domenica 16 novembre 2008

I peccati dell'uomo e del Comune di Milano


E' polemica su un poster. Non sul fatto che la violenza sulle donne sia tanto diffusa

La patata tira è lecito e rispettoso. Così come è lecito e rispettoso far vedere il sedere di una donna per vendere del silicone, o un seno per vendere una bottiglia di qualche aperitivo.

Ogni tre giorni, in Italia, una donna viene uccisa dall'uomo che diceva di amarla: solo nel 2007 le vittime sono state 122.
Il più delle volte l'assassino aveva le chiavi di casa: in 3 casi su 4 era il convivente o il marito.
Sul sito dell'Arma dei Carabinieri si può leggere che "in una indagine Istat (2006) condotta su un campione di 25.000 donne tra i 16 e i 70 anni sono emersi dati allarmanti. Sono più di 6 milioni le donne dai 16 ai 70 anni che hanno subito abusi fisici o sessuali nell'arco della loro vita. Sono 2 milioni le donne che hanno subito violenza domestica dal partner attuale o da un ex partner, mentre 5 milioni di donne hanno subito violenza fuori dalle mura domestiche. Gli autori delle violenze sono sconosciuti (15,3%), o persone conosciute superficialmente (6,3%), a volte apparentemente insospettabili come amici (3%), colleghi di lavoro (2,6%), parenti (2,1%), partner (7,2%) o ex partner (17,4%).
Ma, scrive ancora il sito dell'Arma, "in realtà non è possibile sapere il numero esatto delle donne che hanno subito queste terribili esperienze, perché questi dati sono relativi soltanto al numero esiguo di donne che hanno denunciato il fatto alle autorità. Si è stimato che oltre il 90% delle vittime non denuncia il fatto; precisamente si è stimato che le donne che hanno subito una violenza da un "non partner" senza denunciare il fatto sono state il 96%, mentre il 93% è la percentuale di donne che non ha denunciato la violenza subita da parte del partner.
Un rapporto EURES-ANSA del 2005 ha portato alla luce un'altra grave conseguenza della violenza domestica; si è scoperto che un omicidio su 4 in Italia avviene in famiglia, tra le mura domestiche: il 70% delle vittime sono donne e in 8 casi su 10 l'autore è un uomo. Così quattro donne su dieci sono vittime di un'arma da taglio, mentre tre su dieci sono colpite da armi da fuoco". Così ci dicono dunque i Carabinieri.


Non è dunque un caso che proprio a Milano, dove quasi il 60% delle donne lavora, si abbia un elevato numero di uxoricidi: "dal 2000 al 2006", specifica Alessandra Bramante, psicologa e criminologa, "si sono registrate 48 vittime. Un numero molto elevato, se si considera che in tutta la Lombardia sono state 99".
Eppure a Milano, città tappezzata di più o meno - spesso meno - velati organi riproduttivi femminili che pubblicizzano la qualsiasi (e sulle quali pubblicità il comune incassa fior di quattrini), diventa un problema affiggere un manifesto ideato per l'associazione Telefono Donna per la giornata mondiale contro la violenza sessuale. 
Il problema che il comune si pone dunque non è quello di convincere le donne a denunciare le violenze subite (oggi solo il 4% delle donne denunciano il violentatore), non è quello di cambiare la testa di chi crede di essere più maschio usando violenza. Il problema non è ragionare sul perché in Italia solo pochi anni fa la violenza sessuale sia stata riconosciuta come reato contro la persona e non contro la morale. No, il problema è quello di "rispettare" l'iconografia cattolica. 
Come se non fosse profondamente vero il messaggio che quel manifesto vuole portare: "Chi paga per i peccati dell'uomo?". Se questo è il rispetto che gli si porta, povero Cristo.

di Maso Notarianni

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12780/Chi+paga+per+i+peccati+dell'uomo%3F+Non+il+comune+di+Milano

L'UOMO SENZA FILTRI: si chiama Maurizio Gasparri e svela a tutti il vero disegno berlusconiano




"Veltroni mi sembra in evidente crisi, contestato nel suo partito perche', in effetti, e' una persona incapace. La violenza verbale di cui anche io sono stato vittima nei giorni scorsi dimostra l'arroganza, la stupidita' e l'incapacita' di quest'uomo". Sono dichiarazioni di un ex ministro della Repubblòica e attualmente Capogruppo del Pdl al Senato. Si chiama Maurizio Gasparri. C'è da aggiungere poco altro se non che la questione della Vigilanza e dell'elezione da parte della maggioranza di un membro della minoranza sono davvero l'inizio di uno deriva pericolosa che vuole annullare le opposizioni.
Per liquidarlo basterebbe la dichiarazione immediata data alle sue dichiarazioni dal nostro portavoce, Giuseppe Giulietti, che con la consueta ironia ha affermato "Maurizio Gasparri ha definito Walter Veltroni arrogante, stupido, incapace. Piu` che un attacco a Veltroni ci sembra un interessante contributo per la stesura di una biografia dello stesso Gasparri, per usare un`espressione carina come direbbe il suo principale".
Ma la dichiarazione di Gasparri, che verrà ricordato dai posteri forse per il nome prestato ad una legge scritta dal suo comandante in capo, o addirittura più probabilmente e quasi esclusivamente per la stupenda caricatura di lui fatta da Neri Marcoré, dovrebbe sollecitare le opposizioni a fare un ragionamento comune. Provo ad esemplificarlo con un de-ja-vu.
 Quando Berlusconi cacciò Biagi e Santoro dalla Rai e noi di Articolo 21 li difendemmo gridando al golpe televisivo e all'inizio delle epurazioni dei giornalisti e dei comici scomodi, qualcuno anche politicamente vicino alle nostre idee ci disse: "state esagerando. Che significa difendere sempre chi sa proteggersi da solo". Noi replicammo dicendo: "Santoro, Biagi, Luttazzi vanno difesi perchè se siriesce a togliere l'informazione di grandi giornalisti e la satira di importanti comici, figuratevi quello che potrebbe accadere per i giornalisti minori, per i precari.  La storia dette ragione alle nostre idee.
Il ragionamento oggi prosegue nella continua delegittimazione delle opposizioni, partendo dal "pesce" più grosso - mi perdoni Veltroni per questa definizione -, ovvero dal leader del partito più rappresentativo delle opposizioni. Per questo sarebbe davvero pericoloso non dire nulla di fronte a queste randellate mediatiche, a questo tentativo di dittatura della maggioranza. Oggi tocca a Veltroni, e le opposizioni tutte o alcune componenti interne alle singole forze politiche non possono crogiuolarsi di fronte a questi attacchi, pensando in qualche modo di trarne qualche giovamento o beneficio.
Anche il silenzio, in questa fase, o la frammentazione delle opposizioni gioca contro tutti loro. Oggi è la volta di Veltroni e del Pd; domani toccherà agli altri. E quando le opposizioni saranno espulse dall'agire democratico, toccherà anche a quelli che, all'interno del Pdl, proveranno a fare qualche distinguo.
Già il randello mediatico colpì, in passato, personaggi come Fini e Casini, quando provarono a distinguersi da Silvio Berlusconi. E, per tornare al parallelo precedente, dopo Biagi, Santoro e Luttazzi, non toccò solo a Sabina Guzzanti ma anche a Massimo Fini o, nel mondo del teatro, a Giorgio Albertazzi che certamente non sono militanti comunisti.
La Vigilanza non è un aspetto secondario, quel che è accaduto in quella Commisione con la maggioranza che in spregio a qualsiasi correttezza istituzionale decide chi eleggere tra le fila dell'opposizione, è solo il primo atto di un progetto molto più vasto: proprio quello della dittatura dela maggioranza che passa attraverso il pieno controllo dei mezzi di comunicazione.
Per questo è importante che da lunedì le opposizioni ritrovino piena unità e voce comune di fronte a questa delegittimazione che solo apparentemente coinvolge Walter Veltroni ma che interessa ognuno di loro.
Ritrovare piena unità e forza significa, per esempio, aderire anche alla proposta fatta da Rosy Bindi che prevede il ritiro di tutti i membri di opposizione dalla Commissione di Vigilanza. Serve un segnale forte. Solo dopo quel segnale è possibile sperare, almeno, di ripristinare qualche regola democratica e impedire la piena applicazione della dittatura della maggioranza.
di Giorgio Santelli

A cuore più il denaro che gli uomini


«Noi la crisi non la paghiamo» hanno gridato ieri decine di migliaia di studenti contro contro i tagli. Una speranza che rischia di rimanere tale. E non solo in Italia: i governi di tutto il mondo finora hanno dimostrato di avere a cuore più il denaro che gli uomini. Per il sistema finanziario le risorse sono arrivare a pioggia, mentre per chi perderà il lavoro e per rilanciare la crescita - possibilmente con un modello di sviluppo differente - nulla è stato fatto. Ma ora il ministro Scajola ha fatto una promessa: entro Natale il governo varerà un pacchetto per il sostegno delle imprese e dei redditi, ma solo quelli molto bassi. Non trattandosi di buttare soldi in aeroporti liguri, il ministro non ha fretta: se la prende comoda. Purtroppo Natale è già fuori tempo massimo. Ma la colpa non è solo di questo governo: la crisi che avanzava era evidente da mesi. Già nell'ultimo periodo del governo Prodi i segnali di scricchiolii si avvertivano, ma nessuno li ha sentiti. 
Ora la crisi è esplosa e rimettere l'economia italiana sul sentiero di crescita sarà durissimo. Ieri l'Istat ci ha detto che nel terzo trimestre il Pil è diminuito dello 0,5% rispetto al secondo trimestre che già aveva segnato una caduta dello 0,4%. Siamo in recessione «tecnica» dicono gli esperti con riferimento ai due trimestri consecutivi di declino del prodotto lordo. Di tecnico, però, non c'è nulla: la recessione è «reale». Lo dimostra un dato: rispetto allo stesso periodo dello scorso anno il Pil segna una caduta dello 0,9%: non solo non si è creata ricchezza, ma siamo diventati più poveri.
I dati indicano che sarà una recessione lunga e dura. Il ricordo va a quella del '92-'92 quando il Pil per sei trimestri consecutivi registra cadute. Da quella recessione l'Italia uscì solo «grazie» alla feroce svalutazione della lira che rilanciò la competitività delle merci italiane. Ma il risultato per il lavoro fu drammatico: un milione di posti di lavoro furono distrutti e il reddito di milioni di persone cadde pesantemente. Negli anni successivi - a partire dal '93 - i conti con l'estero dell'Italia segnarono enormi attivi, anche 50 mila miliardi di lire. Quell'enorme tesoretto non fu sfruttato dalle imprese per investire e innovare, ma per buttarsi nella finanza, pretendendo (e ottenendo) dai vari giorni di allora una riforma del mercato del lavoro. Ovvero flessibilità per contenere non solo i salari, ma anche per iniziare a frantumare le organizzazioni sindacali.
Oggi siamo allo stesso punto. Con l'aggravante delle «raccomandazioni» della Bce che invita i governi a frenare le richieste salariali. Cioè a far pagare la crisi al reddito fisso. E rispetto a 15 anni fa c'è una differenza non da poco: non c'è più la lira, capace con le continue svalutazioni a ridare «droga» alle imprese. E la crisi sarà pesante soprattutto nel tessuto più industrializzato del paese: il Nord Est che soffrirà pesantemente della recessione che coinvolge anche la Germania del quale è un fornitore di semilavorati, un terzista collettivvo.
Fonte: GALAPAGOS

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