sabato 15 novembre 2008

Domande sulla "democrazia sospesa"


Perché nel biennio 2006-2008, quando il centrosinistra aveva i numeri per imporre questa commissione, Di Pietro si oppose così strenuamente? Perché una parte del mondo politico di centrosinistra - del quale lui è espressione - ritiene che sia pericoloso far risultare le colpe molto gravi dei vertici della polizia e dei carabinieri in quelle giornate infuocate durante le quali - come ebbe a dire Massimo D'Alema - la democrazia in Italia fu sospesa. La sinistra chiedeva con insistenza la commissione di inchiesta per il motivo opposto: voleva che uscissero fuori le responsabilità vere, quelle di chi aveva diretto e comandato l'operazione folle di Genova. Non solo per ottenere la punizione dei colpevoli (cosa alle quale, personalmente, sono pochissimo interessato: meno gente si punisce, in generale, e meglio è) ma perché fosse chiara la condanna morale e per impedire che l'impazzimento di Genova si ripeta, e si ripeta la sospensione dello Stato di diritto.
La richiesta di Di Pietro, comunque, è stata già respinta dalla destra. E questo è naturale. La destra, coerentemente, ha sempre detto che la polizia non si tocca e si è sempre opposta a inchieste parlamentari. Piuttosto, stupiscono le motivazioni del rifiuto. Il ministro Alfano, per esempio, ha detto che le sentenze della magistratura non si discutono. Ammetterete che una affermazione del genere, pronunciata da uno degli uomini di fiducia di Berlusconi, suona curiosa. Ignoriamo il momento nel quale Berlusconi ha deciso che la magistratura è un potere affidabile...

di Piero Sansonetti

Riccardo Villari: un frammento della diaspora Dc


Ma chi è Riccardo Villari? Cerchiamo di capirlo. Iniziamo dai commenti degli amici. Clemente Mastella ad esempio, rivendica la paternità politica del personaggio: «L'ho cresciuto io». Don Clemente, il re di Ceppaloni, s'improvvisa pittore e abbozza un ritratto del nuovo (pro tempore?) presidente della vigilanza Rai: «Abile, ma sfaticato». Il dottor Villari, nato da nobile famiglia partenopea, è un pezzo, anzi un frammento, della diaspora Dc. Da Rocco Buttiglione a Clemente Mastella, fino a Francesco Rutelli naturalmente passando per Ciriaco De Mita. Sulla fine dell'idillio con Villari, Mastella racconta: «Andò come sempre, crescono con me, poi quando arrivano in alto mi abbandonano: così, passò con Rutelli».
L'opposizione parlamentare tutta - da Veltroni a Di Pietro - chiede di fare un passo indietro al presidente della vigilanza Rai del Pd scelto dal Pdl. Lui niente, per ora non si muove. Dice di voler incontrare i presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani. Se ne parla all'inizio della prossima settimana. Di più: Villari sostiene di voler svolgere un ruolo di garanzia. «Le mie dimissioni? Dopo l'intesa su un nome condiviso». Il Capo dello Stato Napolitano afferma in una nota di «non avere titolo per pronunciarsi». Ma torniamo ai vecchi amici di Villari. Uno è l'ineffabile Sergio De Gregorio, quello che due giorni dopo le elezioni del 2006 passò armi e bagagli dalla dipietrista Italia dei valori all'armata berlusconiana. Ora lui ci tiene a dire: Villari non mi assomiglia per niente. «Di sicuro, Villari non è De Gregorio, perchè nel peggiore dei casi sposta i suoi interessi politici dall'opposizione alla maggioranza e non viceversa, come nel mio caso - precisa De Gregorio - Lo conosco come uomo mite e mai avrebbe accettato i voti di una minoranza, convinto come io lo ero che l'Italia andava liberata dal governo Prodi e dalla sinistra radicale». De Gregorio si crede un eroe del popolo delle libertà, tutte queste attenzioni per Villari gli fanno salire pericolosamente la pressione. Di figliol prodigo ce n'è uno solo ed è lui, nessun banchetto per Villari. Tanto è il livore di De Gregorio da fargli azzardare una dichiarazione politicamente pesante: è un complotto. Dice proprio così il senatore De Gregorio: «L'odore di santità che si eleva dalle giaculatorie a sostegno del neo-eletto presidente omette di evidenziare un terribile sospetto: vuoi vedere che Villari non si dimetterà e che l'imbarazzo costituito dalle candidature mancate degli uomini di Di Pietro sia stato superato da un inconfessabile accordo sottostante?». Tradotto significa che Veltroni & c. si sarebbero messi d'accordo con Berlusconi per evitare il dipietrista Leoluca Orlando alla presidenza di una commissione strategica come quella della vigilanza Rai. Veleno puro, insomma. 
Il caso diventa un dramma politico fra i due teorici - molto teorici - dialoganti Pd e Pdl. Scrivono in una nota congiunta i capigruppo democratici di Camera e Senato, Antonello Soro e Anna Finocchiaro: «Consideriamo quello compiuto dal Pdl un gesto di grave arroganza, una rottura istituzionale ed una vera e propria ferita alla prassi parlamentare». Solo un accenno a Villari: «Si è impegnato a rassegnare le dimissioni». Ma certo, il protrarsi della situazione crea non pochi malumori nel Partito democratico. Il Pd piange, il Pdl ride, anche e soprattutto perché ha vinto le elezioni ed ha un ampio margine parlamentare. L'ex Casa delle libertà si schiera a difesa del senatore democratico: Maurizio Gasparri sposa la linea De Gregorio, afferma che Pd e Idv «sapevano benissimo come sarebbero andate le cose». Fabrizio Cicchitto aggiunge: «Sarebbe gravissimo se il senatore Villari, legittimamente e liberamente eletto da una Commissione parlamentare fosse costretto a dimettersi». Non per caso De Gregorio è geloso.
Nell'opposizione inizia a circolare l'ipotesi di dimissioni di tutti i componenti di minoranza della commissione di vigilanza Rai, anche se l'Udc frena. Ma è nel Pd che si evidenziano i primi scricchiolii. C'è chi come Rosy Bindi è categorica: «Attendiamo le dimissioni. Se non dovessero arrivare, credo si debbano dimettere tutti i componenti di opposizione della commissione di Vigilanza Rai». C'è chi, come Enzo Carra, è convinto del fatto che «l'impasse in cui siamo caduti è frutto della superficialità del Pd». Chiusura con un'altra magnifica sciarada democristiana. Sempre Carra assicura: «Non ho votato per Riccardo Villari. È una menzogna sostenerlo». Scudocrociati si nasce.

di Frida Nacinovich

Un colpo mortale alla credibilità della polizia e alla dignità delle istituzioni


Lo stato ha perso anche l'ultima occasione per tutelare la credibilità della polizia e la dignità delle istituzioni, perdute nella strade, nelle scuole e nelle caserme di Genova nel luglio 2001: la sentenza di ieri al processo Diaz dimostra che siamo di fronte a una gravissima emergenza democratica.g8 genova2
Le 13 condanne confermano ciò che non si poteva negare: la "macelleria messicana", gli arresti arbitrari eseguiti sulla base di prove false. Il 21 luglio 2001 la Costituzione fu sospesa, i diritti umani e le libertà civili calpestati.



La mancata risposta dello stato a questa gravissima lesione ha reso più allarmante il quadro: nessuno ha ripudiato quell'operazione indegna né chiesto scusa ai cittadini umiliati; si è negata l'istituzione di una commissione d'inchiesta; l'azione della magistratura è stata ostacolata; gli alti dirigenti imputati, che andavano sospesi, sono stati addirittura promossi; gli stessi dirigenti hanno rifiutato di presentarsi al processo, esercitando un loro diritto di imputati, incompatibile però sul piano etico
e professionale con le responsabilità di così alti funzionari dello stato, che dovrebbero sempre rendere conto del proprio operato e collaborare con la magistratura.

Alla fine il vertice della polizia italiana ha ottenuto tutto ciò che voleva - protezione e legittimazione politica, assoluzione sul piano giudiziario, impunità per tutti - ma l'onta non è stata cancellata e la sua credibilità è azzerata davanti ai cittadini e agli occhi del mondo. In aggiunta si è mandato ai lavoratori di polizia un messaggio gravissimo e pericoloso: anche a fronte di comportamenti brutali e illegali, non c'è nessuno che paga; nel peggiore dei casi, i condannati saranno salvati dalla prescrizione.

Per le istituzioni democratiche è un prezzo altissimo da pagare. Passati sette anni, finiti i processi, oggi dobbiamo dire che la Costituzione italiana e la tutela dei diritti che vi sono sanciti, non sono in buone mani.

Sabato 15 novembre invitiamo tutti all'incontro pubblico "Genova G8, parola chiave: impunità", Genova, sala Sant'Agostino, piazza Sarzano 35 r, ore 11.
Intervengono: Vittorio Agnoletto, Giuliano Giuliani, Lorenzo Guadagnucci, Gilberto Pagani, Giuliano Pisapia, Mario Portanova.

Fonte: da Comitato verità e giustizia per Genova
Link: www.veritagiustizia.it 

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