mercoledì 26 novembre 2008

1500 euro se lo chiami Benito


L'iniziativa del partito di estrema destra in 5 piccoli comuni della Basilicata

Chissà se Mussolini sarebbe contento. La sezione Movimento Sociale - Fiamma Tricolore della Basilicata ha dato il via a un'iniziativa per affrontare il problema dello spopolamento nella Regione: un contributo, una tantum di 1500 euro per ogni nascituro che verrà battezzato con il nome di Benito, se maschio, o Rachele se femmina. Tutto in onore del Duce e di sua moglie, donna Rachele.

Si tratta di un nostalgico salto nel Ventennio? La notizia della singolare iniziativa, presentata dal responsabile regionale Vincenzo Mancusi, è stata ripresa anche all'estero, dalla Bbc. Le regole sono molto rigide: i nascituri dovranno venire al mondo nel 2009 e il contributo percepito dovrà essere utilizzato solo a beneficio dei neonati per comprare culla, pannolini, vestiti e alimenti. Potranno usufruirne solo i nuovi iscritti nell'anagrafe di cinque piccoli comuni a sud della regione, Calvera, Carbone, Cersosimo, Fardella e S. Paolo Albanese. Mancusi è consapevole che ciò non servirà a far schizzare verso l'alto il tasso della natalità, ma, assicura "si tratta dell'iniziativa di un piccolo partito che avrà un suo piccolo effetto". Secondo Mancusi è la Regione Basilicata che dovrebbe fare di più prelevando, per esempio, dai diritti di sfruttamento dei giacimenti petroliferi lucani i bonus da assegnare, annualmente, a ciascun nato fino al raggiungimento della maggiore età. "Perchè Benito e Rachele? Una scelta casuale, sono nomi belli come tanti altri", dice il segretario regionale Mancusi, il quale assicura che beneficiari del bonus saranno anche i figli nati da coppie miste. L'importante che almeno uno dei due genitori sia italiano. Chissà se il Duce sarebbe contento che una "faccetta abbronzata" porti il suo nome.

Fonte: peacereporter

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12901/Ti+do+1500+euro,++se+lo+chiami+Benito

L'acqua è di Berlusconi, il silenzio degli italiani


“Ferma restando la proprietà pubblica delle reti (idriche ndr), la loro gestione può essere affidata a soggetti privati”. È il 6 agosto 2008, il governo Berlusconi, approvando la legge di conversione n°133  “recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, sancisce di fatto la privatizzazione dell'acqua pubblica. O meglio ancora, introduce la possibilità per gli enti privati, che ne assumeranno l'incarico, di gestire e controllare beni primari di servizio pubblico. L'acqua su tutte. 
Cambiano le parole, si nascondono i significati, ma la sostanza non cambia: l'acqua in Italia è stata privatizzata. Da diritto acquisito diventa merce, prodotto commerciale soggetto alle regole del mercato. Lo stesso sistema che solo nell'ultimo anno si è dimostrato pronto a implodere su sé stesso, con fallimenti a catena di banche e assicurazioni.
Il decreto legge n°133, voluto fortemente dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti, parla chiaro: si interviene “al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonché di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni”. 
Eppure, dopo un rapido sguardo alle esperienze cosiddette “pilota” della provincia di Latina, sorgono non pochi dubbi proprio sulle garanzie di accesso al servizio. 
In città come Aprilia, comune che ha sposato il progetto di privatizzazione dell'acqua già da diversi anni, si è assistito a un processo rapido e febbrile di innalzamento vertiginoso dei costi delle tariffe (+ 300%). 
E non solo.
Si è instaurata infatti una nuova procedura per tutti coloro che, per necessità o per scelta, non possono permettersi i costi aggiuntivi imposti da AcquaLatina, società ormai sotto il controllo della multinazionale Veolia, che ne possiede il 46,5% delle azioni. Esattamente come nel terzo mondo, vigilantes e forze dell'ordine sono assoldati per rimuovere contatori e bloccare rubinetti. Ma non basta. Nel territorio pontino, oltre agli aumenti sconsiderati delle bollette, si è registrato un drammatico scadimento della qualità dell'acqua: nel 2005, ad esempio, a Cisterna sono stati riscontrati tassi di arsenico pari a 200 microgrammi per litro, oltre il 70% del volume idrico disperso o non giunto a fatturazione.
Nella storia recente un caso limite sul fronte della privatizzazione dell'acqua è avvenuto in Bolivia nei primi anni del nuovo millennio. A seguito dei debiti contratti dai prestiti-killer della Banca Mondiale per lo Sviluppo, il governo boliviano fu costretto a svendere nelle mani di corporation americane le risorse petrolifere, la compagnia aerea di bandiera, le ferrovie e la gestione dell'energia elettrica. Le risorse idriche vennero date in concessione alla Bechtel Corporation di San Francisco. Il contratto prevedeva la proibizione di far propria l'acqua piovana, anch'essa per assurdo era divenuta proprietà e patrimonio della multinazionale californiana. Per i debitori era persino contemplata la confisca dell'abitazione. Nell'aprile del 2000 la popolazione locale sfiancata dall'impossibilità di sopportare le nuove tariffe imposte, si ribellò. Nonostante una repressione violentissima che costò la vita a sei persone, tra cui due bambini, e centinaia di feriti provocati dal governo schierato a difesa degli interessi della corporation, l'esercito e la polizia rientrarono nelle caserme e il popolo boliviano riuscì a riprendere il controllo dell'acqua. 
In Italia è solo questione di tempo. Nei giorni scorsi, tra l'indifferenza generalizzata dei media italiani, un secondo forum dei movimenti dell'acqua è stato organizzato per ridare vigore alla battaglia di questo fondamentale bene comune. 
Nel 2006 più di quattrocento mila firme furono raccolte a sostegno della legge d'iniziativa popolare che vede come primo punto il riconoscimento dell'acqua come “diritto inalienabile ed inviolabile della persona”. Ma la sensazione forte è che la straordinaria raccolta firme sia già stata oscurata. Con un semplice colpo di spugna. Seguendo il manuale del “buon governo” che approva leggi impopolari e antidemocratiche proprio quando imperversa l'afa estiva e l'attenzione della stampa è rivolta altrove. 
di Alessio Marri

La caccia ai pirati e il controllo delle vitali rotte commerciali dell'Oceano Indiano


Ai sempre più frequenti atti di pirateria nel braccio di mare che si insinua tra il Corno d’Africa e la penisola araba – manifestazioni di un fenomeno che di per sé costituisce un “effetto collaterale” delle drammatiche condizioni in cui versa la Somalia – la comunità internazionale non sembra intenzionata a rispondere con una strategia politica comune, ma con una serie di misure unilaterali che lasciano presagire il prossimo svilupparsi di una competizione globale per il controllo delle vitali rotte commerciali dell’Oceano Indiano

“Signore, lei ha riempito l’India di orgoglio”. E’ in questo modo che il presentatore di un canale televisivo a Delhi si è rivolto al comandante della marina indiana, l’ammiraglio Sureesh Mehta, a proposito della vittoriosa battaglia navale che la nave da guerra indiana ISN Tabar ha condotto contro alcuni aspiranti sequestratori mentre scendeva il crepuscolo martedì scorso nel Golfo di Aden.

Queste parole avrebbero reso Sir Francis Drake – il navigatore, politico e mercante di schiavi britannico del XVI secolo – realmente invidioso. Sir Francis aveva pretese di gloria anche maggiori, nella sua vita spezzata dalla dissenteria, quando attaccò San Juan, a Porto Rico, nel 1595.

Poco sorprendentemente, i patriottici media indiani hanno coscienziosamente espresso la loro gratitudine, ed ancora una volta la loro fiducia, alle forze armate. Queste ultime hanno così guadagnato un’opportunità per distogliere l’attenzione da un’aspra polemica a proposito del presunto coinvolgimento di alcuni militari in attività terroristiche dei fondamentalisti indù. La marina militare indiana è tornata “all’azione” dopo un lungo intervallo di 37 anni, iniziato al termine della guerra con il Bangladesh.

Una dichiarazione attentamente ponderata della marina ha sostenuto che i pirati hanno attaccato la Tabar, e che quest’ultima ha “risposto per autodifesa” aprendo il fuoco contro la “nave madre”. I pirati “sono riusciti a fuggire nell’oscurità” mentre la nave da guerra indiana affondava un’imbarcazione dei pirati. L’incidente ha attirato grande attenzione a livello internazionale. Ma ha anche sollevato alcuni interrogativi.

La pirateria a largo delle coste della Somalia si sta profilando in maniera preoccupante sul “radar” dell’opinione pubblica mondiale. Il recente sequestro della Sirius Star – una superpetroliera sufficientemente grande da contenere un quarto della produzione giornaliera dell’Arabia Saudita (2 milioni di barili)  – ha drammaticamente messo in luce le dimensioni crescenti del problema. Il governo a mala pena funzionante della Somalia è incapace di tenere a freno i pirati che salpano dai suoi porti e catturano le navi mercantili di passaggio.

I pirati a bordo della Sirius Star hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di dollari, ammonendo sulle “disastrose” conseguenze nel caso in cui il denaro non dovesse essere consegnato.

Un flagello che si credeva ormai confinato nei film e nei fumetti è tornato ad essere un’ossessione. Ma a differenza dei bucanieri del passato, i pirati somali sono ben armati ed organizzati in due o tre “cartelli”. Essi potrebbero paralizzare l’attività marittima dall’Oceano Indiano al Mar Rosso ed al Golfo Persico. I premi assicurativi per le navi che fanno rotta tra il Corno d’Africa e la penisola araba sono schizzati alle stelle, aumentando di circa 10 volte. I costi aggiuntivi potrebbero raggiungere i 400 milioni di dollari l’anno.

Giovedì scorso, Maersk, la compagnia di navigazione più grande del mondo, ha annunciato che non avrebbe più esposto le sue navi cisterna alla minaccia dei pirati al largo della Somalia. La società ha annunciato che cambierà la rotta della sua flotta di 50 petroliere, che seguiranno la via del Capo di Buona Speranza, a sud del continente africano – una rotta molto più lunga e costosa.

La presenza di navi militari delle potenze straniere non può risolvere il problema. Vi sono circa 14 navi da guerra di vari paesi, inclusa la NATO, che incrociano al largo della costa somala, mentre si stima che oltre 20.000 navi passino annualmente per il Golfo Persico. Inoltre, vi sono interrogativi circa la legalità delle operazioni compiute da queste navi da guerra. Se la NATO si è assicurata una richiesta da parte del segretario generale dell’ONU per compiere un lavoro di interdizione nelle acque internazionali al largo della Somalia, non si può dire lo stesso per la Russia e l’India. La Russia sostiene che il governo somalo ha richiesto la sua assistenza, ma non vi è nessuno che sia realmente al potere a Mogadiscio. E’ degno di nota il fatto che la marina militare indiana nella sua dichiarazione ha ritenuto importante sottolineare che la sua nave da guerra aveva “risposto per autodifesa”.

La cosa più ovvia da fare sarebbe di agire sotto un mandato delle Nazioni Unite, preferibilmente coinvolgendo l’Unione Africana ed i paesi costieri, che potrebbero avere una loro capacità di intervento o essere aiutati a svilupparne una. Ma ciò non è accaduto, suscitando il forte sospetto che stia nascendo un “Grande Gioco” per il controllo delle rotte marittime nell’Oceano Indiano fra lo Stretto di Malacca ed il Golfo Persico. Queste rotte rappresentano indubbiamente alcune fra le vie d’acqua più delicate per il commercio navale, come quello del petrolio, delle armi e dei prodotti industriali che transitano fra l’Europa e l’Asia. In realtà, l’efficace cooperazione regionale nel limitare la pirateria e la pratica dei sequestri nel “collo di bottiglia” rappresentato dallo Stretto di Malacca dovrebbe fornire un utile modello.

Alcuni parlano del fatto che i pirati potrebbero fornire una copertura a gruppi terroristici internazionali. Gli esperti di “terrorismo” sono già “partiti in quarta”, ed hanno cominciato a far congetture sulla possibilità che al-Qaeda copi il modo di operare dei pirati somali. Ci stiamo forse lentamente dirigendo verso l’inclusione della pirateria marittima nella “guerra al terrore”?

Ciò sarebbe un peccato, visto che le condizioni di anarchia che prevalgono in Somalia sono facili da comprendere. La Somalia è uno “stato fallito” come l’Afghanistan, che non è mai stato un faro di stabilità o di democrazia. Ma le cose cambiarono nettamente in meglio quando l’Unione delle Corti Islamiche (UCI) prese il controllo all’inizio del 2006. L’UCI riuscì a ristabilire la legge e l’ordine in quel paese lacerato dai clan rivali e dalla violenza.

Ma l’amministrazione di George W. Bush considerò tutto questo inaccettabile. In base alla perversa logica dell’11 settembre 2001, come si poteva permettere ad un governo islamico di essere un pioniere del buon governo? Il risultato fu l’invasione condotta dalla cristiana Etiopia nel 2007, con l’appoggio degli Stati Uniti. L’invasione non riuscì a produrre risultati decisivi ed invece contribuì soltanto alla frammentazione dell’UCI – con gli elementi radicali, noti come “shabab” (giovani), che hanno avuto la meglio.

I risultati sono visibili a tutti. Dunque, che il problema della pirateria vada affrontato anche sulla terraferma, in Somalia, è indiscutibile. Ma, i problemi molto spesso giungerebbero da soli ad una soluzione, se solo i soldati e gli strateghi si facessero da parte per un attimo. Questa, almeno, è la competente opinione di Katie Stuhldreher. Scrivendo recentemente sul Christian Science Monitor, la Stuhldreher ha proposto un approccio tripartito al problema somalo. In primo luogo, la comunità internazionale dovrebbe riconoscere che la pirateria in Somalia ha origine fra i pescatori scontenti che devono competere con la pesca sleale ed illegale delle navi commerciali straniere nelle acque costiere ricche di tonno della Somalia.

Questa lotta impari ha determinato un impoverimento della popolazione locale. Il risentimento è spesso nato fra la popolazione della costa a causa del fatto che le navi straniere scaricano spudoratamente i loro rifiuti nelle acque somale. Gli amareggiati pescatori locali, che ci hanno rimesso pesantemente, si sono rapidamente organizzati per attaccare i pescherecci stranieri e chiedere una ricompensa. La loro campagna ha avuto successo, ed ha spinto molti giovani ad “appendere al chiodo le loro reti da pesca e ad imbracciare i Kalashnikov”.

La Stuhldreher ha suggerito che “rendere le aree costiere nuovamente redditizie per i pescatori locali potrebbe incoraggiare i pirati a tornare ad uno stile di vita legale”. Di conseguenza, “una forza di protezione della pesca eliminerebbe la fonte di legittimazione dei pirati”. Ciò potrebbe essere fatto sotto gli auspici dell’ONU, dell’Unione Africana, o di una “coalizione di volonterosi”.

Cosa ancora più importante, “una forza internazionale inviata per proteggere l’industria locale otterrebbe lo stesso obiettivo delle navi da guerra, ma in una maniera più accettabile. La principale ragione per cui la pirateria prospera lungo le coste della Somalia è che non vi è alcuna autorità costiera che controlla queste acque. Le navi militari straniere sarebbero ancora necessarie per colmare questo vuoto e scoraggiare gli attacchi, ma avrebbero l’esplicita missione di servire il popolo somalo – lo stesso popolo che ha accumulato sufficienti ragioni per non gradire l’intervento militare straniero, e che probabilmente vedrebbe la presenza di navi da guerra straniere come un’intimidazione”.

Ma sarà possibile trovare sostenitori del “nation-building” in Africa fra paesi come gli stati Uniti, i membri della NATO e dell’Unione Europea, la Russia e l’India? E’ altamente improbabile. L’ideale sarebbe che la comunità internazionale desse anche inizio ad un processo di riconciliazione che coinvolga gli elementi residui dell’UCI. In retrospettiva, come in Afghanistan nel caso dei Talebani, una comprensione adeguata dei movimenti islamici aiuterebbe ad apprezzare il valore dell’UCI nella stabilizzazione della Somalia.

Invece, sotto l’ampio programma della lotta contro la pirateria, ciò a cui stiamo assistendo è un modello completamente differente di attività marittima da parte delle potenze interventiste. Gli Stati Uniti hanno stabilito un comando separato (AFRICOM) del Pentagono in Africa. La NATO e l’UE sono usciti dal teatro europeo entrando nell’area dell’Oceano Indiano. La Russia punta alla riapertura della sua base navale di Aden risalente all’era sovietica. L’India ha cercato ed ottenuto strutture di attracco per le proprie navi da guerra nell’Oman – una mossa senza precedenti per stabilire una presenza navale permanente nel Golfo Persico. L’Oceano Indiano sta diventando un nuovo teatro del “Grande Gioco”. Sembra solo questione di tempo prima che anche la Cina faccia la sua comparsa.

La Cina non è certamente un nuovo arrivato nell’Oceano Indiano. Nel 1405, durante il regno dell’imperatore Yung-Io della dinastia Ming, il famoso comandante navale cinese Ching-Ho giunse in visita a Ceylon (attualmente noto come Sri Lanka) portando incenso da offrire al rinomato tempio del Buddha nella città collinare di Kandy. Ma il re cingalese Wijayo Bahu VI gli tese un’imboscata ed egli fu costretto a fuggire alle sue navi. Per vendetta, la Cina inviò nuovamente Ching-Ho pochi anni più tardi. Egli catturò il re cingalese e la sua famiglia, e li portò via come prigionieri. Tuttavia, alla vista dei prigionieri l’imperatore cinese fu mosso a compassione ed ordinò di rimandarli a casa, a condizione che “il più saggio della famiglia sia scelto come re”. Il nuovo re, Sri Prakrama Bahu, ricevette un sigillo di investitura e divenne un vassallo dell’imperatore cinese. Ceylon rimase in questa condizione fino al 1448, pagando un tributo annuale alla Cina.

L’ammiraglio indiano Sureesh Mehta ha un degno esempio davanti a sé, qualora egli dovesse riuscire a persuadere il suo riluttante paese a mostrare i muscoli in Africa per la prima volta nella sua lunga storia. La sua migliore argomentazione potrebbe essere che, se non fosse per la sua previdente iniziativa, un nuovo Ching-Ho potrebbe presto fare la sua comparsa nell’Oceano Indiano. Ma vi è un rischio in tutto questo, poiché i pirati che sono scomparsi nella nebbia la sera di martedì scorso potrebbero tornare, questa volta cercando la INS Tabar.

di M. K. Bhadrakumar

M. K. Bhadrakumar ha servito come diplomatico presso l’Indian Foreign Service per più di 29 anni; è stato ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) ed in Turchia (1998-2001)

Titolo originale:

The great game of hunting pirates

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/25/golfo-di-aden-il-grande-gioco-della-caccia-ai-pirati/

Il PD e il suo vicolo cieco


Rianimato dall'Onda e dalla manifestazione del 25 ottobre, smarrito e ansimante nel «caso Villari». Tutto sembra molto chiaro: da un lato, un Pd attraversato dal soffio vivificante delle piazze, in grado di strappare alla mobilitazione dei suoi militanti briciole di orgoglio e consapevolezza; dall'altro, l'atmosfera mefitica dei palazzi degli intrighi, negli studi tv dei «pizzini», con un Pd travolto dalle logiche del trasformismo, ostaggio di un ceto politico che ha alle spalle una storia cresciuta nelle reti clientelari e amicali delle fabbriche dei voti meridionali. 
Le conclusioni dovrebbero essere ovvie: sarebbe meglio guardare più al versante dove si attingono energie e risorse che a quello dal quale vengono solo delusioni e amarezze. Ma tutto appare meno ovvio se si guarda all'interno del partito di Veltroni. Qui si avverte ancora il peso di un processo di formazione asfittico, precipitoso, frutto più dell'affanno e del calcolo elettorale che della consapevolezza e della lucidità: non sono stati i «dieci minuti» che sono bastati a Forza Italia per decidere di confluire nel PdL, ma non c'è stato nemmeno quel grande dibattito costituente che sarebbe stato necessario per permettere alle tradizioni culturali e alle famiglie politiche che vi confluivano di ridefinirsi in un progetto unitario fondato su un autentica rottura con il loro rispettivo passato. Paradossalmente, i soli innesti riusciti sembrano quelli che hanno rilanciato una sorta di anacronistica riedizione di quel connubio togliattiano-moroteo nel cui ambito si sono formati molti degli attuali dirigenti dl Pd, a partire da Massimo D'Alema e dallo stesso Veltroni. Il fatto che il dibattito all'interno del Pd sia ancora polarizzato intorno ai due leader è significativo delle difficoltà che il nuovo partito trova nel disancorarsi dalle vecchie formule politiche con dei risvolti inquietanti proprio sul piano di quelle alleanze elettorali che sembrano tener banco nelle polemiche e negli schieramenti. Escluso per il momento un pateracchio con le forze dell'attuale maggioranza di governo il tema riguarda il rapporto con gli altri partiti dell'opposizione, cioè Casini, Di Pietro e quello che resta dei vari gruppi di ispirazione comunista.
Mentre questi ultimi sembrano incapaci di sottrarsi alla deriva di un cupo tramonto e Casini si propone nei panni immutabili della vecchia Dc, il solo Di Pietro si segnala per il dinamismo del suo movimento, con evidenti appetiti elettorali e esplicite mire egemoniche: si sente più un concorrente che un alleato del Pd, con l'ambizione di essere l'unica alternativa a Berlusconi, fuori dagli schemi destra/sinistra e con la capacità di erodere consensi alla destra lungo una strada che D'Alema e gli altri perseguono invano da tempo. Non me lo vedo, insomma, come un alleato affidabile e credibile anche perché su tutto il tema delle alleanze- sia nella versione D'Alema che in quella Veltroni- incombe lo spettro della scarsa autorevolezza del Pd, oggi sbeffeggiato da tutti gli ambienti del nostro sistema politico. Quello è il nodo decisivo; per ritrovare credibilità e risultare affidabili bisogna avere l'onestà di riconoscere che le «manovre» di D'Alema hanno il fiato corto dei maneggi della Prima Repubblica e che i progetti enunciati al Lingotto sono stati accantonati in un'operazione verticistica e improvvisata, riprendendo il cammino smarritosi nella sconfitta elettorale, fino al rilievo abnorme assunto da una disputa Villari-Zavoli che certamente non è di quelle che tolgono il sonno agli italiani.
di GIOVANNI DE LUNA

Siamo alla resa dei conti


Il governo italiano elargisce un po' di carità ai più poveri, quello americano offre il suo obolo alle banche. Ognuno rispetta, anche nelle dimensioni, la propria natura intrinseca: un paio di miliardi di euro per i miserabili, trecento miliardi di dollari per Citigroup. Da entrambe le sponde dell'Atlantico i liberisti non rinnegano il proprio credo e vanno avanti: in America aspettando che farà Obama e se sarà capace di affrontare la recessione con qualcosa che assomigli al New Deal; in Europa convinti di piegare in chiave nazional-populista lo tsunami economico, in piena «libertà» perché privi dalla pressione di una qualsiasi alternativa politica. 
Le cronache di casa nostra ci segnalano un paese che in vent'anni e più di libero mercato imperante è precipitato nella classifica della competitività mondiale e un presidente del consiglio - incarnazione della versione italiana di quel ventennio - che si appella ai consumatori perché si immolino a sostegno del Pil. Mentre ogni giorno aumenta il numero di cassintegrati e disoccupati, la crisi colpisce il cuore del sistema industriale, i precari che erano cresciuti di numero nel mito della flessibilità «virtuosa» vengono semplicemente ridotti a rango di senza lavoro. Potranno eventualmente rivolgersi al candidato abruzzese del Pdl che promette lavoro in cambio di voti con curriculum.
E, ci dicono - le cronache nostrane - di una politica muta o impazzita, di un Pd che esorcizza il conflitto sociale, di una sinistra ex-parlamentare più concentrata sul proprio futuro elettorale che attenta a cercare risposte condivisibili alla crisi del modello capitalistico. Da cui - in assenza di ricette alternative - si uscirà non con improbabili crolli di sistema, quanto con una sua feroce ridefinizione, selettiva in termini sociali e reazionaria in termini politici.
In un simile panorama lo scontro ormai più che annunciato - a partire dal mondo della scuola e dagli scioperi generali in arrivo - sarà difficile e decisivo. Può frenare l'ondata berlusconian-tremontiana - che ora si appella agli «uomini liberi e forti» - ma può anche risolversi in un redde rationem autoritario e violento. Sarebbe bene se le residue energie politiche della sinistra si concentrassero lì: per evitare che la spesa pubblica sia ridotta a carità o speculazione, che la scuola sia «tutta un taglio» e che il lavoro si disperda in disoccupazione di massa (per fare solo alcuni esempi). Ritrovando la parola nel misurarsi sulle «cose» del conflitto in corso. Se ne ricaverebbero, probabilmente, le soluzioni da perseguire e persino una visibile e comprensibile concezione del mondo. Premesse indispensabili per qualunque sinistra, con o senza aggettivi.
di GABRIELE POLO

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