venerdì 21 novembre 2008

Balcani, quando l'odio non conosce fine



La Corte di Giustizia Internazionale si dichiara competente a esaminare il caso 'Croazia contro Serbia'. Da Belgrado: 'Quando si comincerà a guardare al futuro?'

"Senza fine" era il titolo di una famosa canzone cantata da Gino Paoli negli Anni '60. Senza fine è anche la storia nei Balcani. La guerra conclusa sul campo tredici anni fa continua, irrimediabilmente, nelle aule dei tribunali. Stato contro Stato, Croazia contro Serbia, la battaglia continua alla Corte Internazionale di Giustizia.

L'eredità di Belgrado. Quando nel corso della sessione a porte aperte della Corte dell'Aja, il presidente Rosalyn Higgins ha letto il verdetto del Tribunale che si è dichiarato competente a esaminare l'azione legale presentata dalla Croazia contro la Serbia per genocidio, a Zagabria hanno esultato. Milorad Pupovac, il leader dei serbi in Croazia, no. Ha scosso la testa. Secondo lui il verdetto della Corte, raggiunto con dieci voti a favore e sette contrari, non è altro che la continuazione, con mezzi legali certo, di una guerra che non è mai finita, "una guerra che ancora si aggira nelle nostre teste". Anche a Belgrado il verdetto è sembrato alquanto infelice: il ministro degli Esteri Vuk Jeremic ritiene che il proseguimento dell'azione legale vorrebbe dire non voler lasciare il passato alle spalle, rifiutare una mano tesa da una Serbia intenzionata a guardare avanti, a guardare all'Europa. I fatti contestati dalla Croazia alla Serbia risalgono agli anni compresi tra il 1991 e 1995, gli anni della guerra dei Balcani. Zagabria aveva depositato le su l'azione già nel 1999, chiedendo che Belgrado venisse condannata per "successione" per i crimini commessi dall'allora Jugoslavia: per successione, in quanto la Serbia viene considerata l'erede naturale delle spoglie jugoslave. Secondo il collegio dei legali croati la Serbia, avendo il comando dell'esercito, dei servizi segreti e dei paramilitari, avrebbe partecipato attivamente alla pulizia etnica dei croati nella Krajina nei primi Anni '90, sostenendo la formazione della Repubblica Serba di Krajina - in territorio croato - e costringendo migliaia di croati ad abbandonare le proprie case.

Operacija Oluja. La Serbia ha adesso un anno di tempo per presentare le sue memorie difensive e, come già annunciato dallo stesso Jeremic, a sua volta un'azione contro la Croazia, "che dovrà rispondere davanti alla Corte Internazionale e alla Storia dellaOperacija Oluja, Operazione Tempesta". Nell'arco di 36 ore, tra il 4 e il 5 agosto del 1995, i croati, con una massiccia operazione militare supportata anche dagli Stati Uniti e dall'inerzia delle forze Onu, costrinsero circa 250mila civili serbi a lasciare la Krajina. Il numero di civili morti, serbi, oscilla tra i 677 - secondo le fonti croate - e 1196, secondo quelle serbe. Il 7 agosto del 1995 la Repubblica Serba di Krajina non esisteva più. Franjo Tudjman, l'allora presidente della Croazia, dichiarò il 5 agosto, giorno della presa della capitale Knin, festa nazionale, "Giorno del Ringraziamento". Il 15 aprile scorso è cominciato all'Aja il processo contro generali croati Ante Gotovina, Ivan Cermak e Mladen Markac accusati di crimini contro l'umanità e di violazione delle leggi o delle manovre di guerra durante l'operazione.

Le contestazioni. Belgrado contesta, da nove anni a questa parte, la legittimità della Corte a esaminare il caso per due ordini di motivi. Il primo: nel 1999, quando la Croazia iscrisse a ruolo l'azione contro Belgrado, l'allora Repubblica Federale di Yugoslavia - composta da Serbia e Montenegro -, non faceva parte delle Nazioni Unite; il secondo: la Serbia ha ratificato la "Convenzione Onu per il Crimine di Genocidio" solo il 12 marzo del 2001, per cui non può essere accusata di aver violato un trattato che all'epoca dei fatti non aveva firmato (diversamente da Croazia e Bosnia che lo hanno fatto nel 1992).
Presumibilmente il processo non comincerà prima di due anni. Bisogna tenere in conto che il verdetto pronunciato non segna irrimediabilmente il processo, considerando il fatto che in passato la Corte si era dichiarata "competente a conoscere" della causa avviata, sempre per genocidio, dalla Bosnia Erzegovina contro la Serbia, ma che poi, l'anno scorso, ne ha dichiarato l'infondatezza.

di Nicola Sessa

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Una Croce Rossa profondamente malata



Commissariato, sfasciato, criticato: l'ente umanitario cerca un difficile riscatto

La situazione della Croce Rossa Italiana si fa di giorno in giorno più pesante. Conti in rosso, agitazione dei precari, commissariamento.

Dopo la presa in carico dell'ente pubblico da parte di un rappresentante dello Stato, l'avvocato Francesco Rocca, qualche giorno fa il presidente Massimo Barra ha scritto al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. Oggetto della missiva la 'preoccupante questione relativa al personale precario' della Croce Rossa. La questione è una delle più urgenti, tra le molte che affliggono l'ente. I 1.900 precari a tempo determinato su un personale di quasi 5 mila lavoratori ne fanno l'unico ente del parastato con quasi la metà di precari in organico. L'appello di Barra a Letta dà l'idea di come la situazione stia precipitando. La Finanziaria 2008 prevedeva la stabilizzazione in favore del personale precario, che non è stata mai avviata. Le paure dei lavoratori sono più che giustificate, dato che a dicembre, allo scadere delle convenzione con i vari enti, scadrà anche il loro contratto, e potrebbero essere a rischio numerose attività svolte con il servizio sanitario nazionale, con i Comuni, le Regioni e le Prefetture. Attività fondamentali, come il trasporto infermi, il soccorso urgente, l'assistenza domiciliare e all'infanzia e via dicendo.
D'altro canto, però, la Croce Rossa Italiana vive una situazione anomala rispetto alle Società nazionali degli altri Stati. Almeno in Europa, infatti, è l'unica organizzazione che dipende economicamente e politicamente dallo Stato italiano, che versa nelle sue casse 400 milioni di euro all'anno e ha il potere di commissariarla se - ad esempio - il bilancio non è in regola. Il buco approfonditosi negli anni a causa di sperperi, distrazioni, consulenze esterne, appalti ed esternalizzazioni sarebbe di decine di milioni di euro. Stando alle parole del presidente uscente Barra (dettosi 'sconcertato' di non essere stato informato del commissariamento, avvenuto agli inizi di novembre), il giorno del suo insediamento, 28 dicembre 2005, "il deficit di cassa ammontava a 57 milioni di euro. Oggi è di quasi 19 milioni. Sfido chiunque a fare meglio", disse. Barra successe a Scelli, nominato nel 2003 dal governo Berlusconi. Con l'intervento in Iraq, l'emblema della Croce Rossa - che ha anche un corpo militare - accando alle divise dell'esercito italiano suscitò vive reazioni da parte del Movimento internazionale di Ginevra. Così, lo scorso anno, i presidenti della Federazione internazionale e del Comitato internazionale, scrissero a Prodi chiedendo di garantire 'l'indipendenza e la neutralità' della Croce Rossa Italiana come stabilito nello Statuto internazionale.

Lo Statuto italiano fu sottoposto a revisione, e il Sottosegretario Generale della Federazione internazionale Stephen Davey sottolineò, in una lettera a Barra, il suo interesse per la preparazione del nuovo documento. "Il processo di revisione deve andare a buon fine - scriveva Davey - perchè lo statuto della Cri non corrisponde alle esigenze minime del movimento. I membri della Cri devono essere sempre liberi di eleggere essi stessi i propri dirigenti, e non di vederseli imporre dalle autorità. La nomina di un commissario straordinario... non potrebbe che essere fortemente disapprovata dal movimento". Detto fatto. Il nuovo commissario avrà adesso il compito di sbrogliare la matassa che ha avviluppato l'ente durante gli anni di cattiva gestione. O quantomeno sciogliere i due nodi principali: stabilizzare i precari e farlo diventare davvero un'organizzazione corrispondente agli ideali del fondatore Henry Dunant: neutro, indipendente, imparziale.

di Luca Galassi

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Un'economia che garantisca i diritti sociali


Non so se riusciranno a non pagare la crisi i milioni e milioni di persone sparse in tutti gli angoli del pianeta, che non hanno la responsabilità di averla causata. Ne avrebbero la forza se riuscissero a imporre ai propri governi di rappresentarli sia nell'apprestare le misure per fronteggiare questa crisi, sia nel progettare le riforme del sistema finanziario nella nuova Bretton Woods. Potrebbe quindi emergere un progetto che non escluda il riconoscimento dei bisogni umani dalla considerazione del governo del mondo, che non sacrifichi aspirazioni, dignità, diritti, al dominio del capitale. Lo avremmo già, se fosse rimasto qualcosa del protagonismo della sinistra, non i frantumi drammaticamente dispersi di quella alternativa, non l'afasia di quella moderata che, per aver aderito al neoliberismo, non ha il coraggio di riscattarsi. 
E dire che non avrebbe comportato un enorme sforzo di progettazione la domanda possibile, fondata, credibile, che avrebbe potuto, potrebbe e dovrebbe partire dai milioni di vittime che il capitalismo diffonde con la crisi scoppiata con la globalizzazione della sua irrazionalità e della sua endemica immoralità. La lotta di classe, la storia del mondo, la civilizzazione, qualche risultato lo ha pur prodotto. Lo ha prodotto in Occidente con la lotta del movimento operaio nel secolo scorso e le sue conquiste. Disconoscerle equivale a rinnegarle, ad introitare l'ideologia del neoliberismo che ha inculcato la persuasione della improponibilità di quelle conquiste e mira a relegarle tra i rifiuti. Accettare tale mistificazione, significa arrendersi alle «compatibilità del sistema». 
Il riferimento è ai diritti sociali, il cui costo sottrae ai profitti quei margini che i detentori e i gestori di capitali non vogliono mollare. Quei diritti che la falsa raffigurazione della crisi degli stati nazionali avrebbe reso inesigibili in ciascuno di essi. Ebbene, se lo sono diventati negli ambiti degli stati, se soltanto i grandi spazi possono garantirli, è in tale dimensione che devono essere assicurati, a cominciare da quella europea. Lo devono essere su scala planetaria, quella stessa nella quale si vuole disciplinare il mercato, per aver constatato gli effetti catastrofici della sua autoregolazione. Gordon Brown ritiene che la nuova Bretton Woods debba conferire al Fmi il potere di sorveglianza preventiva sulla finanza mondiale e di accertare e garantire la compatibilità tra ciclo finanziario ed economia reale. Perché, allora, non attribuire al Fondo, disinfestato dai virus liberisti, anche la funzione di imporre che le politiche finanziarie e tributarie dei singoli stati riservino quote consistenti della spesa iscritta nei rispettivi bilanci alla garanzia dei diritti sociali? Non è la rivoluzione mondiale che sto proponendo, ma un po' di democrazia, quella comprensibile dai diseredati di tutti i Paesi.
di Gianni Ferrara

Il democristiano e la sua poltrona


"MA QUELLO è stato il mio fidanzato!". Quando ha visto in tv la foto di Riccardo Villari, gira purtroppo sempre la stessa, quella con la cravatta regimental, Barbara D'Urso, collegata per la diretta, si è ricordata dei suoi diciassette anni.  La settima giornata da fuggitivo di Villari è iniziata con questo bel ricordo, uno spruzzo di giovinezza. Gioia durata poco perché, dopo un colpo di tosse, Fabrizio Morri del Pd lo ha tenuto mezz'ora a telefono ricordandogli che c'era Zavoli e dunque: "Leva le tende". A questo punto il presidente ha deciso di proseguire la latitanza accucciandosi dietro piazza di Spagna per qualche ora ancora. Fino a che è comparso, ore 14, a palazzo San Macuto, la sede della sua commissione.  Elegante e sicuro, "scaltro e colto" ha detto di lui il ministro Rotondi. Villari è giunto al palazzo con un bel comportamento istituzionale, sicuro e riservato. I giornalisti hanno subito capito che sarebbe stato un altro indimenticabile show. Quelli del Pd entravano angustiati, veramente tramortiti. Quegli altri leggeri e disinvolti. La seduta si è chiusa dopo mezz'ora.  Villari che col tempo ha consolidato un contegno molto presidenziale, si è materializzato: "Non mi dimetto. Sono un democratico, sono stato eletto democraticamente e faccio questo per tutelare le Istituzioni". Di più: "Ho ricevuto pressioni indebite e minacce". Un giornalista, anch'egli incredulo: ci sarebbe Zavoli al suo posto. Lui con una degnissima faccia di bronzo: "Nessuno mi ha mai informato dell'accordo raggiunto". 
Questione di gusti, ma spettacolino non da poco. La truppa dei cronisti si è diretta allora al Senato, dove i democratici dovevano democraticamente decidere l'espulsione di Villari dal gruppo parlamentare. "Secondo lei ha preso soldi?". A questa domanda Anna Finocchiaro è rimasta interdetta, ma non ha ceduto: "A tanto non ci sono arrivata".  Villari gode già di una vita agiata e quel che mancava è arrivato: la poltrona. Alla buvette due senatori si scambiano le opinioni: "Ricordi che diceva sempre? Nel vocabolario di un democristiano la parola dimissioni non esiste". E infatti. Con un bicchiere di prosecco in mano Franco Marini, dato come l'ultimo suo referente politico, lo manda a quel paese: "E' uno stronzo". Anche Fioroni lo manda lì: "Lo dobbiamo agevolare e fargli capire da che parte deve andare". "Ah, la tentazione della carne!", dice Giorgio Tonini, amico di Veltroni.  Tra le cinque e le sei il nome di Villari è scomparso tra quelli iscritti al gruppo del Partito democratico, il suo corpo si è volatilizzato di nuovo lasciando la sua assistente, esausta e parecchio incredula, nello sconforto e nel totale disimpegno: "Non so nulla, non so nulla". Forse di nuovo in viaggio a Napoli, o riparato in qualche rifugio romano. Fuggiasco, di nuovo. Una magia la sua elezione che, secondo i bene informati, è tutta dentro l'abilità di un uomo: Italo Bocchino.  Bocchino, una onorata carriera da portaborse, ora vicecapogruppo della maggioranza, dona ancora un consiglio all'opposizione: "Per me è un errore espellerlo". Dall'altro lato la Giovanna Melandri, afflitta ma resistente, tenta la mossa disperata: "A questo punto il problema è di Berlusconi". Cicchitto: "Problema nostro? Ma è loro!".  Acque confuse e corpi stremati. Nuovo messaggio dal presidente fuggitivo: "I partiti devono fare un passo indietro, devono rispettare le Istituzioni". E' tutto così inverosimile da far apparire magico dunque irreale questo pomeriggio romano ancora con un bel sole tiepido. Magico come l'abracadabra che ha trasformato Villari: da qui a lì ma a testa alta, invocando le guarentigie repubblicane e persino difendendo l'onore delle istituzioni. C'è stato persino un comunicato del senatore De Gregorio, transfuga della passata legislatura, che ha messo i puntini sulle i e illustrato il coraggio impiegato da sé medesimo nel trasferimento, armi e bagagli, da Prodi a Berlusconi.  Tutto è perciò noto e già successo, e questo replay sembra nel solco della tradizione. "Non ci posso credere, non voglio crederci", quasi piange Vincenzo Vita che per tutta la vita ha lottato contro Berlusconi e adesso vede il nemico entrargli in casa, mettersi di fianco a lui. Oggi non ci sono dichiarazioni dei dalemiani, battaglia sospesa in attesa del ritorno del capo dall'estero. Anche Nicola Latorre ha tenuto la bocca cucita e ha allontanato il suo corpo da ogni sospetto. Due giorni prima l'avevano visto confabulare proprio con Villari. Ma non c'erano telecamere in giro, per fortuna. 
di Antonello Caporale

Io disprezzo Facebook



Facebook ha 59 milioni di utenti - e due milioni di nuovi iscritti ogni settimana. Ma tra questi non troverete Tom Hodgkinson che rilascia volontariamente i propri dati personali; non ora che conosce la politica delle persone che stanno dietro questo sito di social networking.

Io disprezzo Facebook. Questa azienda statunitense di enorme successo si descrive come «un servizio che ti mette in contatto con la gente che ti sta intorno». Ma fermiamoci un attimo. Perché mai avrei bisogno di un computer per mettermi in contatto con la gente che mi sta intorno? Perché le mie relazioni sociali debbono essere mediate dalla fantasia di un manipolo di smanettoni informatici in California? Che ha di male il baretto? 

E poi, Facebook mette davvero in contatto la gente? Non è vero invece che ci separa l'uno dall'altro, dal momento che invece di fare qualcosa di piacevole come mangiare, parlare, ballare e bere coi miei amici, mando loro soltanto dei messaggini sgrammaticati e foto divertenti nel ciberspazio, inchiodato alla scrivania? Un mio amico poco tempo fa mi ha detto di aver trascorso un sabato notte a casa da solo su Facebook, bevendo seduto alla sua scrivania. Che immagine deprimente. Altro che mettere in contatto la gente, Facebook ci isola, fermi nel posto di lavoro.

Per di più, Facebook fa leva, per così dire, sulla nostra vanità e autostima. Se carico una mia foto che ritrae il mio profilo migliore, e assieme metto una lista delle cose che mi piacciono, posso costruire una rappresentazione artificiale di me stesso, con lo scopo di essere sessualmente attraente e di guadagnarmi l'altrui approvazione. («Mi piace Facebook», mi ha detto un altro amico. «Mi ha fatto trombare»). Incoraggia inoltre una inquietante competitività intorno all'amicizia: sembra che nell'amicizia oggi conti la quantità, e la qualità non sia affatto considerata. Più amici hai, meglio sei. Sei "popolare", nel senso che i liceali statunitensi amano tanto. A riprova di ciò sta la copertina della nuova rivista su Facebook dell'editore Dennis Publishing: «Come raddoppiare la tua lista di amici».

Sembra, però, che io sia piuttosto solo nella mia ostilità. Mentre scriviamo, Facebook sostiene di avere 59 milioni di utenti attivi, compresi 7 milioni dal Regno Unito, la terza nazione per numero di clienti dopo gli Usa e il Canada. Cinquantanove milioni di babbei, che hanno dato tutti volontariamente le informazioni della propria carta d'identità e le proprie scelte di consumatore a un'azienda statunitense che non conoscono. Due milioni di persone si iscrivono ogni settimana. Se proseguirà all'attuale volume di crescita, Facebook supererà i 200 milioni di utenti attivi nello stesso periodo dell'anno prossimo. E personalmente prevedo che, anzi, il suo volume di crescita subirà un'accelerazione nei mesi venturi. Come ha dichiarato il portavoce di Facebook Chris Hughes: «[Facebook] ha raggiunto una tale integrazione che è difficile sbarazzarsene». 

Tutto ciò sarebbe sufficiente a farmi rifiutare Facebook per sempre. Ma ci sono altre ragioni per odiarlo. Molte altre ragioni.

Facebook è un progetto ben foraggiato, e le persone che stanno dietro il finanziamento, un gruppo di capitalisti "di rischio" della Silicon Valley, hanno un'ideologia ben congegnata che sperano di diffondere in tutto il mondo. Facebook è una delle manifestazioni di questa ideologia. Come Paypal prima di esso, è un esperimento sociale, un'espressione di un particolare tipo di liberalismo neoconservatore. Su Facebook puoi essere libero di essere chi vuoi, a patto che non ti dia fastidio essere bombardato da pubblicità delle marche più famose al mondo. Come con Paypal, i confini nazionali sono una cosa ormai obsoleta.

Malgrado il progetto sia stato concepito inizialmente dalla star da copertina Mark Zuckerberg, il vero volto che sta dietro Facebook è il quarantenne venture capitalist della Silicon Valley e filosofo "futurista" Peter Thiel. Ci sono soltanto tre consiglieri di amministrazione per Facebook, e sono Thiel, Zuckerberg e un terzo investitore che si chiama Jim Breyer, che proviene da un'azienda di venture capital, la Accel Partners (di lui parleremo più avanti). Thiel investì 500 mila dollari in Facebook quando gli studenti di Harvard Zuckerberg, Chris Hughes e Dustin Moskowitz lo incontrarono a San Francisco nel giugno del 2004, non appena fecero partire il sito. Thiel, secondo la stampa, oggi possiede il 7 per cento di Facebook, quota che, secondo l'attuale stima del valore dell'azienda di 15 miliardi di dollari, vale più di un miliardo. Chi siano esattamente i cofondatori originali di Facebook è controverso, ma chiunque siano, Zuckerberg è l'unico rimasto nel consiglio d'amministrazione, malgrado Hughes e Moskowitz lavorino ancora per l'azienda. 

Thiel è considerato da molti nella Silicon Valley e nel mondo del venture capital a stelle e strisce come un genio del liberismo. È il cofondatore e amministratore delegato del sistema bancario virtuale Paypal, che vendette a Ebay per un miliardo e mezzo di dollari, tenendo per sé 55 milioni. Gestisce anche un hedge fund da 3 miliardi di euro, il Clarium Capital Management, e un fondo di venture capital, Founders Fund. La rivista Bloomberg Markets l'ha recentemente descritto come «uno dei manager di hedge fund più di successo del paese». Ha fatto i soldi scommettendo sul rialzo del prezzo del petrolio e azzeccando la previsione che il dollaro si sarebbe indebolito. Lui e i suoi straricchi compagni della Silicon Valley sono stati recentemente etichettati come "La mafia di Paypal" dalla rivista Fortune, il cui cronista ha notato anche che Thiel ha un maggiordomo in livrea e una supercar della McLaren da 500 mila dollari. Thiel è anche un campione di scacchi ed ama la competizione. Si dice che una volta dopo aver perso una partita, in un accesso d'ira, abbia gettato a terra tutte le pedine. E non si scusa per la sua iper-competitività: «Un buon perdente resta sempre un perdente».

Ma Thiel è più di un semplice capitalista scaltro e avido. Infatti è anche un filosofo "futurista" e un attivista neocon. Filosofo laureato a Stanford, nel 1998 fu tra gli autori del libro The Diversity Myth [Il Mito della Diversità, ndt], un attacco dettagliato all'ideologia multiculturalista e 
liberal che dominava Stanford. In questo libro sosteneva che la "multicultura" portava con sé una diminuzione delle libertà personali. Da studente di Stanford, Thiel fondò un giornale destrorso, che esiste ancora, la Stanford Review, il cui motto è Fiat Lux ("Sia la luce"). Thiel è membro di TheVanguard.org, un gruppo di pressione neoconservatore basato su internet, nato per attaccare MoveOn.org, gruppo di pressione liberal attivo sul web. Thiel si dichiara «estremamente libertario».

TheVanguard è gestito da un certo Rod D. Martin, capitalista-filosofo molto ammirato da Thiel. Sul sito, Thiel dice: «Rod è una delle menti di spicco nel nostro paese per quanto riguarda la creazione di nuove e necessarie idee sulle politiche pubbliche. Ha una comprensione dell'America più completa di quella che hanno della propria azienda molti amministratori delegati».

Il piccolo assaggio che segue, preso dal loro sito, vi darà l'idea della loro visione del mondo: «TheVanguard.org è una comunità online che crede nei valori conservatori, nel libero mercato e nella limitazione del governo come gli strumenti migliori per portare speranza e opportunità sempre maggiori per tutti, specie per i più poveri fra noi». Il loro scopo è quello di promuovere linee politiche che «diano nuova forma all'America e al mondo intero». TheVanguard descrive le proprie politiche come «reaganiane-thatcheriane». Il messaggio del presidente recita così: «Oggi daremo a MoveOn [il sito 
liberal], a Hillary e ai media di sinistra una lezione che non si aspetterebbero mai».

Non ci sono dubbi sulle idee politiche di Thiel. Ma qual è la sua filosofia? Sono andato ad ascoltarmi, in un podcast, un discorso di Thiel circa le sue idee sul futuro. La sua filosofia, in breve, è questa: fin dal XVII secolo, alcuni pensatori illuminati hanno strappato il mondo dalla sua antiquata vita legata alla natura - e qui cita la famosa descrizione fatta da Thomas Hobbes della vita come «meschina, brutale e breve» - per portarlo verso un nuovo mondo virtuale nel quale la natura è conquistata. Il valore è ora assegnato alle cose immaginarie. Thiel afferma che PayPal è nato proprio da questa credenza: che si possa trovare valore non in oggetti concreti fatti da mano d'uomo, ma in relazioni fra esseri umani. Paypal è un modo di spostare denaro in giro per il mondo senza limitazioni. Bloomberg Markets la pone così: «Per Thiel, PayPal significa libertà: permetterebbe alla gente di scansare i controlli sulla valuta e spostare denaro in giro per il mondo».

Chiaramente, Facebook è un altro esperimento iper-capitalista: si possono ricavare soldi dall'amicizia? Si possono creare comunità libere dai confini nazionali, e poi vendere loro Coca Cola? Facebook non è per niente creativo. Non produce assolutamente nulla. Tutto quello che fa è mediare relazioni che si sarebbero allacciate in ogni caso.

Il mentore filosofico di Thiel è un certo René Girard dell'università di Stanford, ideatore di una teoria del comportamento umano chiamata "desiderio mimetico". Girard ritiene che le persone siano essenzialmente come pecore e si imitino l'una con l'altra senza pensarci troppo su. La teoria sembra essere provata anche nel caso dei mondi virtuali di Thiel: l'oggetto desiderato è irrilevante; è sufficiente soltanto che gli esseri umani abbiamo la tendenza a muoversi in greggi. Da qui derivano le bolle finanziarie. Da qui deriva l'enorme popolarità di Facebook. Girard è un habitué delle serate intellettuali di Thiel. Tra l'altro, una cosa che non potrete trovare nella filosofia di Thiel sono gli antiquati concetti che appartengono al mondo reale, come Arte, Bellezza, Amore, Piacere e Verità.

Internet è un'immensa attrattiva per i neocon come Thiel, perché promette, in un certo senso, libertà nelle relazioni umane e negli affari, libertà dalle noiose leggi nazionali, dai confini nazionali e da altre cose di questo genere. Internet apre un mondo di espansione per il libero mercato e per il laissez-faire. Thiel sembra approvare anche i paradisi fiscali offshore, e sostiene che il 40 per cento della ricchezza mondiale si trova in posti come Vanuatu, le isole Cayman, Monaco e le Barbados. Penso sia giusto dire che Thiel, come Rupert Murdoch, è contrario alle tasse. Gli piace anche la globalizzazione della cultura digitale, perché rende quasi inattaccabili i padroni delle banche: «I lavoratori non possono fare una rivoluzione per impossessarsi di una banca, se quella banca ha sede a Vanuatu», dice.

Se la vita del passato era meschina, brutale e breve, Thiel vuole rendere la vita del futuro molto più lunga, investendo a questo fine in un'azienda che esplora tecnologie per allungare la vita. Ha promesso tre milioni e mezzo di sterline a un gerontologo di Cambridge, Aubrey de Grey, che sta cercando la chiave dell'immortalità. Thiel è anche membro del collegio dei consulenti di qualcosa come il Singularity Institute for Artificial Intelligence. Nel suo fantastico sito internet, si trovano le seguenti parole: «La Singularity è la creazione tecnologica di un'intelligenza superiore a quella umana. Ci sono parecchie tecnologie [...] che vanno in questa direzione [...] l'Intelligenza Artificiale [...] interfacce che collegano direttamente computer e cervello [...] ingegneria genetica [...] differenti tecnologie che, se raggiungessero una certa soglia di complessità, permetterebbero la creazione di un'intelligenza superiore a quella umana».

Per sua stessa ammissione, quindi, Thiel sta cercando di distruggere il mondo reale, da lui chiamato anche "natura", e di installare al suo posto un mondo virtuale. Ed è in questo contesto che dobbiamo vedere il successo di Facebook. Facebook è un esperimento volto deliberatamente alla manipolazione mondiale, e Thiel è un brillante personaggio del pantheon neoconservatore con un debole per incredibili fantasie "tecno-utopiche". E io non voglio aiutarlo a diventare più ricco.

Il terzo membro del consiglio di amministrazione di Facebook è Jim Breyer. È parte della ditta di venture capital Accel Partners, che ha messo 12 milioni e 700 mila dollari per il progetto Facebook nell'aprile 2005. Oltre a essere membro di questi giganti statunitensi, della stessa caratura di Wal-Mart e Marvel Entertainment, è anche ex presidente della National Venture Capital Association (NVCA). Sono queste le persone che hanno successo in America, perché investono in nuovi e giovani talenti, come Zuckerberg. La più recente raccolta di finanziamenti di Facebook fu portata avanti da un'azienda, la Greylock Venture Capital, che fornì 27 milioni 500 mila dollari. Uno dei più vecchi soci di Greylock è Howard Cox, altro ex presidente della NVCA, e membro del CdA di In-Q-Tel. Che cos'è In-Q-Tel? Beh, che ci crediate o no (andatevi a vedere il suo sito), è la costola della Cia nel capitale di rischio. Dopo l'Undici Settembre, la comunità dei servizi segreti Usa divenne così entusiasta delle possibilità della nuova tecnologia e delle innovazioni del settore privato, che nel 1999 costituì il proprio fondo di capitale di rischio, l'In-Q-Tel, che «identifica e collabora con le aziende che sviluppano tecnologie all'avanguardia, per aiutare a rilasciare questi ritrovati alla Central Intelligence Agency e alla più vasta US Intelligence Community (IC) al fine di promuovere la loro missione»*.

Il dipartimento della difesa statunitense e la Cia amano la tecnologia perché rende lo spionaggio più facile. «Abbiamo bisogno di trovare nuovi modi per dissuadere i nuovi avversari», disse nel 2003 il segretario della Difesa Donald Rumsfeld. «Dobbiamo fare il salto nell'era dell'informatica, che costituisce le fondamenta essenziali dei nostri sforzi di cambiamento». Il primo presidente di In-Q-Tel fu Gilman Louie, che sedette nel CdA di NVCA assieme a Breyer. Un'altra figura chiave nel team di In-Q-Tel è Anita K. Jones, ex direttrice della sezione ricerca e ingegneria del dipartimento della Difesa, e, assieme a Breyer, membro del CdA di BBN Technologies. Quando abbandonò il dipartimento della Difesa, il senatore Chuck Robb le fece questo omaggio: «Lei ha unito tecnologia e comunità militari operative per dare vita a piani dettagliati con il fine di sostenere il dominio Usa sui campi di battaglia del prossimo secolo».

Ora, anche se non si accetta l'idea che Facebook sia una specie di estensione del programma imperialistico statunitense incrociata con uno strumento per raccogliere immense quantità d'informazioni, non si può in nessun modo negare che, come affare, sia davvero geniale. Qualche smanettone online ha fatto intendere che la sua valutazione di 15 miliardi di dollari sia eccessiva, ma io direi semmai che è troppo contenuta. La sua grandezza dà le vertigini, e il potenziale di crescita è virtualmente infinito. «Vogliamo che tutti siano in grado di usare Facebook», dice l'impersonale voce del Grande Fratello sul sito. E penso proprio che lo faranno. È l'enorme potenziale di Facebook che spinse Microsoft a comprarne l'1,6 per cento per 240 milioni di dollari. Recentemente circolano voci secondo cui un investitore asiatico, Lee Ka-Shing, il nono uomo più ricco della terra, abbia comprato lo 0,4 per cento di Facebook per 60 milioni di dollari.

I creatori del sito non fanno altro che giocherellare col programma. In genere, stanno seduti con le mani in mano a guardare milioni di "drogati" di Facebook fornire di spontanea volontà i dettagli della loro carta d'identità, le loro foto e la lista dei loro oggetti di consumo preferiti. Ricevuto questo smisurato database di esseri umani, Facebook vende semplicemente le informazioni agli inserzionisti, o, come ha detto Zuckerberg in uno degli ultimi post sul blog, «cerca di aiutare le persone a condividere informazioni con i loro amici riguardo alle cose che fanno sul web». Ed è infatti proprio ciò che accade. Il 6 novembre dello scorso anno, Facebook annunciò che 12 marchi mondiali erano saliti a bordo. Tra essi, c'erano Coca Cola, Blockbuster, Verizon, Sony Pictures e Condé Nast. Ben allenati in stronzate da marketing di altissimo livello, i loro rappresentanti gongolavano con commenti come questo:

«Con Facebook Ads, i nostri marchi possono diventare parte del modo di comunicare e interagire degli utenti su Facebook», disse Carol Kruse vicepresidente della sezione marketing interattivo globale, gruppo Coca Cola.

«È un modo innovativo di far nascere e crescere relazioni con milioni di utenti di Facebook permettendo loro di interagire con Blockbuster in maniera conveniente, pertinente e divertente», disse Jim Keyes, presidente e amministratore delegato di Blockbuster. «Ciò va al di là della creazione di pubblicità efficaci. Si tratta piuttosto della partecipazione di Blockbuster alla comunità dei consumatori, cosicché, in cambio, i consumatori si sentano motivati a condividere i vantaggi del nostro marchio con gli amici».

"Condividere" è la parola in lingua di Facebook che sta per "pubblicizzare". Chi si registra a Facebook diventa un girovago che parla delle reclame di Blockbuster o della Coca Cola, e tesse le lodi di questi marchi agli amici. Stiamo assistendo alla mercificazione delle relazioni umane, l'estrazione di valore capitalistico dall'amicizia.

Ora, in confronto a Facebook, i giornali, per esempio, come modello d'impresa, sembrano disperatamente fuori moda. Un giornale vende spazi pubblicitari alle imprese che cercano di vendere la loro roba ai lettori. Un sistema che è però molto meno complesso di quello di Facebook. E questo per due ragioni. La prima è che i giornali debbono sopportare fastidiose spese per pagare i giornalisti che forniscono contenuti. Facebook, invece, i contenuti li ha gratis. La secondo è che Facebook può calibrare la pubblicità con una precisione infinitamente superiore rispetto a un giornale. Se, per esempio, si dice su Facebook di amare il film This Is Spinal Tap, quando uscirà nei cinema un film simile, state pur sicuri che vi terranno informati. Mandandovi la pubblicità.

È vero che Facebook ultimamente è stato nell'occhio del ciclone per il suo programma di pubblicità Beacon. Agli utenti veniva recapitato un messaggio che diceva che i loro amici avevano fatto acquisti in un certo negozio online. Furono 46 mila gli utenti a reputare questo tipo di pubblicità troppo invasiva, tanto che giunsero a firmare una petizione dal titolo «Facebook, smettila di invadere la mia privacy!». Zuckerberg si scusò nel blog aziendale, scrivendo che il sistema era ora cambiato da "opt out" [1] a "opt in" [2]. Io ho il sospetto però che questa piccola ribellione per essere stati così spietatamente mercificati sarà presto dimenticata: dopotutto, ci fu un'ondata di protesta nazionale da parte del movimento delle libertà civili quando si dibattè nel Regno Unito l'idea di una forza di polizia a metà del XIX secolo.

E per di più, voi utenti di Facebook avete mai letto davvero l'informativa sulla privacy? Ti dice che non è che di privacy ne hai poi molta. Facebook fa finta di essere un luogo di libertà, ma in realtà è più simile a un regime totalitario virtuale mosso dall'ideologia, con una popolazione che molto presto sarà superiore a quella del Regno Unito. Thiel e gli altri hanno dato vita al loro paese, un paese di consumatori.

Ora, voi, come Thiel e gli altri nuovi signori del ciberuniverso, potreste reputare questo esperimento sociale tremendamente eccitante. Ecco qui finalmente lo Stato illuminista desiderato ardentemente fin dal tempo in cui i Puritani, nel XVII secolo salparono verso l'America del Nord. Un mondo dove tutti sono liberi di esprimersi come vogliono, a seconda di chi li sta guardando. I confini nazionali sono un'anticaglia. Tutti ora fanno capriole insieme in uno spazio virtuale dove ci si può esprimere a ruota libera. La natura è stata conquistata attraverso l'illimitata ingegnosità umana. E voi potreste decidere di inviare a quel geniale investitore di Thiel tutti i vostri soldi, aspettando con impazienza la quotazione ufficiale dell'inarrestabile Facebook.

O, in alternativa, potreste riflettere e rifiutare di essere parte di questo ben foraggiato programma, volto a creare un'arida repubblica virtuale, dove voi stessi e le vostre relazioni con gli amici siete convertiti in merce da vendere ai colossi multinazionali. Potreste decidere di non essere parte di questa Opa contro il mondo.

Per quanto mi riguarda, rifuggirò Facebook, rimarrò scollegato il più possibile, e trascorrerò il tempo che ho risparmiato non andando su Facebook facendo qualcosa di utile, come leggere un libro. Perché sprecare il mio tempo su Facebook quando non ho ancora letto l'Endimione di Keats? Quando devo piantare semi nel mio orto? Non voglio rifuggire la natura, anzi, mi ci voglio ricollegare. Al diavolo l'aria condizionata! E se avessi voglia di mettermi in contatto con la gente intorno a me, tornerei a usare un'antica tecnologia. È gratis, è facile da usare e ti permette un'esperienza di condivisione di informazioni senza pari: è la parola.

L'informativa sulla privacy di Facebook

Per farvi quattro risate, provate a sostituire le parole "Grande Fratello" dove compare la parola "Facebook"

1 Ti recapiteremo pubblicità

«L'uso di Facebook ti dà la possibilità di stabilire un tuo profilo personale, instaurare relazioni, mandare messaggi, fare ricerche e domande, formare gruppi, organizzare eventi, aggiungere applicazioni e trasmettere informazioni attraverso vari canali. Noi raccogliamo queste informazioni al fine di poterti fornire servizi personalizzati»

2 Non puoi cancellare niente

«Quando aggiorni le informazioni, noi facciamo una copia di backup della versione precedente dei tuoi dati, e la conserviamo per un periodo di tempo ragionevole per permetterti di ritornare alla versione precedente»

3 Tutti possono dare un'occhiata alle tue intime confessioni

« [...] e non possiamo garantire - e non lo garantiamo - che i contenuti da te postati sul sito non siano visionati da persone non autorizzate. Non siamo responsabili dell'elusione di preferenze sulla privacy o di misure di sicurezza contenute nel sito. Sii al corrente del fatto che, anche dopo la cancellazione, copie dei contenuti da te forniti potrebbero rimanere visibili in pagine d'archivio e di memoria cache e anche da altri utenti che li abbiano copiati e messi da parte nel proprio pc».

4 Il tuo profilo di marketing fatto da noi sarà imbattibile

«Facebook potrebbe inoltre raccogliere informazioni su di te da altre fonti, come giornali, blog, servizi di instant messaging, e altri utenti di Facebook attraverso le operazioni del servizio che forniamo (ad esempio, le photo tag) al fine di fornirti informazioni più utili e un'esperienza più personalizzata». 

5 Scegliere di non ricevere più notifiche non significa non ricevere più notifiche

«Facebook si riserva il diritto di mandarti notifiche circa il tuo account anche se hai scelto di non ricevere più notifiche via mail» 

6 La Cia potrebbe dare un'occhiata alla tua roba quando ne ha voglia

«Scegliendo di usare Facebook, dai il consenso al trasferimento e al trattamento dei tuoi dati personali negli Stati Uniti [...] Ci potrebbe venir richiesto di rivelare i tuoi dati in seguito a richieste legali, come citazioni in giudizio od ordini da parte di un tribunale, o in ottemperanza di leggi in vigore. In ogni caso non riveliamo queste informazioni finché non abbiamo una buona fiducia e convinzione che la richiesta di informazioni da parte delle forze dell'ordine o da parte dell'attore della lite soddisfi le norme in vigore. Potremmo altresì condividere account o altre informazioni quando lo riteniamo necessario per osservare gli obblighi di legge, al fine di proteggere i nostri interessi e le nostre proprietà, al fine di scongiurare truffe o altre attività illegali perpetrate per mezzo di Facebook o usando il nome di Facebook, o per scongiurare imminenti lesioni personali. Ciò potrebbe implicare la condivisione di informazioni con altre aziende, legali, agenti o agenzie governative»

*Nota del Redattore: nella versione originale l'articolo è preceduto dalla seguente rettifica:

"La rettifica che segue è stata stampata nella sezione Rettifiche e chiarimenti del Guardian, mercoledì 16 gennaio 2008

L'entusiasmo della comunità dei servizi segreti statunitensi per il rinnovamento hi-tech dopo l'Undici Settembre e la creazione dell'In-Q-Tel, il suo fondo di venture capital, nel 1999, sono stati anacronisticamente correlati nell'articolo qui sotto. Dal momento che l'attentato alle Torri Gemelle avvenne nel 2001, non può essere stato ciò che ha portato alla fondazione dell'In-Q-Tel due anni prima."

NOTE DEL TRADUTTORE 

[1] Con il termine inglese opt-out (in cui opt è l'abbreviazione di option, opzione) ci si riferisce ad un concetto della comunicazione commerciale diretta (direct marketing), secondo cui il destinatario della comunicazione commerciale non desiderata ha la possibilità di opporsi ad ulteriori invii per il futuro. (fonte: Wikipedia)

[2] Si definisce opt-in il concetto inverso, ovvero la comunicazione commerciale può essere indirizzata soltanto a chi abbia preventivamente manifestato il consenso a riceverla. (fonte: Wikipedia) 
di Tom Hodgkinson
di Tom Hodgkinson è uno scrittore britannico. Ha collaborato con testate quali 'The Sunday Telegraph', 'The Guardian' e 'The Sunday Times' ed è direttore della rivista 'The Idler'. Hodgkinson è autore di due libri: 'How To Be Idle' ('L'ozio come stile di vita', Rizzoli, 2005) e 'How To Be Free' ('La libertà come stile di vita', Rizzoli, 2007).

Titolo originale: "With friends like these..."

Fonte: http://www.guardian.co.uk

Scelto e tradotto da PAOLO YOGURT per www.comedonchisciotte.org

Afghanistan, i nostri Tornado vanno a combattere



I quattro cacciabombardieri italiani Tornado del 6° stormo 'Diavoli Rossi' di Ghedi partiranno per l'Afghanistan "nei prossimi giorni". Lo ha confermato ieri il generale Vincenzo Camporini, Capo di stato maggiore della Difesa.

Missione di guerra. Secondo i 'caveat' imposti dal governo italiano, la missione di questi aerei da guerra - che ci costerà oltre quattro milioni di euro al mese - non sarà quella di sganciare missili e bombe. Ma ciò non vuol dire che non parteciperanno alla guerra. 
I quattro Tornado - che non saranno sotto comando italiano, bensì a disposizione del comandante statunitense David D. McKiernan - verranno impiegati su tutto lo spazio aereo afgano in operazioni di sorveglianza del territorio ma anche in operazioni di intelligence e ricognizione, ovvero di 'acquisizione obiettivi'. Vale a dire che individueranno gli obiettivi che poi verranno bombardati da altri caccia alleati o attaccati dalle truppe di terra della Nato. 
Affermare che i Tornado non parteciperanno alla guerra è come dire che non lo fa l'ufficiale di puntamento addetto a un pezzo d'artiglieria che dà le coordinate di tiro all'artigliere, o che non lo facevano i soldati che venivano spediti in perlustrazione fuori dalle trincee prima di un attacco.

Lo dicono anche i militari. "Le missioni aeree di ricognizione non hanno finalità ricreative e umanitarie", ha ironizzato il generale Fabio Mini, ex comandante della missione Kfor in Kosovo. "Sono missioni da combattimento vero e proprio in quanto preludono all'attacco con bombe a grappolo, incendiari ed esplosivi ad alto potenziale".
La stessa ovvietà fu evidenziata nel marzo 2007 dall'associazione pacifista di ufficiali tedeschi '
Darmstaedter-Signal' alla vigilia dell'invio dei sei Tornado dellaLuftwaffe che ora i nostri quattro vanno a sostituire con gli stessi compiti. "Non si può dire che il loro impiego sarà 'non-combat' perché i risultati dei loro voli di ricognizione guideranno gli attacchi condotti da altri aerei o da truppe di terra".

E magari anche bombe. Al di là di questo, rimane il dubbio che i Tornado alla fine possano venire segretamente usati anche per bombardare. "Gli aerei sotto controllo americano non hanno limiti operativi e i nostri cacciabombardieri saranno chiamati a 'cacciabombardare'", ha dichiarato il generale Mini.
D'altronde, osservano molti, per fare perlustrazione e osservazione delle postazioni nemiche non bastano gli aerei spia telecomandati come i 'Predator', che sono fatti apposta? 
Anche durante la guerra del Kosovo del 1999 i Tornado italiani, ufficialmente, svolgevano solo missioni di ricognizione e supporto aereo. Poi si scoprì che sganciarono tonnellate di bombe su Belgrado.

di Enrico Piovesana

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