mercoledì 19 novembre 2008

Villari e la mediocrità parassita nel PD


Un solo brevissimo commento sulla questione Riccardo Villari, deputato del PD, eletto tramite il proporzionale, cioè tramite una fantomatica pessima legge elettorale che consente al vertice dei partiti di scegliersi gli uomini a proprio piacimento, lasciando poco o nulla spazio ai propri elettori. Villari è l'espressione del PD cioè il suo aspetto più vero e più autentico, un uomo mediocre che aspira solo ad una comoda poltrona ignorando gli interessi della gente. Prima che sia troppo tardi sarebbe bene disfarsi di questo parassita (il Pd) che si è impossessato dei voti della gente di sinistra. In Italia esistono ancora elettori di Sx ma non una loro rappresentanza!!!
di F.G.

Il suicidio ambientale: ecco "SPORCHI DA MORIRE", il racconto della vergognosa promozione degli inceneritori da parte dei grandi media



Dopo Biutiful Cauntri e dopo lo sguardo realistico di Gomorra, ecco Sporchi da morire, un impressionante nuovo documentario sui rifiuti. La conferma che i rifiuti sono molto di più che il mero scarto di un qualunque processo, ma un vero caso politico, ecologico ed economico. Si presentano come un problema che divora pezzi sempre più importanti della nostra vita civile. Autori del film sono Marco Carlucci, David Gramiccioli e Matteo Morittu.

«Difficilmente le nuove generazioni ci perdoneranno per questo suicidio ambientale». Questa frase dell’oncologo Lorenzo Tomatis è il significativo sottotitolo del documentario. Alla denuncia si associa il 
dott. Stefano Montanari, che sul tema svolge da anni un’attività instancabile. Al centro del film le nanoparticelle e l’indefessa autopromozione del mondo degli inceneritori. In dieci minuti potete farvi coinvolgere dal montaggio incalzante del promo che riproduciamo qui sotto. Il trailer offre un suggestivo assaggio dei contenuti drammatici del film. Risulta tanto più sconvolgente quanto più si confronta con il silenzio e la sostanziale inattendibilità dei grandi media. Di qui gli accostamenti agli atroci imbonimenti della comunicazione alla Wanna Marchi. 
di Pino Cabras

Link: http://it.youtube.com/watch?v=HzgKDjKVey8

Nella testa rasata, solo "SEGATURA"


Il loro nome si richiama a quello dei 99 Posse, uno storico gruppo che si è sciolto nel 2005, legato ai centri sociali. Con loro, però, non hanno niente a che vedere: la musica dei 99 Fosse è di chiaro stampo antisemita, auspica la morte degli ebrei e deride la Shoah e i campi di sterminio. Le loro canzoni sono apparse recentemente su Youtube, ma possono anche contare su un sito dedicato nella community di Netlog, con tanto di fan riconoscibili dai nick e dalle foto di ispirazione fascista: da Forza Nuova Macerata a PrincipeNeroFN, passando per Sasha Sieg Heil.  Ad esaltarli e lodarli ci pensano anche quanti si riuniscono nella sezione italiana del forum neonazista "Storm Front": sito registrato in America, che espone in homepage una croce celtica e la scritta, in inglese, "orgoglio bianco mondiale". Il suo fondatore, Don Black, è un ex leader del Ku Klux Klan.  A caricare le canzoni antisemite dei 99 Fosse su Youtube è stato un utente italiano che si firma come "Karl Gebhardt": era il nome del medico personale di Heinrich Himmler, ministro dell'Interno del Reich, noto per condurre esperimenti nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück, utilizzando come cavie le prigioniere polacche e russe.  L'album dei 99 Fosse, mai pubblicato e circolato clandestinamente nei circuiti della destra estrema e degli skinhead a partire dalla fine degli anni Novanta, si intitola "Zyclon B", proprio come il veleno usato dai nazisti per sterminare gli ebrei nelle camere a gas. Le canzoni hanno una forte connotazione antisemita, e utilizzano melodie di brani noti. Uno di questi è "Anna non c'è", riscrittura di "Laura non c'è" di Nek. Parlando di Anna Frank, la canzone recita: "Anna non c'è, è andata via. L'hanno trovata a casa sua, nella soffitta di Amsterdam, ora è sul treno per Buchenwald".  Altri titoli sono: Himmler (basato su "Gianna" di Rino Gaetano), Nati sotto la stella di David (da "Nata sotto il segno dei pesci" di Venditti), ma anche "Azzurro" e "Alba Chiara". Tutte le canzoni sono liberamente consultabili, da sabato scorso, su Youtube. Già nei mesi passati, comunque, alcuni di questi brani erano stati rimossi, dopo le proteste degli internauti (ogni video può essere segnalato agli amministratori della piattaforma, se viola le regole della community).  Ma sul forum Storm Front non mancano i numerosi commenti di chi esalta i testi di questo gruppo, definito "fra i più divertenti dell'area alternativa italiana". C'è chi sostiene la necessità di far parlare i revisionisti ("Se solo gli venisse aperta la bocca e non venissero repressi da istituzioni, università ecc.., a quest'ora l'olocausto sarebbe già diventato un mito per tutta l'umanità"); chi sostiene che il diario di Anna Frank fosse un falso ("Probabilmente è stato scritto per sensibilizzare la gente sui 'bravi ebrei'); c'è poi qualcuno che avanza delle perplessità: "Carine queste canzoni. Anche se sembrano un po' deridere certi avvenimenti: hanno sicuramente ragione a dire quel che dicono, ma così facendo rendono poco credibili coloro che cercano, in modo serio, di smontare alcuni luoghi comuni duri a morire, come l'Olocausto".  Naturalmente le tesi revisionistiche sono quelle che vanno per la maggiore: "La storiella della camere a gas serve solo ad alimentare il mito antirazzista e le fantasie sadiche di qualche pervertito", si legge sul forum. Per quanto riguarda l'identità dei 99 Fosse, un commentatore racconta che il cantante è stato visto "in un concerto skin, a Roma". "Ovviamente - dice - può cantare solo in posti sicuri, fra gente intima".  Duro il commento di Leone Paserman, presidente della Fondazione museo della Shoah, che si dice "sconvolto": "Di fronte a questi testi sono senza parole. Stiamo scendendo al fondo. Siamo davanti ad una palese apologia del nazismo, all'irrisione dei milioni di vittime morte nei campi di concentramento. Non riesco a capire come la gente possa tollerare frasi del genere". Paserman auspica anche un intervento della polizia postale: "Mi documenterò su questo gruppo, perché sono pronto a presentare una denuncia".  Per il portavoce della comunità ebraica di Milano, Yasha Reibman, "ci sono delle leggi che andrebbero applicate, come quella di apologia del fascismo: siamo in un Paese dove questo non sempre avviene, e non solo per questa materia". Per Reibman, internet, che "ha il potere di superare qualsiasi tipo di controllo", può anche "trasformarsi in una cloaca": un luogo "dove si può trovare il peggio dell'umanità".  "L'antisemitismo - aggiunge l'esponente della comunità - è la patologia umana che impedisce alle persone di incontrare gli altri, tra cui gli ebrei. Certi pregiudizi esistono ancora, e non sono per nulla sorpreso: barzellette o temi del genere circolano ancora oggi in determinati ambienti". La vicenda, spiega Reibman, sarà discussa dalla comunità ebraica milanese, che valuterà se procedere con una denuncia. 
di MARCO PASQUA

Riccardo Villari come Sergio De Gregorio, da Prodi a Veltroni sempre gli stessi errori



L’altra volta era stato Antonio di Pietro ad imbarcare quel bandito di Sergio de Gregorio.

Stavolta è il Partito democratico ad incappare nel Riccardo Villari di turno cooptato dalle destre come presidente della commissione di Vigilanza della RAI e aggrappatosi alla poltrona come neanche Totò Cuffaro.

Incappare poi… non era scritto da nessuna parte che dopo che Clemente Mastella aveva fatto cadere il governo di Romano Prodi i notabili mastelliani dovevano trovare un sicuro rifugio nella nuova (aspirante) balena banca del PD.

Ma la sostanza è sempre quella. De Gregorio o Villari, IDV o PD poco cambia. Pronti a vendersi al primo Berlusconi che passa. Nel frattempo la “sinistra” li raccatta, inutile capire perché. Loro portano due voti dai loro clienti e ne fanno perdere quattro per impresentabilità.

Si sono scritti libri, e centinaia di articoli più o meno livorosi sulla fine della differenza della sinistra (quella etica, sul resto non è questa la sede) e sul tramonto della questione morale di berlingueriana memoria. Purtroppo oggi il personale politico della sinistra, per carrierismo, impreparazione e viltà compete spesso con le destre e perde solo perché di là ci sono invincibili eroi moderni dello squallore nazionale come Maurizio Gasparri o Roberto Castelli o Mariastella Gelmini, nullità assolute con le quali diventa arduo competere perfino per un quaquaraquà come Villari.

Loro sono nullità, ma sanno dove va il mondo.

E allora di fronte a uno spettacolo così disonorevole rivendichiamo il nostro diritto all’ingenuità. Continuiamo a preferire le persone leali ai furbi, gli onesti ai corrotti e ai corruttori, i preparati e competenti invece degli arruffoni e degli inetti. E i Riccardo Villari ci fanno vomitare.

di Gennaro Carotenuto

LInk: http://www.gennarocarotenuto.it/4554-riccardo-villari-la-sinistra-perde-perch-imbarca-questa-gente/#more-4554


Ancora dobbiamo toccare il fondo. Nel frattempo? Scaviamo!


E’ utile, in questo frangente, fare un passo indietro ed osservare attentamente il panorama economico – sia per come è ora e per come lo è stato nei mesi scorsi. Ecco dunque un riassunto dei numerosi punti che ho espresso negli ultimi mesi sulle prospettive per l’economia americana e globale, come pure per i mercati finanziari: 

- Gli Stati Uniti subiranno la loro più grave recessione dalla Seconda Guerra Mondiale, molto peggiore, molto più duratura e profonda addirittura delle recessioni del 1974-75 e del 1980-82. 
La recessione continuerà almeno fino alla fine del 2009 con una diminuzione complessiva del prodotto interno lordo di oltre il 4%. Il tasso di disoccupazione raggiungerà probabilmente il 9%. Il consumatore americano è stremato, senza più risparmi e pieno di debiti: questa, per i consumatori, sarà la peggiore recessione degli ultimi decenni. 

- La prospettiva di una recessione breve e superficiale della durata di sei-otto mesi a forma di V è stata scartata; ora vi è la certezza di una recessione della durata dai 18 ai 24 mesi a forma di U e la probabilità di una recessione peggiore, pluriennale, a forma di L (come quella del Giappone negli anni ’90) è ancora flebile ma affiorante. Anche se l’economia dovesse uscire dalla recessione entro la fine del 2009, il recupero potrebbe essere piuttosto fiacco, a causa dell’indebolimento del sistema finanziario e del meccanismo del credito che potrebbe sembrare una recessione anche se l’economia tecnicamente ne sarebbe fuori.



- Obama erediterà uno scompiglio economico e finanziario peggiore di qualunque cosa gli Stati Uniti abbiano fronteggiato negli ultimi decenni
 : la più grave recessione degli ultimi 50 anni; la peggiore crisi finanziaria e bancaria dalla Grande Depressione; un disavanzo fiscale in aumento che potrebbe raggiungere i 1.000 miliardi di dollari nel 2009 e nel 2010; un enorme disavanzo nella bilancia commerciale; un sistema finanziario che si trova in una grave crisi e in cui sta ancora avvenendo, molto rapidamente, una diminuzione della leva, causando perciò un peggioramento della crisi del credito; un settore immobiliare in cui milioni di famiglie sono insolventi, convogliate in territorio di equity negativo e sul punto di perdere la propria casa; un serio rischio di deflazione mentre diventa più profondo il ristagno nelle merci, nella manodopera e nel mercato delle commodity; il rischio di finire in una trappola di liquidità deflazionaria mentre la Fed si sta rapidamente avvicinando al vincolo del “limite zero” per il tasso dei propri fondi; il rischio di una grave deflazione del debito perché il valore reale delle passività nominali aumenterà, data la deflazione sui prezzi, mentre il valore dei beni finanziari sta ancora scendendo. 



L’economia mondiale subirà una grave recessione : la produzione si ridurrà drasticamente nell’Eurozona, nel Regno Unito e nel resto d’Europa, come pure in Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. C’è anche il rischio di un brusco ritorno alla realtà delle economie dei mercati emergenti. La crescita globale prevista – ai prezzi di mercato – sarà vicina allo zero nel terzo trimestre e negativa nel quarto trimestre. Lasciando da parte gli effetti dello stimolo fiscale, la Cina potrebbe dover fronteggiare un brusco risveglio con un tasso di crescita del 6% nel 2009. La recessione globale continuerà per quasi tutto il 2009.

- Le economie progredite affronteranno 
una stag-deflazione (stagnazione/recessione e deflazione) piuttosto che una stagflazione, perché il ristagno nelle merci, nella manodopera e nei mercati delle commodity porterà i tassi di inflazione delle economie progredite a scendere sotto l’1% entro il 2009.

- Attendiamoci il raggiungimento del vincolo del “limite zero” dei tassi di alcune economie progredite (sicuramente gli Stati Uniti e il Giappone, forse altre) entro i primi mesi del 2009. Con una deflazione all’orizzonte, il limite a zero sui tassi di interesse implica il rischio di una trappola di liquidità in cui il denaro e le obbligazioni diventano perfettamente sostituibili, in cui i tassi di interesse reale diventano elevati e tendenti al rialzo, perciò spingendo ulteriormente al ribasso la domanda aggregata, e in cui i rendimenti dei fondi del mercati monetari non riescono neppure a coprire i loro costi di gestione. 

La deflazione implica anche una deflazione del debito in cui il valore reale dei debiti nominali aumenta, aumentando perciò il peso reale di tali debiti. Le agevolazioni di politica monetaria diventeranno più aggressive nelle altre economie progredite anche se la Banca Centrale Europea ha tagliato troppo poco e troppo tardi. Ma le agevolazioni di politica monetaria saranno scarsamente efficaci data la quantità eccessiva di offerta aggregata globale relativa alla domada – e data una gravissima crisi del credito.

- Per il 2009, le stime dei guadagni dell’opinione generale sono illusorie: le attuali stime valutano che i guadagni S&P 500 per azione (EPS) saranno di 90 dollari nel 2009, in aumento del 15% rispetto al 2008. Sono cifre del tutto ridicole. Se i guadagni per azione – com’è molto probabile – scenderanno ad un livello di 60 dollari, quindi con un rapporto tra Prezzo e Guadagno di 12, l’indice S&P 500 potrebbe scendere a 720 (cioè all’incirca il 20% sotto i livelli attuali). 

Se il rapporto Prezzo-Guadagno scendesse a 10 – com’è possibile nel caso di gravi recessioni – l’S&P potrebbe scendere a 600, cioè il 35% sotto i livelli attuali.

E in una recessione gravissima, non possiamo escludere che gli EPS possano scendere a 50 dollari nel 2009, trascinando l’indice S&P 500 a quota 500. Quindi, anche se basati sui fondamentali e sulle valutazioni, ci sono importanti rischi di ribasso nelle equity americane (dal 20% al 40%).

Lo stesso discorso vale per gli equity globali: una grave recessione globale implica ulteriori rischi di ribasso negli equity globali nell’ordine del 20-30%. Perciò, la recente ripresa negli equity americani e globali è stata solamente una ripresa di un mercato in declino che è già finita – sepolta da una montagna di notizie macroeconomiche e finanziarie peggiori del previsto.

- Le perdite creditizie saranno ben superiori ai 1.000 miliardi di dollari, e vicine ai 2.000 miliardi, perché tali perdite si diffonderanno dai subprime verso i mutui ipotecari più “sani”; i prestiti sul valore reale dell’abitazione1 (e i relativi prodotti cartolarizzati); il mercato immobiliare commerciale; le carte di credito; i prestiti per le auto e per gli studenti; le estensioni di prestiti su altri prestiti esistenti; i leveraged buyouts; le obbligazioni comunali; le obbligazioni societarie; i prestiti industriali e commerciali e i credit default swap. Queste perdite creditizie porteranno ad una grave crisi del credito, data l’assenza di una rapida e aggressiva ricapitalizzazione degli istituti finanziari.

- Quasi tutti i 700 miliardi di dollari del programma TARP saranno utilizzati per ricapitalizzare gli istituti finanziari americani (banche, intermediari, compagnie di assicurazione, società finanziarie) perché l’aumento delle perdite creditizie (vicine ai 2.000 miliardi di dollari) sottintenderà che i 250 miliardi di dollari stanziati all’inizio per ricapitalizzare questi istituti non saranno sufficienti. Sarà necessario quanto prima un TARP-2, perché le esigenze di ricapitalizzazione gli istituti finanziari americani supereranno largamente i 1.000 miliardi di dollari.

- Gli spread attuali sulle obbligazioni rischiose si potrebbero allargare ulteriormente mentre uno tsunami di inadempienze colpirà il settore corporate; gli spread sulle obbligazioni sicure si sono allargati eccessivamente in relazione ai fondamentali finanziari, ma un ulteriore allargamento degli spread è possibile, guidato dalle dinamiche di mercato, diminuendo la leva e dal fatto che numerose società valutate con tripla A (diciamo, GE) non sono in realtà AAA, e dovrebbero essere declassate dalle agenzie di rating.

- Attendiamoci un disavanzo fiscale americano di quasi 1.000 miliardi di dollari nel 2009 e nel 2010. La prospettiva per il disavanzo della bilancia commerciale americana è incerta: la recessione, un aumento dei risparmi privati e una diminuzione degli investimenti, e un’ulteriore discesa dei prezzi delle commodity tenderanno a ridurla, ma un dollaro più forte, la debolezza della domanda globale e un disavanzo fiscale americano più elevato tenderanno ad aggravarla. Sulla rete, osserveremo ancora dei forti disavanzi fiscali e commerciali negli Stati Uniti – e una minore disponibilità e possibilità del resto del mondo a finanziarli a meno di un rialzo del tasso di interesse su tali debiti.

- In questo ambiente economico e finanziario, è prudente rimanere lontani dai beni più rischio per i prossimi 12 mesi: ci sono rischi di ribasso per gli equity americani e globali; gli spread sul credito – soprattutto quello più rischioso – potrebbero aumentare ulteriormente; i prezzi delle commodity scenderanno di un altro 20% rispetto ai livelli attuali; anche l’oro scenderà mentre prenderà piede la deflazione; il dollaro americano potrebbe indebolirsi ulteriormente nei prossimi 6-12 mesi mentre gli elementi dietro la recente ripresa svaniranno mentre i fondamentali a medio-termine tendenti al ribasso per il dollaro faranno di nuovo capolino; i rendimenti delle obbligazioni governative negli Stati Uniti e nelle economie progredite potrebbero diminuire ulteriormente mentre emergeranno recessione e deflazione ma, con il passare del tempo, l’impennata del disavanzo fiscale negli Stati Uniti e nel mondo ridurranno l’offerta di risparmio globale e porteranno tassi di interesse più elevati a lungo termine a meno che la diminuzione degli investimenti reale globali superi la diminuzione del risparmio globale.

Aspettiamoci ulteriori rischi di ribasso nei beni dei mercati emergenti (in particolare, equity and debiti valutari locali e stranieri), soprattutto nelle economie con vulnerabilità macroeconomiche, politiche e finanziarie. Il denaro contante e gli strumenti simili al denaro contante (obbligazioni governative datate a breve termine e obbligazioni indicizzate all’inflazione che farebbero entrambe bene in periodi di inflazione e deflazione) domineranno la maggior parte dei beni a rischio.

Quindi rimangono dei rischi seri e delle vulnerabilità e i rischi di ribasso per i mercati finanziari (peggiori di quanto si aspettassero le notizie macroeconomiche e le notizie sui guadagni e gli sviluppi nelle parti importanti del sistema finanziario globale) sovrasteranno, nei prossimi mesi, le notizie positive (i provvedimenti del G7 per evitare un crollo sistemico, e altre misure che, a tempo debito, potrebbero ridurre gli spread interbancari e creditizi).

Ma diffidate, comunque, di quelli che vi dicono che abbiamo raggiunto il fondo per i beni finanziari a rischio. Gli stessi ottimisti vi avevano detto che avevamo toccato il fondo e che il peggio era passato dopo il salvataggio dei creditori di Bear Stearns a marzo; dopo l’annuncio del possibile salvataggio di Fannie e Freddie a luglio; dopo il vero salvatagggio di Fannie e Freddie a settembre; dopo il salvataggio di AIG a metà settembre; dopo la presentazione della legge TARP; e dopo gli ultimi provedimenti del G7 e dell’Unione Europea. 

In ciascun caso, gli ottimisti hanno sostenuto che l’ultima crisi e la risposta del salvataggio è stato l’evento catartico che ha indicato la fine della crisi e il recupero dei mercati. Si sono sbagliati per almeno sei volte di fila mentre la crisi – come io avevo già coerentemente previsto nell’ultimo anno – si aggravava sempre di più. Quindi, buona parte di questo eccessivo ottimismo si è dimostrato sbagliato almeno sei volte solamente negli ultimi otto mesi. 

E’ necessario un esame della realtà per valutare i rischi – e per intraprendere i provvedimenti adeguati. E la realtà ci dice che abbiamo evitato a malapena – solamente una settimana fa – un crollo finanziario totale e sistemico; che i provvedimenti sono ora finalmente più aggressivi e sistematici, e più adeguati; che occorrerà un certo periodo di tempo affinché il credito interbancario si riprenda; che sono necessari ulteriori provvedimenti per evitare il crollo e una recessione ancor più grave; che le banche centrali, invece di essere prestatrici di ultima istanza, saranno per ora, prestatrici di prima e unica istanza; che anche se evitiamo il crollo, subiremo 
una grave recessione negli Stati Uniti, nelle economie progredite e, molto probabilmente, in tutto il mondo , la peggiore degli ultimi decenni; che ci troviamo nel mezzo di una grave crisi finanziaria e bancaria, la peggiore dalla Grande Depressione; e il flusso di notizie macroeconomiche e finanziarie non sorprenderà di ridimensionare il tutto (come è stato durante le scorse settimane) con ulteriori rischi per i mercati finanziari.

Per ora mi fermerò qui.

Nouriel Roubini è docente presso la Stern Business School alla New York University e presidente della Roubini Global Economics.

Fonte: www.forbes.com
Link: http://www.forbes.com/opinions/2008/11/12/recession-global-economy-oped-cx_nr_1113roubini.html 14.11.08

Traduzione di JJULES per www.comedonchisciotte.org
Link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5261

1 Negli Stati Uniti, un prestito sul valore reale dell’abitazione [Home Equity Loan] è un tipo di prestito nel quale chi chiede denaro impegna il “valore reale” [equity] della propria abitazione come collaterale. Questo valore reale si ottiene prendendo il valore di mercato dell’abitazione e sottraendone il mutuo e i debiti in sospeso [NdT]

Chi pagherà la crisi? per la Lega gli immigrati, per la Sinistra "rossa" gli arricchiti sulla pelle dei lavoratori



Il ministro Roberto Maroni si è fatto fama, nella sua carriera politica, di essere quello della Lega più disponibile al dialogo con la sinistra. Viste le posizioni che la cosiddetta sinistra ha preso da circa venti anni a questa parte la cosa potrebbe anche non stupire. Ma questa diceria ha sempre sottovalutato una realtà ben più solida e pregnante e cioè che Maroni è soprattutto un leghista. E della Lega dovrebbe essere il prossimo leader se sono vere le parole pronunciate in tal senso dal capo assoluto, Umberto Bossi, qualche settimana fa. Un leghista, dunque, che si esprime e rappresenta al massimo livello gli umori, il pensiero e le strategia di questo partito, probabilmente il più a destra sullo scacchiere politico. Solo se si inquadra in questa cornice la sua volontà di bloccare per due anni il decreto flussi per gli immigrati, chiudendo di fatto le frontiere, si coglie la portata politica della proposta e se ne percepisce per intera tutta la pericolosità. Solo se si coglie la sequenza logica che lega l'uscita di Maroni alle parole pronunciate ieri l'altro da Bossi - "gli immigrati sono una risorsa negativa" - chiara replica polemica agli auspici del presidente Napolitano - "gli immigrati sono una risorsa positiva per il paese" - si può ragionare sul fatto che alla crisi economica e finanziaria in Italia si cerca di dare, con compiutezza, sapienza e rigore politico una riposta reazionaria, di destra, di destra viscerale.
Bossi e Maroni, cioè la Lega, fanno il loro lavoro con dedizione: cogliendo quello che sta per accadere, percependo le ansie che popolano ampi settori popolari e di piccola borghesia, il proprio elettorato di riferimento, mettono le mani avanti e offrono una risposta, per nulla risolutiva, altamente demagogica, pericolosamente populista, ma chiara e semplice come sa essere il linguaggio politico della destra.
Da partito che ha un radicamento sociale e che sa coniugare questo con una strategia politica, la Lega ha capito che la crisi sarà dura. Non è difficile capirlo, in realtà, e nelle segrete stanze dei vari poteri - di governo, di partito, di istituzioni finanziarie - lo hanno capito tutti. Basta guardare ai dati che arrivano dagli Usa, alle notizie che già fanno inquietare Obama sulla crisi dell'auto a Detroit e che si riverberano direttamente in Germania dove il governo Merkel è alle prese con la richiesta di un salvataggio urgente della Opel, filiale europea della General Motors per il cui salvataggio il neo-presidente statunitense vorrebbe stanziati dal Congresso Usa almeno 25 miliardi di dollari (negati da Bush). Stiamo parlano di crisi che potrebbero far ballare milioni di posti di lavoro, negli Stati Uniti come in Europa. Del resto non è certo per caso che i dirigenti dei principali 47 gruppi industriali europei riuniti nell'Eurpean Round Table (per l'Italia presente la Fiat, con John Elkan, Telecom, st-Microelectronics, Cir e Eni) abbiano lanciato un appello da Instanbul ai governi europei per avere un piano di interventi pubblici urgenti. Tutti sono consapevoli che la recessione - le cui stime non fanno che aumentare con il passare delle settimane - colpirà a fondo i profitti e dunque si riverberà negativamente sui posti di lavoro. Il peggio deve ancora arrivare, si comincia a dire in ambienti autorevoli per quanto ancora poco visibili mediaticamente. E' quanto è successo al convegno organizzato dal Pd sulla "crisi finanziaria e i suoi riflessi" in cui è intervenuto lo stesso Veltroni e a cui hanno partecipato nomi come Mario Monti, Luigi Spaventa, Sergio Romano, Tito Boeri, e altri. Unanime la diagnosi: il peggio deve ancora venire, quasi unanime la constatazione che le misure adottate finora, in tutto il mondo, sono solo dei palliativi.

La scenografia del G-20
E le cose in effetti stanno così. Al recente vertice dei G-20, i 20 paesi più industrializzati o emergenti del pianeta, non si è deciso sostanzialmente nulla. Si è preso atto, anzi, che i meccanismi della globalizzazione, che pure operano e si diffondo su scala planetaria, sono ancora associati a poteri reali e interessi corposi dei singoli stati nazionali. Non si spiega altrimenti la ritrosia della Germania a farsi capofila di un piano europeo di risanamento e di uscita dalla crisi privilegiando invece la difesa e la tutela dei suoi ottimi surplus commerciali e finanziari (la Germania è praticamente l'unico paese Ue con un attivo della bilancia commerciale - +288 miliardi di dollari -ha un bilancio in attivo, un rapporto debito/Pil al 65% e riserve valutarie per 40 miliardi di dollari) e quindi dei suoi equilibri interni e delle sue priorità commerciali verso l'est europeo. 
In effetti, a livello internazionale i "guardiani della crisi" - che poi sono gli stessi che l'hanno provocata, si pensi alla Fed e al Tesoro Usa, alla Bce - brancolano nel buio, a prescindere dal segno politico dei rispettivi governi. L'unico paese che finora ha reagito con misure concrete è la Cina il cui pacchetto di "stimoli" all'economia da 600 miliardi di dollari - ma che in termini reali è quattro volte il pacchetto di stimoli lanciato dagli Usa - viene visto come un paracadute efficace visto che è diretto a reggere la domanda di beni di investimento, a sostenere i salari tramite investimenti pubblici, a promuovere un miglioramento del welfare state e a ridurre la pressione fiscale. Tanto che l'Economist gli dedica tre pagine dal titolo "la Cina può salvare il mondo?". Dal canto loro, l'Europa e, soprattutto, gli Stati Uniti si sono dedicati finora a proteggere il sistema bancario, entrando con capitale pubblico dentro l'azionariato - ma senza nazionalizzare - offrendo certezze ai banchieri e ai loro azionisti di riferimento, cercando di ripulire il mercato da titoli tossici che però sono ancora massicciamente in circolazione. Che le misure non siano affidabili lo dimostra l'andamento dei mercati finanziari ma soprattutto la reale percezione che milioni di lavoratori e di "classe media" cominciano avere della propria condizione e delle proprie aspettative. Del resto, il movimento studentesco è stato particolarmente efficace nel segnalare questo scarto con il suo slogan ormai affermato "noi la crisi non la paghiamo". 

Chi paga la crisi?
Ma chi la paga, allora? All'affermazione, meritevole, degli studenti non può che seguire una risposta puntuale a questa precisa domanda. La Lega una riposta chiara ce l'ha: la crisi la paghino intanto gli immigrati. Chiudiamogli le porte - come se si potesse veramente…potenza della demagogia - difendiamo i posti di lavoro italiani, attiviamo "ronde cittadine" al servizio dei sindaci. Tutto l'armamentario xenofobo è attivato per distogliere gli occhi dai veri obiettivi e impedire che il consenso elettorale alla Lega venga travolto dalla crisi economica. 
Altre risposte efficaci finora non sono venute. Berlusconi non fa che puntare sull'effetto salvifico della propria semplice esistenza in vita ma senza trovare misure davvero risolutive - a meno di pensare che un rapido avvio di opere infrastrutturali come il Ponte sullo Stretto possano risolvere qualcosa; An è in piena crisi ideologica, il Pd si affanna a difendere il libero mercato dagli assalti dello "statalismo" di ritorno mentre a sinistra si risente la fascinazione per il mitico "neokeynesismo" che dovrebbe costituire una risposta attiva. 
Una riposta più efficace, invece, urge non solo per offrire una sponda di idee, oltre che politica, alle mobilitazioni ma anche per arginare la facilità di presa sociale della Lega e della destra xenofoba. E una riposta non può che partire dalla constatazione minima che se la crisi non la pagano coloro che hanno guadagnato moltissimo nel corso degli ultimi venti anni, cioè nel periodo della più grande redistribuzione al contrario di risorse pubbliche, allora saranno i lavoratori a pagarla e quindi si rafforzeranno le proposte della Lega. Insomma, alla crisi del capitalismo si risponde con una radicalità anticapitalista e con un pacchetto di interventi che spezzi la logica che ha finora dominato l'economia mondiale.
Il punto, allora, è intervenire sulla montagna di profitti privati che hanno ingrassato non solo le grandi imprese capitalistiche e le banche ma anche una casta sociale che ha beneficiato della distribuzione dei dividendi azionari e della crescita della rendita finanziaria. Così come non può esistere un salvataggio delle banche in affanno che non sia l'effettiva nazionalizzazione sotto controllo sociale (mentre invece, dietro a un presunto intervento pubblico, il governo mette a disposizione del capitale privato le ingenti risorse della Cassa Depositi e Prestiti, con il supporto di uomini Pd come Bassanini appena nominato presidente). Un modo di utilizzare i dividendi azionari è, ancora, quello di istituire un vero salario sociale che protegga dalla perdita del posto di lavoro, anche se si dovrebbe prendere in considerazione l'interdizione dei licenziamenti, magari a fronte di sussidi pubblici. Così come non può essere accantonata la vecchia idea del movimento altermondialista - che purtroppo è assente dalla scena essendosi chiuso il suo ciclo - di tassare e regolare i movimenti internazionale di capitale. Fino alla rimessa in discussione di tutto l'armamentario "tecno-europeista" che fa della Bce il sovrano assoluto - ma, paradossalmente, senza veri poteri - dell'Unione europea e i famigerati parametri di Maastricht la corda che si stringe attorno a un'economia in agonia.
Non abbiamo la pretesa di stilare un elenco esaustivo. Ma è chiaro che una sinistra anticapitalista ha senso se si rende evidente ed efficace in presenza di una crisi profonda del capitalismo che oggi ne riattualizza le ragioni. Tra i modi efficaci per reagire e prendere parola uno potrebbe essere importato dalla Francia dove le forze della sinistra radicale stanno dando vita ai Crac, "Comitati di resistenza alternativa alla crisi", organismi unitari per elaborare analisi, stilare risposte, organizzare mobilitazioni. Forse potrebbe essere questo un primo passo per sbarrare la strada alla destra populista e xenofoba prima che sia troppo tardi. O almeno per uscire dal dibattito stantio sui giornali e provare a misurarsi sul campo.
di Salvatore Cannavò

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