martedì 18 novembre 2008

Striscia di Gaza: Padroni solo di morire




Sono 255 i malati di Gaza morti dal giugno del 2007 perché non hanno ottenuto dalle autorità israeliane il permesso di uscire e farsi curare altrove, mentre le chiusure impediscono agli ospedali della Striscia di rifornirsi anche delle più basilari medicine.

Indifferenza letale. A denunciarlo è Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento Europeo che si è recata nei giorni scorsi nella West Bank e nella Striscia di Gaza con una delegazione di parlamentari europei dei diversi gruppi politici. ''La situazione permane tragica e drammatica e quello che è veramente grave è che la comunità internazionale continua ad avallare l'embargo israeliano nella Striscia - dice la Morgantini - i prezzi sono triplicati, il 95 percento delle imprese sono chiuse, dilaga il contrabbando, le persone non hanno possibilità di movimento, nemmeno quando necessitano cure sanitarie per patologie gravi''. E la gente continua a morire. L'ultimo, Ahmed Al-Shafey, un anziano di 76 anni, deceduto lo scorso 28 ottobre per un'infezione renale: per motivi di sicurezza le autorità israeliane non l'hanno fatto uscire da Gaza. Come la piccola Hani, tre anni, morta il 14 ottobre perché la proteina necessaria per il nutrimento del suo cervello e di cui era carente a Gaza non si trovava: anche per lei nessun permesso e la sua vita è stata stroncata. ''Il 35 percento di questi decessi riguarda i bambini - prosegue - morti senza un atto né una parola spesi dalla comunità internazionale per denunciare la punizione collettiva del milione e mezzo di civili della Striscia. Eppure da tempo organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali, Unrwa, Croce Rossa Internazionale, Physician for Human Rights, Amnesty International, Bet'selem e altre denunciano la crisi umanitaria senza precedenti a Gaza, le responsabilità dell'assedio israeliano. Ma cosa fanno l'Unione Europea, gli Arabi, le Nazioni Unite?''. ''In questi giorni abbiamo visto SS Dignity, la seconda nave di attivisti palestinesi e internazionali organizzata dal movimento Free Gaza arrivare nella Striscia con mezza tonnellata di medicinali e altri aiuti umanitari, nulla rispetto ai bisogni, ma molto a livello simbolico per rompere l'isolamento e la prigione a cielo aperto in cui vive la popolazione di Gaza'', racconta l'europarlamentare.

La fine dei diritti. ''Quando non esiste più il diritto di accesso alle cure sanitarie, il diritto ad una vita dignitosa, il diritto alla sicurezza e nemmeno il diritto all'infanzia, allora rimane solo la vergogna, quella di chi è responsabile di questa situazione immorale: le autorità israeliane in primis ma anche il silenzio complice della comunità internazionale, perché sarà anche colpa nostra se Jihad, 12 anni, nei prossimi mesi dovesse morire - dichiara la Morgantini - A lui circa un anno fa è stata diagnosticata una grave leucemia che non può essere curata a Gaza. Il bambino ha ottenuto il permesso di andare in Israele per fare la chemioterapia a patto di ritornare nella Striscia dopo ogni trattamento. Nonostante le forti nausee derivanti dalla terapia e sebbene il medico abbia confermato l'alto rischio di viaggi ricorrenti e ricordato la necessità di un ambiente sterile in cui il ragazzo dovrebbe vivere, le autorità israeliane si rifiutano di dargli il permesso di rimanere in ospedale. Con la paura costante che il figlio muoia nel tragitto tra l'ospedale e la casa, la madre di Jihad è disperata: non può neanche lontanamente concepire come una situazione politica possa mettere a rischio la vita di suo figlio. E perché poi dovrebbe farlo?''.

Secondo diversi studi -gli stessi che sono stati al centro della Conferenza internazionale sull'impatto dell'assedio sulla salute menale organizzata il 27 e 28 ottobre dal Gaza Community Health Program in collaborazione con l'Organizzazione Mondiale della Sanità- ansie, fobie, disordini ossessivi e compulsivi colpiscono in modo devastante le donne palestinesi della Striscia mentre oltre il 90 percento dei Palestinesi si sente rinchiuso in una prigione, con frustrazioni e ansie crescenti per la paura di non poter ricevere cure mediche, di non trovare medicine per i propri figli e non ottenere il permesso di farli curare all'estero, mettendo a rischio le loro vite. Di questo hanno discusso centinaia di esperti ed accademici internazionali accorsi per la Conferenza che, essa stessa sotto assedio, alla fine si è svolta a Ramallah, dato che le Autorità israeliane hanno negato agli internazionali i permessi di raggiungere Gaza.Ovviamente i minori sono i più esposti: nella Striscia dove il tasso di disoccupazione è al 45 percento e il 55 percento delle famiglie vive al di sotto della soglia della povertà, dove dal 2000 il numero di pazienti che hanno ricevuto cure dai centri per la salute mentale è aumentato del 38 percento (dati OMS) e dove i minori hanno un'esperienza diretta e devastante di morte e violenza, come possono i bambini avere fiducia nel loro futuro?

Un lungo cammino nel dolore. Di disagi e tragedie parlano le storie raccolte dal GCMHP (Gaza Community Mental Health Programme): Eisa, 14 anni, vive con i suoi genitori e 12 fratelli a Beit Lahia, nel Nord della Striscia. Il 4 gennaio 2005, giocava in un campo di fragole, un missile israeliano l'ha gravemente ferito e le sue gambe sono state amputate. Ora Eisa si muove su una sedia a rotelle, non vuole accettare l'incidente, è sempre nervoso, grida, picchia e tormenta i fratelli minori. A casa distrugge tutto, specialmente ciò che si muove, perché non vuole vedere niente capace di muoversi visto che lui ora può farlo solo con la sua sedia a rotelle, e spesso tenta di rompere anche quella. Huda, invece, ha 11 anni, anche lei vive a Beit Lahia e di anni ne aveva solo 7 quando un missile israeliano caduto sulla spiaggia le ha portato via di colpo quasi tutta la famiglia: il padre, la suocera, le sorelle di 24, quattro e un anno e mezzo e anche il fratellino di quattro mesi. Stava nuotando Huda: poi il fuoco, la morte e le sue foto che hanno fatto il giro del mondo. Il GCMHP ha raccolto la sua storia a distanza di anni: la bambina soffre di continui flashback e incubi, ha le immagini terribili di quei corpi straziati davanti agli occhi. E' terrorizzata dal mare e dalla spiaggia, evita ogni oggetto le ricordi la tragedia, dorme con difficoltà, ha frequenti mal di testa e poca concentrazione. Difficile per lei costruire un altro futuro possibile. Per Eyad El-Sarraj, coordinatore del Gaza Mental Health Programme, "la situazione della salute mentale a Gaza è davvero grave e si teme per le future generazioni di bambini che sono stati cresciuti fino ad oggi in un tale ambiente di privazioni, sfiducia e mancanza di speranza".

La delegazione di parlamentari recatasi a Gaza ha raccolto anche la testimonianza di Tala, 10 anni di Gaza city. Il suo racconto inizia con gli incidenti che la bambina ha vissuto personalmente nel luglio del 2007 quando "in un giorno pieno di paura e di panico, sono scoppiati gli scontri tra Fatah e Hamas; gli spari sono aumentati; tutti erano spaventati, la paura era veramente tremenda; mi sono attaccata a mia madre e pregavamo per i miei nonni il cui appartamento è stato bombardato da un missile". Il corpo le tremava e Tala voleva gridare: "Basta, voi siete un unico popolo, fratelli e amici, è orribile quello che state facendo: fermatevi!". Ora Tala a volte sogna di scappare via "lontano nello spazio e di vivere nel più distante dei pianeti, Pluto, fino alla fine del conflitto. Ma la violenza potrebbe durare a lungo e nel frattempo io potrei essere congelata e morta". "Di questo - dice Luisa Morgantini - porta responsabilità anche la leadership palestinese con le divisioni territoriali e politiche tra la West Bank e Gaza e la scelta di Hamas di azioni suicide ed omicide contro la popolazione civile israeliana, che hanno influito sull'isolamento di Gaza anche se oggi, e mi auguro si mantenga, vi e una tregua che Hamas sta rispettando". "E noi movimenti, partiti dove siamo - si chiede - dopo 60 di diaspora,dopo più di 40 anni di occupazione militare non siamo ancora riusciti a far si che i nostri governi, che le Nazioni Unite mettano in pratica le risoluzioni che votano: la fine dell'occupazione militare israeliana ed uno Stato per i Palestinesi sui Territori occupati nel 1967".

di Milena Nebbia

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12788/Palestina,+il+diritto+di+morire

IL PRESIDENTE da solo al cospetto del disastro lasciato dagli avventurieri



Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è sicuramente di altra stoffa rispetto al suo predecessore. Una cosa, prima di ogni altra, lo differenzia da George Bush: quella di essere stato eletto. Infatti, nell'euforia della appena terminata campagna elettorale e, nell'evidente esagerazione delle sue fantasmagoriche qualità democratiche, tutti hanno dimenticato che nel 2000 si verificò negli Stati Uniti qualcosa di molto simile a un colpo di stato. Nel quale un presidente legittimo — Al Gore, che stava vincendo, perfino in quella Florida dove la campagna elettorale era stata distorta da chiarissime irregolarità — venne detronizzato dalla decisione a maggioranza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che interruppe la riconta dei voti e assegnò la vittoria al perdente. 
Poi il silenzio cadde sull'intera vicenda e il mondo intero andò nella direzione in cui volevano che andasse gli organizzatori di quel colpo di stato, cioè in guerra. 
Tutti, ora, abbiamo misurato il disastro che quel gruppo di avventurieri provocò. E Obama eredita un paese in piena crisi, politica, prima ancora che economica e finanziaria. Una crisi che non ha precedenti, per gravità, nell'intera storia degli Stati Uniti d'America, a partire dalla sanguionosa, ma lontana, guerra civile. 
Ma chi è Barack Obama, e cosa potrà fare per uscirne, ancora nessuno è in grado di dirlo. Possiamo solo giudicare dagli aspetti esteriori, che sono tutti, in primo luogo mediaticamente, positivi. Ma, lasciando da parte la giovinezza, l'aspetto estetico, il colore della pelle, la voce, la moglie — cosa di cui tutti hanno parlato fin troppo, e andando al sodo del suo programma, si può solo dire che il nuovo presidente e la sua squadra s'inseriscono perfettamente nella tradizione dei presidenti democratici americani. 
Un uomo dalla breve carriera, che emerge da un piccolo passato di esperto per conto di istituzioni legate alla grande finanza americana e internazionale, come la Gamaliel Foundation, la Woods Fund, la Joyce Foundation, l'Annenberg Foundation, e altre che fanno riferimento a un centro assai più noto e influente come la Fondazione Ford. La classe finanziaria dominate lo conosce e lo apprezza, e non gli ha lesinato aiuti. Ai quali egli dovrà corrispondere in qualche modo non certo marginale. 

Obama è stato un candidato popolare, indubbiamente, ma è anche stato il candidato scelto dalle elites americane più intelligenti e da quei settori dell'establishment che sono stati in grado di misurare il guasto prodotto da George Bush Junior. Sono questi gruppi, in cerca di un'alternativa al disasro americano, che hanno «inventato» Obama. Invenzione, per la verità, di notevole efficacia, perchè ha consentito di incassare un immediato ritorno d'immagine per gli Stati Uniti: come paese capace di reagire, di reinventarsi, di riprendere la leadership mondiale, di ricominciare a dialogare almeno con gli alleati più vicini. Qualcosa di simile a una «nuova frontiera» kennediana, sicuramente qualcosa che ha molto a che fare con la retorica del «sogno americano» che non finisce mai. 
Produrrà cambiamenti questo nuovo protagonista, uscito dal cappello a cilindro della crisi della globalizzazione mondiale? 

Qualcosa cambierà, sicuramente. Il mondo sa ormai che la radice della crisi sta in America. Non si potrà fingere oltre. Gli Stati Uniti , le loro corporations, sanno che senza l'Europa l'America non potrà uscirne. L'Impero, da solo, non può farcela e questo significa già che non è più l'Impero. Quindi cambierà la politica americana verso l'alleato europeo. Su questo aspetto Obama procederà dunque indisturbato. Non avrà ostacoli «interni». Al contrario. Alcune scelte saranno dolorose, per l'industria degli armamenti in particolare, come quella della rinuncia al sistema missilistico da installare in Polonia e con il radar annesso in Repubblica Ceca. Ma credo che Obama le farà entrambe, perchè sono invise alla maggioranza dei gruppi dirigenti europei: proprio quelli che Washington deve riportare sotto l'ala della sua fraterna amicizia. L'altra scelta europea che Obama farà sarà quella di frenare, dilazionandola a tempi migliori, l'idea dell'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato. 
Non credo che questo significhi la rinuncia all'obiettivo strategico di indebolire e accerchiare la Russia, fino a soffocarla — obiettivo che resta fondamentale per le èlites americane. Ma significa prendere atto che l'Europa non può permettersi di andare a rompersi le ossa in una contrapposizione frontale con la Russia di Putin-Medvedev, dalla quale ha tutto, proprio tutto da perdere. Se Washington insistesse ancora in quella direzione non c'è alcun dubbio che le crepe dell'Alleanza Atlantica si farebbero molto vistose e tremendamente, per gli Stati Uniti, pericolose. Quindi qui ci sarà un netto rallentamento. Anche a costo di deludere tutti gli alleati est-europei che in questi anni bushiani erano stati incoraggiati a andare a testa bassa contro la Russia. 

Tuttavia non è ancora affatto chiaro se Barack Obama e i suoi consiglieri si siano resi conto che la guerra scatenata da Saakashvili contro l'Ossetia del Sud ha provocato a Mosca un secco e radicale irrigidimento. Il Cremlino ha fatto capire che altre ritirate, del tipo di quelle che hanno caratterizzato l'ultimo quindicennio, non ve ne saranno. Quindi il nuovo presidente americano dovrà far capire se vuole correggere almeno la sua tattica verso la Russia, e in che modo, oppure se intende mantenere alta la pressione. Da questo molte cose dipenderanno. 
C'è un altro bastione sul quale Obama non può far naufragare le sue promesse: è sulle politiche sociali. Cercherà probabilmente di attuarle. Ma questo implica una coraggiosissima politica di New Deal, che comporta una serie di scelte radicali di redistribuzione della ricchezza. Qui il conflitto sarà assai maggiore, perchè, per quanto ampia sia stata la sua vittoria elettorale, è altrettanto vero che la classe dirigente oligarchica degli Stati Uniti non è in grado — prima di tutto psicologicamente, e culturalmente - di affrontare alcuna redistribuzione delle sue immense ricchezze. Meno che mai è all'altezza di questi filantropici sentimenti il complesso militare industriale che ha portato al potere, con la forza, la squadra di George Bush-Dick Cheney. 

Non è pregiudiziale pessimismo quello che muove queste considerazioni: è l'elementare constatazione che, se le élites americane fossero all'altezza di queste considerazioni, l'America non si sarebbe trovata nelle condizioni disastrate in cui si trova e in cui ha gettato il mondo, a forza di stock-options che i ricchi hanno regalato a se stessi a prescindere dalle paurose bolle speculative nelle quali hanno prolungato l'agonia globale nel corso degli ultimi dieci anni. Nel suo primo, e forse ultimo, incontro con Bush, alla Casa Bianca, cosa gli ha chiesto Obama? Di trovare i soldi per sostenere l'industria automobilistica! Certo sarà una boccata d'ossigeno per l'occupazione e, certo, è difficile per un Presidente americano dover registrare il fallimento della General Motors. Ma è del tutto evidente che per questa via si torna alla riproposizione del modello fallimentare di crescita che ha prodotto il disastro. 

C'è un altro tema, internazionale, anzi globale, su cui Obama è chiamato a cimentarsi subito, nei primo anno, anzi nei primi mesi, della sua presidenza:' quello dei mutamenti climatici e del «dopo Kyoto». Da qui a Copenhagen 2009 — luogo dove dovrà sfociare, se sfocerà, l'accordo che sostituirebbe Kyoto dopo il 2012 - c'è circa un anno. Gli Stati Uniti devono dire se intendono partecipare allo sforzo planetario, promosso dall'Europa, per ridurre le emissioni di gas serra e per contenere il riscaldamento climatico del pianeta. Anche su questo, forse soprattutto su questo, si misurerà la capacità dell'Impero di riprendere la leadership globale. In caso di insuccesso il prestigio degli Usa, specie nei confronti dell'Europa, cadrà ulteriormente in basso. Ma una resa di Obama ai petrolieri, in questo senso, sarebbe un segnale negativo drammatico della volonta di Washington di perseguire ancora l'idea, altamente contradditoria, al tempo stesso unipolare e isolazionista. 

In tema di Palestina e Israele, Obama ha già detto il peggio che poteva dire: Gerusalemme capitale d'Israele è uno schiaffo in faccia perfino al presidente palestinese in carica. Quasi una dichiarazione di guerra al popolo palestinese. Si sente subito la potente influenza delle lobbies ebraiche, esercitata nel corso di tutta la campagna elettorale. La nomina eventuale di Hillary Clinton alla Segreteria di Stato confermerebbe questa linea: anch'essa tale da accrescere le difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti. 

Infine un ultimo tema appare di insolubile soluzione per Barack Hussein Obama: l'Iran. La presenza nella sua squadra di falchi riconosciuti come Zbigniew Brzezinski lascia presagire che, nel corso del primo suo mandato, il nuovo presidente americano dovrà prendere la decisione cui George Bush non potè risolversi (sebbene ne avesse avuto una grande voglia): l'attacco contro l'Iran. Di fronte alla certezza della prosecuzione del programma nucleare iraniano, tutti i think-tank di Washington sono alle prese, bipartizanamente, con tutte le varianti dell'uso della forza militare per fermare Teheran. Israele ha tutte le carte per premere e per ottenere la partenza di una tale offensiva, poichè si può escludere che Tel Aviv consideri di poter accettare, sotto qualsiasi forma, il rischio di un Iran nucleare. 
La fretta con cui Obama è stato trasformato in una icona potrebbe presto rivelarsi come un grave errore. I problemi dell'America sono assai più grandi di un presidente. A meno che si tratti di un presidente capace di fare la perestroika dell'America.

Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8303

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