lunedì 17 novembre 2008

Ennesime vittime di una guerra infinita



La deflagrazione in un'azienda che produce pneumatici a Sasso Marconi Le vittime sono il direttore dello stabilimento e un operaio indiano

Due vittime e tre feriti. Questo il bilancio di un'esplosione che ha squassato, in tarda mattinata, l'azienda produttrice di penumatici Marconigomme a Sasso Marconi, in provincia di Bologna. Secondo il comandante dei vigli del fuoco di Bologna, Tolomeo Litterio, all'origine vi sarebbe l'eplosione di un silos contenete materiali per la produzione di gomma. Le vittime sono il direttore dello stabilimento, Fabio Costanzi, 56 anni, e un operaio indiano di 45, Iadav Ranjaz.  Secondo quanto ha raccontato il responsabile del personale, i due stavano lavorando a una mescola in gomma (il prodotto in cui è specializzato lo stabilimento) sperimentale. Erano a fine turno, intorno alle 13.30, quando è avvenuta l'esplosione della macchina. "L'esplosione ha provocato un grande incendio - ha spiegato Dervishi Zamir, un dipendente dalla fabbrica - abbiamo provato a spegnerlo e a tirare fuori i nostri compagni, ma il fuoco non ce lo ha permesso e sono morti tra le nostre braccia".  I feriti sono tutti di medio-bassa gravità. I sintomi sono quelli di intossicazione da fumo. Uno è stato condotto presso l'ospedale di Vergato, altri due all'ospedale Maggiore di Bologna. Altri operai sono stati assistiti sul posto dai sanitari del 118. 
Fonte: la Repubblica

L'ordine pubblico dell'occupazione militare israeliana

Lacrimogeni sparati ad altezza uomo. Oppure fatti rimbalzare al suolo per renderne imprevedibile ogni perversa traiettoria. O ancora esplosi a decine, contemporaneamente, in modo da creare una fitta pioggia di pesanti bossoli di ferro lunghi un palmo, pericolosissimi per il capo.
La consueta manifestazione che si svolge ogni venerdì a Bill'in per protestare contro la costruzione del muro è appena cominciata. Si dice che la partecipazione vada a intermittenza: una settimana si registra una forte presenza, quella successiva meno. 
E quest'oggi ci sono all'incirca duecentocinquanta persone, l'onda bassa. Ma quanto basta per ottenere nell'immediato una risposta repressiva assolutamente fuori luogo: un semplice tentativo pacifico di superamento della barriera di filo spinato che in punto offre un piccolo varco a terra si tramuta in pretesto per aprire il fuoco. Lacrimogeni ovunque. Fortunatamente la direzione del vento ne allontana i fumi aiutando i manifestanti a divincolarsi dalla presa impietosa dei gas, che qui oltre a irritare gli occhi, se respirati, causano violente tossi e bruciori alla gola. L'esercito israeliano ne dispone di due tipi: quello canonico che necessita il fucile e un altro invece da lanciarsi a mano per raggiungere distanze più corte. Alcuni ragazzini rispondono con le tipiche fionde palestinesi: lunghe fila da far roteare a tutto braccio che raggiungono sì distanze lontane ma con precisione difficilmente calcolabile.
La folla in gran parte si disperde. In prima linea rimangono giovani adolescenti tra i dieci e i quindici anni. Sono per loro i proiettili di gomma (o rubben bullet) che i soldati israeliani cominciano con estrema costanza a far partire. Mirano, sparano, ricaricano e riprendono a puntare in un circolo vizioso che fortunatamente quest'oggi non colpirà nessuno. Altre invece le notizie che giungono dall'altra manifestazione, quella di Nill'in. Una giovane attivista europea è stata colpita all'altezza dell'avambraccio da una cartuccia di lacrimogeno. Perde molto sangue, serviranno diversi punti di sutura. 
A Bill'in il fronte intanto si sposta su di un lato. Un gruppo sparuto di circa trenta tra palestinesi e internazionali continua tenacemente la sua protesta di fronte a una camionetta di cinque o sei militari. Di mezzo sempre le recinzioni. Ostacoli sempre molto semplici da superare per chi è fornito di armi di ultima generazione. Un uomo viene sfiorato alla testa da un lacrimogeno, ma la fortuna ha voluto che non ci siano conseguenze. La protesta pacifica però incomincia a risentire delle notizie che giungono da Nill'in, laggiù la repressione si è fatta più violenta, servono rinforzi. Pian piano la manifestazione cominca il suo deflusso. Non sono state perciò rispolverate le procedure militari che solitamente prendono piede nei contesti più difficili. Quelle per le quali, a totale discrezione dell'esercito israeliano, da un megafono viene dichiarata la chiusura dell'area con la frase canonica “This is military zone”. La manifestazione diventa agli occhi dei militari totalmente illegale e non autorizzata. Ogni mezzo, se quelli precedenti non vi erano sembrati di per sé antidemocratici, viene impiegato per disperdere i dimostranti. Si sparano proiettili di gomma a distanze ravvicinate, si ricorre ai manganelli, oppure ancora alle cosiddette sound bomb, piccole bombe di color nero o arancione che emettono frastuoni talmente potenti da indurre nei malcapitati forti emicranie e perdita di equilibrio. Soprattutto se, come ampiamente appurato, vengono lanciati appositamente tra le gambe dei manifestanti. E' in questa occasione che per tutti coloro che non riescono a fuggire in tempo partono i pestaggi e i fermi più violenti. Immagini sconcertanti come quelle di un soldato israeliano che spara da un metro e mezzo di distanza un proiettile di gomma ad una gamba di un palestinese appena arrestato durante una manifestazione. Il video agghiacciante è solo una delle innumerevoli testimonianze sull'arbitrarietà e le crudeltà che il popolo palestinese vive giorno per giorno sotto l'occupazione militare israeliana.

di Alessio Marri 

Link: http://www.youtube.com/watch?v=vaqIgIzJkKE

Il monumento alla vergogna mondiale


La colonizzazione sionista della terra di Israele può solo arrestarsi o procedere a dispetto della popolazione nativa palestinese. Questo significa che può procedere e svilupparsi solo con la protezione di una potenza indipendente, dietro un muro di ferro che i nativi non potranno penetrare” (Vladimir Jabotinsky, fondatore di “Irgun”, 1923). 

STORIA VECCHIA - Potrebbero essere sufficienti queste parole, messe nero su bianco dal leader di “Irgun ” – organizzazione sionista, armata e clandestina, nel lontano 1923 per comprendere che le “security reasons ” opposte dal governo israeliano per giustificare la costruzione del muro, con la sicurezza c’entrano ben poco. È piuttosto una palese operazione politica – così come lo è l’insediamento delle colonie illegali in Cisgiordania – di annessione territoriale. Un modo per spingere il popolo palestinese sempre più nell’angolo di terra che gli resta – frammentato - chiudendolo dentro una gabbia a cielo aperto. Ampia, ma pur sempre una gabbia. La decisione di edificare una “barriera difensiva”, lungo i confini dello stato di Israele - così come stabiliti dalla Green Line negli accordi di pace del 1967, contenuti nella Risoluzione 242 delle Nazioni Unite - viene presa dall’allora primo ministro, Ariel Sharon, nell’aprile del 2002. La motivazione apportata è la necessità per Israele di difendersi dal terrorismo, e vista la situazione il gioco è facile: la seconda Intifada è scoppiata da poco, e non c’è momento migliore per dare il via ad un progetto dal sapore antico. Da allora il Muro corre imponente in Palestina, invalicabile barriera di cemento e ferro che si stende a perdita d’occhio lungo 450 chilometri sugli 800 pianificati. Un mostro che non solo rende impossibile il passaggio dai Territori Occupati palestinesi a quelli israeliani, ma che divide soprattutto palestinesi da altri palestinesi. È sufficiente dare un’occhiata alle cartine, per accorgersi di come il Muro non solo non segua affatto i confini di Israele, ma si spinga ben oltre i limiti fissati dalla Green Line. I lavori per la sua costruzione sono iniziati nell’estate del 2002 intorno alla città di Zububa, estremo nord della Cisgiordania, e nel luglio del 2003 è stato completato il settore nord, che raggiunge la città di Qualqilya. La parte settentrionale del tracciato è lunga 145 km: 132 km costituiti da un recinto elettronico mentre i restanti 13 km in cemento armato. I lavori sono, ovviamente, tuttora in corso. 
I NUMERI DELL’OCCUPAZIONE –  Alto 8 metri e circondato da fossati, larghi dai 60 ai 100 metri, il Muro è protetto da reti di filo spinato e torri di controllo poste ogni 300 metri. Lungo il suo tracciato sono state costruite strade di aggiramento e percorrenza riservate ai coloni, una quarantina di valichi agricoli e moltissimi check point, sia pedonali che per veicoli. Per la realizzazione del solo tratto settentrionale, è stato già annesso il 2% del territorio palestinese della Cisgiordania, al quale vanno aggiunti i tratti necessari ad inglobare 11 colonie illegali, dove vivono all’incirca 20mila israeliani. Parallelamente, oltre alla costruzione del tracciato stabilito nei piani, ne è stato previsto un tratto aggiuntivo per annettere alcuni macroinsediamenti, tra cui Ariel, Gush Etzion e Beit Arieh Elkana. 
Ad oggi il12% della popolazione palestinese della Cisgiordania si viene a trovare incastrata tra la Green Line e il muro, completamente isolata dal resto dei Territori. Oltre 200 palestinesi di Gerusalemme sono poi già adesso tagliati fuori dal resto della Palestina. Come se questo non bastasse, migliaia di contadini sono stati privati di risorse fondamentali, perché la barriera di cemento ha l’ulteriore colpa di separare abitazioni e campi coltivati, oltre ad annettersi le zone più fertili, ricche di risorse acquifere. Questo grava, com’è ovvio, sull’economia palestinese, che privata anche dei più basilari scambi è strozzata, con punte di disoccupazione e chiusura dei negozi che in alcuni casi tocca il 78%. La libertà di movimento, ridotta ai minimi termini, è aggravata dalla presenza di oltre 500 chek point disseminati lungo tutta la Cisgiordania. Eppure c’è un bel cartello rosso vermiglio che si erge laddove sono stati fissati i confini tra Israele e i Territori palestinesi: “Zona A” c’è scritto, “vietato l’accesso all’esercito israeliano”. Il paradosso che si fa reale, ecco quello che accade laggiù, in Cisgiordania.
I COSTI – Circa due milioni di dollari al chilometro il costo del Muro dall’inizio della sua costruzione ad oggi: uno scempio che si staglia contro il cielo mangiando, una volta concluso, 8.750 acri di terreno, che saranno prima confiscati ai palestinesi e poi distrutti alla fine dei lavori, con un 10% del territorio già espropriato. Pratica particolarmente umiliante, che viene portata avanti attraverso la confisca di terre, campi e abitazioni, senza alcun tipo di avvertimento né compensazione prevista. Non rispettando affatto i confini di Israele e il tracciato della Green Line, il muro penetra all’interno dei Territori Occupati (in alcuni tratti fino a 23 chilometri), e di fatto annette la maggior parte delle colonie illegali costruite sul suolo palestinese. Il processo è tanto semplice quanto perverso: i coloni arrivano in Palestina e costruiscono la loro colonia, richiedendo poi la protezione dell’Esercito. Che nei dintorni sistema qualche check point impedendo la circolazione ai palestinesi. Di lì a poco, come non bastasse, arriverà il muro per circondare  e “proteggere” ulteriormente i coloni (che non ci dovrebbero stare). La città di Qualqilya ne è un esempio concreto: completamente circondata dal muro per avvolgere nel cemento le colonie di Alfe Menashe e Zufin, strozzata dai numerosi check point, rappresenta un valido modello di come il muro separi i palestinesi dalla loro stessa vita: il distretto urbano oggi risulta infatti completamente separato dalle terre coltivate, annesse dal Muro per il 50%. Ricapitoliamo: coloni (illegali) insediati sul territorio palestinese (illegalmente) che necessitano la presenza armata (illegale) dell’Esercito israeliano, che a sua volta è coadiuvato nell’impresa dalla costruzione di un muro (illegale). Un bel quadretto di violazione delle regole, che grava sulle spalle di una vita resa impossibile al popolo palestinese, di fronte al silenzio – se non alla compiacenza -  dei governi mondiali. Un bel colpo, direbbe oggi se potesse Jabotinsky. Un passo avanti non indifferente nella realizzazione di un progetto antico. 

LE VIOLAZIONI DELLA LEGGE - Nel luglio 2004, la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia ha condannato l'illegalità del muro denunciando che: “L'edificazione del Muro che Israele, potenza occupante, è in procinto di costruire nel territorio palestinese occupato, ivi compreso l'interno e intorno a Gerusalemme Est, e il regime che gli è associato, sono contrari al diritto internazionale”. Nel 2005 persino la Corte Suprema israeliana ha giudicato all'unanimità che la parte della barriera di separazione edificata in territorio occupato è illegale. È il caso che abbiamo raccontato con il villaggio di Bil’in. Il muro costituisce inoltre una violazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese, come definiti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani quali, fra gli altri, il diritto alla libertà di movimento, al lavoro, all’abitazione in luoghi dignitosi e sicuri, all’accesso ai servizi pubblici, al possesso della terra. Rappresenta anche una violazione della IV Convenzione di Ginevra(art. 53), per la demolizione di case, la distruzione di terre e proprietà, e perché si delinea come forma di punizione collettiva. Viola poi un numero ben nutrito di trattati, accordi e risoluzioni internazionali, sottoscritte dallo stesso Israele. Costituisce, infine, un crimine contro l’umanità, in quanto viola la Convenzione Internazionale per la soppressione e la punizione del crimine di Apartheid. Questo perché se il Muro sarà terminato, annettendo anche Gerusalemme e la zona della Jordan Valley (al confine della Giordania, e fertilissima) andrà a creare in Cisgiordania tre aree palestinesi non comunicanti fra loro e circondate dalla barriera, di fatto conformi alla definizione di  “bantustan ” di sudafricana e triste memoria. E in questo quadro, gia di per sé tragico, stiamo tralasciando il muro che corre intorno a Gaza, prigione a cielo aperto strangolata dall’embargo per 1 milione e mezzo di palestinesi, privati di ogni diritto, impossibilitati a muoversi da quella che è divenuta la zona più piccola, ma più densamente popolata del mondo. Nonostante tutte le condanne espresse, la costruzione del muro nelle terre palestinesi continua. Una sola domanda sorge spontanea di fronte a tutto questo: se fosse qualunque altro Stato, e non Israele, a commettere questo genere di violazioni e soprusi, la comunità internazionale e i governi del mondo, reagirebbero con la stessa colpevole indifferenza? 
di Cecilia Della Negra 

“Paradigma Bil’in”




Il villaggio di Bil’in, nella Cisgiordania martoriata dalle colonie e devastata dai blocchi dei check point israeliani, sopravvive. Respira a fatica e lotta, piccolo e oppresso, contro la costruzione di un muro che è solo una delle tante facce crudeli dell’occupazione israeliana. La sua gente, e tutto il movimento di solidarietà internazionale che gli si è stretto attorno con il passare del tempo, ogni venerdì da quattro anni scende per strada, cammina sulla terra e arriva laddove il muro non consente più di vedere l’orizzonte. Storie di quotidiana amministrazione in Palestina, contenute tutte nel “paradigma Bil’in” che è insieme un simbolo di resistenza pacifica e creativa alla violenza e all’aggressione, oltre che un monumento alla tenacia di chi a quella violenza non si arrende. 



LA STORIA - È durante gli anni ’80 che a Bil’in - villaggio situato nella West Bank a ovest di Ramallah - arrivano i primi coloni israeliani che si insediano, come di consueto, su una parte della terra confiscandone oltre 200 ettari. Nasce così, come tante altre, la colonia di  Kiryat Sefer, espansa gradualmente come una macchia che si ricongiunge, lentamente, al più vasto complesso coloniale di Modi'in Illit. Che negli ultimi anni, dal 1996 ad oggi, si è allargato sempre di più attraverso la confisca delle terre di villaggi palestinesi come Nil’in, Bil’in, Kharbata, Saffa e Dir Qadis. Funziona così, laggiù. Arrivano i coloni spinti dal governo, noncuranti di decisioni e risoluzioni internazionali, con piccole roulotte prefabbricate che ricordano vacanze alternative d’altri tempi, per conquistare con la politica “del fatto compiuto” porzioni sempre maggiori di terra palestinese. Fin quando nasce, silenziosamente, un piccolo borgo, che lentamente diverrà una cittadella perfettamente funzionale (e illegale) nella quale per il palestinese non c’è posto. E che andrà ad aggiungersi in blocco ad altre colonie, costruite ad hoc per dare una spallata alla Green Line. Da lì alla costruzione della “barriera difensiva” sarà un attimo, e altri ettari di terra necessari per edificarla saranno mangiati. L’attimo in questione, a Bil’in, arriva alla fine del 2004, quando l’esercito ordina la confisca di ulteriori terre palestinesi per l’edificazione del muro di separazione. Le “security reasons” vanno forte in Israele, e ogni scusa è buona per tirare su un altro pezzo di cemento capace di rendere la vita impossibile ai cittadini palestinesi. Il mostro di cemento, che corre lungo tutta la Palestina tagliandola in due, rubandone lo spazio vitale - monumento alla vergogna di un mondo che lì di fronte guarda e tace - arriva anche a Bil’in, e lo squarcia. Ma lì, come in molti altri luoghi della Palestina, si forma immediato un Comitato popolare di resistenza non violenta, che attraverso una lotta tenace e creativa riuscirà a far sopravvivere il paese, e ottenere piccoli ma significativi risultati. Manifestazioni pacifiche scendono per le strade di Bil’in, affiancate da azioni dimostrative e proteste contro il muro: quello che accade laggiù, nella terra dimenticata da tutti, è il miracolo di chi resiste, e lo fa senza ricorrere alla violenza. 

POLITICA, ECONOMIA –  Una lenta ma inesorabile colonizzazione politica e territoriale quella di Israele, ma che ha anche notevoli risvolti economici, come ogni politica annessionista che si rispetti. Sulla quale c’è chi investe politicamente, e chi specula. È un esempio, quello delle colonie costruite sulle terre di Bil’in, di insediamenti che per gli investitori privati sostenuti dallo Stato significano profitto: edificazioni che godono di trattamenti di favore, sgravi fiscali, esoneri dalle normative che regolano le costruzioni. Alloggi che a migliaia vengono costruiti in violazione della legge, poi approvati modificando i piani regolatori, con guadagni che entrano dritti nelle tasche degli imprenditori. Ne sa qualcosa il sig. Lev Leviev, multimiliardario newyorkese israeliano arricchitosi con il commercio di diamanti e proprietario, tra le altre cose, dell’”Africa Israel Investments Groups”. Uno degli uomini d’affari più influenti e potenti di Israele, che spesso e volentieri investe nelle colonie israeliane in Cisgiordania, tra cui quelle che sorgono sul territorio di Bil’in. Costruendo un impero economico dai fatturati esorbitanti. È per queste ragioni che, nel giugno scorso, l’Unicef ha annunciato l’interruzione di ogni rapporto con Leviev e le sue imprese, strada di recente seguita anche da un gruppo svedese, la “Assa Abloy”, che ha deciso di spostare i propri impianti produttivi situati nei Territori occupati, in seguito alla campagna di boicottaggio lanciata dall’associazione “Adalah – NY”. 

LA VICENDA GIURIDICA – Si è trovato a combattere contro questi mostri, il Comitato di Bil’in. Ma li ha affrontati andando oltre le manifestazioni: è l’ottobre del 2005 quando gli uomini e le donne del villaggio, assistiti dall’avvocato Michael Sfard,  riescono a depositare una denuncia alla Corte Penale Israeliana, in cui si chiede di fermare la costruzione del muro e delle abitazioni nelle colonie, entrambe non approvate dall’amministrazione civile israeliana. Due mesi dopo l’illegalità viene confermata dagli accertamenti, e a gennaio 2006 la Corte ordina lo stop ai cantieri negli insediamenti illegali, pur riconoscendo quelli già esistenti. Dopo un iter lungo e burrascoso, la Corte Suprema Israeliana decide inoltre, nel settembre 2007, che il tracciato del muro previsto dal governo nell’area di Bil’in danneggia gravemente il villaggio, e pertanto deve essere modificato. È un fatto storico e inedito insieme, sia per il fatto che i palestinesi abbiano scelto di adire la Corte dello Stato occupante, sia per la decisione di quest’ultima, a loro favorevole. Una sentenza che avrebbe dovuto permettere ai palestinesi di riacquisire il 50% dei territori confiscati, circa 100 acri di terra portati via nel 2004. Avrebbe dovuto, perché dopo 10 mesi dalla decisione sul territorio niente era cambiato. Presentato da Israele il nuovo tracciato del muro dopo insistenti richieste da parte della Corte, di fatto a Bil’in la situazione è immutata. Sfard ha fatto notare, di recente, che il Israele dovrebbe essere denunciato per violazione dell’autorità giudiziaria, e le trattative con il governo sono tuttora in corso. 

LA RESISTENZA CREATIVA – Ma i coloni, e l’esercito che sta lì a “proteggerli”, non hanno accettato di buon grado le iniziative palestinesi, capaci di attirare su di sé un consenso e una solidarietà internazionali fortissimi, con una manifestazione che ormai da quasi 4 anni, ogni venerdì si ripete uguale a se stessa, per chiedere sempre la stessa cosa. Libertà e giustizia, perché nella Cisgiordania palestinese le colonie israeliane non dovrebbero esistere, così come non dovrebbe vedere la luce il muro della vergogna. Tre conferenze internazionali, svoltesi in giugno dal 2006 ad oggi, che hanno visto la partecipazione di numerosi attivisti da tutto il mondo, arrivati per sostenere una lotta che è di Bil’in, e di tutta la Palestina insieme. La repressione da parte dell’esercito israeliano è stata con il tempo sempre più dura. Lacrimogeni lanciati a pioggia o sparati ad altezza uomo, aggressioni armate, proiettili di gomma (letali, perché sparati a pochi metri di distanza), ma non solo. Tantissimi palestinesi sono rimasti feriti in questi anni, l’ultima escalation di violenza lo scorso 1° novembre, quando 5 palestinesi e 2 internazionali sono stati gravemente feriti e picchiati. Tra loro anche Luisa Morgantini, Vicepresidente del Parlamento Europeo, presenza fissa alle manifestazioni di Bil’in, e l’europarlamentare Chris Davies. Dimostrazioni tranquille, in cui i manifestanti palestinesi, internazionali, e israeliani pacifisti a braccia alzate marciano silenziosi verso il muro con le proprie bandiere, ma che puntualmente vengono represse con la forza. Così come le azioni che in questi anni il Comitato popolare ha escogitato per attirare l’attenzione dei media: dalla costruzione – in piena conformità con le regole edilizie israeliane – della prima “Colonia palestinese”, fino all’annuncio della costruzione dell’”Hotel Palestina”, nelle terre confiscate oltre il muro. Espedienti creativi, per inventare un nuovo modo di resistere all’occupazione, con quello spirito che solo i palestinesi sono capaci di conservare, nonostante il dramma. 
LA REPRESSIONE - A gennaio 2009 saranno 4 anni che Bil’in resiste. Resiste alla sua cancellazione, alla privazione dei diritti umani, al furto delle sue terre. Quello che accade laggiù, in una manciata di ettari che sono la vita stessa per moltissimi, è ciò che accade in tutti i Territori Occupati. Un paradigma anche per il mondo, di sopruso e violenza, di vittoria del forte sul debole, di uso della forza contro una resistenza legittima e pacifica. L’occupazione di Bil’in, come di tutte le altre zone della Cisgiordania, è condannata dalla Risoluzione 242 delle Nazioni Unite, e dalla Corte Internazionale di Giustizia, così come lo sono l’edificazione delle colonie e del Muro. La presenza armata di soldati Israeliani in territorio straniero, come quello rappresentato da Bil’in, è ritenuta illecita dall’Onu, e punibile con l’intervento armato internazionale. Le repressioni armate che Bil’in subisce ogni venerdì sono vietate da tutte le procedure internazionali, perché violano i diritti umani e la IV Convenzione di Ginevra. Queste sono parole, pronunciate a chiare lettere contro il silenzio dei governi mondiali. Quello che ogni giorno fa il popolo di Bil’in, e con esso tutto il popolo palestinese, per resistere e rivendicare il proprio diritto a vivere in pace, invece, sono fatti. Dimenticati dal mondo, ma che esistono, nonostante tutto. 
di Cecilia della Negra

Gli idioti di "Facebook":...i discepoli di Maria De Filippi in rete


È guerra di adesioni su "Facebook" tra i politici italiani. Una battaglia trasversale, che si combatte anche tra esponenti dello stesso schieramento. Guardando solo ai "sostenitori" che compaiono cliccando sulla voce "politici", fa il pieno di consensi Maria Stella Gelmini: il ministro dell’Istruzione, in questi giorni al centro di infuocate polemiche del mondo della scuola e dell’università per la riforma del sistema scolastico, conta 8.053 sostenitori. 

Sempre utilizzando lo stesso criterio di ricerca, si incontra il segretario del Pd Walter Veltroni, con 7.798 supporters, seguito dal ministro delle Riforme Umberto Bossi che raggiunge quota 5.660 e dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta che vanta 5.129 sostenitori. Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro mantiene il passo con 4.661 sostenitori, comparendo nuovamente con il simbolo "Lista Di Pietro Italia dei Valori" a quota 4.158 sostenitori. Ed ecco che fa la sua comparsa anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, con 4.045 fan. Continuando a scorrere le pagine secondo il criterio di scelta per tipologia "politici" fa il suo ingresso su Facebook anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, con 2.030 sostenitori, seguito da Massimo D’Alema con 1.478, che precede il ministro dell’Interno Roberto Maroni, con 1.343 sostenitori, e l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, che si ferma a quota 1.234. 

Andando ancora più giu, si incontra Emma Bonino, con 942 fan, seguita dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con 833 sostenitori, il portavoce di CasaPound Gianluca Iannone con 782 sostenitori, Fausto Bertinotti con 702 fan e Marco Pannella con 638. Succede così che se il ministro Gelmini sembra detenere il primato su Facebook in quanto a sostenitori, il fondatore della Lega Nord scalza il suo collega di coalizione di governo Renato Brunetta. Il Senatùr raccoglie consensi un pò ovunque, visibili nei messaggi lasciati dai suoi sostenitori sulla sua bacheca: da "Bossi sei un mito" a "sei tutti noi" all’entusiasmo per il federalismo fiscale, il ministro delle Riforme fa il pieno di consensi sul web. Ma la vera sfida si combatte tra avversari di schieramenti politici opposti: e così si scopre che Gianluca Iannone, leader di Casapound, batte il suo "avversario" Fausto Bertinotti. 

Utilizzando anche il criterio di ricerca per "nome", si scopre che il gruppo in sostegno del presidente della Camera Gianfranco Fini conta su Facebook 391 fan, ai quali però vanno aggiunti anche quelli di "Gianfranco Fini Italy’s next Prime Minister". Ma non solo. Al leader di An tocca fare i conti anche con il gruppo nato su Facebook "Contro l’antifascista compagno Gianfranco Fini", che raccoglie una cinquantina di membri. Quanto ad Antonio Di Pietro, che della propaganda su internet è stato uno dei pionieri, sulla sua pagina personale conta 4.185 amici, mentre sono 1.820 gli iscritti alla pagina Idv-Antonio Di Pietro. Ma non sono pochi neanche i detrattori del leader dell’Italia dei Valori sul web. Così al gruppo "Liberateci da Antonio Di Pietro" hanno aderito 1.564 utenti di Facebook, mentre per "Io non sopporto Antonio Di Pietro" sono 77 gli aderenti. Il più irriguardoso "Insegna l’italiano ad Antonio Di Pietro", conta appena 36 iscritti. 

Gruppi e fan club infatti si alternano alle pagine personali, non sempre accessibili a tutti, create da esponenti di destra, sinistra e centro, che si sono moltiplicate sul web negli ultimi mesi, raccogliendo consensi trasversali testimoniati dalle lunghe liste di amici o fan. Attraverso le pubblicazione delle proprie biografie, ma anche foto personali e con i fan, post scritti sulle proprie bacheche, annunci di eventi sponsorizzati dai partiti, il mondo della politica si fa largo nella più grande community virtuale nata ad Oxford per rintracciare i compagni di università persi ormai di vista. E, se si passa alla sfida in "rosa", dopo la Gelmini con i suoi 8.053 sostenitori, a detenere il primato in quanto a iscrizioni è "l'Official Fan club" del ministro alle Pari Opportunità, Mara Carfagna: la nuova portavoce del governo Berlusconi registra 1.463 membri, staccando di gran lunga altre sue colleghe, da Michela Vittoria Brambilla, che sul gruppo creato dai suoi fan registra 203 membri, ad Alessandra Mussolini, alla quale fanno riferimento diversi gruppi, che registrano la cifra di circa cinquanta iscritti ognuno. 

Raccoglie consensi anche la vicepresidente della Camera Rosy Bindi, che tra i suoi fan registra 159 sostenitori. Anche in questo caso però, l’esponente del Pd deve fare i conti con gruppi a lei avversi, come quello intitolato "Contro il gruppo dei fan di Rosy Bindi", che registra 43 iscritti. Va meglio ad Anna Finocchiaro, che vanta 792 sostenitori e 96 messaggi in bacheca. Per il gruppo dedicato a Daniela Santanchè si contano almeno 243 iscritti, ma alla leader del Movimento per l’Italia i suoi fan hanno dedicato anche il gruppo "Santanchè for president", che registra 307 membri. Ma a stracciare tutte sono due personaggi appartenenti al mondo della satira: Sabina Guzzanti e Paola Cortellesi riescono a raggiungere più di 10.000 fan ciascuna. Toccherà alle esponenti del parlamento italiano cercare di recuperare terreno.
Fonte: LA STAMPA

Essere schiavi all'Ortomercato di Milano per due euro e mezzo di paga


Una notte di lavoro con le centinaia di immigrati disposti a tutto per pochi spiccioli Per farsi sfruttare c'è anche chi si accoltella davanti ai "caporali"

Prima cosa: scavalcare. "Lì in mezzo, tra la porta numero 3 e la 4, vai tranquillo", mi suggerisce Driss, un ragazzo marocchino, sorriso sghembo e infreddolito. Se vuoi lavorare come schiavo delle cassette, all'Ortomercato di Milano, devi arrampicarti su questa barriera di ferro - saranno tre metri e mezzo d'altezza - che gira sui quattro lati e che ora traballa per i movimenti accelerati e scomposti di chi sale sopra e salta dall'altra parte. Le quattro di notte. Sono dentro. "Vai al piazzale 60, o al 61, o al 62, o al 63, che c'è lavoro". Calpesti uno dei 450 mila metri quadrati del mercato e ti sbatte addosso la sensazione di essere in un posto dove non sei nient'altro che braccia, ma dove un misero lavoro nero - questo sì - puoi cercarlo in libertà. Senza nessuno che ti punta, che ti intralcia.  Confuso nella suburra dei bancali, file interminabili di pile di scatole di legno e di plastica; odori forti di ortaggi, il freddo che li stampa nelle narici; i fumi dei Tir, 300 ogni notte; i camioncini degli ambulanti che aspettano il carico (il nome del proprietario è scritto sulla ribalta con la vernice spray); i caporali che smistano il traffico umano.  La spianata di cemento di via Lombroso è il regno del racket delle braccia e delle cassette. Si lavora come servi. Sembra di stare nell'800 sudamericano, o nelle campagne meridionali degli anni Cinquanta. Invece è Milano, la capitale economica d'Italia. Mille chilometri dal cottimismo dei pomodorini di Foggia, di Castel Volturno, di Pomigliano d'Arco. L'Ortomercato - 1 milione di tonnellate di merce venduta ogni anno (il 30% va all'estero) - è gestito da una società del Comune (Sogemi). Qui dentro si carica e si scarica frutta e verdura per sei o anche dieci ore di fila: dall'una di notte alle undici del mattino. Si guadagnano 15-20 euro. Sfruttamento schifoso, tanto al chilo. Ti pago il caffè, dicono gli ambulanti e i grossisti che si presentano in furgone o in Suv ai ragazzi egiziani, marocchini, tunisini, rumeni, albanesi, indiani, filippini, a questo esercito di disperati - qualche centinaio, italiani quasi zero - che ogni notte arriva per tirare su un po' di spiccioli. Molti si rivolgono agli intermediari, i "cacciatori di braccia". 
Altri fanno da sé. Si mettono lì, fanno la posta davanti agli ambulanti. Si spostano in gruppi. Seguono la corrente dei muletti che schizzano da un posteggio (gli stand dei venditori) all'altro, portano in giro sempreverdi e primizie di stagione dappertutto nella ragnatela infinita dei capannoni (145 imprese,160 produttori locali). Certe notti gli schiavi delle cassette si accoltellano per mettere le mani su un bancale prima che arrivi un altro. Una guerra dei poveri che deflagra negli anfratti bui che circondano i capannoni.  Cinque minuti dopo le quattro sono di fronte al padiglione C (sud). Giubbotto, berretto di lana, guanti da lavoro. E due braccia da sfruttare. Tra gli stand delle cooperative che brulicano di venditori e compratori e via Varsavia (dove ci sono le porte 3 e 4) si estendono i piazzali di carico più "battuti": dal 59 al 63. E' un ufficio di collocamento all'aperto.  Praticamente ci sono solo immigrati extracomunitari. Quelli già al lavoro. Quelli che arrivano alla spicciolata dopo avere scavalcato la cinta vulnerabile come una fetta di burro. Quelli che "comandano", e a cui si appoggiano i verdurai per reclutare manodopera. Ci sono manovali e magazzinieri "fantasma". Sono invisibili come lo sono - incredibilmente - i colleghi che scavalcano da fuori. E nessuno che li fermi mai. Spuntano dalla cabina di carico dei furgoni. Entrano nel mercato dalla porta principale, la 4, come clandestini, nascosti dove poi verrà sistemata la merce. Via Lombroso è una groviera. Altro che i tornelli promessi da Sogemi nel 2007, annunciati alle cooperative in regola - che sono la maggior parte - e mai installati.  "Aspetta qui" mi dice un marocchino sulla quarantina. Paziento tra i bagni fetidi del piazzale 62, un'autoambulanza e una fila di furgoncini. Guardo attorno. Il confine tra l'essere qualcuno o qualcosa e il non essere niente è una fila di mini uffici. Sono i box dei grossisti, disposti lungo il perimetro dei capannoni e anche all'interno. Sono il punto d'approdo di molti "schiavi". I caporali e gli ambulanti li ingaggiano sui piazzali e poi li obbligano a fare la spola tra i camion e gli stand. C'è una confusione pazzesca.  Magari il problema dell'Ortomercato fossero "solo" le tonnellate di eternit (tettoie, tubature, rivestimenti) che il Comune in 43 anni non ha ancora rimosso; magari fossero solo gli autoarticolati che arrivano da tutta Europa e, anziché fermarsi nelle aree di sosta, si infilano nelle stradine che come arterie tagliano il ventre molle del mercato. Di più. Il problema non è nemmeno e soltanto la criminalità organizzata - camorra, mafia, soprattutto ndrangheta - che da vent'anni si infiltra nel più grosso mercato alla distribuzione d'Italia (qui aveva messo radici la cosca calabrese Morabito-Bruzzaniti-Palamara, che faceva partire quintali di cocaina e che aveva aperto un night club nella palazzina della Sogemi).  La vera piaga è il lavoro nero. Diffuso, trasversale, tollerato, indisturbato. Un sistema che sembra far comodo a tutti. Dei 3mila lavoratori dell'Ortofrutticolo si calcola che almeno la metà siano irregolari. Ci sono cooperative che sembrano specializzate nell'offrire lavoro aumm-aumm; alcune chiudono e poi riaprono sulle proprie ceneri. I titolari si "ripuliscono", escono dalla porta e rientrano dalla finestra. E a poco valgono gli sforzi di guardia di finanza, ispettorato del lavoro e sindacati.  Davanti all'ufficio di un grossista che si chiama come il frutto da cui si ricava l'olio, sta per scoppiare una rissa tra egiziani e marocchini. Volano insulti e spintoni. Si ribalta una pila di casse di kiwi. Il solito problema: la guerra dei bancali. Valgono 50 centesimi quando sono carichi di roba. Una goccia nel mare del giro d'affari del mercato (3 milioni di euro al giorno). Il lavoro chiama. Il mio uomo, adesso, è un ambulante italiano, dieci anni di Ortomercato, accento partenopeo intatto.  "Questo deve fare due viaggi", mi dice indicando il vecchio furgone con la fiancata scrostata. Due viaggi "pieni". Vuol dire che bisogna caricare la merce. Mi rimbocco le maniche. Siamo in tre, due fissi, uno, l'ultimo arrivato, temporaneo (per stanotte mi chiamo Alberto e vengo dall'Albania). Affondo in mezzo a muri di arance, cime di rapa, lattuga, melanzane, banane, mele, cavoli. Nadil viene da Tunisi. Si è fatto quattro mesi a San Vittore per spaccio. Adesso è qui a caricare: "Vengo ogni notte ed è l'unico posto dove si trova lavoro senza problemi. Un paio di volte mi ha fermato la polizia, ti cacciano fuori, ma la sera dopo ritorni".  Il capo gira, controlla. Si allontana per trattare coi grossisti la merce da acquistare e portare ai mercati rionali. Poi torna e chiede di fare in fretta. "Ragazzi, qui si lavora... ". C'è chi aspetta il suo turno, qualche "briciola" da raccogliere, qualche cassetta da impilare. E' infrequente sentire parlare italiano. Tra chi scarica, il rapporto italiani-stranieri è di uno a trenta. Se non fosse per l'auto della polizia municipale e quella della vigilanza privata Securitalia che ogni quarto d'ora tagliano questa folla di lavoratori in nero - molti clandestini - senza battere ciglio, sembrerebbe di stare in un suk africano. Nel caos, alle cinque e mezza, un muletto investe un ragazzo marocchino (irregolare): frattura alle gambe, ricovero al Paolo Pini. Parte il primo viaggio del "mio" furgone. Continuo a caricare.  Sono sotto un altro "posteggiante". Un tipo tarchiato con gli occhiali che fa lavorare, a giro, una decina di immigrati, qualcuno giovanissimo. Uno mi offre una manciata di semi di finocchio. E' l'alba. Al bar del capannone D ci sono un busto di Mussolini e un poster del Duce. Dominano il bancone dall'alto. "Fino a qualche anno fa - ragiona il vecchio operatore ortofrutticolo davanti al caffè - in questi piazzali c'erano le cooperative regolari, adesso è uno schifo, un mercato di schiavi che nessuno vuole o riesce a fermare". I padiglioni e i piazzali mano a mano si svuotano. Gli ultimi tir escono che sono le 6. Ma c'è ancora il tempo per tre ore di lavoro. Sono sempre lì a trasportare cassette. Le ordino sul furgone. Con i miei colleghi africani ci capiamo a gesti. La cosa su cui sembriamo più d'accordo è che, tutti noi, non vediamo l'ora che i furgoni escano da qui per piazzare la merce nei mercati rionali. E che i "capoccia" sborsino il misero salario per troppe ore di lavoro.  Alla fine della notte, quando la luce del giorno rende ogni operazione meno facile, meno fluida, l'ambulante mi chiama da parte. Dietro un camion. Mi paga. Quindici euro per sei ore di carico. Due euro e cinquanta all'ora. Scavalco di nuovo la barriera di ferro, il confine fra il suk e la città. Sempre lì, tra la 3 e la 4, nello stesso punto da cui ero entrato. "Ciao Alberto, se vuoi ci vediamo domani". 
di PAOLO BERIZZI

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