abitano quelle terre.

di Christian Elia

Il ‘Grande Gioco’ non è più divertente. In Afghanistan si passa al grande accordo



Uno dei fronti più caldi che il neoeletto presidente americano dovrà affrontare è quello afghano-pakistano. La crisi afghana ha ormai assunto proporzioni regionali, coinvolgendo direttamente paesi come l’India ed il Pakistan, ed andando a toccare gli interessi di potenze come l’Iran, la Cina e la Russia. Soltanto un’iniziativa diplomatica internazionale che coinvolga tutti i paesi della regione, offrendo a tutte le parti in causa ragionevoli garanzie, può avere speranza di riportare la stabilità in quest’area

Il ‘Grande Gioco’ non è più divertente, ormai. Gli imperialisti del XIX secolo usarono questa  espressione per descrivere la lotta russo-britannica per il dominio dell’Afghanistan e dell’Asia centrale. Più di un secolo dopo, il gioco continua. Adesso, però, il numero dei giocatori è aumentato vertiginosamente, coloro che rappresentavano soltanto i pezzi sulla scacchiera sono divenuti essi stessi giocatori, e l’intensità della violenza, e le minacce che questa partita comporta, coinvolgono il mondo intero.

L’Afghanistan è stato in guerra per tre decenni, e questa guerra si sta espandendo al Pakistan ed oltre. E’ necessario imporre una pausa, in modo che i giocatori, incluso il neoeletto presidente Barack Obama, possano negoziare un nuovo accordo per la regione.

Rendere sicuri l’Afghanistan e la regione circostante richiederà una presenza internazionale per molti anni. Rafforzare le forze di sicurezza afghane rappresenta tutt’al più un palliativo, dato che il paese non è in grado di sostenere il peso di forze che abbiano dimensioni tali da soddisfare le sue attuali esigenze di sicurezza. Soltanto un accordo a livello regionale e globale, che ponga la stabilità dell’Afghanistan al di sopra di altri obiettivi, può rendere possibile una stabilità a lungo termine, mettendo l’Afghanistan in condizioni di sopravvivere con forze di sicurezza che abbiano un peso sostenibile per il paese. Un tale accordo, tuttavia, richiederà iniziative politiche e diplomatiche sia all’interno del paese che all’estero.

In Afghanistan, gli Stati Uniti e la NATO devono mettere in chiaro che sono in guerra con al-Qaeda e con coloro che ne sostengono gli obiettivi globali, ma che non hanno obiezioni qualora il governo afghano o quello pakistano entrino in trattativa con gli insorti che siano disposti a rinnegare i legami con Osama bin Laden. In cambio di tali garanzie, le forze internazionali potrebbero procedere ad un ampio ritiro, lasciando un contingente per garantire la sicurezza di un accordo politico, e per addestrare le forze di sicurezza afghane.

Ma un accordo politico all’interno dell’Afghanistan non può riuscire senza un grande patto a livello regionale. Il primo ‘Grande Gioco’ fu risolto un secolo fa, facendo dell’Afghanistan uno stato cuscinetto in cui le forze esterne non potevano interferire. Oggi, tuttavia, l’Afghanistan è il teatro non soltanto della “guerra al terrore”, ma anche di storiche controversie afghano-pakistane, del conflitto tra India e Pakistan, di lotte interne al Pakistan, dell’antagonismo USA-Iran, delle preoccupazioni della Russia riguardo alla NATO, della rivalità tra sunniti e sciiti, e delle lotte per il controllo  delle infrastrutture legate allo sfruttamento delle risorse energetiche nella regione.

Questi conflitti proseguiranno fino a quando gli USA considereranno la stabilizzazione dell’Afghanistan come una questione subordinata ad altri obiettivi – insieme a tutti i rischi connessi alla ripresa del terrorismo ed alla crisi della sicurezza regionale. Questo è il motivo per cui Obama deve adottare una coraggiosa iniziativa diplomatica, che comprenda l’intera regione ed aiuti a risolvere le annose controversie tra i paesi vicini dell’Afghanistan. Una iniziativa di questo genere deve includere un insieme di aiuti estesi a livello regionale, ed un pacchetto di misure per sostenere lo sviluppo.

Inoltre, gli USA devono riequilibrare la loro posizione nella regione, riducendo la loro dipendenza dall’esercito pakistano. Obama dovrà appoggiare in modo deciso il fragile governo eletto in Pakistan nel suo tentativo di ottenere il controllo sull’esercito e sull’apparato dei servizi di intelligence, ponendo così fine a decenni di sostegno ai miliziani. Il dialogo con l’Iran e con la Russia sugli interessi comuni in Afghanistan – entrambi i paesi aiutarono gli Stati Uniti nel 2001 – aumenterebbe la pressione sul Pakistan. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti e le altre potenze che hanno interessi in Afghanistan devono cercare di ridurre le attività dell’India in questo paese, attività che il Pakistan percepisce come una minaccia; in alternativa, se le politiche indiane non costituiscono una reale minaccia, gli USA e le altre potenze devono assicurare una loro maggiore trasparenza.

Questo obiettivo richiede qualcosa di più che semplicemente “esercitare pressioni” sul Pakistan. I vertici dell’establishment militare pakistano ritengono di trovarsi di fronte ad un’alleanza USA-India-Afghanistan, intesa ad indebolire l’influenza pakistana in Afghanistan, e persino a smembrare lo stato pakistano. I leader civili del governo valutano in modo diverso gli interessi nazionali del Pakistan, ma anch’essi non possono rimanere indifferenti di fronte al cronico senso di insicurezza del paese.

Il Pakistan non ha accordi sulla definizione dei confini né con l’India, con la quale si contende l’annessione del Kashmir, né con l’Afghanistan, che non ha mai riconosciuto esplicitamente la ‘linea Durand’, l’attuale frontiera tra Pakistan e Afghanistan. Il Pakistan sostiene anche che l’Alleanza del Nord, che fa parte della resistenza anti-talebana in Afghanistan, stia collaborando con l’India all’interno dei servizi di sicurezza afghani. Inoltre, l’accordo tra USA e India sul nucleare riconosce di fatto il diritto dell’India ad essere una potenza nucleare, mentre tratta il Pakistan, con la sua storia di proliferazione atomica, come uno ‘stato pariah’.

La politica delle pressioni non funzionerà, se i leader del Pakistan dovessero credere che la sopravvivenza del loro paese è a rischio. Al contrario, la nuova amministrazione USA dovrebbe collaborare alla creazione di un’ampia struttura multilaterale per la regione, intesa a costruire un consenso sincero attorno all’obiettivo di raggiungere la stabilità in Afghanistan, dando una risposta alle ragioni legittime dell’insicurezza pakistana, ed allo stesso tempo rafforzando l’opposizione alle tendenze distruttive e disgregatrici presenti in questo paese.

Un primo passo potrebbe essere quello di stabilire un gruppo di contatto per la regione, autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo gruppo di contatto potrebbe promuovere il dialogo tra India e Pakistan a proposito dei loro rispettivi interessi in Afghanistan, e la ricerca di una soluzione alla controversia sul Kashmir; stimolare una strategia politica a lungo termine del governo pakistano riguardo al futuro delle agenzie tribali (che compongono la regione autonoma al confine con l’Afghanistan denominata con l’appellativo di Federal Administered Tribal Areas (FATA) (N.d.T.) ); portare l’Afghanistan e il Pakistan ad una serie di confronti sulle questioni delle frontiere, e promuovere un piano regionale per lo sviluppo economico e l’integrazione. La Cina, il più grande investitore sia in Pakistan che in Afghanistan, potrebbe sostenere progetti di interesse comune in campo finanziario.

Un’iniziativa di successo richiederà colloqui esplorativi, ed uno schema di percorso in continua evoluzione. Oggi, proposte di questo genere possono apparire audaci, ingenue o impossibili, ma, senza una tale audacia, rimane poca speranza per l’Afghanistan, il Pakistan, e la regione nel suo complesso.

Barnett R. Rubin è direttore degli studi dell’Asia Society ed è membro del Centro per la Cooperazione Internazionale della New York University, dove dirige il programma per la ricostruzione dell’Afghanistan Ahmed Rashid è un giornalista e scrittore pakistano, esperto di movimenti islamici dell’Asia Centrale; scrive abitualmente sul Daily Telegraph; è autore del libro “Descent Into Chaos: The United States and the Failure of Nation Building in Pakistan, Afghanistan, and Central Asia”

Titolo originale:

From ‘Great Game’ to Grand Bargain in Afghanistan

di Barnett R. Rubin

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/13/dal-‘grande-gioco’-al-grande-accordo-in-afghanistan/

L'obiettivo di Silvio sulla RAI


Scrive “la Repubblica” in un riquadrato sotto il titolo d’apertura dedicato ad altro - il dramma di Eluana e di suo padre, la pesante ingerenza del Vaticano -  “Berlusconi: basta con le tv che mi attaccano ogni sera”. Nei Tg di ieri non avevano detto nulla, sui giornali già comprati non se ne parla. A quel punto, incuriosito, chiedo all’edicolante di farmi vedere la prima pagina del “Corriere della Sera”. Qui titolo e foto sono dedicati al premier, a Lula, ai campioni brasiliani del Milan usati in funzione pubblicitaria. Più in basso,  su una colonna, “Il premier. Nomine Rai. Pronti a decidere senza il Pd”. Due cose diverse – rispetto allo stesso tema -  sui due più diffusi quotidiani italiani: la prima, uno sfogo del “più amato d’Italia” che non sopporta che venga data voce a chi non lo osanna; la seconda, una dichiarazione di notevole importanza politico-istituzionale. Decido di acquistare anche questi due giornali, incuriosito dalla notevole differenza d’impostazione dei due titoli. In attesa di avere il tempo per leggere con attenzione i resoconti, mi torna alla mente la fondamentale differenza tra la comunicazione giornalistica e quella meccanico-ingegneristica, studiata e codificata – quest’ultima - negli anni ’40 da Shannon e Weaver. La preoccupazione principale dei due ricercatori era che il mezzo di trasmissione (il telefono, la radio) non distorcesse il messaggio della fonte in modo che il destinatario lo ricevesse nella sua correttezza e completezza. Una delle principali preoccupazioni della comunicazione giornalistica – l’attendibilità della fonte – in questo caso è dipesa soltanto dalla versione che hanno dato i cronisti al seguito di Berlusconi nell’incontro con Lula: c’è stato chi non ha sentito alcunché, chi ha colto solo una parte delle esternazioni, chi ne ha colte altre. C’è stato anche chi ha fatto finta di non sentire, per aspettare una dichiarazione ufficiale, magari di un “portavoce” In questo gioco della parti, diventa semplicissimo, per la “fonte”, smentire quel che fa comodo.
 Prendo per buono quanto scritto su entrambi i quotidiani ed esplicito qualche riflessione. Partiamo dallo sfogo, senza il collegamento con la parte politica delle affermazioni berlusconiane. Se ci si ferma alla lamentazione, sembra quasi far tenerezza questo popolarissimo leader che non viene capito, che non viene coccolato, che non ottiene totale, reverente condiscendenza. Come può permettersi un “peracottaro” di sinistra di mettere in dubbio la sua simpatia, la sua “presa”, il suo carisma, che si traduce nel 72% - dice lui – di gradimento da parte degli italiani? Che lo faccia tra i suoi, clandestinamente, ma che nessuno gli consenta di ottenere una ribalta televisiva. Chi lo dice questo? Un leader politico “puro”? Neanche per idea. E’ il proprietario del principale network televisivo italiano privato – network che, per inciso, continua a mietere utili nonostante la crisi di tanti altri settori – e che può quindi permettersi di scegliere gli analisti politici, i giornalisti, i portavoce che più gli vanno a genio per amplificare ogni momento il suo successo. Quando si passa da questa dimensione – diciamo così – privatistica alla preoccupazione, per i cittadini,  che tutto questo non influisca invece sui livelli di democrazia del Paese? Quando – è il titolo del “Corriere” – sulle nomine Rai Berlusconi si dichiara pronto a decidere senza alcuna consultazione del Pd, quindi dell’opposizione. La Rai è il servizio pubblico voluto dalla Repubblica italiana che per regolarne il funzionamento pensò bene di istituire addirittura una Commissione Parlamentare di vigilanza, la cui presidenza, nell’ambito del delicato gioco di equilibri incrociati sanciti dalla Carta Costituzionale, viene per prassi affidata ad un esponente dell’opposizione. Il Centrosinistra, all’epoca del primo governo Prodi, non fece barricate neppure contro uno come Storace. Berlusconi non ci sta. Non vuole Leoluca Orlando, ma forse, come fa intuire l’abile titolo del “Corriere”, intende anche andarci giù pesante sulle “Nomine Rai”. Ora proviamo ad unire questa informazione data dal “Corriere” con lo sfogo di cui parla “Repubblica” e si capisce quale vuole essere il suo obiettivo: un controllo tale che gli consenta, questa volta senza editti bulgari, ma con provvedimenti interni, di cacciare tutti gli sgraditi, i non allineati o quelli ritenuti “pericolosi”.
 L’allarme è dato. Il sindacato dei giornalisti Rai, che ha sempre vigilato con grande rigore, farà bene ad attrezzarsi efficacemente a difesa dei colleghi a rischio  (evidentemente da oggi  non più soltanto quelli direttamente minacciati dai fascisti, come la Sciarelli e la sua redazione, o Santo Della Volpe). Si preannuncia una stagione dura e lunga in cui sarà fondamentale evitare qualunque isolamento, per privilegiare una grande apertura verso l’associazionismo, le forze democratiche, il mondo dell’arte e della cultura che continuano a credere nella funzione decisiva dell’esistenza e del rafforzamento del servizio pubblico nel sistema italiano delle telecomunicazioni.

di Ottavio Olita

Link: http://www.articolo21.info/7665/notizia/rai-quale-lobiettivo-dello-sfogo.html


Brunetta, il "furbetto"


La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall'ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni
 

La prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del giardino dell'università a fare razzia di lumache. Lì per lì i professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di ironia, annunciò solennemente: "Entro dieci anni vinco il Nobel. Male che vada, sarò ministro". Eravamo a metà dei ruggenti anni '80, Brunetta era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De Michelis. 

Ci ha messo 13 anni in più, ma alla fine l'ex venditore ambulante di gondolette di plastica è stato di parola. In soli sette mesi di governo è diventato la star più splendente dell'esecutivo Berlusconi. La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano - parole sue - 'Lorella Cuccarini' del governo, il più amato dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine. Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. A 'L'espresso' risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello. Anche la carriera accademica non è certo all'altezza di un Nobel. Ma c'è un settore nel quale l'ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato di essere davvero un guru dell'economia: la ricerca di immobili a basso costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali.



Chi l'ha visto Appena venticinquenne, Brunetta entra nel dorato mondo dei consulenti (di cui oggi critica l'abuso). Viene nominato dall'allora ministro Gianni De Michelis coordinatore della commissione sul lavoro e stende un piano di riforma basato sulla flessibilità che gli costa l'odio delle Brigate rosse e lo costringe a una vita sotto scorta. Poi diventa consigliere del Cnel, in area socialista. Nel 1993, durante Mani Pulite firma la proposta di rinnovamento del Psi di Gino Giugni. Nel 1995 entra nella squadra che scrive il programma di Forza Italia e nel 1999 entra nel Parlamento europeo. 

Proprio a Strasburgo, se avessero applicato la 'legge dei tornelli' invocata dal ministro, il professore non avrebbe fatto certo una bella figura. Secondo i calcoli fatti da 'L'espresso', in dieci anni è andato in seduta plenaria poco più di una volta su due. Per la precisione la frequenza tocca il 57,9 per cento. Con questi standard un impiegato (che non guadagna 12 mila euro al mese) potrebbe restare a casa 150 giorni l'anno. Ferie escluse. Lo stesso ministro ha ammesso in due lettere le sue performance: nella legislatura 1999-2004 ha varcato i cancelli solo 166 volte, pari al 53,7 per cento delle sedute totali. "Quasi nessun parlamentare va sotto il 50, perché in tal caso l'indennità per le spese generali viene dimezzata", spiegano i funzionari di Strasburgo. Nello stesso periodo il collega Giacomo Santini, Pdl, sfiorava il 98 per cento delle presenze, il leghista Mario Borghezio viaggiava sopra l'80 per cento. Il trend di Brunetta migliora nella seconda legislatura, quando prima di lasciare l'incarico per fare il ministro firma l'elenco (parole sue) 148 volte su 221. Molto meno comunque di altri colleghi di Forza Italia: nello stesso periodo Gabriele Albertini è presente 171 volte, Alfredo Antoniozzi e Francesco Musotto 164, Tajani, in veste di capogruppo, 203.

La produttività degli europarlamentari si misura dalle attività. In aula e in commissione. Anche in questo caso Brunetta non sembra primeggiare: in dieci anni ha compilato solo due relazioni, i cosiddetti rapporti di indirizzo, uno dei termometri principali per valutare l'efficienza degli eletti a Strasburgo. L'ultima è del 2000: nei successivi otto anni il carnet del ministro è desolatamente vuoto, fatta eccezione per le interrogazioni scritte, che sono - a detta di tutti - prassi assai poco impegnativa. Lui ne ha fatte 78. Un confronto? Il deputato Gianni Pittella, Pd, ne ha presentate 126. Non solo. Su 530 sedute totali, Brunetta si è alzato dalla sedia per illustrare interrogazioni orali solo 12 volte, mentre gli interventi in plenaria (dal 2004 al 2008) si contano su due mani. L'ultimo è del dicembre 2006, in cui prende la parola per "denunciare l'atteggiamento scortese e francamente anche violento" degli agenti di sicurezza: pare non lo volessero far entrare. Persino gli odiati politici comunisti, che secondo Brunetta "non hanno mai lavorato in vita loro", a Bruxelles faticano molto più di lui: nell'ultima legislatura il no global Vittorio Agnoletto e il rifondarolo Francesco Musacchio hanno percentuali di presenza record, tra il 90 e il 100 per cento.
Se la partecipazione ai lavori d'aula non è da seguace di Stakanov, neanche in commissione Brunetta appare troppo indaffarato. L'economista sul suo sito personale ci fa sapere che, da vicepresidente della commissione Industria, tra il 1999 e il 2001 ha partecipato alle riunioni solo la metà delle volte, mentre nel biennio 2002-2003, da membro titolare della delicata commissione per i Problemi economici e monetari, si è fatto vedere una volta su tre. Strasburgo è lontana dall'amata Venezia, ma non si tratta di un problema di distanza. A Ca' Loredan, nel municipio dove è stato consigliere comunale e capo dell'opposizione dal 2000 al 2005, il nemico dei fannulloni detiene il record. Su 208 sedute si è fatto vedere solo in 87 occasioni: quattro presenze su dieci, il peggiore fra tutti i 47 consiglieri veneziani.

Il bello del mattone
 
Brunetta spendeva invece molto tempo libero per mettere a segno gli affari immobiliari della sua vita. Oggi il ministro possiede un patrimonio composto da sei immobili (due ereditati a metà con il fratello) sparsi tra Venezia, Roma, Ravello e l'Umbria, per un valore di svariati milioni di euro. "Mi piacciono le case e le ho pagate con i mutui", ha sempre detto. Effettivamente per comprare e ristrutturare la magione di 420 metri quadrati con terreno e piscina in Umbria, a Monte Castello di Vibio, vicino a Todi, Brunetta ha contratto un mutuo di 600 milioni di vecchie lire del 1993. Ma per acquistare la casa di Roma e quella di Ravello, visti i prezzi ribassati, non ne ha avuto bisogno. Cominciamo da quella di Roma. Alla fine degli anni Ottanta il rampante professore aveva bisogno di un alloggio nella capitale, dove soggiornava sempre più spesso per la sua attività politica. Un comune mortale sarebbe stato costretto a rivolgersi a un'agenzia immobiliare pagando le stratosferiche pigioni di mercato. Brunetta no. 
Come tanti privilegiati, riesce a ottenere un appartamento dall'Inpdai, l'ente pubblico che dovrebbe sfruttare al meglio il suo patrimonio immobiliare per garantire le pensioni ai dirigenti delle aziende. Invece, in quel tempo, come 'L'espresso' ha raccontato nell'inchiesta 'Casa nostra' del 2007, gli appartamenti più belli finivano ai soliti noti. Brunetta incluso. Un affitto che in quegli anni era un sogno per tutti i romani, persino per i dirigenti iscritti all'Inpdai ai quali sarebbe spettato. Lo racconta Tommaso Pomponi, un ex dirigente della Rai ora in pensione, che ha presentato domanda alla fine degli anni Ottanta: "Nonostante fossi stato sfrattato, non ottenni nessuna risposta. Contattai presidente e direttore generale, scrissi lettere di protesta, inutilmente". Pomponi ha pagato per anni due milioni di lire di affitto e poi ha comprato a prezzi di mercato, come tutti. Il ministro, invece, dopo essere stato inquilino per più di 15 anni con canone che non ha mai superato i 350 euro al mese, ha consolidato il suo privilegio rendendolo perpetuo: nel novembre 2005 il patrimonio degli enti infatti è stato ceduto. Brunetta compra insieme agli altri inquilini ottenendo uno sconto superiore al 40 per cento sul valore di stima. Alla fine il prezzo spuntato dal grande moralizzatore del pubblico impiego è di 113 mila euro, per una casa di 4 vani catastali, situata in uno dei punti più belli di Roma. Si tratta di un quarto piano con due graziosi balconcini e una veranda in legno. Brunetta vede le rovine di Roma e il parco dell'Appia antica. Un appartamento simile a quello del ministro vale circa mezzo milione di euro: con i suoi 113 mila euro l'economista avrebbe potuto acquistare un box.
 
  Un tuffo in Costiera Anche il buen retiro di Ravello è stato un affare immobiliare da Guinness. Brunetta, che si autodefinisce "un genio", diventa improvvisamente modesto quando passa in rassegna i suoi possedimenti campani. "Una proprietà scoscesa", ha definito questa splendida villa di 210 metri quadrati catastali immersa in 600 metri di giardino e frutteto. Seduto nel suo patio il ministro abbraccia con lo sguardo il blu e il verde, Ravello e Minori.
Per comprare i ruderi che ha poi ristrutturato ha speso 65 mila euro tra il 2003 e il 2005. "Quanto?", dice incredula Erminia Sammarco, titolare dell'agenzia immobiliare Tecnocasa di Amalfi: "Mi sembra impossibile: a quel prezzo un mio cliente ha venduto una stalla con un porcile". Oggi un rudere di 50 metri quadri costa circa 350 mila euro, e una villa simile a quella dell'economista supera di gran lunga il milione di euro. Il ministro ha certamente speso molto per la pregevole ristrutturazione, tanto che ha preso un mutuo da 300 mila euro poco dopo l'acquisto del 2003 che finirà di pagare nel 2018, ma ha indubbiamente moltiplicato l'investimento iniziale. 

Ma come si fa a trasformare una catapecchia senza valore in una villa di pregio? 'L'espresso' ha consultato il catasto e gli atti pubblici scoprendo così che Brunetta ha comprato due proprietà distinte per complessivi sette vani catastali, affidando i lavori di restauro alla migliore ditta del luogo. Dopo la cura Brunetta, al posto dei ruderi si materializza una villetta su tre livelli su 172 metri quadrati più dépendance, rifiniture in pietra e sauna in costruzione. Per il catasto, invece, l'alloggio passa da civile a popolare. In compenso, i sette vani sono diventati 12 e mezzo. Come è stata possibile questa lievitazione? "Diversa distribuzione degli spazi interni", dicono le carte. La signora Lidia Carotenuto, che fino al 2002 era proprietaria del piano inferiore, ricorda con un po' di malinconia: "La mia casa era composta di due stanzette, al massimo saranno stati 40 metri quadrati e sopra c'era un altro appartamento (che misurava 80 metri catastali, ndr) in rovina. So che ora il Comune di Ravello sta costruendo una strada che passerà vicino all'abitazione del ministro. Io non avrei venduto nulla se l'avessero fatta prima...". A rappresentare Brunetta nell'atto di acquisto della dépendance nel 2005 è stato il geometra Nicola Fiore, che aveva seguito in precedenza anche le pratiche urbanistiche. Fiore era all'epoca assessore al Bilancio del comune, guidato dal sindaco Secondo Amalfitano, del Partito democratico. I rapporti con il primo cittadino è ottimo: Brunetta entra nella Fondazione Ravello. E quest'anno, dopo le elezioni, Amalfitano fa il salto della barricata, entra nel Pdl e lascia la Costiera per Roma dove viene nominato suo consigliere ministeriale.

Il Nobel mancato "Io sono un professore di economia del lavoro, l'ho guadagnato con le unghie e con i denti. Sono uno dei più bravi d'Italia, forse d'Europa", ha spiegato Brunetta ad Alain Elkann, che di rimbalzo lo ha definito "un maestro della pasta e fagioli" prima di chiedergli la ricetta del piatto. L'economista Ada Becchi Collidà, che ha lavorato nello stesso dipartimento per otto anni, dice senza giri di parole che "Renato non è uno studioso. È prevalentemente un organizzatore, che sa dare il meglio di sé quando deve mettere insieme risorse". Alla facoltà di Architettura di Venezia entra nel 1982, dopo aver guadagnato l'idoneità a professore associato in economia l'anno precedente. Come ha ricordato in Parlamento il deputato democratico Giovanni Bachelet, Brunetta non diventa professore con un vero concorso, ma approfitta di una "grande sanatoria" per i precari che gravitavano nell'università. Una definizione contestata dal ministro, che replica: avevo già tutti i titoli.

In cattedra Secondo il curriculum pubblicato sul sito dell'ateneo di Tor Vergata (dove insegna dal 1991), al tempo il giovane Brunetta poteva vantare poche pubblicazioni: una monografia di 500 pagine e due saggi. Il primo era composto di dieci pagine ed era scritto a sei mani, il secondo era un pezzo sulla riduzione dell'orario edito da 'Economia&Lavoro', la rivista della Fondazione Brodolini, di area socialista, che Brunetta stesso andrà a dirigere nel 1980. Tutto qui? Nel mondo della ricerca esistono diverse banche dati per valutare il lavoro di uno studioso. Oggi Brunetta si trova in buona posizione su quella Econlit, che misura il numero delle pubblicazioni rilevanti: 30, più della media dei suoi colleghi. La musica cambia se si guarda l'indice Isi-Thompson, quello che calcola le citazioni che un autore ha ottenuto in lavori successivi: una misura indiretta e certo non infallibile della qualità di una pubblicazione, ma che permette di farsi un'idea sull'importanza di un docente. L'indice di citazioni di Brunetta è fermo sullo zero.
Le valutazioni degli indicatori sono discutibili, ma di sicuro il mondo accademico non lo ha mai amato: "L'università ha sempre visto in lui il politico, non lo scienziato", ricorda l'ex rettore dello Iuav di Venezia, Marino Folin. Nel 1991, da professore associato, riesce a trasferirsi all'Università di Tor Vergata. In attesa del Nobel, tenta almeno di diventare professore ordinario partecipando al concorso nazionale del 1992. In un primo momento viene inserito tra i 17 vincitori. Ma un commissario, Bruno Sitzia, rimette tutto in discussione. Scrive una lettera e, senza riferirsi a Brunetta, denuncia la lottizzazione e la poca trasparenza dei criteri di selezione. "Si discusse anche di Brunetta, e ci furono delle obiezioni", ricorda un commissario che chiede l'anonimato: "La situazione era curiosa: la maggioranza del collegio era favorevole a includere l'attuale ministro, ma non per i suoi meriti, bensì perché era stato trovato l'accordo che faceva contenti tutti. Comunque c'erano candidati peggiori di lui". Il braccio di ferro durò mesi, poi il presidente si dimise. E la nuova commissione escluse Brunetta. Il professore 'migliore d'Europa' viene bocciato. Un'umiliazione insopportabile. Così fa ricorso al Tar, che gli dà torto. Poi si appella al Consiglio di Stato, ma poco prima della decisione si ritira in buon ordine. Nel 1999 era riuscito infatti a trovare una strada per salire sulla cattedra. Un lungo giro che valica l'Appennino e si arrampica alle pendici del Gran Sasso, ma che si rivela proficuo. È a Teramo che ottiene infine il riconoscimento: l'alfiere della meritocrazia, bocciato al concorso nazionale, riesce a conquistare il titolo di ordinario grazie all'introduzione dei più facili concorsi locali. Nel 1999 partecipa al bando di Teramo, la terza università d'Abruzzo. Il posto è uno solo ma vengono designati tre vincitori. La cattedra va al candidato del luogo ma anche gli altri due ottengono 'l'idoneità'. Brunetta è uno dei due e torna a Tor Vergata con la promozione. Un'ultima nota. A leggere le carte del concorso, fino al 2000 Brunetta "è professore associato a Tor Vergata". La stranezza è che il curriculum ufficiale - pubblicato sul sito della facoltà del ministro - lo definisce "professore ordinario dal 1996". Quattro anni prima: errore materiale o un nuovo eccesso di ego del Nobel mancato? 
di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo
Hanno collaborato Michele Cinque e Alberto Vitucci

Donald Rumsfeld e il suo ruolo di "burattinaio" nell’amministrazione Bush e nel Pentagono



Nell’estate del 2005 l’amministrazione Bush doveva far fronte a una nuova ondata di critiche su Guantanamo: il centro di detenzione era stato appena definito da Amnesty International come "il gulag dei nostri tempi", c’erano nuove accuse da parte degli esperti di diritti umani dell’Onu su degli abusi, mentre si estendevano gli appelli per farlo chiudere.

Gli esperti di comunicazione dell’Amministrazione risposero prontamente: un venerdì mattina presto caricarono un gruppo di ufficiali militari in pensione su uno dei jet solitamente usati dal vicepresidente Dick Cheney e li spedirono a Cuba farsi un giro, meticolosamente programmato, del campo di Guantanamo.
All’opinione pubblica questi personaggi risultano molto familiari perché comparsi decine di migliaia di volte in TV e alla radio in qualità di "analisti militari", il cui lungo periodo di servizio li ha investiti di capacità di giudizio autorevoli e attendibili sulle questioni del mondo post-11 settembre.

Tuttavia, come ha scoperto un attento esame di «The New Tork Times», ben celato dietro questa apparente imparzialità, esiste un apparato informativo del Pentagono che ha usato questi analisti per una campagna mirante a generare una copertura mediatica favorevole alle performance dell’Amministrazione in tempo di guerra.
La manovra - iniziata nel periodo di preparazione alla guerra in Iraq e ancora oggi in corso - ha cercato di sfruttare intese ideologiche e militari, oltre a far conto su una potente carta finanziaria: la maggior parte di questi analisti ha legami con i contractor militari, con interessi precisi proprio in quelle strategie di guerra che erano chiamati a commentare via etere.

Questi rapporti d’affari non sono mai stati divulgati al pubblico e talvolta nemmeno agli stessi network, ma nell'insieme gli uomini a bordo di quell’aereo per Guantanamo rappresentano più di 150 contractor militari, sia come lobbisti, dirigenti di alto rango, membri dei consigli di amministrazione, sia come consulenti. Tra le società sono ricomprese le più importanti del settore della Difesa, ma anche società più piccole, tutte parti di quel vasto agglomerato di contractor che si azzuffano tra loro per rastrellare centinaia di miliardi di dollari in commesse generate dalla guerra al terrorismo condotta dall’Amministrazione. E’ una concorrenza accanita, nella quale le informazioni riservate e un facile accesso agli alti ufficiali sono cose assai apprezzate.

Registrazioni e interviste mostrano in che modo l’amministrazione Bush abbia fatto uso del suo potere di controllo sull’accesso a tali informazioni cercando di trasformare gli analisti in una sorta di cavalli di Troia mediatici: uno strumento inteso a modellare la copertura dall’interno delle notizie sul terrorismo dei principali network radiotelevisivi.

I documenti dimostrano che gli analisti sono stati blanditi in centinaia di incontri riservati con i leader militari di più alto grado, compresi ufficiali con influenza decisiva in materia di contratti e bilanci. Sono stati portati in visita in Iraq e hanno avuto accesso a notizie d’intelligence classificate top-secret. Sono stati informati da funzionari di Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Dipartimento di Giustizia, inclusi Dick Cheney, Alberto R. Gonzales e Stephen J. Hadley.

In cambio, i membri di questa compagine hanno fatto da cassa di risonanza ai punti su cui si imperniava il messaggio dell’Amministrazione, talvolta anche quando sospettavano che le informazioni ricevute fossero false o gonfiate. Alcuni analisti hanno poi ammesso di aver messo a tacere i propri dubbi perché temevano di mettere in pericolo il loro accesso.

Taluni hanno anche espresso il rimorso per aver partecipato a quello che essi stessi ritengono uno sforzo volto a ingannare l’opinione pubblica americana con una propaganda travestita da "analisi militare indipendente".

«È come se ci avessero detto: "Quel che ci serve è legarvi le mani dietro la schiena e muovere la vostra bocca per voi"» racconta Robert S. Bevelacqua, un "berretto verde" a riposo, ex analista di Fox News.

Kenneth Allard, un ex analista militare della NBC che ha insegnato informazione di guerra alla National Defense University, ha dichiarato che la campagna corrispondeva esattamente a una sofisticata operazione di informazione: «questa era una precisa politica coerente e attiva».
Al deteriorarsi delle condizioni dell’Iraq, ha ricordato Allard, vide una distanza abissale fra quanto veniva detto riservatamente agli analisti e quanto è stato rivelato da inchieste e libri successivi.
«Notte e giorno», si è lamentato Allard, «ho avuto la sensazione che fossimo stati turlupinati».

Il Pentagono, da parte sua, difende i suoi rapporti con gli analisti militari, e sostiene di aver passato loro soltanto dati oggettivi sulla guerra.
Un portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, ha detto che «lo scopo di tutto ciò non era altro che un onesto tentativo di informare il popolo americano».

Whitman ha aggiunto che era “abbastanza incredibile” pensare che dei militari in pensione potessero essere allenati e trasformati in «burattini del Dipartimento della Difesa».

Molti analisti hanno negato con forza di essere stati cooptati o di aver consentito che i loro interessi economici esterni condizionassero i loro commenti via etere, e alcuni hanno usato la loro tribuna per criticare lo svolgimento della guerra. Diversi, come Jeffrey D. McCausland, un analista militare della CBS nonché lobbista dell’industria della difesa, hanno detto di aver puntualmente informato i loro network circa il loro lavoro esterno e si sono astenuti da trasmissioni che andassero a interferire con i loro interessi d’affari.
«Non sono qui per rappresentare l’Amministrazione», ha detto McCausland.

Alcuni funzionari dei network, nel frattempo, hanno ammesso solo una limitata consapevolezza delle interazioni dei loro analisti con l’Amministrazione. Hanno dichiarato che sebbene fossero sensibili rispetto a potenziali conflitti d’interesse, non applicarono tuttavia ai loro analisti gli stessi parametri etici cui sottostanno i loro dipendenti in merito agli interessi finanziari esterni. Hanno sostenuto che l’onere di rivelare i conflitti spettasse ai loro analisti. E hanno inoltre fatto notare che, qualunque fosse il contributo degli esperti militari, i molti giornalisti dei network hanno dato copertura alle notizie di guerra per anni in tutta la loro complessità.

A cinque anni di distanza dall’inizio della guerra in Iraq, la maggior parte dei dettagli di questa architettura e organizzazione della campagna del Pentagono non erano ancora stati rivelati, ma «The New York Times» ha avuto successo nel far causa a carico del Dipartimento della Difesa per ottenere l’accesso a 8.000 pagine di messaggi e-mail, trascrizioni e documentazioni varie, che descrivono anni di riunioni riservate, viaggi in Iraq e a Guantanamo e una massiccia operazione del Pentagono sui temi chiave.

Questi documenti svelano un rapporto simbiotico nel quale le normali linee di demarcazione tra governo e giornalismo sono state travolte.

I documenti interni del Pentagono si riferiscono spesso agli analisti militari definendoli come "moltiplicatori della forza del messaggio", "surrogati" sui quali è possibile contare per dispensare gli "argomenti e i messaggi" dell’Amministrazione a milioni di americani "sotto forma di opinioni strettamente personali".

Dai documenti si ricava che nonostante molti analisti siano consulenti pagati dai network, con gettoni da 500 a 1000 dollari per ogni comparsata, durante gli incontri del Pentagono parlavano alle volte come se stessero operando dietro le linee nemiche. Alcuni suggerirono al Pentagono dei trucchi per aver la meglio sui network [...].
Alcuni avvisarono di storie in programmazione o spedirono al Pentagono copie della loro corrispondenza con i direttori dei notiziari. Molti – anche se certamente non tutti – ripeterono in buona fede i temi chiave tesi a contrastare le critiche.

«Ottimo lavoro»: queste le parole di Thomas G. McInerey, un generale in pensione dell’Air Force, consulente e analista di Fox News, scritte al Pentagono dopo aver ricevuto fresche istruzioni sugli argomenti chiave alla fine del 2006: «Ne faremo uso.»

In svariate occasioni risulta dai documenti che l’Amministrazione ha reclutato gli analisti quasi fossero una forza di intervento rapido volta a smentire colpo su colpo quel che veniva considerato come una copertura mediatica negativa dei fatti, tra cui certi servizi degli stessi corrispondenti dei network dal Pentagono. Ad esempio, quando alcuni articoli rivelarono che i soldati in Iraq stavano morendo a causa dell’inadeguatezza delle loro protezioni personali, un alto funzionario del Pentagono scrisse ai colleghi: «Credo che i nostri analisti, opportunamente preparati, possano controbattere in questa arena».

I documenti rilasciati dal Pentagono non mostrano alcun do ut des in tema di commenti e contratti. Ma alcuni analisti hanno detto d'aver usato l’accesso speciale come un’opportunità di marketing e di relazioni o per affacciarsi a future possibilità d’affari.

John C. Garrett è un colonnello dei Marine in pensione e analista non retribuito per i canali TV e radio di Fox News. È anche un lobbista alla Patton Boggs, un’impresa che aiuta le aziende a vincere contratti con il Pentagono, anche in Iraq. Nei suoi materiali promozionali dichiara di essere «aggiornato a cadenza settimanale con accessi e incontri con il segretario della difesa, il presidente dei Joints Chiefs of Staff (gli stati maggiori riuniti delle varie armi, NdT) nonché di altre importanti figure decisionali ad alto livello dell’Amministrazione.» Un cliente ha riferito agli investitori che gli accessi speciali e i decenni di esperienza di Garrett lo hanno aiutato «a sapere in anticipo – e in dettaglio – il modo migliore di soddisfare i bisogni» del Dipartimento della Difesa e di altre agenzie.

Nelle interviste Garrett ha detto che c’era un inevitabile sovrapposizione nel suo duplice ruolo. Ha ammesso di aver ottenuto «informazioni che altrimenti non otterresti» grazie agli incontri e ai tre viaggi in Iraq sponsorizzati dal Pentagono. Ha altresì riconosciuto di aver usato il suo accesso e le sue informazioni per identificare opportunità per i clienti [...].

Allo stesso tempo, in una e-mail al Pentagono, Garrett esibì un grande zelo nel voler essere d’aiuto con i suoi commenti per TV e radio. «Per favore fatemi sapere se avete qualsiasi punto specifico che intendete affrontare o che preferite minimizzare», scrisse nel gennaio 2007, prima che il presidente Bush andasse in TV a descrivere la strategia di ripresa (surge) in Iraq.

Per contro, molti analisti hanno detto che l’Amministrazione ha dimostrato che c’è un prezzo da pagare nel sostenere le critiche. «Perderete ogni accesso» ha detto uno di loro, McCausland. [...]

Già all’inizio del 2002 era in corso una pianificazione dettagliata per una possibile invasione dell’Iraq, ma si evidenziava ancora un ostacolo. Molti americani, come risultava dai sondaggi, erano poco inclini a invadere un Paese senza alcuna chiara connessione con gli attentati dell’11 settembre. I funzionari del Pentagono e della Casa Bianca ritennero che gli analisti militari avrebbero potuto avere un ruolo cruciale per aiutare a prendere il sopravvento su tale resistenza.

Torie Clarke, l’ex sottosegretaria alla Difesa per gli affari pubblici che sovrintendeva alle pubbliche relazioni e ai rapporti del Pentagono con gli analisti, giunse al suo incarico con idee precise sul modo in cui si doveva ottenere quel che lei chiamava “dominanza informativa”. In una cultura mediatica satura di persuasioni occulte, l’opinione viene influenzata per lo più dalla voce di chi sia percepito come figura autorevole e del tutto indipendente.
Così, ancora prima dell’11 settembre, aveva costruito all’interno del Pentagono un sistema volto a reclutare "persone con influenza cruciale", in procinto di congedarsi o di cambiare attività, che con un’assistenza adeguata avrebbero potuto divenire elementi su cui far conto per far sorgere un sostegno popolare alle priorità dettate da Rumsfeld.

Nei mesi che seguirono l’11 settembre, quando ogni network si precipitava per accaparrarsi la propria squadra all-star di ufficiali militari in pensione, la signora Clarke e i suoi collaboratori intuirono una nuova opportunità. Per la squadra della Clarke, gli analisti militari erano il massimo quanto a "persone con influenza cruciale": autorevoli, e in maggioranza decorati come eroi di guerra, tutti in grado di raggiungere una vasta audience.

Gli analisti, notavano, spesso catturavano per più tempo gli spettatori rispetto ai corrispondenti dei network, e non stavano semplicemente spiegando le capacità degli elicotteri Apache. Stavano strutturando il modo in cui gli spettatori dovevano interpretare gli eventi. Inoltre, mentre gli analisti erano dentro i media delle notizie, non ne facevano parte. Erano uomini militari, molti dei quali sintonizzati ideologicamente con la squadra di cervelli neoconservatori dell’Amministrazione, dei quali molti avevano un ruolo chiave presso un’industria militare che si attendeva grandi incrementi nel bilancio in vista di una guerra in Iraq. [...]

Perfino analisti senza alcun legame con l’industria della difesa e nessuna simpatia per l’Amministrazione, erano restii a essere critici nei confronti dei leader militari, con molti dei quali erano amici.
« È davvero difficile per me criticare l’esercito statunitense», ha detto William Nash, un generale a riposo dell’esercito, analista alla ABC. «È la mia vita...»

Altre amministrazioni presidenziali fecero in passato dei tentativi sporadici e su scala ridotta volti a costruire dei rapporti con gli analisti militari occasionali. Ma si trattava di casi irrisori, se comparati con quanto aveva in mente il team di Torie Clarke.

Don Meyer, un aiutante della Clarke, ha affermato che nel 2002 fu presa una decisione strategica che puntava a fare degli analisti il fulcro della spinta impressa alle pubbliche relazioni per costruire le giustificazioni per la guerra. I giornalisti venivano dopo: «Non volevamo dipendere da loro tanto da farne il nostro principale veicolo di diffusione delle informazioni».

Il normale ufficio stampa del Pentagono sarebbe stato tenuto separato dagli analisti militari. Agli analisti sarebbe invece venuto incontro un piccolo gruppo di funzionari di nomina politica, imperniato su Brent T. Krueger, un altro assistente di alto rango della Clarke. La decisione richiamava altre tattiche dell’Amministrazione che mandavano sottosopra il giornalismo tradizionale. Delle agenzie federali, per esempio, hanno pagato degli editorialisti affinché scrivessero in favore dell’Amministrazione. Avevano distribuito alle stazioni televisive locali centinaia di pseudo-notizie grondanti di resoconti melliflui sulle magnifiche sorti e progressive dell’Amministrazione. Lo stesso Pentagono ha pagato segretamente i quotidiani iracheni per pubblicare la propaganda della Coalizione.

Anziché perdersi nelle lamentele sul “filtro dei media”, ciascuna di queste tecniche semplicemente riconvertiva il filtro in un amplificatore. Stavolta, ha detto Krueger, gli analisti militari starebbero «scrivendo la pagina delle opinioni» per la guerra.

L’assemblaggio della squadra

Sin dall’inizio, rivelano i colloqui, la Casa Bianca si è molto interessata a quali analisti erano stati identificati dal Pentagono, richiedendo liste di potenziali aderenti e suggerendo dei nomi. L’équipe di Torie Clarke ha redatto delle schede riassuntive che descrivevano il loro background, le loro affiliazioni d’affari e le posizioni da essi assunte sulla guerra.[...]

Un po’ alla volta il Pentagono è arrivato a reclutare più di 75 ufficiali in pensione, sebbene alcuni abbiano partecipato solo brevemente e occasionalmente.
Il contingente più numeroso è stato affiliato a Fox News, seguito dalla NBC e dalla CNN. Ma furono inclusi anche gli analisti della CBS e dell’ABC. Alcuni di loro, anche se non erano sul libro paga di alcun network, riuscivano a essere influenti in altri modi, sia perché ospiti di trasmissioni radiofoniche, sia perché spesso scrivevano editoriali o perché venivano citati da riviste, siti web e giornali.
Almeno nove di loro hanno scritto articoli di commento per il «New York Times.»

Il gruppo era rappresentato in modo preponderante da uomini impegnati ad aiutare le società a vincere contratti militari. Diversi di loro ricoprivano posizioni di alto grado presso i contractor che davano loro una responsabilità diretta per conquistare nuovi affari presso il Pentagono. James Marks, un generale a riposo dell’esercito e analista della CNN dal 2004 al 2007, si batteva per ottenere contratti nei settori dell’intelligence e della difesa in qualità di manager di alto rango della McNeill Technologies. Ancora, altri erano consiglieri di amministrazione di aziende militari che affidavano loro la responsabilità degli affari con il governo.

Il generale McInerey, analista della Fox, per esempio, siede nei consigli di amministrazione di vari contractor militari, compresa la Nortel Government solutions, un fornitore di reti di comunicazione.
Diversi erano lobbisti dell’industria della difesa, come McCausland, che lavora per la Buchanan Ingersoll & Rooney, un peso massimo fra gli studi di lobbisti, presso cui svolge le funzioni di direttore di un team sulla sicurezza nazionale che rappresenta svariati contractor militari. «Ai clienti offriamo l’accesso alle persone in grado di prendere le decisioni chiave», recitava allettante il team di McCausland sul sito web aziendale.

McCausland non era il solo analista a fare questa promessa. Un altro era Joseph W. Ralston, un generale dell’Air Force a riposo. Subito dopo aver firmato con la CBS, il generale Ralston fu nominato vice presidente del Cohen Group, una società di consulenza capeggiata da un ex segretario della difesa, William Cohen, ora a sua volta analista sulla politica mondiale per la CNN. «Il Cohen Group sa che arrivare al “sì” nel mercato dell’industria aerospaziale e della difesa, sia negli Stati Uniti sia all’estero, richiede che le società abbiano una comprensione sistematica e aggiornata del pensiero di chi prende decisioni a livello di governo», sostiene la società al cospetto dei clienti sul proprio sito web.

C’erano anche legami ideologici

Due dei più eminenti analisti della NBC, Barry R. Mc Caffrey e Wayne A. Downing, erano nel commissione consultiva del Comitato per la Liberazione dell’Iraq, un gruppo di supporto creato con l’incoraggiamento della Casa Bianca nel 2002 per sostenere la causa del rovesciamento di Saddām Husayn. Entrambi avevano anche le loro imprese di consulenza e sedevano nei consigli di amministrazione dei più importanti contractor militari.

Molti avevano inoltre in comune con il team sulla sicurezza nazionale di Bush la convinzione che una copertura mediatica pessimistica sulla guerra aveva a suo tempo compromesso la volontà della nazione di vincere in Vietnam, tanto che c’era una determinazione condivisa per impedire che ciò accadesse ancora con questa guerra.

Questo era un tema importante, ad esempio, nel caso di Paul E. Vallely, un analista di Fox News dal 2001 al 2007. Generale a riposo dell’esercito, specializzaro in guerra psicologica, Vallely fu uno degli autori di un manoscritto che nel 1980 accusava le organizzazioni mediatiche americane di essere state incapaci di difendere la nazione dalla propaganda “nemica” durante il Vietnam. «Abbiamo perso la guerra, ma non perché abbiamo combattuto peggio, bensì perché fummo sovrastati da operazioni psicologiche», aveva scritto Vallely.

Premé per un approccio radicalmente innovativo alle operazioni psicologiche nelle guerre future, con l’intento di adoperarle non solo contro nemici stranieri, ma anche nei confronti dell’opinione pubblica interna. Definì il suo approccio “MindWar” (guerra mentale), ossia usare le reti TV e radio per «rafforzare la nostra volontà di vittoria».

La vendita della Guerra

Sin dalle prime sessioni con gli analisti militari, Rumsfeld e i suoi assistenti parlavano come se fossro tutti parte della stessa squadra.

Nelle interviste, i partecipanti hanno descritto un’ambientazione potentemente seduttiva: gli accompagnatori in uniforme sino alla sala conferenze personale di Rumsfeld, l’esibizione delle migliori porcellane di proprietà del governo, le cartelline personalizzate con i nomi stampati, la tempesta di presentazioni in PowerPoint, le richieste di suggerimenti e consigli, gli appelli al dovere e alla patria, i caldi ringraziamenti ricevuti dal segretario in persona.

«Uno non ha idea» ha esordito Allard nel descrivere l’effetto. «Sei dietro, ti ascoltano, sentono quel che dici in TV». E ha aggiunto: «erano operazioni psicologiche con gli steroidi»: uno sfumato esercizio di influenza per mezzo di adulazione e vicinanza. Allard sintetizza così: «Non è come se ti dicessero “ti diamo 500 dollari per raccontare la nostra storia”. È una cosa più sottile».

L’accesso giungeva a una condizione. Ai partecipanti si richiedeva di non citare i loro istruttori direttamente, né di descrivere altrimenti i loro contatti con il Pentagono.

Nell’autunno e nell’inverno che prepararono l’invasione, il Pentagono munì i suoi analisti di argomenti chiave che dipingevano l’Iraq come una minaccia immediata. La causa fondamentale divenne un mantra routinario: l’Iraq possedeva armi chimiche e biologiche, e un giorno qualcuna di esse poteva finire ad al-Qā‘ida; un’invasione sarebbe stata una “guerra di liberazione” relativamente veloce e poco costosa.

Al Pentagono, i membri dello staff della Clarke si stupirono di fronte al modo in cui gli analisti assimilavano senza sbavature i materiali provenienti dalle direttive e dalle riunioni come se fosse farina del loro sacco.
«Si poteva notare che stavano trasmettendo il messaggio», ha detto Krueger. «Si poteva vedere che riprendevano parola per parola quel che stava dicendo il segretario alla difesa o quello che esponevano i tecnici specializzati». In alcuni giorni, aggiunse, «riuscivamo a sintonizzarci su ogni singolo canale e ognuno dei nostri uomini era là a trasmettere il nostro messaggio. Si poteva osservarli e dire “questa cosa funziona”».
Il 12 aprile 2003, ormai concluso il grosso dei combattimenti, Rumsfeld redasse un memorandum per Torie Clarke, dove scrisse fra l’altro: «Pensiamo all’idea di usare alcune delle persone che hanno fatto un così buon lavoro come mezzibusti dopo che questa fase sarà finita».

D’estate, tuttavia, emersero i primi segnali della resistenza. I servizi dei giornalisti di stanza a Baghdad erano sempre più impregnati dalle immagini dei disordini. Il Pentagono non aveva da cercare lontano per trovare un contrappeso.

Era tempo - raccomandava energicamente un memorandum interno sulla strategia del Pentagono - di «riattivare i ‘surrogati’ e i 'moltiplicatori della forza del messaggio'», a partire dagli analisti militari.

Il memorandum portò alla proposta di prendere gli analisti a fare un tour dell'Iraq nel settembre 2003, in tempo per aiutare a superare lo 'shock da stangata' derivante dalla richiesta di un finanziamento di emergenza alla guerra da parte di Bush per 87 miliardi di dollari.

Il gruppo comprendeva quattro analisti di Fox News, uno ciascuno di CNN e ABC, e vari luminari di gruppi di ricerca i cui editoriali apparivano regolarmente sulle pagine delle opinioni di tutta la nazione.

L'invito al viaggio prometteva uno sguardo alla «situazione reale sul terreno in Iraq».

La situazione, così come descritta in una miriade di libri, si stava deteriorando. Paul Bremer III, l'allora viceré in Iraq, ha scritto nelle sue memorie My Year in Iraq (Il mio anno in Iraq) che aveva riservatamente messo inguardia la Casa Bianca sul fatto che gli Stati Uniti avevano «circa la metà del numero di soldati di cui avremmo bisogno qui».

Bremer ha ricordato che durante un pranzo riservato alla Casa Bianca disse al presidente che «stiamo fronteggiando una minaccia crescente e sofisticata».
Questo pranzo si tenne il 24 settembre, proprio mentre gli analisti giravano l'Iraq.

Eppure, come si ricava dai documenti, queste scabrose realtà vennero eluse, o categoricamente contraddette nel corso delle presentazioni ufficiali per gli analisti. L'itinerario, prefigurato in ogni dettaglio, prevedeva brevi visite a una scuola modello, a pochi edifici governativi ristrutturati, un centro per i diritti delle donne, una fossa comune e perfino i giardini di Babilonia.

Perlopiù gli analisti presenziarono a dei briefing. I documenti dimostrano che queste sessioni estrapolavano una narrazione alternativa dei fatti, la quale dipingeva un Iraq che ardeva di energia politica ed economica e vedeva fiorire le sue forze dell'ordine. Sulla questione cruciale del livello delle truppe, i briefing riecheggiavano la linea della Casa Bianca: non erano affatto necessari rinforzi. La «minaccia crescente e sofisticata» descritta da Bremer fu invece dipinta come degradata, isolata e in rotta.
«Stiamo vincendo», andava a proclamare un documento di un briefing. [...]

Uno dei partecipanti al viaggio, il generale Nash della ABC, ha detto che alcuni dei briefing erano così “artificiali” che ci scherzò su con un altro membro del gruppo dicendogli che stavano partecipando al «viaggio in Iraq in memoria di George Romney», riferendosi con questo alla famigerata dichiarazione di Romney secondo cui gli ufficiali americani gli avevano fatto il “lavaggio del cervello” per fargli sostenere la guerra del Vietnam durante un tour in quel paese nel 1965, quando era governatore del Michigan.

Mentre il viaggio inculcava il messaggio di un avanzamento, esso rappresentava anche un'opportunità di business: l'accesso diretto alla maggior parte dei principali leader civili e militari in Iraq e in Kuwait, compresi molti che avevano voce in capitolo su come sarebbero stati spesi gli 87 miliardi di dollari del presidente. Era anche una chance per raccogliere informazioni circa i bisogni più urgenti che doveva affrontare la missione americana: l'estrema carenza di veicoli Humvee sufficientemente blindati; i miliardi da spendere per costruire le basi militari; l'impellente bisogno d'interpreti; infine gli ambiziosi piani di addestramento per le forze dell'ordine irachene.

Informazioni e accesso di questa natura avevano un innegabile valore per coloro che partecipavano al viaggio, come William V. Cowan e Carlton A. Sherwood.

Cowan, un analista della Fox e colonnello a riposo dei Marines, era l'amministratore delegato di una nuova società militare, il wvc3 Group. Sherwood era il suo vice presidente esecutivo. In quel tempo la società stava puntando a contratti dal valore di decine di milioni per la fornitura di protezioni del corpo e per servizi di controspionaggio in Iraq. Inoltre il wvc3 Group aveva un accordo scritto per usare la sua influenza e le sue connessioni al fine di aiutare i leader tribali della provincia di Al Anbar a ottenere dalla coalizione dei contratti per la ricostruzione.

«Quegli sceicchi volevano l'accesso alla CPA» ha ricordato Cowan in un'intervista, riferendosi con quella sigla alla Coalition Provisional Authority (l'Autorità Provvisioria della Coalizione, ossia il governo di transizione instaurato a ridosso dell'invasione, NdT).

Cowan ha sostenuto di essersi battuto per la loro causa durante il viaggio: «Ho cercato di spingere fortemente su alcuni uomini di Bremer per ingaggiare queste persone di Al Anbar»
Una volta tornati a Washington, i funzionari del Pentagono diedero occhiate nervose verso il modo i cui il viaggio sarebbe stato tradotto sull'etere. Durante il viaggio erano emersi dei fatti spiacevoli. Uno degli istruttori dei briefing, per esempio, fece cenno al fatto che l'esercito si arrangiava ad assemblare inadeguatamente i veicoli corazzati Humvee con sacchi di sabbia e strati in Kevlar. Le descrizioni delle forze di sicurezza irachene erano imbarazzanti: «non possono sparare e pertanto non lo fanno» disse loro un ufficiale, stando alle note di uno dei partecipanti.
«Ho visto immediatamente nel 2003 che le cose non andavano per il verso giusto» ha dichiarato il generale Vallely, uno degli analisti della Fox che partecipavano a quel viaggio, in un'intervista a «The Times».

Il Pentagono, tuttavia, non aveva bisogno di preoccuparsi.

«Non immaginate quali progressi», raccontò il generale Vallely ad Alan Colmes di Fox News al suo ritorno. Aggiunse la previsione che la resistenza sarebbe stata «ridotta a pochi numeri» entro pochi mesi.

«Non potremmo essere più felici e contenti» disse Cowan a Greta Van Susteren di Fox News. Ci fu a malapena un cenno circa la carenza di protezioni o le forze di sicurezza irachene corrotte, mentre sulle questioni strategiche chiave del momento – ossia se mandare più soldati – gli analisti erano unanimi.

«Sono assai contrario all'idea di aumentare il numero dei soldati» affermò il generale Shepperd alla CNN.


Accesso e influenza

All’interno del Pentagono e della Casa Bianca, il viaggio fu visto come un capolavoro nella gestione delle percezioni, non da ultimo perché alimentò le lamentele sul fatto che i giornalisti “mainstream” stavano ignorando le buone notizie dall’Iraq.

«Stiamo segnando un punto fuoricampo», scrisse con linguaggio da baseball un alto funzionario del Pentagono in una e-mail a Richard B. Myers e Peter Pace, rispettivamente il presidente e il vice degli Stati maggiori riuniti.

Il suo successo non fece che intensificare la campagna del Pentagono. Il passo dei briefings si accelerò. Furono organizzati ancora più viaggi. Alla fine lo sforzo coinvolgeva funzionari da Washington a Baghdad, da Kabul a Guantanamo, e indietro fino a Tampa, in Florida, presso la sede dello US Central Command.

La scala dell’impegno rifletteva un forte sostegno dall’alto. Quando i funzionari in Iraq erano lenti a organizzare un altro viaggio per gli analisti, un funzionario del Pentagono spediva loro in fretta e furia una e-mail per notificare che i viaggi «hanno i più alti livelli di visibilità» presso la Casa Bianca e pressarli affinché si muovessero prima che Lawrence Di Rita, uno degli assistenti più vicini a Rumsfeld, iniziasse a «sollevare la cornetta e chiamare i generali a 4 stelle».

Di Rita, ora non più al Dipartimento della Difesa, ha dichiarato in un’intervista che fu presa una “decisione consapevole” nell’affidarsi agli analisti militari per controbattere alle «crescenti visioni negative sulla guerra» provenienti dai giornalisti in Iraq. Gli analisti, secondo Di Rita, in genere avevano «una visione più accomodante» dell’amministrazione e della guerra, e la combinazione delle loro cattedre televisive e dei compensi militari li rendeva ideali per confutare i resoconti critici su temi quali il morale delle truppe, il trattamento dei prigionieri, l’equipaggiamento inadeguato o la scarsa preparazione delle forze dell’ordine irachene. «Su questi temi essi erano più credibilmente visti come portavoce attendibili », ha commentato Di Rita.

Per gli analisti che avevano legami con l’industria militare, l’attenzione comportò l’accesso a una cerchia via via più ampia di funzionari influenti in aggiunta ai contatti che avevano accumulato nel corso delle loro carriere.

Charles T. Nash, analista militare della Fox oltre che capitano a riposo della US Navy, è un consulente che aiuta le piccole società a entrare nel mercato militare. Di colpo ha ricevuto il benvenuto da un gran numero di importanti leader militari, molti dei quali mai incontrati in precedenza.

Ha raccontato che per lui fu come essere stato inquadrato a ridosso della leadership del Pentagono. «Inizi a comprendere che cosa è più importante per loro», ha detto, e ha aggiunto: «Non c’è nulla come vedere le cose di prima mano».

Alcuni funzionari del Pentagono hanno detto che essi erano ben consapevoli del fatto che alcuni analisti vedevano il loro speciale accesso come un vantaggio competitivo negli affari. «Certo che lo capivamo», ha detto Krueger, «non eravamo mica ingenui rispetto a ciò».

Essi compresero inoltre la relazione finanziaria tra i network e i loro analisti. Molti analisti venivano pagati in base alle “hit”, ossia il numero di volte in cui apparivano in TV. Quanto più un analista poteva far sfoggio di notizie fresche in esclusiva provenienti da “fonti” di alto rango del Pentagono, tanto più poteva sperare di battere più “hit”. Quante più “hit”, tanto maggiore sarebbe stata la sua potenziale influenza nel mercato militare, dove vari analisti pubblicizzavano vistosamente il loro ruolo televisivo.

«Hanno portato le azioni lobbistiche e la ricerca di nuovi contratti a un livello molto più elevato», ha affermato Krueger. «Tutto ciò è stato notevolmente affinato».

Di Rita, tuttavia, ha dichiarato che non gli è mai capitato che gli analisti usassero il loro accesso per accattivarsi dei favori. E ha detto che neanche il Pentagono cercò di approfittare di questa dinamica. «E’ qualcosa che non mi è passata nemmeno per l’anticamera del cervello», ha rimarcato. In ogni caso, ha puntualizzato, gli analisti e i network erano gli unici responsabili per qualsiasi complicazione etica: «diamo per scontato che essi sappiano dove stanno i limiti».

Gli analisti si incontrarono personalmente con Rumsfeld almeno 18 volte, ci dicono i documenti, ma questo non fu che l’inizio. Essi parteciparono a decine di altre sessioni con la maggior parte dei membri più importanti del suo ‘brain trust’ ed ebbero accesso ai funzionari responsabili della gestione dei miliardi da spendere in Iraq. Altri gruppi di “persone con influenza cruciale” parteciparono a delle riunioni, ma non altrettanto spesso quanto gli analisti.

Un memorandum interno nel 2005 ha contribuito a spiegare il perché. Il memorandum, scritto da una funzionaria del Pentagono che aveva accompagnato gli analisti in Iraq, diceva che in base alle sue osservazioni durante il viaggio, gli analisti «stavano avendo un impatto più grande» nei confronti della copertura mediatica dei network sui temi militari. «Ora non solo hanno iniziato a diventare le persone determinanti nel definire l’attualità, ma ormai influenzano i punti di vista sulle tematiche», ha scritto la funzionaria.

Anche altre branche dell’amministrazione iniziarono a far uso degli analisti.
Sappiamo ora dai documenti del Pentagono che l’allora attorney general (figura che svolge un ruolo paragonabile al “ministro della giustizia”, NdT), Alberto Gonzales, li incontrò subito dopo che trapelarono delle notizie sul fatto che il governo stava intercettando i sospetti di terrorismo sul suolo USA senza garanzie.
Quando David H. Petraeus fu nominato comandante generale in Iraq nel gennaio 2007, uno dei suoi primi atti fu d’incontrarsi con gli analisti.

«Sapevamo che avevamo un accesso straordinario», ha ammesso Timur J. Eads, un tenente colonnello a riposo dell'esercito e analista della Fox nonché vice presidente incaricato delle relazioni con il governo per la Blackbird Technologies, un contractor militare dalla crescita impetuosa.

Come vari altri analisti, Eads ha detto che certe volte in televisione si mordeva la lingua per paura che «qualche generale a quattro stelle potesse fare richiamo e dire “estinguete quel contratto”». Per esempio, riteneva che i funzionari del Pentagono fuorviassero gli analisti in merito ai progressi delle forze dell'ordine irachene. «So riconoscere un trucco verbale quando ne vedo uno», ha proclamato. Ma non ha comunicato tutto ciò sugli schermi.

«Natura umana», ha spiegato, sebbene abbia segnalato altre circostanze in cui fu critico.
Alcuni analisti hanno detto perfino che prima che iniziasse la guerra in via riservata ebbero delle titubanze rispetto alle giustificazioni per l'invasione, ma furono attenti a non esprimerle in trasmissione.

Bevelacqua, a quel tempo analista della Fox, era fra gli invitati a un briefing all'inizio del 2003 sulle supposte scorte irachene di armi illecite. Ha ricordato di aver chiesto all'istruttore del briefing se gli Stati Uniti avessero una prova decisiva, una “pistola fumante”.
«Non abbiamo alcuna prova pesante» fu la risposta dell'istruttore richiamata da Bevelacqua, il quale ha riferito anche che sia lui sia gli altri analisti furono allarmati da questa concessione. «Ci guardiamo a vicenda come a dirci “che cosa stiamo combinando?”»

Un altro analista, Robert L. Maginnis, un tenente colonnello in pensione che lavora al Pentagono per un contractor militare, partecipò allo stesso briefing e ha ricordato di essersi sentito «molto deluso» dopo che furono mostrate fotografie satellitari che pretendevano di mostrare dei bunker associati a un programma di armi nascoste. Maginnis ha detto che giunse a concludere che gli analisti venivano “manipolati” per trasmettere un falso senso di certezza in merito alle prove sulle armi. Eppure anche lui, Bevelacqua e gli altri analisti che parteciparono al briefing non comunicarono alcuna diffidenza al pubblico americano.

Bevelacqua e un altro analista della Fox, Cowan, avevano fondato il wvc3 Group, e insieme speravano di vincere contratti nei settori militare e della sicurezza.

«Non c’erano alternative, stavo per scendere lungo quel cammino e finire del tutto lacerato», ha detto Bevelacqua. «Stiamo parlando di contrastare un’enorme meccanismo».

Alcune e-mail tra il Pentagono e gli analisti rivelano un baratto implicito: accessi privilegiati in cambio di copertura mediatica favorevole. Robert H. Scales Jr., un generale a riposo dell’esercito nonché analista per Fox News e National Public Radio, la cui società di consulenza fa da guida a diverse aziende militari in merito alle armi e alle tattiche usate in Iraq, esigeva che il Pentagono approvasse dei briefing ad alto livello per se all’interno dell’Iraq nel 2006.

«Ricordatevi le cose che ho fatto dopo la mia ultima visita», scriveva. «Farò lo stesso questa volta».


Il Pentagono sorveglia

Quando si verificavano, le apparizioni degli analisti sui notiziari venivano monitorate da vicino. Il Pentagono pagava un contractor privato, la Omnitec Solutions, per setacciare le banche dati alla ricerca di qualsiasi traccia degli analisti, fosse un pezzo alla trasmissione “The O’Reilly Factor” o fosse anche una remota intervista con «The Daily Inter Lake» in Montana vista da appena 20mila persone.

La Omnitec valutava le loro apparizioni usando gli stessi strumenti degli esperti delle grandi marche. Una relazione, nel valutare l’impatto di vari viaggi in Iraq nel corso del 2005, snocciolava un esempio dopo l’altro degli analisti che ripetevano paro paro i temi del Pentagono presso tutte le emittenti.

Il rapporto concludeva che «i commenti derivanti da tutti e tre i viaggi in Iraq erano nel complesso estremamente positivi».

Nelle interviste vari analisti hanno reagito con fastidio quando hanno appreso di essere descritti come affidabili “surrogati” da parte dei documenti del Pentagono. E alcuni, come l’analista della CNN David L. Grange (un generale a riposo dell’esercito), hanno asserito che le loro sessioni al Pentagono erano «solo informazioni in anticipo», mentre altri hanno rimarcato con cura che non sono sempre stati d’accordo con l’Amministrazione né fra di loro. Il generale Scales ha ironizzato: «nessuno di noi era un boccalone».

Allo stesso modo, molti hanno anche negato di aver usato il loro accesso speciale per approfittarne negli affari. «Non c’entra niente», ha rimarcato il generale Shepperd, facendo anche notare che molti al Pentagono avevano la più bassa considerazione della CNN.

Nondimeno, anche la più moderata delle critiche rappresentava una sfida. Vari analisti hanno raccontato di aver fronteggiato appena pochi minuti dopo le trasmissioni certe telefonate di funzionari della difesa insoddisfatti.

Il 3 agosto 2005, 14 marines morirono in Iraq. Quel giorno Cowan – che ha dichiarato di essere stato sempre più a disagio rispetto alla «versione distorta della realtà» spacciata agli analisti durante i briefing - chiamò il Pentagono per metterlo sull'avviso sul fatto che alcuni dei suoi commenti alla Fox «avrebbero potuto non essere tutti benevoli», così come mostrano i documenti del Pentagono. I principali assistenti di Rumsfeld organizzarono in gran fretta un briefing per lui, eppure quando disse a Bill O’Reilly che agli Stati Uniti in quel momento «non andava proprio tutto liscio» in Iraq, le ripercussioni furono fulminee.

Cowan ha riferito di essere stato «precipitosamente mandato via dal gruppo degli analisti» per via di questa apparizione. Al Pentagono, ha scritto in una e-mail, «semplicemente non piaceva il fatto che non portava l’acqua al loro mulino». Il giorno successivo James T. Conway, a quel tempo direttore delle operazioni per gli stati maggiori, presiedette ancora un’altra conferenza via telefono con gli analisti. Li esortò, secondo i verbali, a non lasciare che le morti dei marines erodessero ulteriormente il sostegno alla guerra.

«L’obiettivo strategico rimane la nostra popolazione», ha ribadito il generale Conway. «Possiamo perdere l’appoggio popolare un giorno sì e un giorno no, ma non andranno mai a battere i nostri militari. Quel che potranno e faranno se possono è di strapparci via il nostro sostegno. E voi potete aiutarci affinché questo non accada».

«Generale, ho appena battuto su questo tasto in trasmissione», replicò un analista.

«Lavoriamo su questo tutti insieme», fu l’incitamento del generale Conway.


La Rivolta dei generali

La piena dimensione di questo abbraccio reciproco non fu forse mai così chiara quanto nell’aprile 2006, dopo che molti degli ex generali di Rumsfeld – nessuno dei quali era analista militare alla TV – dichiararono pubblicamente le loro critiche devastanti a carico delle sue performance in tempo di guerra. Alcuni lo invitarono caldamente a dimettersi.

Era venerdì 14 aprile, e le notizie di apertura erano dominate da quella che fu poi chiamata la “Rivolta dei generali”. Secondo i verbali, Rumsfeld istruì gli assistenti affinché convocassero gli analisti militari a una riunione con lui ai primi della settimana successiva. Quando un assistente raccomandò un piccolo ritardo per «consentire ai nostri pezzi grossi sulla West Coast un po’ più di tempo per fare il biglietto e raggiungerci», l’ufficio di Rumsfeld insisté sul fatto che «il capo» voleva la riunione subito «per avere un impatto sulla vicenda all’ordine del giorno».

Lo stesso giorno, i funzionari del Pentagono aiutarono due analisti della Fox, i generali McInerney e Vallely, a scrivere un articolo di opinione per il «Wall Street Journal» a difesa di Rumsfeld.

«Inizio a buttarlo giù ora», scrisse di pomeriggio il generale Vallely al Pentagono. «Qualsiasi spunto per l’articolo», aggiunse poco dopo, «sarà assai gradito». L’ufficio di Rumsfeld immediatamente gli inoltrò argomenti chiave e statistiche per confutare l’idea che ci fosse una rivolta in via di diffusione. «Vallely sta per usare i numeri», riportò quel pomeriggio un funzionario del Pentagono.

Nonostante le misure di segretezza, i piani per questa riunione trapelarono, tanto da produrre una articolo in prima pagina sul «Times» della domenica. Nell’ottica del controllo dei danni, i funzionari del Pentagono si fecero in quattro per presentare la riunione come una cosa di routine e stabilirono che le comunicazioni con gli analisti sarebbero state tenute a livelli «molto formali», come vediamo nei verbali. «Questo è un aspetto delicatissimo» ammonì un funzionario del Pentagono rivolgendosi ai suoi subordinati.

Martedì 18 aprile, ben 17 analisti convergevano al Pentagono assieme a Rumsfeld e al generale Pace, l’allora presidente degli stati maggiori riuniti.

Una trascrizione di tale sessione, mai divulgata prima, mostra una determinazione condivisa a marginalizzare le critiche alla guerra e a rivitalizzarne il pubblico sostegno.«Sono un vecchio uomo dell’intelligence», disse un analista (la trascrizione omette i nomi di chi prendeva la parola) «e so giudicare tutto ciò, purtroppo, con una sola parola, cioè Psyops.» (Psychological operations, operazioni psicologiche, NdT) «Ora la maggior parte della gente magari sente ciò e pensa “mio Dio, stanno tentando di fare il lavaggio del cervello”».

«Che cosa c'è, razza di un cretino» tagliò Rumsfeld, suscitando risate. «Non credi nella Costituzione?»

Ci fu un po’ di discussione circa le effettive critiche che grandinavano dagli ex generali di Rumsfeld. Gli analisti ribattevano che l’opposizione alla guerra era radicata nelle percezioni alimentate dai mezzi d’informazione, non nella realtà. Davano manforte alla strategia di guerra complessiva dell’Amministrazione, vista come “brillante” e “molto riuscita”.

«Francamente», disse uno dei partecipanti, «da un punto di vista militare, il prezzo di 2.400 coraggiosi americani che abbiamo perduto, rispetto ai 3.000 persi in un’ora e un quarto, è relativo».

Un analista proferì a un altro punto della discussione: «Questa è una guerra più ampia, e il fatto che abbiamo oppure no una democrazia in Iraq non importa un fico secco, se arriviamo al risultato che vogliamo, cioè un regime che non comporti più una minaccia per noi».

«Yeah!» assentiva Rumsfeld mentre prendeva appunti.

Che vincesse oppure no, ammonirono candidamente, l’Amministrazione era di fronte a un grave pericolo politico finché la maggior parte degli americani avesse visto nell’Iraq una causa persa. «L’America odia i perdenti», fece un analista.

Buona parte della sessione fu dedicata alle maniere in cui Rumsfeld avrebbe potuto rovesciare il flusso politico degli eventi. Un analista raccomandò a Rumsfeld «semplicemente di schiacciare questa gente» assicurandogli nel contempo che «la maggior parte dei gentiluomini di questo tavolo» lo avrebbe appoggiato con entusiasmo se lo avesse fatto.

«Lei è il leader», confidò l’analista a Rumsfeld. «Lei è il nostro uomo».

In un altro punto, un analista suggeriva: «In uno dei vostri discorsi dovreste dire: “ognuno si fermi un attimo a immaginare un Iraq controllato da al-Zarqāwī”. E poi non aveste che da scorrere la lista e dire: “Va bene, abbiamo petrolio, denaro, sovranità, accesso al centro geografico di gravità del Medio Oriente, bla bla bla”. Se potete, fate semplicemente un quadro mentale per l’americano medio in modo che dica: “Mio Dio! Non posso immaginare un mondo simile!”»

Perfino quando assicurarono a Rumsfeld che si approntavano ad essere d’aiuto in questa offensiva di pubbliche relazioni, gli analisti chiesero istruzioni su cosa avrebbero dovuto citare come la prossima “tappa” che, come disse uno degli analisti, avrebbe «mantenuto il popolo americano concentrato sull'idea che andiamo avanti verso una conclusione positiva». Posero un'enfasi particolare sulla crescente ostilità con l'Iran.

«Quando avete parlato di una 'guerra lunga', avete volto la psiche del popolo americano ad attendersi che questo sia un evento generazionale», disse un analista. «Comunque, non è che stia cercando di dirvi come fare il vostro lavoro...»

«Stia a posto», lo interruppe Rumsfeld.

La riunione finì e Rumsfeld, visibilmente soddisfatto e rilassato, trascinò tutto il gruppo fino a un piccolo studio dove esibì i cimeli della sua vita, a quanto hanno raccontato vari analisti.

Subito dopo, gli analisti imperversarono su tutti i canali. I rapporti di monitoraggio della Omnitec, che passavano fra le mani di oltre 80 ufficiali, confermavano che gli analisti ripetevano molti degli argomenti guida del Pentagono: che Rumsfeld si consultava «di frequente e a sufficienza» con i suoi generali, che non era affatto «oltremisura preoccupato» delle critiche, che la riunione si era incentrata «sui temi più importanti del momento», compresa la prossima tappa in Iraq, ossia la formazione di un nuovo governo.

Giorni dopo, Rumsfeld scrisse un promemoria che distillava le direttive collettive in punti su cui martellare. Ne vennero sottolineati due:

«Mettere a fuoco l'obiettivo della Guerra Globale al Terrore, non semplicemente l'Iraq. La guerra più ampia: la guerra lunga».

«Legare l'Iraq all'Iran. L'Iran è causa di allarme. Se andiamo male in Iraq o in Afghanistan, sarà di aiuto l'Iran»

Ma se Rumsfeld trovò istruttiva la sessione, almeno uno dei partecipanti, il generale Nash, analista della ABC, ne fu respinto.

«Mi allontanai da quella seduta provando un disprezzo totale nei confronti dei miei colleghi commentatori, forse con una o due eccezioni», ha svelato il generale .


La visuale dai Network

Agli inizi di aprile 2008 il generale Petraeus si prese una pausa dalla testimonianza davanti al Congresso sull'Iraq per una conferenza telefonica con degli analisti militari.

John C. Garrett (l'analista della Fox e lobbista per Patton Boggs) ha rivelato che durante la telefonata disse al generale Petraeus di «continuare l'ottimo lavoro».

«Ebbene», disse Garrett in un'intervista, «qualsiasi cosa possiamo fare per aiutare...».

Al momento, tuttavia, a causa della forte copertura mediatica delle elezioni e della generale stanchezza rispetto alla guerra, gli analisti militari non stanno ottenendo altrettanto tempo in TV, e i network hanno tagliato il loro giro di analisti. La conferenza via cavo con il generale Petraeus, per esempio, ha prodotto poco in termini di immediata copertura.

Ciononostante, a cadenza quasi settimanale, il Pentagono continua a condurre dei briefing con degli analisti militari selezionati. Molti analisti hanno detto che i funzionari dei network avevano solo una vaga cognizione di queste interazioni. Le emittenti, hanno detto, avevano scarsa percezione dell'assiduità con cui essi si incontravano con alti funzionari e di cosa discutevano.
«Non penso che la NBC fosse nemmeno consapevole che stavamo partecipando», ha detto Rick Francona, un analista militare di lunga data per il network.

Alcuni network pubblicano biografie sui loro siti web per descrivere i background dei loro analisti militari e, in alcuni casi, per dare almeno delle informazioni limitate sui loro rapporti d'affari. Ma molti analisti hanno anche detto che i network facevano poche domande sui loro interessi economici esterni, sulla natura del loro lavoro o sulla possibilità che esso determinasse dei conflitti d'interesse. «Niente di tutto ciò capitò mai», ha precisato Allard, un analista della NBC sino al 2006.

«Il peggior conflitto d'interesse era nessun interesse».

Allard e altri analisti hanno detto che i loro manager dei network non sollevarono obiezioni nemmeno quando il Dipartimento della difesa iniziò a pagare li loro biglietti aerei commerciali per i viaggi in Iraq sponsorizzati dal Pentagono, una chiara violazione etica per la maggior parte delle organizzazioni giornalistiche.

La CBS News ha rifiutato di fare commenti su quanto sapesse sulle affiliazioni economiche dei suoi analisti militari né su quali misure abbia adottato per tutelarsi da potenziali conflitti.
Anche la NBC News ha rifiutato di discutere le sue procedure di reclutamento e monitoraggio degli analisti militari. Il network ha emesso un breve comunicato: «Dispieghiamo delle chiare direttive al fine di assicurare che le persone che compaiono sui nostri schermi siano state adeguatamente scrutinate e che nulla nel loro profilo possa portare alla minima percezione di un conflitto d'interesse».

Jeffrey W. Schneider, un portavoce della ABC, ha detto che quantunque i consulenti militari del network non fossero tenuti alle stesse regole etiche dei suoi giornalisti a tempo pieno, ci si aspettava che essi tenessero il network informato in merito ai loro intrecci economici esterni.

«Abbiamo loro chiarito che esigevamo che ci tenessero puntualmente al corrente», ha spiegato Schneider.

Un portavoce di Fox News ha riferito che i top manager «rifiutavano di partecipare» al presente articolo.

La CNN pretende dai suoi analisti militari che rendano note per iscritto tutte le loro fonti di reddito esterne. Ma, come gli altri network, non fornisce per iscritto ai suoi analisti militari il tipo di specifiche linee guida etiche che invece somministra ai suoi dipendenti a tempo pieno per evitare conflitti d'interesse reali o apparenti.

Finora, anche quando ci sono stati i controlli, si sono talvolta dimostrati permeabili.
La CNN, per esempio, ha dichiarato di essere stata inconsapevole per quasi tre anni sul fatto che uno dei suoi principali analisti militari, il generale Marks, fosse profondamente coinvolto nell'attività di ricerca di contratti governativi, compresi contratti relativi all'Iraq.

Il generale Marks venne ingaggiato dalla CNN nel 2004, più o meno nel periodo in cui assunse un ruolo manageriale alla McNeil Technologies, presso cui lavorava per procacciare contratti militari e d'intelligence. Su richiesta, il generale Marks rese noto il fatto che aveva ricevuto emolumenti dalla McNeil Technologies. Ma il modulo di divulgazione non gli richiese di descrivere cosa ricomprendesse il suo lavoro, e la CNN riconosce di non essere riuscita a fare ulteriori investigazioni.

«Non abbiamo fatto a Marks le domande successive che avremmo dovuto fare», ha ammesso la CNN in una dichiarazione scritta.

In un'intervista, il generale Marks ha detto che per la CNN non era un segreto che il suo lavoro alla McNeil Technologies consistesse nel vincere contratti. «Voglio dire, è proprio quello che fa la McNeil», ha spiegato.

La CNN, tuttavia, ha sostenuto di non conoscere la natura del business militare della McNeil né cosa facesse per quella società il generale McNeil. Se egli si stesse dando da fare per i contratti del Pentagono, ha dichiarato la CNN, questo lo avrebbe squalificato dall'essere un analista militare per il network. Ma nell'estate e nell'autunno 2006, perfino quando gli veniva chiesto regolarmente di far commenti sulla situazione in Iraq, il generale Marks stava lavorando intensamente per aggiudicarsi un contratto da 4,6 miliardi di dollari sulla fornitura di migliaia di interpreti per le forze statunitensi in Iraq. Invero, il generale Marks fu nominato presidente di uno spin-off della McNeil che vinse l'enorme contratto nel dicembre 2006.

Il generale Marks ha detto che il suo lavoro sul contratto non influì sui suoi commenti alla CNN. «Non ho fatto fatica alcuna a separare me stesso da un interesse economico», ha detto.
Ma la CNN ha detto di non avere avuto alcuna idea del suo ruolo nel contratto fino a luglio 2007, quando riesaminò i suoi più recenti moduli di divulgazione, somministrati nei mesi precedenti, e finalmente fece indagini sul suo nuovo lavoro.

«Abbiamo visto l'estensione di queste transazioni e abbiamo determinato a quel punto che avremmo dovuto chiudere i nostri rapporti con lui», ha annunciato la CNN.

David Barstow comparso su «The New York Times» il 20 aprile 2008: Behind TV Analysts, Pentagon's Hidden Hand
Traduzione di Pino Cabras- Megachip

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