domenica 23 novembre 2008

Soldati, Silvio vuole affogarvi tra i rifiuti...senza eliminarli!


Montagne di balle accatastate in una caserma. La discarica di Ferrandelle dove finisce di tutto. E 450 milioni già impegnati senza uscire dall'emergenza. Ecco la campania sei mesi dopo Silvio
 
Rifiuti a Santa Maria la Fossa, Ferrandelle
Sono stati in Bosnia, a Nassiriya, in Libano. Alcuni sono ancora in Afghanistan e in Kosovo. E c'è chi è rimasto in patria a montar di guardia alle discariche e chi quei rifiuti se li è ritrovati nel cortile della base. A Persano, all'interno dell'area militare che ospita tre caserme e duemila soldati, ogni giorno arrivano oltre trecento balle delle 1.400 prodotte quotidianamente negli impianti che triturano la metà dei rifiuti campani. Più o meno un decimo della monnezza della regione viene accumulata nella base dell'esercito. È questo il segreto che permette al governo Berlusconi di mantenere pulita Napoli, evitando che il sistema vada in tilt. Ma nonostante il ricorso a questa e ad altre soluzioni di emergenza, la situazione resta altamente precaria. Nella base di Persano una piazzola è già satura: contiene 9.103 balle, che ormai nessuno osa più chiamare 'eco'. Una seconda area di scarico, più grande, in poco più di un mese è quasi esaurita. Ne sono previste almeno altre tre, per un totale di circa 70mila balle che equivalgono a 100mila tonnellate di rifiuti. "Ci hanno assicurato che saranno le prime a essere smaltite nell'inceneritore", dicono i soldati. Ma ci credono poco anche loro e il clima, fuori e dentro la caserma, è pessimo. Ogni giorno, in 12 della Brigata Garibaldi, mimetica e fez dei bersaglieri, si alternano in tre turni di guardia alla monnezza accatastata a ridosso di 42 case dove vivono le famiglie degli ufficiali.

Oggi nelle città campane la spazzatura è scomparsa: qualche problema resta solo nelle zone periferiche. Ma dopo sei mesi la gestione della crisi appare un misto di leggi speciali e antichi compromessi, con zone militarizzate e altre fuori controllo. A maggio il governo Berlusconi aveva indicato una data ben precisa per il ritorno alla normalità, il 31 dicembre 2009, e una cifra altrettanto netta: 150 milioni di euro. Pochi, paragonati ai due miliardi sperperati in 14 anni di un commissariamento senza fondo. Ma troppo pochi anche rispetto alla sfida titanica di mettere ordine all'anarchia campana. Dalla fine di maggio a oggi, le casse si sono praticamente svuotate e serviranno almeno altri 40 milioni per coprire le spese correnti fino a Capodanno. Questo senza contare che per completare l'inceneritore di Acerra e allestire le discariche di Chiaiano e di Terzigno bisogna trovare subito altri 200 milioni di euro. Mentre per quelle già attive, a Savignano Irpino e Sant'Arcangelo Trimonte, i soldi - 70 milioni - ce li ha messi la Regione Campania. Sommati fanno quasi 450 milioni in tutto, tra risorse spese e stanziate fino ad ora. E la normalità appare lontana.



Brennero express Con due discariche su tre quasi esaurite continuano senza sosta i viaggi di treni colmi di rifiuti verso la Germania: 600 tonnellate al giorno a un costo, tra trasporto e smaltimento, di circa 150 mila euro. Così, in sei mesi, compresi gli spostamenti verso le altre regioni, sono andati in fumo i primi 40 milioni. Se i viaggi continueranno, ne serviranno un'altra decina fino a Capodanno. L'impegno dei mille militari della 'Missione Rifiuti' costa due milioni al mese e altri tre milioni se ne vanno per la gestione degli impianti che tritano l'immondizia. Ma la voce più pesante resta sempre il costo per i 3.500 lavoratori dei consorzi di bacino, pagati profumatamente per realizzare una raccolta differenziata che rimane bassa: ogni mese 13 milioni per gli stipendi. A dirigerli però non ci sono più amministratori di nomina politica, ma ufficiali dell'Esercito. 

Corsa al buco Tutto questo con un'emergenza rifiuti tutt'altro che chiusa. L'avvio di un ciclo industriale dei rifiuti in Campania, l'inizio della normalità, è ancora troppo lontano e una nuova crisi è dietro l'angolo. 

La cava di Chiaiano dove sorgerà una discarica
L'imperativo è accelerare
. A Chiaiano si lavora per approntare la discarica di Cupa del Cane. Non è più un fatto di immagine, un segnale di forza contro le proteste. Quello spazio da 700mila tonnellate a nord del capoluogo è ormai determinante. Avanti tutta, dunque. Nonostante gli imprevisti, come le 10mila tonnellate di amianto e rifiuti tossici trovati sepolti proprio dove il Commissariato e i tecnici regionali avevano escluso contaminazioni. La magistratura indaga e vuole fare chiarezza anche sui proprietari dei suoli: chi ha seppellito lì quei detriti pericolosi, chi lo ha permesso? I terreni espropriati sono in buona parte dell'Arciconfraternita dei Pellegrini, potente associazione di culto, e per il resto di rappresentanti di una stessa famiglia della zona, i Carandente Tartaglia, quasi tutti impegnati nel settore dei rifiuti. Su tutto questo si innesta anche il giallo della gara d'appalto per i lavori e la gestione della discarica. Ad agosto, a buste chiuse, qualcuno segnala il rischio di infiltrazioni della camorra, pronta a imporre mezzi e manodopera in subappalto. L'allerta a Chiaiano resta massima: è l'unico sito presidiato 24 ore al giorno dall'Esercito e persino dai cani antisommossa. La gara se l'aggiudica una ditta di Avellino, la 'Pescatore', che presenta un preventivo con un ribasso del 36 per cento rispetto ai 19 milioni di euro stanziati. Ma qualcosa non va per il verso giusto e la società viene estromessa: "Abbiamo rescisso il contratto per colpa di una richiesta di aumento dell'appalto", dirà Marcello Fiori, voluto da Bertolaso accanto a sé con un ricco incarico da massimo dirigente di Palazzo Chigi. Alla 'Pescatore' sarebbe dovuta subentrare la Daneco spa, che all'ultimo minuto dà forfait: "La sera prima sembrava tutto ok. Poi, alle 7 del mattino, il fax di rinuncia", dicono dal Commissariato. Il motivo ufficiale? Non vuole associare il proprio nome 'al grave contesto di Chiaiano' alla vigilia della quotazione in Borsa. Per l'azienda, che in Campania gestisce già la discarica di Sant'Arcangelo Trimonte, mettere le mani su Chiaiano sarebbe tanto rischioso da spingerla a rinunciare a un affare che vale oltre 70 milioni di euro? "È un fatto curioso, credo senza precedenti", dichiara l'ex presidente della commissione ambiente del Senato, Tommaso Sodano: "Quel che è certo, è che questa rinuncia a catena ha fatto allungare i tempi e lievitare ancora di più i costi". Alla fine, l'incarico è andato a un'azienda napoletana, la Ibi, che curiosamente in pieno agosto veniva data già per favorita nonostante avesse presentato l'offerta più costosa.
Incognite legali Se tutto andrà per il verso giusto, nel giro di un mese Chiaiano inizierà a riempirsi. Ma il piano deve proseguire a tappe forzate: resta fondamentale allestire buche dove infilare le 7 mila tonnellate di rifiuti prodotti quotidianamente in Campania, fino all'entrata in funzione degli inceneritori. Servono nuovi spazi e tanti soldi: ci vorrebbe una mega-discarica da oltre 4 milioni di tonnellate che, tra costi di allestimento e di gestione, equivale a una spesa superiore ai 400 milioni. Col rischio che la magistratura blocchi di nuovo tutto. Il 3 dicembre è attesa la decisione del Tar di Salerno sulla legge 123/208, cioè il primo decreto rifiuti con cui sono stati individuati i siti e con cui si stabilisce che in Campania si può sversare tutto in discarica. Ad avanzare l'istanza è stato Palmiro Cornetta, il combattivo sindaco di Serre che si oppose con la sua comunità all'apertura della struttura di Valle della Masseria provocando le dimissioni di Bertolaso. 

Gli altri siti Ad Andretta, nell'Avellinese, l'area individuata per una nuova discarica è stata già recintata con il filo spinato ma i primi accertamenti hanno rilevato due falde acquifere in superficie: il percolato potrebbe contaminarle e arrivare alla rete idrica. Un nuovo stop and go, dopo l'amianto di Chiaiano, che ha allarmato la struttura di Bertolaso. La soluzione è stata trovata a Terzigno, in pieno Parco Nazionale del Vesuvio, dove dieci giorni fa sono arrivati gli uomini dell'Esercito a recintare l'area. Tempo tre mesi e aprirà la prima di due discariche previste, divise solo da una stradina(vedi box sopra). 

Progetti di cenere Tutto questo perché, nonostante gli annunci, l'inceneritore di Acerra, che sarà gestito per 20 anni dai lombardi di A2A, inizierà a bruciare a scartamento ridotto non prima di febbraio per entrare a regime nella primavera 2010. A Salerno, intanto, è giunta una sola offerta al Comune: si tratta di capire se ci sono le carte in regola per assegnare l'appalto. Ma poi ci vorranno almeno tre anni e 400 mila euro prima dell'inaugurazione. Per l'inceneritore di Napoli manca ancora il progetto. E dell'impianto previsto a Santa Maria la Fossa nessuno vuole parlare dopo le rivelazioni del pentito Gaetano Vassallo ('L'espresso' n. 37), che ha descritto gli interessi dei padrini casalesi sul progetto. Parole che sembra abbiano provocato imbarazzo in seno alla struttura del prefetto Guido Bertolaso. Ma non abbastanza, evidentemente, per aumentare la vigilanza sui numerosi siti strategici presenti nell'area più calda della provincia di Caserta. In piena Gomorra, nel raggio di meno di un chilometro ci sono due vecchie discariche utilizzate oggi come deposito di balle. A San Tammaro sorgerà un nuovo impianto e, soprattutto, c'è Ferrandelle in piena attività. Il buco nero Ferrandelle inghiotte la fetta più grande dell'immondizia ma è diventata discarica solo per decreto legge. I terreni confiscati dieci anni fa al boss Francesco Sandokan Schiavone erano stati, infatti, individuati dall'ex commissario De Gennaro solo per ospitare lo stoccaggio provvisorio di rifiuti: un luogo di transito. Il governo Berlusconi lo ha trasformato a tutti gli effetti in un immondezzaio permanente. Ma se a Chiaiano e ad Acerra sono arrivati i soldati per tenere lontani criminali e sostanze tossiche, a Ferrandelle dopo le prime settimane di presidio l'esercito è sparito. Adesso ci sono solo due pattuglie di vigilantes privati. Si limitano, prevalentemente, a piantonare i due ingressi, mentre una debole rete metallica dovrebbe difendere il perimetro dalle intrusioni. Una scelta quantomeno rischiosa in terra di casalesi: basta fare un giro per trovare la recinzione piegata in più punti. Ogni giorno vengono sversate lì oltre 1200 tonnellate di immondizia, per metà provenienti da Napoli. Non solo sacchi di spazzatura ma anche rifiuti considerati speciali, come 'L'espresso' ha verificato: ci sono suppellettili, frigoriferi, copertoni e materassi. Tra le quindici montagne di spazzatura alte circa venti metri, si alternano senza alcun controllo otto operai. Lavorano per conto di quattro diverse società, qualcuna in odor di camorra che resta ancora lì a operare indisturbata. Un recente provvedimento della presidenza del Consiglio dei ministri ha, anzi, rinnovato tutti i contratti esistenti. Ferrandelle avrebbe dovuto chiudere dopo le prime 360mila tonnellate ma le pale meccaniche continuano ad ammassare rifiuti sulle piazzole, cercando di farci entrare quanta più monnezza possibile. Una settimana fa sono state velocemente 'inaugurate' due nuove piattaforme: altro spazio per seppellire di tutto e in fretta.
di Claudio Pappaianni

Sfidare le onde aggrappati ad un sogno



In Europa c'è una mancanza di comprensione per gli immigranti clandestini che sacrificano tutti i loro risparmi e rischiano la vita attraversando il mare su barche sgangherate o che si introducono illegalmente in Inghilterra all'interno di container senz'aria. Anche quelli che raggiungono sani e salvi le loro destinazioni vengono comunque espulsi o messi dentro o fatti sentire come dei cittadini di serie B, considerati dalle popolazioni locali come potenziali criminali o portatori di malattie, che arrivano per togliere loro il lavoro. Quelli senza documenti vengono spinti ai lavori umili più sottopagati, con salari che a stento permettono loro di sopravvivere.

I pochi che riescono a rimanere nella loro “terra promessa” spesso diventano di fatto degli emarginati da incolpare per tutti i mali della società. Perché sarebbero così ansiosi di lasciare le loro famiglie e i loro amici per imbarcarsi in un'avventura tanto pericolosa che finisce così spesso in tragedia e lacrime?

La scorsa settimana il ministro degli esteri dell'Egitto ha annunciato che si erano perse le tracce di un'imbarcazione che trasportava 83 clandestini di nazionalità egiziana, scomparsa prima di raggiungere le coste della Grecia. È un fatto fin troppo frequente.

A giugno la Marina egiziana ha soccorso 55 emigranti dall'Egitto e dal Bangladesh la cui barca diretta in Europa stava colando a picco, mentre nello stesso mese un peschereccio, che poteva portare al massimo 40 persone ma su cui ne erano state stipate fino a 150, è affondato al largo delle coste della Libia. Non hanno mai raggiunto l'Italia. Molti non sapevano nuotare e solo due sono riusciti a sopravvivere.

Dubito che ai contrabbandieri importi. Loro ingrassano sulla morte della povera gente, tra cui molti, secondo le notizie riportate da 
Al-Arham Weekly, arrivano a pagare 4.640 dollari per il viaggio. Questa somma equivale al salario di quattro anni o più per la maggior parte degli egiziani, il che fa pensare che membri di intere famiglie debbano spesso contribuire, forse anche vendendo la gioielleria o le proprietà avute in eredità, nella speranza di raggiungere legalmente il proprio parente in futuro.

Lo scorso anno l'Egitto ha firmato con l'Italia un accordo bilaterale, che ha avuto come risultato il rimpatrio di 2400 egiziani nel loro paese. Ma molti sono scomparsi da allora e viaggiano senza documenti nella speranza di farsi passare per palestinesi o iracheni in modo da non rientrare nell'obiettivo dell'accordo.

La Spagna da molto tempo tenta di affrontare l'immigrazione clandestina di africani sub-sahariani che arrivano sulle sue coste aggrappati ai gommoni o terrorizzati che le loro imbarcazioni, tutt'altro che in condizioni di navigare, si capovolgano. Questi sono i fortunati. Varie migliaia muoiono ogni anno nel tentativo di attraversare lo Stretto di Gibilterra dopo aver pagato a trafficanti senza scrupoli più di 2.000 euro per un viaggio che chi possiede un visto paga molto meno.

A luglio, la Marina del Marocco ne ha arrestati 52, mentre in centinaia sono stati sorpresi dalle autorità spagnole mentre tentavano di entrare illegalmente. L'anno scorso un clandestino di 24 anni, mentre veniva arrestato al largo delle coste della Spagna, brandiva con gioia due chili di cannabis sperando che gli facessero da passaporto per una galera spagnola piuttosto che essere espulso. Tuttavia, il giudice era fin troppo esperto e il suo stratagemma è fallito.

La Gran Bretagna ha sperimentato le proprie tragedie, come le dozzine di clandestini cinesi che sono morti soffocati all'interno di un container ermetico con destinazione Dover nel 2001. Un ventenne che è sopravvissuto a un viaggio simile ha spiegato in tribunale che era stato tenuto prigioniero in un appartamento a Londra fino a quando la sua famiglia in Cina non ha pagato all'incirca $34.000 alla banda che ha organizzato il suo viaggio infernale di sei mesi.

Come titolare di passaporto britannico che non è mai stato, fortunatamente, un senzatetto e non ha mai conosciuto la vera fame lancinante, non è facile per me immaginare di essere nei panni di persone tanto disperate quanto l'iracheno in estreme difficoltà che a Bangkok mi ha avvicinato in cerca d'aiuto. Dei truffatori lo avevano adescato lì con la promessa di un visto per l'Australia e invece poi avevano spogliato lui e una dottoressa irachena fino all'ultimo penny. Lui è finito a vagare per strada elemosinando il cibo, e la donna si è gettata da una tromba delle scale per la disperazione di non sapere come accudire i suoi due bambini che viaggiavano con lei.

Paura, disperazione e povertà sono la spinta all'immigrazione clandestina. In qualsiasi luogo la gente desidera una vita e chi siamo noi, seduti con le pance piene nelle nostre case o uffici con l'aria condizionata, mentre progettiamo le nostre prossime vacanze, per incolparli?

Qualche giorno fa mi sono ritrovata faccia a faccia con la povertà degradante. Ad Alessandria d'Egitto mi sono imbattuta in un minuscolo gattino bianco per strada, e l'ho seguito pensando che potesse aver bisogno di soccorso. È venuto fuori che apparteneva a una famiglia di cinque persone (una coppia e i loro tre bambini) che non possedeva nemmeno dei materassi o cuscini, figurarsi una tavola, un frigo o una macchina del gas. Lo spazio in cui vivevano consisteva in una stanza non più grande di un ampio armadio e di parte di un pozzo delle scale scoperto. Il solo cibo che si vedeva in giro consisteva in un po' di pane stantio e una confezione aperta di formaggio di pecora. Questo è il genere di persone che sfidano le onde aggrappate a un sogno.

Nessuno dei loro bambini è mai andato a scuola perché il salario del padre, di 120 lire egiziane al mese, non avrebbe coperto nemmeno le spese più piccole. Ma qualsiasi mancanza d'istruzione era più che compensata da caldi sorrisi e cuori che si erano aperti a un gattino orfano. Quegli europei che hanno indurito i loro cuori nei confronti di persone che fuggono da povertà e persecuzioni, potrebbero trarne una lezione.
di Linda S. Heard 
Linda S. Heard è una scrittrice inglese specializzata nelle questioni del Medio Oriente. Accoglie con piacere opinioni e può essere contattata via email a heardonthegrapevines@yahoo.co.uk
Titolo originale: "What drives illegal immigrants "

Fonte: http://onlinejournal.com/
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DAZED

Caro compagno Sandro: così lontano, così vicino



La battaglia politica e sociale di Sandro Curzi cominciò presto, prestissimo. Aveva appena tredici anni quando al liceo romano "Tasso" impattò con quel gruppo di studenti raccolti attorno a Alfredo Reichlin, che presto si gettarono nella Resistenza romana e- ancora agri -iniziarono a militare nel Partito Comunista. Come siamo stati avari di memorie e di riconoscimenti di fronte a quell'evento singolare che nella Capitale stretta nella tenaglia nazista vide quasi miracolosamente scendere in campo una leva nuova di cospiratori poco più che adolescenti. Venivano per gran parte da un mondo borghese, e nelle periferie romane (Torpignattara, Ponte Milvio, Ostiense ...) si mischiavano a un proletariato poverissimo attanagliato dalla fame e dalla prepotenza nazi-fascista.
Così anche a Roma iniziava a formarsi quel cemento nazionale che fu base della grande ribellione antifascista, e patì quei massacri che rimasero amara leggenda: i morti delle Ardeatine…
Tali furono le vicende e il ceppo a cui si cibò Sandro. 
Secondo me non bisogna assolutamente lasciare in ombra quell'inizio, per poter cogliere le fonti lontane di quella vocazione di combattente, quella passione dello stare in campo che poi segnarono tutta la vita di Sandro, e anche la voglia sorridente, il mero gusto del cercare e del dibattere: il suo gusto della battaglia civile, della iniziativa polemica, della parola e dell'immagine che si facevano frusta, domanda, gusto della scoperta. È così dura la sua morte anche perché ci strappa non solo il suo agire sociale, ma quella sua irrequietezza. E in queste ore sento l'angoscia per quel fervore umano che ci viene tolto: proprio quando l'arroganza volgare del berlusconismo ci fa torcere il muso. 
E non si tratta solo dell'oggi. Ben più lunga è la vicenda. Qui ora noi diamo il nostro solenne saluto a un militante (e dirigente) di una battaglia che ha attraversato tutto un secolo e che ha visto milioni di morti, e ci ha fatto fremere nel midollo: quella tempesta che tu hai attraversato combattendo, Sandro. Come tremammo di fronte ad Auschwitz! E ancora oggi leggiamo con un nodo alla gola quelle pagine di Primo Levi, quella sua domanda amarissima: "se questo è un uomo…".
Sandro Compagno che hai chiuso gli occhi, noi salutiamo in te nei tanti che sono stati in campo in questa battaglia globale di salvezza. Essa è mutata oggi: nelle forme e nei livelli, e tuttavia è ancora interminata. Sentite come è lontana ancora oggi dalla vita del mondo quella parola ardita: "pace". E proprio in queste ore tornano a suonare nei continenti quelle minacce tristi: crisi, disoccupazione, fabbriche che serrano i cancelli…
E tuttavia, Sandro, anche nei momenti più duri, io non ti vidi mai disperato. Quanto bisogno sento ancora oggi della tua fede, e anche del tuo sorriso ironico di fronte all'avversario. 
Perciò ti chiameremo ancora. Ti chiederemo ancora una mano. Frugheremo ancora ansiosamente fra le tue carte... 
Caro compagno Sandro: così lontano, così vicino.
Pietro Ingrao

RESISTENZA al fascismo e al razzismo di Stato


Le cronache quotidiane sono segnate: 
da leggi sempre più dure contro chi protesta e chiede il rispetto dei propri diritti; 
da iniziative illegali di membri delle forze dell’ordine che, in totale abuso di potere, picchiano, scherniscono e umiliano chi ha la malasorte di venir sospettato di essere un “poco di buono” e di capitargli a tiro (com’è successo a Parma con una giovane nigeriana e con Emmanuel, giovane africano del Burkina Faso); 
- da una campagna disinformativa (coi mezzi d’ “informazione” ormai pressoché totalmente in mano al capo del governo) orchestrata da giornali, radio e televisioni per fare apparire tutto come misure finalizzate a garantire la “sicurezza” della “gente per bene”. 

Da questo quadro, in cui la fanno da padroni i partiti di governo, emerge che non conoscono più limiti le illegalità commesse dai loro manipoli di picchiatori e procede spedita, al tempo stesso, la trasformazione in regime totalitario di quel poco che resta del sistema democratico

Contro studenti in lotta, cittadini extracomunitari e rom, giovani democratici e di sinistra, addirittura giornalisti di una trasmissione di RAI3, aumentano le aggressioni di bande, ronde e squadre armate che inneggiano al “duce”, loro maestro di crimini. 
Non si contano più gli assalti impuniti contro i “centri sociali” e le occupazioni violente delle sedi sindacali: 
una strategia fascista che risale ai primi anni ’20 del secolo scorso

Dal canto loro, i partiti sedicenti di opposizione, privi di voce e di azione, mostrano la più grave indifferenza di fronte a una situazione sempre più impressionante. Insomma, combinano di tutto fuori che fare opposizione. 

Tant’è vero che 
questi partiti, quando si trovano a gestire le amministrazioni locali, talora non si tirano indietro dall’adozione di proclami e misure che sono in piena sintonia con quelle del governo centrale. E’ il caso di Pisa, nel cui Consiglio comunale la destra e il “centro-sinistra” (cioè PD, PS e IdV) hanno votato insieme una mozine di sostegno al “pacchetto sicurezza”, con cui il governo sta costruendo, contro i migranti in primo luogo ma anche contro i cittadini italiani, un altro pezzo di Stato di polizia. Chissà quanto ne sono fieri i loro elettori! 

Uno Stato di polizia che ha dato piena prova di sé nel luglio 2001 a Genova durante le giornate del G8: uccisione di un giovane manifestante, arresti, pestaggi, torture, il tutto perpetrato -sotto la supervisione degli allora ministri Fini (fascista in doppio petto) e Castelli (fascista “padano”)- da ampi settori delle forze di repressione (per la maggior parte mandati assolti dal Tribunale di Genova, così solerte, invece, a mandare in galera i ladruncoli). 

Queste, alcune perle del “pacchetto sicurezza”, oggi all’esame del parlamento: *multa fino a 10mila euro per “immigrati irregolari”; *legalizzazione delle ronde, cioè delle squadracce di facinorosi di destra sguinzagliate a caccia di extracomunitari e di ragazzi di sinistra; *schedatura dei “senza fissa dimora” (mendicanti, clochard, sfrattati, diseredati); *imposizione ai medici di segnalare gli extracomunitari senza “permesso di soggiorno” che ricorrono alle loro cure (così, curarsi gli costerebbe 10mila euro e l’espulsione dall’Italia!); *non più 24, ma 48 ore di fermo di polizia (senza intervento del magistrato e sperando di non capitare in mani degne della mattanza genovese!); *divieto di matrimonio tra cittadini italiani e migranti senza pemesso di soggiorno; *classi separate per bambini immigrati; *obbligo di certificato igienico-sanitario per le variazioni di residenza; ecc., ecc. 

Visto che l’ “opposizione” ha da pensare ad altro, non resta che organizzarsi autonomamente, in comitati di base, tra persone “comuni”, nei quartieri e nei posti di lavoro e di studio, e coordinarsi, per vigilare sulla realtà e capirla e per fermare un processo che intende farci ritornare indietro di un secolo.

fonte: OSSERVATORIO SUL FASCISMO - Pisa confcobaspisa@alice.it

Link: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o13413

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