sabato 22 novembre 2008

L'Iraq occupato dagli americani e dal "settarismo"


L’approvazione dell’accordo di sicurezza in Iraq – che dovrà essere ora ratificato dal parlamento – non apre la strada al recupero della sovranità da parte dello stato iracheno, ma sancisce definitivamente la nascita di un paese diviso all’ombra dell’occupazione americana. Un paese in cui i diversi gruppi etnici e confessionali continuano a nutrire le proprie ambizioni di parte, la cui realizzazione dipenderà dal loro essere più o meno in accordo con gli interessi americani – scrive l’editorialista Mostafa Zein

Il consiglio dei ministri iracheno ha approvato a maggioranza un ‘accordo di sicurezza’ che legittima l’occupazione militare americana e garantisce alle truppe americane l’immunità giudiziaria. Questa decisione ha coinciso con l’approvazione da parte della Commissione Elettorale di un referendum generale per la trasformazione di Bassora in regione autonoma, alla stregua del Kurdistan iracheno.

Le due decisioni rappresentano un chiaro segnale della forma che assumerà l’Iraq del futuro, creato dal presidente George W. Bush e dai leader delle fazioni irachene – con l’appoggio regionale e con l’atteggiamento sconsiderato degli arabi – in maniera tale da permettere al terrorismo ed all’occupazione di trasformare questo paese in un teatro di scontro per il petrolio: uno scontro dissimulato dietro una tenue copertura ideologica, privata di qualsiasi valore umano e di qualsiasi concetto nazionale e patriottico, uno scontro in cui la vittoria va a colui che è meglio armato e più capace di uccidere e di distruggere.

Nella fase di ricostruzione dell’Iraq distrutto dalla guerra, ogni cosa è permessa. Ogni cosa è giustificata in nome della ricostruzione, della necessità di investire, dei timori per gli introiti petroliferi depositati nei fondi di sviluppo che Washington minaccia di confiscare, o della paura che Washington possa chiamare Baghdad in giudizio nei tribunali per vecchi debiti o per i conti in sospeso di mediatori, commercianti e compagnie. Vi è anche la paura che Washington possa spingere molti paesi a congelare i propri rapporti diplomatici con Baghdad, lasciare via libera a fuorilegge e terroristi, e cancellare progetti per un valore di svariati miliardi di dollari (facciamo queste affermazioni sulla base di una lettera americana inviata al governo al-Maliki, che parlava di ciò che sarebbe potuto accadere se quest’ultimo avesse rifiutato di firmare l’accordo). E’ sotto la pressione di queste minacce che il governo di Baghdad ha approvato l’accordo, ma esso ha giustificato la sua posizione sostenendo che tale accordo soddisfa le ambizioni degli iracheni, accoglie le loro condizioni, fissa un calendario per il ritiro delle truppe straniere dal loro paese, e permette loro di porre fine al mandato del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.

Ma la verità è che né la paura né il soddisfacimento delle richieste irachene sono stati elementi determinanti nella firma dell’accordo. In realtà, i leader delle fazioni irachene rappresentate nel governo federale avevano essi stessi le loro ragioni per firmare. I curdi appoggiano qualsiasi accordo che garantisca i loro interessi e la loro indipendenza nel nord, come molti dei loro responsabili hanno affermato. E’ da Washington che Massoud Barzani (l’attuale presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno (N.d.T.) ) ha dato il proprio benvenuto alla creazione di basi militari in Kurdistan, con o senza il consenso del governo centrale. Egli ha anche garantito che il parlamento della regione del Kurdistan avrebbe ratificato l’accordo. Analogamente, gli sciiti si considerano vittoriosi fino a quando avranno il controllo del governo e delle decisioni del parlamento. Ogni deviazione dalla situazione attuale all’ombra dell’occupazione rappresenta una minaccia per la loro ritrovata influenza. I sunniti hanno accettato la loro porzione di benefici dopo una dura lotta con il governo, ed aspirano ad una porzione anche maggiore ora che gli americani si sono riconciliati con loro, hanno permesso la creazione di una loro milizia (i ‘Consigli del Risveglio’), e li hanno liberati da al-Qaeda e dalle accuse di terrorismo. Le minoranze, dal canto loro, non hanno alcun potere. Tutto ciò a cui ambiscono è mantenere la loro presenza fisica – che vadano pure all’inferno i loro diritti di cittadinanza, se ciò che è in ballo è la loro stessa esistenza (per approfondire la questione legata alle tensioni etniche e confessionali attualmente presenti in Iraq, si può consultare la rassegna del 5 novembre 2008: “Il patto di sicurezza ed il problema etnico in Iraq” (N.d.T.) ).

Questa è la realtà creata e controllata dall’occupazione, ed è improbabile tale realtà che possa cambiare nel prossimo futuro. Gli Stati Uniti avranno sempre qualcosa con cui minacciare, a prescindere dal fatto che essi siano governati dai repubblicani o dai democratici. Ogni gruppo etnico e confessionale manterrà le proprie ambizioni e le proprie richieste, la cui effettiva realizzazione dipenderà dagli interessi di Washington. Invece di creare una nazione, l’aver riunito i leader delle fazioni irachene in un governo getta le basi per le prossime controversie e per le guerre future. Coloro che non ci credono possono dare uno sguardo alla consolidata esperienza libanese per convincersene.

di Mostafa Zein

Mostafa Zein scrive abitualmente sul quotidiano “Dar al-Hayat”; è responsabile dell’area del Golfo e dell’Iraq

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/22/iraq-le-ambizioni-settarie-contro-la-nazione/

Titolo originale:

طموحات الطوائف ضد الوطن

Lo Stato protettore degli squadristi




Le denunce depositate presso la Procura dalla Questura di Roma per i fatti di Piazza Navona del 29 ottobre trascinano molti interrogativi. I principali, o meglio quelli immediati, sono gli stessi che abbiamo riassunto ieri nel dare la notizia delle notifiche, giunte giovedì sera: ossia, come si giustificano le ipotesi di reato attribuite ai 15 indagati fra gli esponenti e i sostenitori dell'Onda studentesca, ipotesi uguali a quelle contestate ai 21 di Blocco Studentesco? E' la stessa serie di interrogativi posta in primo piano ieri dalla conferenza stampa dell'Onda medesima, nell'aula XIII di Scienze Politiche alla Sapienza di Roma.
Ripartiamo dunque da questi primi, spontanei dubbi: cosa vogliono dire le ipotesi di «lesioni», di «rissa», di «adunata sediziosa»? Soprattutto, cosa restituiscono della realtà di quella giornata del 29 ottobre, a Piazza Navona? Il movimento ha risposto: nulla. Anzi, il contrario della realtà. Difficile confutare questa replica, se si considerano una per una le corrispondenze ai fatti. Le lesioni, infatti, sono nel caso delle denunce ai giovani dell'Onda quelle lamentate proprio da esponenti di Blocco Studentesco. Cioè gli stessi che hanno, quel giorno, perpetrato per l'intero arco della tarda mattinata un'aggressione continuata e indiscriminata agli studenti medi riuniti in Piazza Navona nel secondo giorno di "assedio" simbolico al Senato mentre a Palazzo Madama si discuteva il decreto 137. Un'aggressione testimoniata da decine di immagini e filmati e di testimonianze di operatori dell'informazione, a partire da Curzio Maltese de la Repubblica - che per primo, tra l'altro, ha denunciato sulla grande stampa l'inerzia delle "forze dell'ordine", malgrado i funzionari della polizia politica si fossero vistosamente recati a parlare con i medesimi esponenti del Blocco, quando già diversi adolescenti dei licei e degli istituti romani in mobilitazione contavano le ferite e le contusioni subite. Com'è possibile, dunque, porre sullo stesso piano quest'evidenza nota con il vittimismo sfacciato dei neofascisti, avallando persino la loro pretesa di aver subito un'«assalto» dagli universitari sopraggiunti solo dopo l'irruzione squadristica sul presidio davanti al Senato? E' esattamente lo stesso motivo - e lo stesso sospetto di convergenza dell'azione repressiva nell'apologia degli estremisti di destra - che fa rigettare contestualmente la definizione di «rissa», irricevibile a fronte di quella dinamica reale.
Ma poi: non è persino incredibile la contestazione del reato di «adunata sediziosa»? Ancora una volta, al pari del comportamento degli squadrisi del Blocco. Quando invece la sedizione, ben materiale, sfociata nelle vere e proprie cariche scatenate da quei figuri nei confronti degli "altri" in piazza, cioè della massa degli studenti del movimento, è stata evidentemente esercitata da loro. E soprattutto esercitata irrompendo in una manifestazione invece autorizzata: quella appunto convocata dall'Onda. Con la piazza richiesta formalmente dai Cobas della scuola, che lì avevano collocato dal giorno prima un camion con amplificazione, dotato di certificatissima autorizzazione dell'autorità pubblica. Precisamente la presenza che invece è stata oggetto dell'attacco dei neofascisti, mirato a "prendere le prime file" del presidio facendosi largo a suon di cinghiate e di bastonate nel tentativo di giungere al "fronte" della manifestazione, davanti a Palazzo Madama: proprio come prima avevano fatto nel corteo degli studenti medi, allo stesso modo dei giorni immediatamente precedenti al 29 ottobre.
Di qui, gli interrogativi che discendono e che inquietano ancor di più. Perché chiamano in causa il ruolo della "pubblica sicurezza": non solo e non tanto nello spiccare queste denunce così geometricamente "bipartisan", ma in quella stessa giornata, in quella piazza. Alcuni di questi interrogativi sono già stati messi in risalto dalle fonti più avvertite dell'informazione, ad esempio dallo stesso Maltese, con la sua testimonianza pubblicata il giorno dopo. Ad esempio: come mai, a fronte di un solo camion autorizzato, quello dei Cobas titolari dell'autorizzazione della piazza per la manifestazione, in Piazza Navona è giunto un solo altro veicolo, invece privo di ogni autorizzazione, ossia il furgone di Blocco Studentesco? E come mai anonime fonti della Questura hanno avuto modo di replicare, senza smentita, che sarebbe stata «naturale» la presenza di quel veicolo, in quel luogo, senza alcuna autorizzazione?
Ancora: com'è possibile nelle immagini del manipolo di Blocco Studentesco, fieramente in quadrato armato di mazze avvolte nel tricolore, sul fondo della piazza al momento dell'arrivo del successivo corteo universitario, spicchi riconoscibilissimo il "capo storico" del Blocco stesso? Ossia: com'è possibile che nessuno l'abbia fermato in quella piazza e prima, nel corteo degli studenti medi, dal momento che trattasi di individuo indagato per tentato omicidio in seguito ad un episodio sanguinoso avvenuto l'anno passato in Sardegna?
Di più: com'è possibile che funzionari della Digos, parlando con il consueto "gruppo di contatto" del corteo universitario, si siano affrettati ad avvertire gli esponenti dell'Onda che per l'ingresso in Piazza Navona c'era «via libera», precisando che da quella piazza i neofascisti del Blocco erano stati «fatti andar via», quando invece non era affato vero, come ieri gli esponenti dell'Onda hanno testimoniato? E' in grado la Questura di Roma di smentire questa versione? E come spiega, in questo caso, che il cordone di celere inizialmente posto a bloccare il cammino del corteo universitario verso la piazza è stato improvvisamente rimosso, mentre invece camion e squadra armata di bastoni del Blocco si stavano già riposizionando sul fondo della piazza medesima, in evidente formazione militare?
Infine: cosa in verità si nasconde dietro Blocco Studentesco? Si dice che la destra di governo non abbia con esso alcuna convivenza, dal momento che la formazione corrisponderebbe alla porzione dell'area di Casa Pound che non ha seguito il transfuga Iannone nel percorso suo e dell'Area Identitaria Romana nelle file del Pdl. Ebbene: come mai proprio Iannone ha presenziato alla conferenza stampa del Blocco l'indomani dei fatti? E come mai è stato alla testa dell'irruzione in Rai, dopo la trasmissione dedicata di "Chi l'ha visto"?

di Anubi D'Avossa Lussurgiu

Link: http://www.liberazione.it/

La Politica da villani e da Villari dei Tg italiani...


Come un cane che rincorre la sua coda, l’informazione televisiva italiana insegue la politica. La tragicommedia sulla presidenza della Commissione parlamentare di vigilanza Rai, ha rischiato di farci sfuggire la “vera Notizia” radiotelevisiva della settimana. Lo studio dell’Osservatorio di Pavia sulla cronaca politica dei nostri telegiornali rispetto al resto d’Europa. Cito dall’agenzia Ansa del 17 novembre. “La percentuale di politica nei tg Rai è più del doppio rispetto ai tg europei, almeno 10 minuti in ogni edizione. In Europa, se mancano notizie rilevanti, nei tg di politica non si parla (…). I tg presi in esame sono Tg1, Tg2 e Tg3, Bbc One, France 2, lo spagnolo Tve e il tedesco Ard. 



Nelle due settimane oltre un terzo dei tre tg Rai (34,8%) è stato dedicato alla pagina politica, contro meno della metà dei 4 network europei (16,5%), nei quali si dà conto soprattutto di eventi centrali (elezioni, grandi riforme), spesso legati alle attività del governo”.

Lo dice l’Ansa e prendo atto, con considerazioni a seguire. I telegiornali Rai sono occupati per un terzo almeno dalla politica. “Troppo” dicono i vertici Rai. Mi consolo ma non spero. Dei 30 minuti del nostro telegiornale, tolta la politica, restano 18 striminziti minuti per raccontarci l’Italia “reale” (delitti e processi in testa), il mondo (Washington e Bruxelles e basta), senza farci mancare mai un pizzico di amenità curiose e spettacolo (la “pancia” del tg), per inseguire gli ascolti. Essendo un curioso incontrollabile, ho voluto mettere naso, leggendomi tutto il malloppo delle 30 pagine dello studio. Piccole perle da digerire in pillole.

L’analisi storica. Come era raccontata la politica nei Tg italiani dal 1967 ad oggi: “racconto articolato” che parte dalla spiegazione dei fatti, o “molto semplice”, con i fatti senza alcuna spiegazione, che è il modo migliore per non far capire nulla della sostanza per stare dietro alla “ammuina” dell’apparenza. Nel 1967 l’Italia meno scolarizzata godeva di una cronaca politica molto articolata, mentre l’Italia televisiva del 2007 ci tratta da cretini riducendo la dose di apparente complessità all’1 per cento. Per contro, oggi, la politica in televisione deve avere i ritmi di uno sceneggiato di successo. Dichiarazioni ridotte a battute, la sfilata di protagonisti, antagonisti, comprimari e comparse esibiti in video come tanti “santini” rincorsi lungo il Paradiso “transatlantico” della politica parlata. “Pastone” o “panino” che sia, resta cibo indigesto.

Interessante leggere gli “eventi notizia” di maggiore attenzione scelti, nello stesso periodo esaminato dai ricercatori dell’Osservatorio di Pavia, dai diversi Tg. In Francia la riforma costituzionale; in Germania lo scandalo di una grande agenzia statale che coinvolgeva il governo; in Gran Bretagna la sconfitta elettorale del Labour in Scozia; in Spagna la riforma della giustizia; in Italia le reazioni al “gestaccio di Bossi”. Credo di ricordare il dito medio teso. Probabilmente la politica italiana non proponeva di meglio. In Europa la pagina politica è occupata da “azioni” (proposte, scelte, decisioni), in Italia da “esternazioni” che muovono la catena delle reazioni. Le televisioni europee prediligono i fatti (80%), quelle italiane privilegiano (al 45%) le polemiche attorno ai fatti. Possiamo anche dire che i Tg italiani raccontano prevalentemente le intenzioni dei politici, quelli europei si occupano semplicemente delle loro azioni. L’impressione è quella d’inizio: un cane che dà la caccia alla sua coda, nel dubbio se ad inseguire sia la politica o il giornalismo e quale dei due sia la testa o sia la coda.
di Enni Remondino

I massacri di Sabra e Shatila nell'amnesia del popolo di Israele



Waltz With Bashir è un nuovo eccezionale film israeliano, un documentario a figure animate diretto da Ari Folman

Nel 1982 (prima guerra libanese) Folman era un soldato di fanteria dell’IDF di 19 anni. Vent’anni dopo nel 2006, Folman scopre con sorpresa di non ricordarsi più niente di quella guerra né dei massacri di Sabra e Shatila. Il film è un viaggio nel passato perduto di Folman. 

Il documentario è stato realizzato come una catena di animate conversazioni e interviste tra Folman e i suoi compagni militari, gli psicologi e Ron Ben Yishai, leggendario giornalista televisivo israeliano che fu tra i primi cronisti dei massacri di Sabra e Shatila. Lo sfondo serve a costruire una narrativa coerente del passato personale a partire dalle memorie frammentarie degli altri.

Il film è estremamente sensibile ed emotivamente coinvolgente. In un certo senso è un tentativo individuale molto coraggioso di affrontare il passato collettivo devastante di Israele, ed in particolare i massacri di Sabra e Shatila. Tuttavia ci viene chiesto di ricordare che i massacri nei campi profughi palestinesi seppure organizzati dall’esercito israeliano, furono fisicamente effettuati dai falangisti cristiani libanesi.
Ciò potrebbe spiegare come gli Israeliani siano così entusiasti del film. In primo luogo non furono loro stessi ad uccidere. E d’altra parte il fatto che il film gli piaccia li fa apparire come umanisti di prim’ordine. Starebbero presumibilmente affrontando il proprio passato oscuro.

Quando la notizia dei massacri fu diffusa dai media israeliani, PM Menachem Begin rispose con cinismo ai suoi critici: “gli Arabi uccidono gli Arabi, e gli Ebrei se ne danno la colpa vicendevolmente”. PM Begin riuscì in qualche modo a fare centro. A quanto pare gli Israeliani sanno affrontare facilmente un film critico sui massacri di Sabra e Shatila proprio perché si trattava di “Arabi che uccidono Arabi”. Va notato che Jenin, Jenin un film di Mohamed Bakri che racconta la storia del massacro di Jenin, un assalto omicida commesso dai soldati dell’IDF, non è stato affatto approvato dal popolo israeliano. Chiaramente gli Israeliani non vogliono apprendere i propri atti criminali da un concittadino che è per l’appunto, un Arabo. 

In Waltz With Bashir, Folman è alla ricerca del suo passato perduto. Il suo primo passo è [il contatto con] il suo amico psicologo che riesce a dargli un valido insight. “La memoria” come dice lo psicologo “può essere molto creativa. Quando è necessario, si inventa un passato”.

Questo potrebbe aiutarci a comprendere le riflessioni di Folman e dei suoi compagni. Come ci si può aspettare, nel film il soldato dell’IDF è in un certo senso una vittima. Fa parte di una grande macchina bellica, “esegue gli ordini”. Il soldato individuale è impotente, non può fermare il massacro ma solamente riferirlo ai suoi superiori. In alternativa può “sparare e piangere” a posteriori oppure, come nel caso di Folman può affrontare amnesia o repressione.

Realizzato in modo bello ed intelligente, l’intero film è a figure animate consentendoci di presumere che qualsiasi memoria o narrativa dialogica passata possa essere una costruzione mentale. Tuttavia l’ultima scena del film è un vero filmato. Ci porta nei campi profughi devastati e nel pianto palestinese. Sta lì a dirci “Signori e signore, il seguente [filmato] non è una memoria personale. Questo filmato non è una decostruzione a figure animate. Questo è un REALE massacro che è successo sotto i nostri occhi”.

Ero anch’io un soldato dell’IDF in quel preciso momento e durante la stessa guerra. Seppure fossi lontano dall’essere un soldato di fanteria, alcune delle scene del film mi erano molto familiari. Mentre guardavo il film mi sono ritrovato a volte con le lacrime agli occhi. Questa guerra ha di certo cambiato la mia vita, quanto ha cambiato le vite di molte altre persone – degli Israeliani, i Palestinesi e dei Libanesi. Questa guerra ha lanciato un viaggio personale che mi ha portato infine a partire da Israele, con la decisione di non tornarci più. So di non essere l’unico Israeliano ad aver reagito così. Tuttavia me ne sono andato da Israele con la chiara determinazione di non essere parte di questo conflitto. Volevo allontanarmi, iniziare una nuova vita pacifica, dimenticare, essere innocente per la prima volta. Ovviamente non ci sono riuscito. Per una serie di ragioni che vanno ben oltre la mia volontà, sono adesso di gran lunga più coinvolto in questioni a che vedere con il discorso palestinese di quanto lo sarei mai stato in Israele.

Essendo rimasto travolto dalla qualità e dalla trasparenza del film, vanno fatte alcune considerazioni di carattere generale. Sembra che siano effettivamente gli Israeliani e gli Ex-Israeliani a produrre la critica più acuta ed eloquente di Israele, del Sionismo e dell’identità ebraica. Shlomo Sand, Israel Shahak, Ari Folman, Gideon Levi, Ilan Pappe, Oren Ben Dor, Eyal Sivan, Uri Avnery, Amira Hess, Avrum Burg, Daniel Barenboim, me stesso e altri, tutti noi indifferentemente consideriamo il conflitto israeliano come il nostro conflitto e come un conflitto dentro la nostra sfera di responsabilità diretta. Potremo essere in disaccordo tra noi su molte questioni, ma siamo d’accordo su una cosa. Questo disastro in Palestina è uno stramaledetto nostro affare. Al contrario dei pochissimi sporadici Ebrei occidentali che risbucano rumorosamente una volta al mese per urlare collettivamente, “Non nel mio nome”, noi sappiamo che sfortunatamente viene tutto commesso nei nostri nomi. Ce ne vergogniamo tutti, ci sentiamo responsabili e insistiamo per fare qualsiasi cosa in nostro potere per portare un cambiamento. Presumo che questo basti a rendere la nostra voce pertinente e trasparente. 

Sono andato a vedere la prima proiezione al London Jewish Festival. Il Festival viene sponsorizzato dal Governo israeliano, insieme ad un lungo elenco di organizzazioni sioniste di estrema destra. Ci si potrebbe chiedere perché gli istituti sionisti sostengano una così aspra critica di Israele. Posso suggerire un’unica risposta possibile. Israele vuole crearsi un’immagine di società aperta, liberale. Se ho ragione in questo, si è trattato di una decisione molto intelligente, sinistra e calcolata. Presenta gli Israeliani non solo come umanisti, ma riesce anche ad impiantare le istituzioni estremiste sioniste al centro del discorso della solidarietà con la Palestina. 

Per lo più, finché Israele riuscirà a produrre una qualche forma di aspra autocritica, non sarà lasciato molto spazio alla critica da parte dei veri nemici di Israele. Per quanto possiamo disprezzare Israele e le istituzioni sioniste dovremmo accettarne la sofisticazione. 

Dopo la proiezione al London Film Festival, c’è stata una breve intervista con David Polonski, direttore artistico del film. Gli ho rivolto una semplice domanda: 

“Se gli Israeliani trovano così difficile ricordare quello che gli è accaduto appena 26 anni fa, come può essere che tutti gli Israeliani ricordano esattamente quello che è successo in Europa tra il 1942 e il 1944?” 

Sorprendentemente, nonostante si trattasse di una assemblea ebraica e la mia fosse una domanda piuttosto provocatoria, nessuno nella stanza ha mostrato alcuna rabbia manifesta. Presumo che gli Ebrei una volta rimasti da soli, si pongano domande che eviterebbero di affrontare nell’ambito di una discussione pubblica. Tuttavia Polonski non è stato in grado di darmi realmente una risposta. Questo è più che comprensibile.

Il film tuttavia offre due possibili risposte, entrambe fornite dallo psicologo amico di Folman. La memoria è una costruzione che ha poco a che vedere con la realtà, dice lo psicologo. A quanto pare le istituzioni israeliane ed ebraiche come pure le persone individuali, sono molto produttive nel costruire e confezionare una memoria personale e collettiva della sofferenza ebraica. La sofferenza causata dagli Ebrei d’altra parte, è piuttosto repressa nella cultura contemporanea israeliana ed ebraica.

Più avanti nel film lo stesso psicologo suggerisce che l’amnesia di Folman potrebbe essere il risultato del suo scontro personale con l’Olocausto. “Ti sei scontrato con il massacro molto prima che avvenisse attraverso la ‘memoria di Auschwitz’ dei tuoi genitori”. In un certo senso questo insight risolve la ricerca di Folman. La sua repressione è iniziata molto prima di Sabra e Shatila.

Ancora una volta apprendiamo che lo stress post traumatico ebraico è effettivamente uno stress pre-traumatico. Lo schema mentale ebraico e israeliano è la preparazione istituzionale ad una tragedia che deve ancora succedere.

In un saggio precedente in cui si trattava del disturbo da stress pre-traumatico, ho definito tale stato mentale come segue: “Nella condizione di disturbo da stress pre-traumatico, lo stress è il risultato di un evento fantomatico, un episodio immaginario ambientato nel futuro; un evento mai accaduto. Contrariamente al disturbo da stress post-traumatico (PTSD) in cui lo stress insorge come reazione diretta ad un evento che (potrebbe) aver avuto luogo in passato, nell’ambito della sindrome da stress pre-traumatico lo stress è chiaramente il prodotto di un potenziale evento immaginario. Nel caso del disturbo da stress pre-traumatico un’illusione svuota la realtà, e la condizione su cui la fantasia di terrore è incentrata diventa essa stessa una grave realtà. Portandola agli estremi, anche un programma di guerra totale contro il resto del mondo non sarebbe una reazione impensabile”.

Se lo psicologo amico di Folman ha ragione l’amnesia di Folman altro non è che un “disturbo da stress pre-traumatico”. L’amnesia di Folman degli eventi bellici viene spiegata come una repressione causata da una precedente memoria remota dell’Olocausto. Questa è certo la definitiva catarsi ebraica, il risveglio della tragedia (a venire) alla luce di una [tragedia] passata. Il trauma è posto a priori.

Se lo psicologo ha ragione, si potrebbe spiegare perché il film è piaciuto ai gruppi di Israeliani ed Ebrei presenti al London Film Festival. Il disturbo da stress pre-traumatico è l’essenza dell’esistenza ebraica, in cui l’essere al mondo si risolve nell’ottica del passaggio da tragedie passate a [tragedie] future. La vita ha un senso fintantoché siamo preparati nel timore e costantemente ad un nuovo disastro, alla luce di un altro vecchio.

La domanda che rimane per il pacifista entusiasta è la seguente “quali possibilità di pace lascia tale identità auto-distruttiva? Ovvero, come si può costruire la pace con un soggetto che è ossessionato dalla propria imminente distruzione?”
Non ho altra scelta che ripetere la vecchia barzelletta ebraica:

Il seguente è un telegramma ebraico:

Incomincia a preoccuparti, dettagli a seguire.

di Gilad Atzmon
Fonte: http://palestinethinktank.com
Link: http://palestinethinktank.com/2008/11/15/gilad-atzmon-sabra-shatila-and-collective-amnesia/
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

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