lunedì 24 novembre 2008

La drammatica fatalità di essere governati da un "idiota"


Berlusconi: «E' stata una fatalità»

«La sicurezza è una condizione minima di fondo, il governo ha fatto un piano di verifica in cento scuole»

L'AQUILA - «Credo che ieri il crollo della scuola di Torino sia stata una drammatica fatalità». Lo dice il premier Silvio Berlusconi parlando in conferenza stampa a L'Aquila; e aggiunge che «la sicurezza nelle scuole è una condizione minima di fondo, ed è vero che esistono condizioni in diversi istituti scolastici in cui manca. È una responsabilità delle Province, ma il governo ha già fatto un piano di verifica in un lotto di cento scuole e intende intervenire». «In questo caso, però - osserva il premier - si è trattato di una fatalità. Il preside è una persona avveduta, sensata e corretta. Anche i professori, come mi ha detto la Gelmini, non sarebbero mai entrati in un'aula dove ci fosse pericolo. Non si può che essere quindi, da padri, molto vicini a quella famiglia».

Fonte: Corriere della Sera

Link: http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_23/fatalita_crollo_scuola_berlusconi_4ed70cc6-b955-11dd-aa17-00144f02aabc.shtml

L'Accordo Eulex tra UE e Serbia c'è, ma Pristina insorge



È arrivato, contro molte aspettative, l'accordo tra Unione Europea e Serbia sulla missione Eulex, il cui compito sarà quello, dopo un passaggio di poteri, di sostituire l'UNMIK nell'amministrazione del Kosovo, la provincia che si dibatte tra autonomia ed indipendenza da Belgrado e per cui si combatté una lacerante guerra nel 1999, nel cuore dei Balcani e dell'Europa.
Da allora lo status del Kosovo è garantito dalla risoluzione 1244 dell'ONU, che prevedeva il dispiegamento di una autorità civile denominata UNMIK, con personale delle Nazioni Unite per i settori di polizia, giustizia e amministrazione civile, e della UE per la ricostruzione e sviluppo economico. L'UNMIK è coadiuvata da una forza di sicurezza (KFOR) composta da truppe NATO, circa 16mila soldati attualmente sotto il comando del generale italiano Giuseppe Emilio Gay.
Eulex (European Union Rule of Law Mission in Kosovo) sarà una struttura amministrativa europea di circa 2mila uomini, composta da forze di polizia, magistrati, avvocati e personale di dogana, che dovrebbe garantire la gestione amministrativa della provincia durante il periodo di transizione fino alla definizione finale dello status del Kosovo. Eulex erediterà dunque i compiti già svolti dalla UNMIK ma dovrebbe implementare anche funzioni che erano state previste nel 2007 dal piano del diplomatico finlandese Martti Ahtisaari, già negoziatore insieme al russo Viktor Cernomyrdin del trattato di pace tra Nato e Jugoslavia che mise fine alla guerra del '99.
Proprio la natura e i compiti della Eulex sono stati oggetto di fortissime tensioni tra Unione Europea, Serbia, e  Kosovo, auto-proclamatosi stato indipendente lo scorso febbraio. Infatti, nella definizione giuridica della missione Eulex si può nascondere il riconoscimento, o meno, della provincia quale entità statale di fatto.
La risoluzione ONU-1244, pur decretando sul Kosovo un protettorato politico/militare, sanciva il riconoscimento della integrità territoriale della (ancora) Jugoslavia. Nella primavera dello scorso anno Ahtisaari presentava invece all'ONU un piano che prevedeva la sostanziale indipendenza di Pristina, pur dopo un periodo di transizione. Il piano fu bloccato, oltre che per la scontata opposizione della Serbia, dall'intervento energico della Russia in seno al Consiglio delle Nazioni Unite che minacciò la richiesta dell'integrale adozione della risoluzione 1244. Ed il problema sta proprio qui: quanto rivive nella missione Eulex del piano Ahtissari, e quanto rimane della risoluzione 1244 che addirittura prevedeva, dopo sei anni, il ritorno del controllo sul Kosovo da parte della Jugoslavia? 
La Serbia aveva stabilito una condizione essenziale per l'accettazione dell'Eulex. La dichiarazione di neutralità della missione, ovvero che si restasse nell'ambito della risoluzione 1244. Tale condizione pare essere stata pienamente accolta. Pierre Mirel, responsabile per i Balcani occidentali della Commissione Europea, ha dichiarato che Eulex: "deve rimanere una missione neutrale e non aver alcun collegamento con il piano Ahtisaari". 
Pristina è insorta. Il premier Hashim Thaci ha dichiarato che se la missione avesse questa natura non potrebbe mai essere accettata dai kosovari perché lederebbe profondamente i loro interessi. Anzi, Eulex potrebbe essere la benvenuta solo in quanto missione in "rappresentanza" dell'Unione Europea all'interno di uno stato sovrano, quale è il Kosovo dopo la proclamata indipendenza. Ma aldilà delle parole altisonanti, ciò che preoccupa maggiormente Thaci è che nell'accordo accettato dai serbi si fa riferimento (com'è anche attualmente con l'UNMIK) alla creazione, nella regione kosovara ancora abitata dai serbi, di una entità amministrativa con funzioni di polizia in coordinamento con la missione internazionale ma il cui capo verrà designato dai comandanti dell'esercito serbo. E se a questo si abbina la disposizione secondo cui le entrate doganali saranno ad appannaggio delle comunità locali, e solo residualmente andranno a Pristina, ecco che nei territori serbo-kosovari potrebbe costituirsi un nucleo di governo autonomo e autosufficiente sganciato dal potere centrale kosovaro-albanese.
La posta in gioco in questa partita si fa dunque alta, e non priva di forti ambiguità su tutti i lati della scacchiera. Sul fronte europeo, se da un lato il ministro degli Esteri francese (la Francia è presidente di turno della UE), Bernard Kouchner, preme sui kosovari dichiarando essere "molto strano che la missione venga rifiutata da coloro che di una tale missione hanno più bisogno", la presidente della delegazione europea per l'Europa Sud Orientale, Doris Pack, dice:  "la missione Eulex implementa il piano Ahtisaari ma non pregiudica lo Status del Kosovo perché rispetta innanzitutto la risoluzione ONU 1244", ovvero lega insieme due statuizioni oggettivamente inconciliabili mettendo in allarme i serbi. Il presidente Tadic si è infatti affrettato a precisare che "ci troviamo ancora in quella fase in cui le nostre proposte per la riconfigurazione della missione internazionale sono state accettate, ma su garanzia delle dichiarazioni dei funzionari e dei rappresentanti dell'UE. Tuttavia, fin quando non avremmo delle garanzie scritte, non esisterà nessun accordo".
Ai serbi non sfugge infatti che oltre l'approvazione europea, per partire l'Eulex necessiterà del via libera dell'Onu, ed in tale sede potrebbero essere fatte anche modifiche non marginali. A Belgrado ricordano bene quando nelle trattative di Rambouillet, nel 1999, venne inserito all'ultimo momento negli accordi una clausola che prevedeva la possibilità di ingresso delle truppe Nato su tutto il territorio jugoslavo (non solo in Kosovo) con una giurisdizione che di fatto svuotava il Paese di sovranità, e ciò allo scopo di ricevere un NO alle trattative da parte di Belgrado che aprisse la strada all'intervento armato.
Ma l'opposizione serba non si fida nemmeno del presidente Tadic, che ha recentemente prospettato "la partizione del Kosovo su linee etniche se tutte le altre opzioni dovessero fallire", ovvero la divisione in due del Kosovo, il nord serbo che dovrebbe tornare sotto Belgrado ed il sud albanese indipendente. In fondo la missione Eulex potrebbe rappresentare, in nuce, proprio tale situazione. Prioritario per Tadic non è infatti tanto il destino del Kosovo, quanto l'ingresso della Serbia nella Unione Europea, considerato elemento strategico per il futuro del paese. Per questo l'ex premier Kostunica, ora all'opposizione, ha voluto precisare non senza celare diffidenza e polemica che "se siamo tutti dell'idea che il Kosovo è Serbia, dobbiamo difendere la posizione che la Serbia farà parte dell'UE solo con Kosovo e Metohija", ovvero la parte occidentale del Kosovo, ricca di monasteri greco-ortodossi, considerata la culla della civiltà slava-ortodossa. 
Ma differenze e possibili doppi giochi non mancano neppure sul lato kosovaro-albanese. I due uomini forti di Pristina vengono entrambi dall'Uck, la guerriglia che combatté in armi contro Belgrado per l'indipendenza, e su cui non sono mancate le accuse, da parte di istituzioni internazionali come l'interpol, di traffici criminali, e che ora possono considerarsi come fratelli/coltelli appartenenti a fazioni contrapposte. 
L'attuale premier Hashim Thaci fonda il suo potere sull'appoggio americano e protegge gli estremisti islamici insediati nella vallata di Drenica. Ancora più colorito il passato dell'ex premier Ramush Haradinaj, che ha la sua roccaforte nel Kosmet e dove vengono registrati i maggiori flussi di traffici illeciti in direzione Montenegro ed Albania. Haradinaj è rientrato in patria nell'aprile del 2008 dopo essere stato assolto dal Tribunale dell'Aja, che lo giudicava per crimini di guerra, per insufficienza di prove. In realtà gran parte dei suoi accusatori e testimoni a sfavore erano stati fatti sparire o avevano nel frattempo ritrattato le accuse. Haradinaj si era dimesso da premier e consegnato spontaneamente alla giustizia internazionale per affrontare il processo. Ora che è di nuovo al posto di comando, sono molti a domandarsi quali forme prenderà la lotta per il potere a Pristina.
Nella fase di transizione tra UNMIK ed Eulex si dovrà tenere conto di tutti questi elementi.

di Milo Drulovic e Simone Santini

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Kosovo, un potenziale "scenario da Afghanistan", secondo la CIA


La Central Intelligence Agency rende pubblico un rapporto e lancia l'allarme. Secondo i servizi segreti americani, gli estremisti del Kosovo sono pronti ad innalzare il livello dello scontro e a sferrare attacchi terroristici non solo contro Belgrado e le autorità serbe (i nemici di sempre), ma il loro "sguardo si è esteso più ad Ovest, su Washington e Bruxelles", ovvero contro i funzionari dell'amministrazione internazionale (UNMIK) che mantiene il compito della gestione amministrativa sulla provincia dalla fine della guerra nel 1999.
Il rapporto rivela ancora che gruppi terroristici, "cellule dormienti", si stanno attivando. "Appartengono a un gruppo di fondamentalisti islamici e, in quanto tali, hanno come unico scopo quello di attaccare tutti i 'non credenti'. Ci sono le prove che i componenti facevano parte dell'UCK, che a sua volta aveva contatti con Al Qaeda". Ma non basta. Le autorità kosovare, le stesse che hanno proclamato unilateralmente l'indipendenza della provincia lo scorso febbraio, e che nel corso degli anni hanno protetto tali frange, da cui esse stesse provengono, potrebbero aver perso il polso della situazione tanto che "la situazione potrebbe essere fuori dal loro controllo", al punto da prospettarsi un inquietante "scenario da Afghanistan" (1).
Il rapporto non giunge in un momento qualunque, ma proprio nel mezzo dei negoziati che stanno riconfigurando la missione internazionale dell'UNMIK ed il passaggio di poteri dalle Nazioni Unite all'Unione Europea con la nuova missione denominata Eulex. Se la Ue e la Serbia hanno trovato l'accordo sullo status giuridico della nuova amministrazione civile che, pur con alcune ambiguità, si muoverà nel solco della Risoluzione 1244-ONU che cristalizzò una situazione di fatto e che non prevede la possibilità di una secessione indipendentista del Kosovo, Pristina ha da subito rigettato gli accordi e dichiarato che su tali basi la missione Eulex non verrà mai accettata (per un approfondimento di questo aspetto si veda l'articolo sottostante "Kosovo: accordo fatto su Eulex ma Pristina non ci sta"). 
Il rapporto americano potrebbe dunque avere connotazioni politiche piuttosto che di intelligence, tanto più che la presenza di estremisti islamici nei Balcani legati ad Al Qaeda è risalente nel tempo ed affonda le radici, ancor prima che in Kosovo, in Bosnia dall'inizio degli anni '90, con implicazioni di cui i servizi americani sono ben a conoscenza.
Il giornalista investigativo tedesco Jurgen Elsasser nel suo volume "Come la Jihad è arrivata in Europa" illustra in maniera esemplare i rapporti tra i guerriglieri islamici e i servizi di intelligence occidentali e fornisce le prove del loro utilizzo nella ex Jugoslavia. Nel corso di una intervista, a proposito del suo lavoro Elsasser dice: "Faccio nuova luce sulle manipolazioni dei servizi segreti. Altri libri avevano già sottolineato la presenza nei Balcani di Osama Bin Laden, ma gli autori avevano presentato i combattenti musulmani come nemici dell'occidente. Le informazioni che ho raccolto da molteplici fonti dimostrano che questi jihadisti sono marionette nelle mani dell'Occidente, e non, come si pretende, nemici. […] Ho studiato la figura di Al Zawahiri, il braccio destro di Bin Laden, che era il capo delle operazioni nei Balcani. Agl'inizi degli anni '90 aveva percorso in lungo e in largo gli Stati Uniti in compagnia di un agente dell'US Special Command per raccogliere fondi destinati alla Jihad; l'uomo sapeva perfettamente che la raccolta di fondi era un'attività sostenuta dagli Stati Uniti. […] La rete terroristica creata dai servizi segreti americano e britannico durante la guerra civile in Bosnia, e più tardi in Kosovo, ha rappresentato un serbatoio di militanti, che troviamo poi implicati negli attacchi di New York, Madrid e Londra. […] Dopo la fine della guerra in Afghanistan, Osama Bin Laden ha reclutato questi jihadisti militanti. Era il suo lavoro: è stato lui che li ha addestrati, con il parziale sostegno della CIA, e li ha mandati in Bosnia. Gli americani hanno tollerato il legame tra il presidente Izetbegovic e Bin Laden. Due anni più tardi, nel 1994, gli americani hanno cominciato a inviare armi, in un'operazione clandestina comune con l'Iran. Dopo il trattato di Dayton, nel novembre 1995, CIA e Pentagono hanno reclutato i migliori jihadisti che avevano combattuto in Bosnia" (2).
Qualunque giornalista investigativo che gratti appena sulla superficie, scopre in Kosovo i palesi legami tra infiltrazioni terroristiche islamiche, l'UCK (L'Esercito di Liberazione del Kosovo) - che dopo la vittoria della Nato nel '99 ha preso il controllo politico della regione, ed ogni tipo di traffico criminale, in primo luogo droga ed armi. È il caso di Riccardo Iacona che nel suo reportage "La guerra infinita" trasmesso a settembre su Rai3, ha illustrato i meccanismi attraverso cui la Jihad è entrata in Kosovo portando un integralismo fino ad allora sconosciuto ai kosovaro-albanesi e sfruttando la protezione (in stile mafioso) delle strutture già dell'Uck, e con i soldi degli "enti caritatevoli" islamici, in particolare sauditi. Il parallelismo con l'Afghanistan negli anni '80 è evidente: un crogiuolo di interessi illeciti ed un modus operandi che è pressoché identico a quello che originò la guerriglia che combatté l'invasione sovietica: finanziamenti sauditi, fondamentalismo religioso, coordinamento ed addestramento da parte dei servizi occidentali (in particolare, all'epoca, la Cia, in collaborazione con l'Isi, i servizi pakistani), traffico di stupefacenti. E quel parallelismo continua a fornire oggi i suoi frutti avvelenati. Il boom della produzione di oppio dopo l'invasione della Nato in Afghanistan, attraversando l'Asia centrale, ha il suo naturale sbocco proprio in Kosovo prima di invadere i mercati occidentali. E, se l'eroina, nel suo tragitto, trova qualche minimo ostacolo alle frontiere turche, ha la strada spianata una volta giunta nei Balcani, in cui il Kosovo rappresenta appunto lo snodo principale.
Di questi scenari è ben consapevole il generale italiano Fabio Mini, già comandante della missione Nato-KFOR in Kosovo nel periodo 2002-2003. Il generale ha dichiarato nel corso di una intervista al Corriere della Sera all'indomani della dichiarazione di indipendenza del Kosovo: "Il nuovo Stato conviene solo ai clan. Sarà un porto franco per il denaro che arriva dall'Est. L'indipendenza conviene a chi comanda: a Thaci [primo ministro kosovaro, ex comandante dell'UCK] che fa affari col petrolio, a Bexhet Pacolli [noto uomo d'affari] che ha bisogno d' un buco dove ficcare i soldi del suo mezzo impero, a Ramush Haradinaj [ex premier e comandante UCK] che è sotto processo all' Aja [in seguito assolto per insufficienza di prove dopo la morte in circostanze misteriose di alcuni testimoni chiave], ad Agim Ceku [altro ex premier e comandante UCK] che vuole diventare il generalissimo di se stesso... Del Kosovo indipendente, a questi non gliene frega niente. Come non gliene frega ai serbi. Quel che serve ai clan, d' una parte e dell' altra, è un posto in Europa che apra nuove banche. Un porto franco per il denaro che arriva dall' Est" (3). 
Un simile scenario è la conseguenza diretta della guerra portata dalla Nato nei Balcani. Aldilà delle responsabilità e degli errori di uomini di Stato come Slobodan Milosevic, oggi possiamo ammettere che le sue affermazioni di lottare in Kosovo contro la penetrazione terroristica erano del tutto fondate. Anche un uomo sicuramente non sospettabile di complottismo come Paolo Mieli ha scritto: "Il presidente-fondatore del Tribunale dell' Aja, Antonio Cassese, a sorpresa ha duramente criticato la conduzione del processo a Milosevic da parte di Carla Del Ponte. La quale ha dovuto complimentarsi con lo stesso Milosevic per il modo pugnace con cui si difende. L' ex despota di Belgrado ha già messo in difficoltà molti testimoni. Ed è riuscito ad esibire un documento dell' Fbi (del dicembre 2001, cioè successivo all' attentato alle torri gemelle) in cui si parla di rapporti tra l' Uck, l' organizzazione di resistenza del Kosovo, e Al Qaeda, il gruppo terrorista che fa capo a Osama bin Laden" (4).
Ma è tutta la stampa internazionale, ed in particolare americana, ad essere perfettamente a conoscenza della situazione in Kosovo. Riporteremo, tra gli altri, solo un esempio tratto da un articolo di Michel Chossudovsky (5). Fin dal maggio 1999 il Washington Times scriveva: "Alcuni membri dell'Esercito di Liberazione del Kosovo che ha finanziato il suo sforzo bellico attraverso la vendita di eroina, sono stati addestrati in campi terroristi diretti dal fuggitivo internazionale Osama bin Laden, che è anche ricercato per gli attentati del 1998 a due ambasciate degli USA in Africa nei quali rimasero uccise 224 persone, inclusi 12 americani. Secondo rapporti dell'intelligence ottenuti di recente, i membri del UCK, adottati dall'amministrazione Clinton nei 41 giorni della campagna di bombardamenti della NATO per portare al tavolo delle trattative il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, sono stati addestrati in campi segreti in Afghanistan, Bosnia-Herzegovina ed altrove. I rapporti dimostrano anche che  l'UCK ha arruolato terroristi islamici, membri dei Mujahideen, come soldati nel suo continuo conflitto contro la Serbia e che molti sono già stati portati di nascosto in Kosovo per unirsi alla lotta. […] I rapporti dell'intelligence documentano quello che viene descritto come un "collegamento" tra bin Laden, il milionario fuggitivo saudita, e l'UCK, compresa un'area comune di organizzazione a Tropoje, Albania, un centro per terroristi islamici. I rapporti dicono che l'organizzazione di bin Laden, nota come al-Qaeda, ha addestrato e sostenuto finanziariamente l'UCK".
Alla luce di questi elementi appare evidente come i servizi segreti americani non solo fossero perfettamente a conoscenza da almeno quindici anni di cosa stesse avvenendo nei Balcani, ma hanno attivamente e scientificamente agito affinché tale situazione si determinasse, ovvero la creazione di una entità fantoccio, un narco-stato strutturato a vari livelli su elementi utilizzabili per ogni genere di lavoro sporco, oggi già centro nevralgico di traffici criminali a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane, e domani possibile paradiso finanziario per il riciclaggio di denaro delle mafie di mezzo mondo. Allora come interpretare il rapporto CIA sull'allarme terrorismo in Kosovo? Probabilmente è da annoverare nella specie degli avvertimenti o dei messaggi in codice, ma indirizzati verso chi e con quali obiettivi? Forse nei confronti dei negoziatori europei per influenzare le trattative o dell'ONU che tali accordi dovrà ratificare; forse verso le opposte fazioni di Pristina, dato che è in corso una sorta di lotta di potere interna ai vecchi comandanti dell'UCK, e qui gli obiettivi si perdono nell'inestricabile intreccio politico-affaristico-criminale che comanda a Pristina; oppure si vuole preparare il terreno per una ulteriore militarizzazione dell'area. 
In ogni caso, nei giorni scorsi un attentato dimostrativo ha già colpito la presenza internazionale in Kosovo. Una bomba è scoppiata contro l'Ufficio Civile Internazionale della Ue a Pristina, mandando in frantumi le vetrate del palazzo ma senza provocare vittime (6). Nella già citata intervista al Corriere, il generale Mini, con illuminante lungimiranza, aveva avuto modo di dichiarare: "Le bombe non sono tipiche dei Balcani. Le hanno sempre messe personaggi venuti da fuori. Quando scoppiano, è il segnale che qualcuno sta ficcando il naso".

 di Simone Santini

Link: http://clarissa.it/editoriale_int.php?id=234&tema=Divulgazione
 


(1) da Rinascita Balcanica, 19/11/2008
(2) da Red Voltaire, 15/06/2006
(3) da il Corriere della Sera, 16/02/2008
(4) da il Corriere della Sera, 15/04/2002
(5) Michel Chossudovsky, Kosovo: Usa e Ue appoggiano un processo politico legato al crimine organizzato, Global Research, 12/02/2008
(6) Rinascita Balcanica, 18/11/2008

Verso il Socialismo, passando per Keynes


Marx indicava che per la trasformazione economica, politica e sociale di una comunità, attraverso
un percorso democratico, bisogna partire da una analisi rigorosa e attenta di quella comunità per
quella che essa è ed è stata nella realtà.
Ebbene in questi giorni ci si interroga su come uscire dall’attuale crisi economica mondiale, di cui
non si vede ancora la fine, che è crisi di sistema non solo per fronteggiare le conseguenze di una
recessione che si aggraverà ancora nei prossimi mesi – se non verranno varati provvedimenti
adeguati con urgenza dopo mesi di inerzia – ma anche per evitare che la crisi ciclica del capitalismo
sia risolta con interventi tampone utili a rimettere in moto e perpetuare lo stesso sistema che tale
crisi ha prodotto.
Se si tiene in conto, quindi, che i cinesi nella loro scrittura illustrano la parola crisi con due
ideogrammi, paura e occasione, possiamo ben dire che la fase della paura è evidente ed incombente
ma che ne il Partito Democratico ne la sinistra, con le sue oscillazioni e con il ritorno ad una troppo
rigida ed effimera ricerca identitaria, sanno cogliere l’occasione.
Da una parte il PD, con le sue contraddizioni interne, arriva addirittura in modo subalterno ad
aderire alle impostazioni della destra, dall’altra la sinistra per mancanza di scelte di politiche
economiche concrete, alternative e possibili in rapporto alla fase non riesce a dare risposte alle
esigenze del mondo del lavoro per raccogliere una risposta di massa che contrasti le tattiche e
strategie liberiste.
Per uscire da questa situazione che danneggia la coesione sociale e favorisce movimenti, anche
eversivi, di destra Keynes parte da una considerazione che illustra il limite maggiore di cui soffre il
capitalismo e cioè che i redditi crescenti e diseguali a cui esso da vita non si trasformano in
domanda effettiva.
Una propensione al consumo che non cresce proporzionalmente al reddito genera un aumento del
risparmio che per i neoliberali verrebbe assorbito completamente dagli investimenti mentre per
Keynes questo non accade.
Per uscire dal ristagno ed ancor più dalla recessione Keynes indica due vie : una politica monetaria
accomodante, che stimoli l’investimento privato, abbassando i tassi di interesse. In alternativa,
qualora il primo intervento si rilevi inefficace, occorre che lo Stato intervenga con la politica fiscale
ed ampliando la spesa pubblica.
Una politica fiscale progressiva genererebbe la redistribuzione della ricchezza verso i redditi medio
– bassi innescando una propensione al consumo più elevato e dovrebbe penalizzare in particolare le
rendite di carattere finanziario per stimolare investimenti in capitale produttivo per avvantaggiare
l’imprenditoria innovatrice a scapito di una speculazione parassitaria e rischiosa per gli interessi
generali.
Inoltre un serio ed efficace intervento pubblico nell’economia, che il nostro Paese non vede e non
ha visto negli ultimi 40 anni per i condizionamenti di Partiti e Governi che hanno generato
corruzione, clientelismo e praticati spesso solo per convenienze elettorali, assicurerebbe l’utilizzo
dei risparmi eccedenti in investimenti.
La politica della “socializzazione” degli investimenti dovrebbe caratterizzarsi con un maggior
utilizzo delle risorse compreso il lavoro non occupato.
Due limiti Keynes individua nelle dinamiche e nelle contraddizioni dello sviluppo del sistema
capitalistico.
Il primo limite era quello di non garantire il pieno impiego il secondo, necessario, se non
indispensabile alla crescita, di non raggiungere una equilibrata ed equa distribuzione della
ricchezza. Crisi cicliche e disoccupazione sono le conseguenze quindi di automatismi dei mercati
lasciati liberi di operare in modo incontrastato.
Possiamo quindi anche non condividere il pensiero di Keynes per cui non necessariamente le
carenze del sistema capitalistico inducono al pessimismo ed alla soluzione antitetica del socialismo
perché si possono correggere le sue contraddizioni attraverso regole che non pregiudichino la
democrazia, la difesa della libertà di iniziativa individuale, la concorrenza.
Possiamo invece, in questa fase e su alcuni temi socialmente rilevanti, prendere la strada
dell’intervento pubblico nella economia.
Questa tattica è necessaria per uscire dalla crisi evitando di aprire, in assenza di alternative sullo
sviluppo e l’occupazione, un confronto con Confindustria e Banche con la pistola puntata alla
tempia.
Già da ora su temi come l’istruzione, la sanità, la casa, l’ambiente, l’infrastrutture è possibile aprire
una campagna di interventi pubblici – pur nei vincoli sul deficit pubblico – che diano occupazione,
produttività e ricchezza sottraendoci al ricatto padronale che perpetuerebbe un sistema dove i
deboli, i salariati, i pensionati saranno chiamati sempre a pagare.
Già da ora dobbiamo porci il problema di quale istituzione pubblica , autonoma ed efficiente debba
gestire la fase di sovvenzione ai progetti socialmente utili eliminando pressioni e condizionamenti
della bassa politica, dei partiti e dei governi a cui spetterebbe solo la programmazione concertata.
Il passaggio ad una fase keynesiana è necessaria anche alla sinistra per evitare che le bandiere rosse
sventolino solo nei loro cervelli e nei loro cuori senza aprirci alla speranza che esse siano accettate
democraticamente nella società reale.
di Ugo Onelli

Il ritorno dei Talebani al potere


Fuori dalle città governano loro, anche alle porte di Kabul

I talebani sono tornati al potere in Afghanistan. Non nella capitale e nelle principali città del Paese - dove la presenza delle guarnigioni Nato garantisce ancora la sopravvivenza dell'autorità del governo Karzai - ma in quasi tutte le zone rurali, comprese quelle immediatamente fuori dalla capitale. Qui i talebani hanno nominato i loro governatori locali, i loro sindaci, i loro giudici, i loro esattori delle tasse, i loro comandanti di polizia, i loro responsabili per l'istruzione.Il fallimento del potere centrale. Se da tempo tutte le aree extraurbane delle province meridionali (Kandahar, Helmand, Nimruz, Farah, Uruzgan, Zabul) e orientali (Paktika, Khost, Paktia, nangarhar, Kunar, Nuristan) sono tornate sotto l'autorità dei talebani, da alcuni mesi è così anche nelle province centrali vicine a Kabul come Ghazni, Wardak e Logar, dove i barbuti governano rispettivamente 13 distretti su 18, 6 su 8 e 4 su 7.

Secondo l'analista politico Waheed Muzhda "i talebani stanno avanzando da sud verso Kabul esattamente come fecero dodici anni fa, quando andarono al potere la prima volta, ovvero guadagnandosi il sostegno popolare grazie alla loro capacità di garantire legge e ordine".
"I talebani - spiega Seth Jones, della 
Rand Corporation - stanno operando uno 'state-bulding' alternativo a quello del governo e della Nato, tutto centrato sulla sicurezza". 
Esasperati dall'anarchia, dall'insicurezza, della paura e dalla corruzione che hanno regnato sovrane negli ultimi anni, gli afgani rurali (che costituiscono il 90 percento della popolazione) sono ben felici di barattare la radio e la televisione in cambio della sicurezza e dell'ordine che i talebani sanno bene come garantire.
La corrotta polizia afgana, impegnata a taglieggiare i commercianti e a derubare la gente ai posti di blocco, non ha mai saputo proteggere la popolazione dalle scorribande di ladri e predoni, con i quali spesso è anzi in combutta. L'inefficiente giustizia governativa non è mai stata minimamente in grado di amministrare i problemi quotidiani della gente.
I talebani, con i loro modi sbrigativi, sono molto più efficaci.
Il successo del contropotere talebano. comandano i talebani, la sicurezza è garantita dalle pattuglie della 'polizia talebana' che a bordo di pick-up sorveglia di giorno e di notte strade e villaggi, tenendo lontani banditi e polizia.
La giustizia è amministrata dalle corti talebane composte da due giudici per distretto nominati da un mullah che, applicando la 
sharìa, risolvono 'per direttissima' dispute sulla proprietà dei terreni, sui diritti di pascolo, su casi di divorzio e assegnazione di eredità. 
L'istruzione è sotto il controllo degli 'emiri dell'educazione e della cultura', i quali vagliano i programmi d'insegnamento di ogni singola scuola assicurandosi che essi prevedano lezioni di Corano e 
sharìa. Se così non è, o se la scuola è mista o addirittura femminile, scatta la chiusura forzata. Nove scuole su dieci fanno questa fine. 
"Per lungo tempo i villaggi di questa zona - racconta al 
Christian Sinece Monitorun abitante della provincia di Logar - venivano terrorizzati da una banda di ladri. Siamo andati decine di volte alla polizia per chiedergli di arrestarli, dicendogli anche dove si nascondevano. Ma non hanno mai fatto nulla. Alla fine ci siamo stancati e ci siamo rivolti ai talebani. Loro sono andati a prenderli, li hanno processati, hanno cosparso i loro visi di catrame e li hanno fatti sfilare così per le strade, minacciando di tagliar loro le mani se fossero stati beccati ancora a rubare. Da allora i ladri non si sono più fatti vedere". 
"Con i talebani non abbiamo più la tv, non possiamo più ascoltare musica e non possiamo più ballare alle feste, è vero - ammette Abdul Halim, della provincia di Ghazni - ma almeno abbiamo sicurezza e giustizia".

di Enrico Povesana

Cambio di toni sul conflitto Iraqueno da parte del Pentagono


Mentre il ‘patto di sicurezza’ che dovrebbe regolare la presenza americana in Iraq nei prossimi tre anni attende l’approvazione del parlamento iracheno, e mentre negli Stati Uniti si rincorrono le voci che parlano di una possibile riconferma di Robert Gates al Dipartimento della Difesa, molti si domandano quali potranno essere le future politiche americane in Iraq. Se Gates dovesse essere riconfermato, le politiche che egli adotterà nel paese potrebbero proseguire nel solco di quelle da lui delineate a pochi mesi dalla scadenza del mandato di George W. Bush, e descritte nel seguente articolo dell’analista americano John Brown

Negli ultimi mesi, il segretario americano alla Difesa, Robert Gates, ha ricevuto molti apprezzamenti per aver ridimensionato i toni della retorica trionfalistica che aveva contrassegnato le prime fasi della cosiddetta ‘guerra al terrore’. L’enfasi da lui posta sulla necessità di “un senso di umiltà, ed un riconoscimento dei limiti” è una dolce musica per coloro che mettono in discussione la necessità di fare automaticamente ricorso ad un uso sproporzionato della forza per difendere gli interessi nazionali degli Stati Uniti.

Ma vi è un settore in cui Gates non è altrettanto modesto o consapevole dei limiti quanto egli vorrebbe che fossero i militari. Nelle sue frequenti dichiarazioni in cui afferma che l’hard power non può ottenere tutto, Gates sottolinea che ciò di cui c’è bisogno è una dose maggiore di soft power (l’‘hard power’ di un paese designa la capacità che esso ha di esercitare la propria influenza attraverso mezzi eminentemente militari, o mezzi economici coercitivi; il ‘soft power’ designa invece la capacità di esercitare la propria influenza attraverso la diplomazia, la cultura e la storia (N.d.T.) ). Tuttavia, quello che emerge è che egli intende dosi massicce di soft power interpretate, ‘confezionate’, e distribuite dal Pentagono e dalle sue ditte appaltatrici.

E’ vero che, in un discorso tenuto nel novembre dell’anno passato, Gates disse che un altro ente governativo – il Dipartimento di Stato – avrebbe dovuto ottenere più fondi per le sue attività di soft power, che includono programmi di ‘public diplomacy’, come i suoi trascurati scambi culturali ed educativi (con l’espressione ‘public diplomacy’ si intendono quegli aspetti della diplomazia internazionale non direttamente legati ai rapporti tra governi nazionali; la ‘public diplomacy’ si concentra sui modi in cui un determinato paese può comunicare con i cittadini di altri paesi; questi modi includono l’informazione ed altri mezzi mediatici come i film, la televisione, la musica, ecc. (N.d.T.) ).

Tuttavia, poco notata tra le molto acclamate dichiarazioni di Gates vi è la seguente affermazione: “Non fraintendetemi, chiederò ulteriori fondi per la difesa l’anno prossimo”. Parte del denaro che Gates intende spendere, come ha recentemente riferito il Washington Post, sarà dedicata ad uno sforzo triennale – con una spesa di 300 milioni di dollari – per “coinvolgere e motivare” la popolazione dell’Iraq ad appoggiare il suo governo e le politiche USA, attraverso una serie di programmi che vanno dai prodotti mediatici all’intrattenimento (un’ulteriore somma di 15 milioni di dollari all’anno dovrebbe essere spesa per effettuare sondaggi d’opinione tra gli iracheni).

Si tratta di una cifra enorme per gli standard delle politiche di soft power. Il Dipartimento di Stato prevede di spendere appena 5,6 milioni di dollari in ‘public diplomacy’ in Iraq nell’anno fiscale 2008. Il denaro del Dipartimento della Difesa sarà distribuito fra quattro società appaltatrici private, incluso il Lincoln Group il quale, sulla base di accordi con il Pentagono, pagò segretamente alcuni giornali iracheni per stampare articoli scritti dai vertici militari americani ma pubblicati come notizie di prima mano.

Alcune voci critiche si sono levate nei confronti dell’iniziativa di Gates per accattivarsi i cuori e le menti degli iracheni. Jim Webb, senatore democratico della Virginia, il cui background militare e giornalistico lo rende ampiamente qualificato a parlare a proposito dell’uso del soft power da parte del Pentagono, scrisse in una lettera a Gates: “Mentre questo paese si trova di fronte ad una crisi economica così grave, e mentre il governo iracheno registra almeno 79 miliardi di dollari di surplus derivanti dagli introiti petroliferi, secondo me ha ben poco senso che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti spenda centinaia di milioni di dollari per fare propaganda nei confronti del popolo iracheno”.

Gli specialisti di ‘public diplomacy’ sono anch’essi rimasti sconcertati dalla missione di indottrinamento di Gates. Un noto esperto mi ha scritto tramite e-mail: “La comunicazione che è vista come propaganda non attrae, e di conseguenza non produce soft power”. Le voci critiche sottolineano che i finanziamenti del Dipartimento della Difesa non sono trasparenti, e ciò potrebbe tradursi nella perdita di credibilità dei suoi programmi nel momento in cui coloro a cui tali programmi sono indirizzati scopriranno da dove viene realmente il denaro. Una cosa del genere si è indubbiamente verificata nel corso della Guerra Fredda, quando emerse che la CIA era il segreto finanziatore di riviste intellettuali che erano in precedenza considerate indipendenti. L’ambasciatore iraniano in Iraq, Kazemi Qomi, ha già espresso le proprie rimostranze: “Quattro importanti compagnie nel settore dei media stanno dando il loro contributo al piano del Pentagono di incitare l’opinione pubblica irachena contro l’Iran e di guastare i rapporti fra Teheran e Baghdad”. Una simile “propaganda anti-iraniana”, ha affermato l’agenzia di stampa iraniana FARS, è “inutile”.

La costosa iniziativa di soft power del Pentagono non è limitata ad un pubblico straniero, ma include gli stessi Stati Uniti. Essa stabilisce la necessità di “comunicare in maniera efficace con le nostre audience strategiche (vale a dire con il pubblico iracheno, con quello arabo, con quello internazionale, e con quello degli Stati Uniti) per assicurare una diffusa approvazione dei temi e dei messaggi [del governo statunitense e di quello iracheno]”. Secondo Marc Lynch, uno specialista del settore dei media mediorientali, fare del “pubblico americano…un obiettivo chiave da manipolare attraverso la diffusione segreta di messaggi di propaganda dovrebbe essere considerato scandaloso, lesivo della democrazia, ed illegale”.

Scandaloso lo è certamente, ma questa abitudine di rendere la stessa patria americana un obiettivo fa parte del modo di operare del Dipartimento della Difesa, come confermano le rivelazioni del New York Times riguardo all’uso ‘militare’ di commentatori dei media nazionali in qualità di propagandisti del Pentagono (queste attività sono attualmente soggette ad un’indagine della Commissione federale delle comunicazioni). Nulla è peggiore del cattivo uso dell’hard power, come Gates ha giustamente suggerito. Tuttavia egli non sembra disposto ad ammettere che la stessa cosa è vera anche nel caso di ciò che il Pentagono interpreta come soft power.

di John Brown

Fonte: The Guardian

John Brown ha servito nello ‘US Foreign Service’, il servizio diplomatico statunitense, per oltre vent’anni; attualmente è ‘senior fellow’ presso il Center on Public Diplomacy della University of Southern California; questo articolo è apparso il 27/10/2008 sul quotidiano inglese ‘Guardian’

Titolo originale:

The Pentagon’s new Iraq propaganda

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/24/la-nuova-propaganda-del-pentagono-in-iraq/

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