giovedì 27 novembre 2008

Un Dio costoso ed immune ai tagli della Gelmini


Zona protetta, qui non si taglia. E neanche si riordina. I 25.694 insegnanti di religione nella scuola pubblica italiana sono al riparo dallo tsunami di tagli e proteste che l'ha investita. Anzi, sono destinati ad assumere un peso crescente, essendo le loro ore intoccabili nella generale riduzione dell'orario delle lezioni in classe. Lo dice anche la Gelmini: macché maestro unico, c'è anche l'insegnante di religione. Che alle elementari e alle materne fa due ore a settimana per classe. Solo che adesso sono due su 30 (o 40, se c'è il tempo pieno), dall'anno prossimo saranno 2 su 24: l'8,3 per cento dell'orario curricolare. 

Quadro orario a parte, a fare i conti in tasca alla spesa della scuola pubblica per gli insegnanti di religione si trova qualche sorpresa. A partire dal numero complessivo: in aumento costante, per le massicce immissioni in ruolo fatte negli ultimi anni. Tra il 2004 e il 2007 sono stati assunti oltre 15mila tra maestri e professori di religione. Adesso superano i 25mila, e cifra più cifra meno costano 800 milioni all'anno. Ottocento milioni pagati da tutti, incomprimibili e insindacabili. E non solo perché oggetto di un accordo sottoscritto con uno Stato estero: non è che nei patti col Vaticano siano stati scritti anche i dettagli organizzativi e burocratici, e spesso sono questi a fare la differenza. Un esempio: mentre da tutte le parti ci si affanna per razionalizzare, accorpare, risparmiare, l'insegnante di religione è attribuito rigidamente per classe. Questo vuol dire che c'è sempre, anche se solo uno studente di quella classe opta per l'insegnamento della religione. Ma anche senza arrivare al caso estremo, facciamo un'ipotesi vicina alla realtà di molti quartieri delle grandi città: se ci sono due classi con dieci studenti ciascuna che scelgono la religione, queste non si possono accorpare per quell'ora. Un meccanismo che moltiplica le ore e le cattedre. Diventa interessante, a questo punto, sapere quanti studenti scelgono l'ora di religione, per capire perché il numero degli insegnanti è cresciuto e se potrebbero essere utilizzati meglio: senonché la Pubblica istruzione questa informazione non la fornisce. È un dato che gli uffici statistici del ministero hanno, ma non è a disposizione del pubblico.

Allora bisogna andare alla fonte direttamente interessata, la Cei, per sapere qualcosa. E la Cei ci dice che nella media italiana il 91,2 per cento degli studenti si avvale dell'ora di religione: si va dal 94,6 delle elementari all'84,6 delle superiori. Sembrano tantissimi. E però sono in calo dal 2000 (allora erano sul 94 per cento). Il che segnala un primo paradosso: mentre diminuiva il numero degli studenti 'avvalentisi', aumentava quello dei maestri e prof di religione. I quali sono per la maggioranza donne, quasi sempre non ecclesiastici, mediamente un po' più giovani degli altri insegnanti. Quello che la Cei non dice (e il ministero si guarda bene dal far sapere) è come sono distribuiti: si sa che nelle scuole delle grandi città e nei quartieri con maggiore presenza di stranieri le percentuali scendono molto, ma nel dettaglio non si può andare. Anche perché, qualunque numero venga fuori, vale la rassicurazione del ministro Gelmini: "Gli insegnanti di religione non si toccano". Può toccarli solo la stessa Curia che ha dato loro l'idoneità all'insegnamento, revocandogliela, anche per motivi morali o personali, come una convivenza fuori dal matrimonio o cose simili. In quel caso, si è stabilito qualche anno fa, l'insegnante di religione immesso in ruolo non perde il posto, ma può far valere i suoi titoli per insegnare altre materie: scavalcando altri precari con meno santi in paradiso.
di Roberta Carlini

Il Ministro della Carità Tremonti ha deciso: pronti un'euro virgola 33 periodico al giorno per i più bisognosi


Forse passerò per un pericoloso sovversivo, ma vedere una bella fetta di governo (i ministri Tremonti e Sacconi) illustrare in una pomposa conferenza stampa la social card, veramente mi ha messo addosso un sarcastico buonumore. Quando, invece, vista la situazione economica in cui versa l’Italia, ci sarebbe solo da piangere.
Allora la social card (ma perché in inglese, perché fa più “figo”?) messa a punto dal ministro dell’economia per far fronte ai bisogni sempre più impellenti dei pensionati più poveri e delle famiglie più disagiate e numerose (ma sembra che i figli a carico non debbano avere più di tre anni) consiste principalmente in una ricarica di ben 40 euro al mese. La cosa, ha detto ancora pomposamente Tremonti, dopo aver avuto la conferma dal ministro del lavoro e delle politiche sociali Sacconi, riguarderà un milione e trecentomila persone.

Ora i conti non sono il mio forte, però guardiamo se mi riesce questo. Così, se dividete i quaranta euro mensili (previsti dalla card) per trenta giorni, vi accorgerete che il nonno con la pensione superminima, sarà aiutato dall’illuminato e caritatevole governo di Berlusconi con 1 euro, 33 periodico al giorno. Insomma, il vecchietto che non arriva alla terza settimana del mese con la sua pensione potrà contare presto su un aiuto quotidiano consistente (a seconda delle città e della categoria dei bar) in poco più di un cappuccino. Diciamo un cappuccino con un po’ di cacao.
E’ questa la grande pensata del governo, è questo l’aiuto dei politici per i più sfortunati? Davvero esaltante.

Se poi quell’euro virgola 33 periodico lo moltiplicate per un milione e trecentomila persone che ogni giorno dovrebbero ricevere quell’aiuto, il totale fa 1 milione e 729.000 euro al giorno (quasi tre miliardi delle vecchie lire) che lo Stato elargirebbe senza risolvere i problemi di nessuno. Sbaglierò, ma qualcosa in tutto questo non va. Forse bisognerà che il governo riveda la portata del suo intervento, bisognerà che pensi a qualcosa di veramente incisivo, perché quello adottato, se non fosse tragico, sarebbe assolutamente risibile.

Dicono che Tremonti tenga molto a questo provvedimento perché uno analogo venne adottato nel 1939 negli Stati Uniti (da qui forse la “social card” in inglese, perché fa più “figo”). Sarebbe meglio però se Tremonti, invece di guardare al passato, soppesasse quello a cui sta pensando oggi il futuro presidente americano Obama: tipo, ad esempio, aumentare le tasse ai ricchi e diminuirle agli altri. Argomenti che però, forse non interessano granché al nostro ministro dell’economia.

Meglio, secondo lui, la social card. A questo punto però bisognerebbe informarsi quanto valeva nel 1939 la card introdotta negli Usa per i più bisognosi. Sarei pronto a scommettere che forse (in proporzione) valeva più dei 40 euro mensili decisi ora dal ministro.

di Sandro Bugialli

Link: http://club.quotidianonet.ilsole24ore.com/?q=node/5545

Papa Woijtyla in punto di morte gridò: «Allah è grande»


Un mio lontano cognato (sì, esistono anche i lontani cognati, se la Sacra Rota decide così...) mi ha raccontato di avere conosciuto un muratore polacco, il cui fratellastro - ingegnere algerino - ha sposato una infermiera sarda che quattro anni fa, nei giorni della malattia finale di Papa Giovanni Paolo II, lavorava come precaria nell'anticamera del Santo Padre. Si chiamava Teresetta. Era molto cattolica e devota, soprattutto a padre Pio. Teresetta soffriva per la malattia del papa e aveva il compito di tenere in ordine la stanza attigua alla camera da letto di sua Santità. Ore e ore di attesa, durante le quali non poteva non ascoltare le voci che filtravano dalla porta, e talvolta intercettare pezzi di conversazione tra il papa, i sacerdoti, i medici e i teologi che si affollavano nella stanzetta. Un giorno Teresetta sentì alcuni di questi consiglieri del papa portargli la notizia, clamorosa, della conversione di Gramsci (che poi è stata tenuta segreta dal Vaticano fino a martedì scorso). Pare che Woijtyla abbia avuto una pessima reazione. Woijtyla è sempre stato un anti-gramsciano (persino con alcune venature bordighiste...) e non sopportava che l'autore dei quaderni dal carcere potesse averlo preceduto in Paradiso.
Woijtyla era sempre stato sicuro che Gramsci bruciasse all'inferno, e questa notizia della conversione gliscompigliava tutto. Teresetta racconta di aver sentito gli strilli del Pontefice, e gli inulti tentativi di calmarlo da parte del cardinal Ratzinger. Teresetta sostiene che Ratzinger abbia provato a difendere Gramsci, e abbia anche cercato di spiegare al furente Woijtyla che l'intellettuale comunista sardo era in realtà una persona molto diversa da quello che sembrava. Intanto, gli ha spiegato Ratzinger, non era affatto comunista ma era clandestinamente iscritto al partito liberale (passo falso di Ratzinger, perché Woijtyla non sopportava affatto i liberali, che considerava dei laici aridi e mangiapreti, peggio dei comunisti...), e poi gli ha fatto sapere che c'è un documento, sempre alla Clinica Quisisana, che dimostra come l'autopsia abbia accertato che Gramsci non era affatto gobbo ed era alto 1 metro e 83. 
Niente da fare - ha raccontato Teresetta al marito ingegnere algerino, che poi ha riferito al fratellastro polacco, che ne ha parlato con mio cognato, che ieri si è confidato con me - il papa morente sempre di più su arrabbiava, alzava la voce, se la prendeva con il cardinale, i preti, le suore, i medici e i teologi.
Voi direte: e cosa c'è di eccezionale in questa storia? Qualunque papa o buon cristiano si arrabbierebbe parecchio se sapesse che Gramsci è andato in paradiso prima di lui... Giusto. Ma la storia di Teresetta non finisce qui. Racconta che in quello stesso giorno il papa si aggravò, e capì che ormai gli erano restate poche ore da vivere. E allora che fece? Si confessò? No. Fece la comunione? No. Si fece portare dei santini e li baciò (come quasi 70 prima aveva fatto Gramsci)? Nemmeno. Recitò le preghiere, l'eterno riposo? Neanche questo. Chiese invece che fossero fatte sparire dalla sua stanza tutte le immagini sacre. Si girò di scatto verso La Mecca, e poi gridò, a voce altissima, scandendo bene le parole - e mentre tutti i preti, le suore, i cardinali eccetera, disperati, si coprivano il volto con le mani, e con le altre mani che avevano si coprivano le orecchie - gridò: «Mi sono convertito, mi sono convertito: sono musulmano!». Teresetta non ce la fece più, aprì la porta e fece irruzione nella stanza da letto di sua (ex) santità, sguainò il cellulare con telecamera a 6000 pixel e iniziò a scattare fotografie a raffica, inquadrando il papa mentre ripeteva, a gran voce, l'adesione alla sua nuova fede: «Allah è grande - strepitava in italiano, in polacco, in tedesco, in latino e poi in arabo - Allah è grande, morte agli infedeli, morte al cristianesimo, guerra santa guerra santa...».
Furono quelle le ultime parole di Karol. Ormai la sua vita era agli sgoccioli. Morì un minuto dopo, inneggiando a Maometto. Però è chiaro che Allah, e il suo profeta Maometto, avevano deciso di salvare la sua anima, e avevano usato il trucco del Gramsci cristiano, longilineo e liberale, per fare scattare quella conversione in punto di morte. 
Naturalmente se ci siamo decisi a raccontare questa storia, che avrebbe dovuto restare segreta, è perché abbiamo in mano una documentazione inoppugnabile (più o meno come quella esibita da Vaticano a difesa dello scoop su Gramsci, e quindi validissima). Teresetta ci ha fatto vedere le foto, che sono tantissime, in successione, quasi un film, e noi le abbiamo mostrate a quelli della domenica sportiva, che sanno «leggere il labiale» come si dice in gergo, cioè capiscono, guardando le labbra, cosa sta dicendo il fotografato; e quelli della domenica sportiva, compreso l'arbitro Tombolini, ci hanno confermato che inneggiava alla Jiad islamica.
di Piero Sansonetti

Venezuela, l'onda lunga bolivariana continua


Come accade da dieci anni in Venezuela, e a dispetto di starnazzanti predicatori di sventura, si è votato in pace e in democrazia. E dopo centinaia di articoli che parlavano di fine dell’Onda lunga bolivariana, l’Onda, con 17 stati al PSUV di Hugo Chávez contro 5 all’opposizione, sembra ancora fortissima.

A 48 ore dalle elezioni amministrative venezuelane, conclusesi con l’ennesima dimostrazione che la Costituzione bolivariana in 10 anni ha garantito l’inclusione nei processi elettorali di milioni di persone prima di allora completamente escluse, e con un sostanziale mantenimento di posizioni (ovvero un trionfo in tempo di crisi economica) del governo chi fa la peggior figura è come sempre la stampa internazionale. 

Basta un titolo tra tutti per evidenziarne la pretestuosità. Su “El País” di Madrid si legge: “Il chavismo perde tra i poveri. Un candidato dell’opposizione, sbaraglia il regime nel quartiere più violento del paese”. Quello sbaraglia è una vittoria di misura in un solo quartiere, sia pure importante, e ovviamente riconosciuta dal candidato chavista. Di quale regime si parli lo sa solo il quotidiano madrileno. Il titolo quindi non è autoironico, è solo pretestuoso e proprio vuole ingannare gli elettori facendo credere che in Venezuela ci sia un regime ma che questo, stranamente perda proprio tra i suoi pretoriani i poveri fino a presentare il candidato dell’opposizione come un Obama alla rovescia: bianchissimo ma che vince in un quartiere abitato da neri e mulatti. “El País” fa finta di non ricordarlo ma che un bianco fosse votato da neri e successo per decenni prima di Chávez.
Senza mettere la parola “regime” cade il castello di carte. Oltretutto un regime può vincere solo con maggioranze bulgare e di conseguenza se solo sfiora il 60% dei voti vuol dire che ha straperso e se vince in 17 stati su 22 (in due dei quali la differenza la fa un terzo candidato “chavista dissidente”) allora –per “El País” e i suoi molti epigoni- vuol dire che è a fine corsa.

Il voto di domenica ci restituisce invece una mappa chiara del Venezuela. I cinque stati dove si afferma l’opposizione sono gli stati ricchi e popolosi, quelli dove in questi dieci anni di governo bolivariano è cresciuta più facilmente una nuova piccola e meno piccola classe media uscita dalla povertà che adesso comincia a privilegiare altri valori, sicurezza contro giustizia sociale, benessere proprio contro redistribuzione e che adesso vuole differenziarsi e sentirsi differente dalla plebe chavista. 

Sono segnali da non sottovalutare. Ma non sono da sottovalutare neanche quelli positivi come la continuità del processo bolivariano, i risultati che comunque vedono un’opposizione lontana e che tornerà divisa all’ora di scegliere un candidato presidenziale e la fiducia che continua a circondare l’operato del presidente. Questa ha portato alla vittoria in una battaglia difficile, quella per il radicamento del PSUV (Partito Socialista Unitario del Venezuela), fondato appena due anni fa e che non solo oggi è di gran lunga il primo partito del paese ma comincia –e non era scontato- a non essere più solo un cartello chavista ma ad avere forma, unità, profilo, programma, radicamento.

di Gennaro Carotenuto

Link: www.gennarocarotenuto.it

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