sabato 29 novembre 2008

Texaco (oggi Chevron), la multinazionale petrolifera causa di crimini per 27 miliardi di dollari in ECUADOR





Dal 1964 al 1992 la multinazionale petrolifera statunitense Texaco (oggi Chevron) ha causato danni all’ambiente e alla salute, che hanno provocato il genocidio di intere popolazioni native dell’Ecuador. Nel corso degli anni ha sistematicamente sversato 80 miliardi di litri di rifiuti tossici, prodotti chimici velenosi e residui della produzione petrolifera nei fiumi che alimentano l’intera Amazzonia distruggendo flora e fauna, vite umane e intere culture senza fermarsi di fronte a nulla. Oggi potrebbe essere condannata a pagare 27 miliardi di dollari di risarcimento per i propri crimini.
In Ecuador 30.000 persone, soprattutto indigeni e contadini delle regioni sfruttate e distrutte dalla Texaco, riunite in un’associazione in difesa dell’Amazzonia, sono in attesa di una sentenza per l’azione collettiva (class action in italiano corrente) da loro presentata contro la multinazionale per danni all’ecosistema, alla salute e per aver favorito la sparizione di intere popolazioni ancestrali dei quali oltre la metà si concentrano nella sola provincia di Sucumbíos, alla frontiera con la Colombia.
La Chevron si difende e contrattacca, sostiene che non vi sia alcuna prova della sua colpevolezza, che la responsabilità sarebbe del governo ecuadoriano e di Petroecuador e che comunque il calcolo dei danni sarebbe stato fatto lievitare dalle parti civili in maniera scandalosa e che il processo è sarebbe già segnato da parzialità in favore delle vittime. Invece secondo uno degli avvocati della parte civile, Pablo Fajardo, 27 miliardi di dollari coprirebbero solo i danni materiali ma non le vite perdute e le intere culture fatte sparire dalla multinazionale statunitense.
La storia della richiesta di giustizia per i crimini del neoliberismo reale in Ecuador è lunga e sono cinque anni che le popolazioni danneggiate dalla Texaco stanno raccogliendo testimonianze e prove dei danni. Un mese e mezzo fa si è compiuto il passo più importante quando la Corte federale di Nuova York, negli Stati Uniti, decise che solo la giustizia ecuadoriana è competente in materia e non quella statunitense come pretendeva la multinazionale. 
La sentenza fu un ribaltamento dei paradigmi del neoliberismo che pretendeva che le multinazionali potessero rispondere dei loro crimini solo nel nord del mondo e sulla base delle leggi di questi paesi beneficiando, soprattutto negli Stati Uniti, di normative favorevolissime in materia di distruzione dell’ambiente. Nonostante la Chevron abbia provato in tutti i modi ad essere giudicata negli Stati Uniti sarà quindi la giustizia ecuadoriana, il paese che si considera il più danneggiato al mondo in materia di distruzione neoliberale dell’ambiente, e per la precisione la Corte Superiore di Nueva Loja, proprio nella provincia di Sucumbíos, che nei prossimi mesi emetterà una sentenza. 

di Gennaro Carotenuto

Link: http://www.gennarocarotenuto.it/

Il GOVERNO (Gabriella Carlucci, e scusate se è poco) usa metodi mafiosi per imporre l'idea che "la cultura è un peso insostenibile"


Sale sempre più forte la protesta delle Associazioni per la tutela e dei sindacati dei Beni Culturali (Uil e Cgil) contro le intimidazioni rivolte dall'on. Gabriella Carlucci nei confronti del presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, Salvatore Settis, di cui ha reclamato le dimissioni, e ancor più nei confronti di soprintendenti e direttori di musei, cioè di dipendenti del Ministero, già sottoposti a pressioni di ogni genere ed ora invitati ad andarsene per aver alcuni di essi firmato, del tutto legittimamente, un appello delle associazioni. Essi hanno espresso così una forma motivata di dissenso che evidentemente non è più tollerata. L'unica "tolleranza zero" riguarda nel nostro Paese le idee e la libertà di professarle. 

Si vuole con ciò zittire e allineare il personale tecnico-scientifico all'idea che "la cultura è un peso insostenibile" (on.Carlucci, come la capiamo), che "i beni culturali devono rendere", che essi "sono il nostro petrolio". Idea vecchia, sballata e provinciale che fa ridere di noi il mondo internazionale della cultura e dell'arte il quale considera i musei istituti per la diffusione della cultura, per l'educazione di massa alla storia e all'arte, tant'è che, nel caso dei grandi musei britannici, li mantiene da secoli gratuiti. In realtà si vuole creare il clima giusto per nuove "epurazioni", dopo quelle già avvenute, del resto, durante i precedenti governi Berlusconi. Valga per tutti la rimozione di Giuseppe Chiarante dalla presidenza dell'allora Consiglio Nazionale e dal CN stesso, richiesta dal sottosegretario Sgarbi ed operata dal ministro Urbani. Avvenuta poco dopo la rielezione del sen. Chiarante, in pratica alla unanimità, in sede di Consiglio Nazionale. La "imputazione" era quella di aver pubblicamente plaudito, assieme al sottoscritto, all'appello lanciato dai direttori dei maggiori musei del mondo contro la privatizzazione dei musei italiani dei quali essi, a cominciare da Pierre Rosenberg, allora direttore del Louvre, sottolineavano bellezza e funzionalità. Venimmo entrambi estromessi, senza un rigo di spiegazione, dal CN dei Beni culturali. Che poi Urbani, di fatto, non convocò più.

Tale clima di "caccia alle streghe" viene creato, oggi come ieri, per poter poi allentare i vincoli e le regole della tutela, per fare di questo prezioso patrimonio ciò che si vuole a livello di partiti e di governo, con un ingresso pesante della politica, di personale estraneo ai Beni culturali (vedi il Supermanager ai Musei), in un ambito che richiede, al contrario, massima autonomia dalla politica e massima competenza specifica. Ci si prepara probabilmente a ripetere i provvedimenti di trasferimento, declassamento o rimozione già attuati fra 2001 e 2006 contro quanti non seguivano quelle direttive politiche.

Soprintendenti, direttori di musei e di scavi, ispettori non hanno le protezioni di cui godono i docenti universitari. Pochi di loro, troppo pochi si espongono. Per questo chiediamo alle massime istituzioni del Paese, alle confederazioni sindacali, alle forze politiche più illuminate di intervenire prontamente per sventare questo attacco gravissimo, ormai quotidiano, all'autonomia della cultura e della tutela dei beni storici e artistici e del paesaggio, per difendere una libertà costituzionale fondamentale: la libertà della cultura.

di Vittorio Emiliani

Link: http://www.articolo21.info/7740/notizia/allarme-beni-culturali.html

ALITALIA: Berlusconi ci ha tagliato le ali. Brindisi e Parma private di ogni rotta, tratte interne depotenziate del 70%


Parma e Brindisi private di ogni rotta. Un depotenziamento dei voli per la Sicilia tanto consistente da creare imbarazzo persino al fedelissimo presidente del Senato Renato Schifani. Riduzioni spropositate che sfiorano in alcuni casi il 70% delle tratte interne tra la capitale e i diversi aereoporti italiani.  
Lufthansa, ritenuto il primo grande potenziale partner commerciale, che fonda una propria filiale italiana e da principale alleato si trasforma in rivale insormontabile pronto a invadere il mercato italiano con un pacchetto industriale serio e concorrenziale. L'Enac che deve constatare l'impossibilità per Cai di rispettare i contratti d'avvio delle attività (fissate per  il primo dicembre 2008) e ne annuncia il rinvio a data da destinarsi. Piccoli investitori rovinati, piloti e dipendenti pagati in azioni praticamente volatilizzate. Una compravendita che grava sulle casse dello Stato, e quindi su noi cittadini, per cifre angoscianti: negli ultimi dieci anni Alitalia avrebbe spremuto i bilanci del ministero dell'Economia per più di 5 miliardi di euro, mentre le stime per il futuro parlerebbero di cassa integrazione e meccanismi straordinari di tutela per gli esuberi al costo aggiuntivo variabile tra i quattro e i sei miliardi. L'Antitrust italiano pronto, non si sa come, a dare l'ok all'acquisto da parte di Cai (fondata nel 1999 e iscritta alla camera di commercio dal 2004, come verificato da Report, in qualità di produttore e rivenditore di filati, merceria e passamaneria)  in un'operazione in cui Banca Intesa-San Paolo è contemporaneamente socio di Cai e arbitro della vendita di Alitalia. Come se non bastasse tutto questo, nel parossismo più totale, si attende con estrema ansia la decisione dell'Antitrust dell'Unione Europea che sta valutando la validità e la correttezza del prestito ponte offerto dallo Stato italiano ad Alitalia per pagare i carburanti e giustificato come provvedimento a salvaguardia dell'ordine pubblico. In caso di niet europeo, si completerebbe una commedia che tale non è, perchè riguarda senza scrupoli le decine di migliaia di famiglie dei lavoratori: Cai infatti si troverebbe obbligata a pagare di tasca sua la somma che si avvicina di molto al prezzo irrisorio con il quale la cordata berlusconiana si è aggiudicata l'intera azienda valutata da IlSole24ore nell'ordine di 700 milioni, circa la metà. Diverrebbe ipotizzabile a quel punto persino un tragicomico ritiro definitivo.
Siamo in Italia e quello che in casa nostra è definito imprenditoria e alta finanza nel mondo globale civilizzato ha nomi e volti poliedrici: rimarcato autoritarismo economico, finto capitalismo di Stato, mafia, massoneria e monopolismo totalizzante del privato. Tutto in un unico brodo. Tutto in un unico scambio. Tu mi entri in Cai (Compagnia aerea italiana) con una quota irrisoria, tanto scarichiamo tutto sulle tasche dei contribuenti, e io ti garantisco concessioni statali straordinarie. Come è avvenuto per Benetton, che ha ottenuto carta bianca nella gestione tariffaria delle nostre autostrade per un tempo valutabile intorno ai trent'anni. Un ulteriore chicca? Chi si occuperà di effettuare la perizia economica che stabilirà il prezzo definitivo degli slot di Alitalia? Banca Leonardo, un soggetto che comprende tra i suoi soci di minoranza Mr Tronchetti Provera, in Cai con Pirelli e C. S.p.a., Mr Salvatore Ligresti, in Cai con Fondiaria-Sai, e niente popò di meno del Gruppo Benetton, in Cai con le mani in pasta ovunque. Praticamente un perito che decide quanto deve sborsare di tasca propria. “Siccome sono gli imprenditori diciotto tra i più grandi – ha dichiarato Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico del governo Berlusconi, ai microfoni di Report, la trasmissione di Milena Gabanelli che ha sviscerato in modo straordinario l'affaire Alitalia – i più grandi sono presenti in tutto lo scacchiere del nostro paese e devo dire che dentro Banca Leonardo ci sono quote minimali di due partecipanti (di tre in verità, ndr) a questa cordata quindi in modo assolutamente minimale”. Tutto normale, quindi, per Scajola che ha incaricato personalmente Banca Leonardo.
Lungo una parete esterna tra il Terminal A e B degli Arrivi dell'Aereoporto di Fiumicino,  campeggiano una serie di manifesti, fogli scarabocchiati e ritagli di giornali. Si può trovare la lunga lista dei partecipanti a Cai (Atlantia S.p.a., Immsi S.p.a., Heliopolis S.r.l., Macca S.r.l., Fingen S.p.a., Toto S.pa., Finanziaria di partecipazioni e investimenti S.p.a., Acqua Marcia S.p.a., Marcegaglia S.p.a., Riva Fre S.p.a., due società del Lussemburgo come Findim Group S.a. e Equinox Two S.c.a.,  Marinvest S.r.l., Fondiaria-Sai S.p.a., Intesa-San Paolo S.p.a, e per concludere Pirelli e C. S.p.a.) e le fiches iniziali di soli 10mila euro che - ci rivelano le informatissime bacheche dell'aeroporto - ogni socio avrebbe investito per cominciare la traversata. Lo sdegno corre lungo queste mura a volte con rabbia, a volte con umorismo: “Siamo nelle CaiMani!” recita un scritta a matita. Quello che è certo   è che in un paese serio la compagnia aerea di bandiera e con essa il lavoro di decine di migliaia di persone non può essere sacrificato per una  stupida e strumentale cavalcata elettorale che non sembra trovare fine.  
di Alessio Marri

Cisgiordania: i coloni che vorrebbero andarsene


Molti considerano gli insediamenti in Cisgiordania come uno fra i maggiori ostacoli alla pace in Palestina. Eppure, se è vero che la maggior parte dei coloni è determinata a rimanere, esiste una elevata percentuale che sarebbe disposta ad andarsene, se il governo israeliano desse loro la possibilità di ricominciare da capo, all’interno dei confini di Israele

Rimonim, Cisgiordania - Circondati dall’ostilità, vivendo su una terra che la maggior parte del mondo vuole restituire ai palestinesi affinché vi creino un loro stato, si incontrano silenziosamente in insediamenti ebraici come questo, pianificando il futuro. Ma questi coloni assediati della Cisgiordania, ampiamente considerati come un ostacolo alla pace, sorprendentemente vogliono solo una cosa: andar via.

Mentre la stragrande maggioranza dei coloni dichiara di non voler assolutamente abbandonare il cuore della storica patria ebraica - queste antiche colline di una desolata bellezza i cui nomi biblici sono Giudea e Samaria - migliaia di altri coloni affermano di voler tornare entro i confini di Israele antecedenti al 1967.

Dicono che il progetto di colonizzazione della Cisgiordania - almeno nella parte che si trova al di là della barriera di separazione che Israele sta costruendo - è destinato al fallimento, e che le loro vite sono in pericolo. Molti dicono anche qualcos’altro: l’occupazione israeliana delle terre rivendicate dai palestinesi è sbagliata, e loro non vogliono avere alcun ruolo in essa. Ma le loro case non hanno alcun valore, e dunque si trovano bloccati. Vogliono aiuto.

”Sono venuto qui 25 anni fa, a vivere in campagna ed a crescere la mia famiglia”, ha detto David Avidan mentre sedeva  nel soggiorno di un vicino, una sera di pochi giorni fa, per discutere una strategia per andarsene. “Volevamo colonizzare di nuovo tutta la terra di Israele”, ha aggiunto. “Ma ora, quando vedo come i nostri soldati trattano i palestinesi ai checkpoint, mi vergogno. Voglio che ce ne andiamo di qui. Voglio due Stati per due popoli. Ma non posso ottenere denaro in cambio della mia casa, e non posso andarmene”.

Ci sono 280.000 coloni in Cisgiordania (oltre ai più di 200.000 ebrei israeliani che vivono a Gerusalemme Est, anch’essa presa nel 1967), e la stragrande maggioranza è fermamente determinata a rimanere, e ad opporsi ad uno Stato palestinese in queste terre. Ma 80.000 di essi vivono al di là della barriera, e i sondaggi indicano che molti vorrebbero andarsene. Se lo facessero, altri potrebbero seguirli volontariamente.

“Abbiamo fatto un sondaggio tre anni fa, e di nuovo uno lo scorso anno, ed i risultati sono stati gli stessi”, ha detto Avshalom Vilan, un parlamentare del partito di sinistra Meretz. “La metà dei coloni al di là della barriera è motivata ideologicamente, e non vuole andarsene. Ma circa il 40% di essi è pronto ad andar via ad un prezzo ragionevole”.

Vilan è uno dei leader di un movimento chiamato ‘Bayit Ehad’, o ‘One Home’, che vuole una legge che stanzi 6 miliardi di dollari per acquistare le case di 20.000 famiglie, in modo da permettere loro di ricominciare da capo all’interno dei confini di Israele. Gran parte della dirigenza di Kadima - il partito centrista al governo – insieme al Partito Laburista, più orientato a sinistra, sostiene la legge in linea di principio, e il governo ha ascoltato diverse presentazioni di questa legge.

Ma la leadership al potere ha smesso bruscamente di appoggiarne l’approvazione, per paura di creare una spaccatura esplosiva nella società israeliana. Vi è anche la preoccupazione che un passo del genere equivalga a dar via una risorsa senza ottenere nulla in cambio dai palestinesi - un atto unilaterale simile al ritiro da Gaza di tre anni fa, che ha rafforzato il gruppo militante islamico di Hamas, e che è considerato in Israele come un fallimento.

I sostenitori della legge dicono che quella del ritiro da Gaza è una falsa analogia, perché un ritiro dei coloni dalla Cisgiordania rafforzerebbe l’Autorità Palestinese (ANP) sotto la guida del Presidente Mahmoud Abbas. L’ANP sta cercando di convincere l’opinione pubblica palestinese che due Stati sono possibili.

I sostenitori della legge aggiungono che il punto principale è quello di avviare il trasferimento rapidamente, al fine di incoraggiare altri a fare altrettanto, dando inizio ad un processo ordinato per compiere un’impresa che è politicamente ed emotivamente complessa.

Non succederà nulla prima delle elezioni di febbraio, ma i sostenitori della legge sperano che, se il ministro degli Esteri Tzipi Livni, di Kadima, otterrà un numero di voti abbastanza consistente per formare il prossimo governo, deciderà di andare avanti con rapidità. La Livni ha dichiarato che non appena vi saranno le condizioni per una soluzione a due Stati, sarà disposta a prendere maggiormente in considerazione l’idea di far passare la legge.

I coloni che hanno preso posizione a favore di un tale passo dicono che la vita è ormai difficile.

Benny Raz, 55 anni, che ha vissuto con la sua famiglia nell’insediamento di Karnei Shomron a partire dalla metà degli anni ‘90, negli ultimi anni ha cominciato a chiedere una via d’uscita, invitando il governo ad acquistare la sua casa e quelle dei coloni suoi compagni.

“I miei vicini di casa mi guardavano come se fossi un traditore, o come se venissi da un altro pianeta”, ha raccontato. Ha detto di essere stato licenziato dal suo posto di lavoro come responsabile dei conducenti di autobus dell’insediamento, e che il chiosco di panini di sua moglie è stato boicottato e fatto fallire.

”Ho ricevuto telefonate minacciose in cui mi dicevano che mi avrebbero ammazzato”, ha detto. “Oggi, porto con me una pistola, perché ho paura degli ebrei, non degli arabi”.

Herzl Ben Ari, sindaco di Karnei Shomron, ha detto che il signor Raz è stato licenziato per incompetenza, e che il chiosco di panini ha avuto problemi igienici, due questioni estranee alla sua attività politica. Dani Dayan, presidente del Consiglio dei coloni, ha detto che, se gli immobili di alcune comunità hanno perso valore, la maggior parte delle case negli insediamenti in Cisgiordania  ha ancora prezzi elevati.

”Questa legge è psicologica”, ha detto in riferimento alla proposta di legge. “Vogliono far pressione su di noi e sull’opinione pubblica israeliana per dare l’illusione che il nostro destino sia già segnato. A loro piace dire che tutti sanno che, alla fine, queste comunità non esisteranno più. Io dico il contrario. Sempre più persone, qui e all’estero, stanno iniziando a capire che non ci sarà nessuno Stato palestinese su queste terre”. 

Alcune case, abbandonate dai coloni che non erano disposti a rimanere, sono state occupate da giovani famiglie religiose che pagano un affitto minimo, e che sono state indirizzate in questi luoghi dalla leadership dei coloni. Vilan, il parlamentare di sinistra, ha detto che, con la sua legge, traslocare nelle case degli insediamenti acquistate dal governo sarebbe un reato punibile con una pena fino a cinque anni di reclusione.

‘One Home’ ha tenuto decine di incontri in giro per gli insediamenti in Cisgiordania, invitando coloro che vogliono andarsene a diventare attivi nel movimento.

Nel corso di un incontro qui a Rimonim, molte persone hanno detto di aver paura che ciò che è accaduto a Benny Raz possa accadere anche a loro.

Una fra coloro che Benny Raz ha contribuito a convincere, durante una precedente riunione, è Monika Yzchaki dell’insediamento di Mevo Dotan che, come l’insediamento del signor Raz, è nella metà settentrionale della Cisgiordania, e si trova dall’altra parte della barriera. Vi si è trasferita 16 anni fa con suo marito e i bambini piccoli.

”Siamo venuti qui per avere una casa che potessimo mantenere, in una buona situazione”, ha detto per telefono. “Molti non capiscono che ci sono molti di noi che non sono né estremisti né pazzi. Ora devo mostrare il passaporto alla barriera per poter tornare a casa. Ora vivo in Palestina. Era normale che io pensassi che questo fosse il mio paese, e che loro pensassero che fosse il loro. Oggi è evidente che questo è il loro paese.” Poi ha aggiunto: ”Sono in grado di elencare 40 famiglie che vogliono andarsene, ma hanno paura di dirlo ad alta voce.”

Interpellata su quale fosse il suo punto di vista riguardo ad uno Stato palestinese, ha detto: “Credo che dovrebbe esserci una soluzione a due Stati. Non si può vivere con persone che non hanno l’indipendenza. Devono imparare la loro lingua, insegnare ai loro figli il loro patrimonio culturale. Ma questo è il loro problema. Il mio problema è che il mio governo mi ha abbandonato”.

di Ethan Bronner 

Ethan Bronner è direttore degli uffici di Gerusalemme del New York Times; in precedenza ha lavorato nell’unità investigativa del giornale, occupandosi degli attacchi dell’11 settembre; tra il 1985 ed il 1997 aveva lavorato per il Boston Globe, del quale era stato a lungo corrispondente per il Medio Oriente, da Gerusalemme; questo reportage è apparso sul New York Times il 14/11/2008

Titolo originale

Settlers Who Long to Leave the West Bank

Link: http://www.nytimes.com/

Traduzione di arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/28/i-coloni-che-vorrebbero-lasciare-la-cisgiordania/

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