lunedì 1 dicembre 2008

I fascisti tra la totale indifferenza della gente


"Mi conosci compagno?". "Sono fascista"! Scatta la lama del coltello. Spintoni, fendenti andati a vuoto e poi l’inseguimento nel centro di Bologna in un “tranquillo” giovedì di novembre. Questa la cronaca spicciola dell’ennesima aggressione fascista sotto le due torri. Andrea Trapani è il "comunista". Giovane studente siciliano, capelli lunghi e una stellina che pende dal bavero della giacca.Tessera dei GC in tasca e un grande attivismo nel movimento dell’Onda.

“Quello che m’inquieta” dice con voce calma “ è il fatto che mi conoscesse, che sapesse che sono un militante di Rifondazione”. Poi aggiunge “Non possono continuare ad aggredire compagni in pieno giorno e in pieno centro come se niente fosse”.

La totale indifferenza con la quale i passanti hanno assistito all’aggressione è, senza dubbio, un’altra tessera di un mosaico poco gratificante per Bologna. Eppure il fatto è avvenuto a pochi metri da quella “Sala Borsa” perennemente militarizzata da Polizia e Carabinieri e illuminata dai volti dei Partigiani caduti sotto la furia nazi - fascista.

Sembra di vivere in un tempo senza memoria.

Ai ragazzi aggrediti è arrivata l’immediata solidarietà, in una nota congiunta, dei vertici emiliani di Rifondazione Comunista: “Ormai la situazione sta seriamente degenerando e la tolleranza nei confronti di questi teppisti in camicia nera non può più essere perpetrata da parte di chi dovrebbe garantire l'ordine pubblico e la sicurezza”. Scrivono  Tiziano Loreti - Segretario Provinciale Prc-Se Bologna - Roberto Sconciaforni -Capogruppo Prc Comune di Bologna
Agostino Giordano - Coordinatore Giovani Comunisti di Bologna.

“Dopo quest’ennesimo atto intimidatorio- aggiungono gli esponenti comunisti - a pochi giorni dall’aggressione da parte di militanti di Forza Nuova, che ha fatto finire in ospedale due giovani (colpevoli di essersi vestiti in modo "non conforme"), è più che mai urgente una grande mobilitazione di massa antifascista, che veda in prima fila tutte le forze politiche democratiche, sindacali e di movimento e che sappia produrre un reale risveglio della cosiddetta Società Civile, che ormai ha il dovere di non dormire più e di non continuare più a far finta di nulla”.

La risposta del giorno dopo è un fragoroso silenzio.

Come se il sangue già versato non bastasse a destare una reazione nella Bologna “città medaglia d’oro per la Resistenza”.

“Se non ammazzano uno di noi” – sussurra un ragazzo dell’Onda a bassa voce- “qua non si smuove nulla”.

Speriamo che non abbia ragione.

di Gaetano Alessi

Link:  http://gaetanoalessi.blogspot.com/

La sfida di Bruxelles alle case farmaceutiche


Il Commissario per l'Unione Europea alla concorrenza, Neelie Kroes, ha espresso pesanti riserve sulla concorrenza nel mercato farmaceutico. Le dichiarazioni sono la conseguenza di un fenomeno che interesserà sempre più il mercato farmaceutico nel prossimo futuro. E' innescato dai cosiddetti farmaci generici.
Infatti, quando scadono i brevetti delle formule chimiche che permettono di realizzare il farmaco, lo stesso può essere prodotto ad un costo nettamente inferiore. Ciò costituisce un grosso vantaggio per il consumatore ma non per la società farmaceutica.
Queste ultime, secondo la Kroes, inondano gli uffici brevetti di richieste fotocopia, avviano controversie giudiziarie con il solo intento di ritardare l'entrata sul mercato dell'equivalente prodotto generico.
Il problema non è di poco conto. Se si considera che nel mercato europeo la spesa per farmaci nel corso del 2007 è stata pari a 214 miliardi di euro e che il prezzo al pubblico di un generico può scendere fino all'80% rispetto al prodotto equivalente protetto dal brevetto, si può ben comprendere quali siano gli interessi in gioco. Si calcola che nel periodo 2000 - 2007 gli europei, grazie ai generici, abbiano risparmiato oltre 14 miliardi di euro. Le tattiche dilatorie attivate dalle case farmaceutiche nello stesso periodo hanno comportato danni per i consumatori europei per circa 3 miliardi di euro.
Ci si augura un tempestivo intervento dell'Antitrust europeo. 

di Lovanio Belardinelli

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1053


La ratifica del patto di sicurezza da parte del parlamento iracheno nasconde a stento la drammatica realtà del paese



La ratifica del patto di sicurezza da parte del parlamento iracheno nasconde a stento la drammatica realtà del paese, il quale, all’ombra della presenza militare americana, è sconvolto dai molteplici conflitti e che hanno luogo al suo interno. Al contrario, l’approvazione dell’accordo mette a nudo ulteriori divisioni, che non lasciano affatto presagire un futuro di riconciliazione per il paese

Prima di accettare il suo nuovo incarico presso lo US Central Command, il comando americano che copre l’area del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, il generale David Petraeus aveva trascorso 15 mesi a capo delle truppe americane in Iraq. Nel corso di questi mesi egli si era fatto notare per i suoi metodi di gestione del conflitto, di fronte ai diversi gruppi armati che si oppongono all’occupazione.

Dal momento dell’invasione dell’Iraq, cinque anni fa, fino a quello della sua partenza, alla fine dell’aprile scorso, questo conflitto aveva causato perdite, tra le file americane, pari a 4.150 caduti e ad oltre 30.000 feriti. La tattica di Petraeus era basata sulla cosiddetta ‘surge’, un sensibile aumento nella media delle operazioni militari delle forze americane in corrispondenza dei focolai più caldi, l’arrivo di altri 20.000 soldati americani, ed il dispiegamento di 5 nuove brigate a Baghdad. Il presidente americano George W. Bush si era detto d’accordo su questo piano, e lo aveva annunciato in un discorso televisivo all’inizio del 2007.

Il successo evidente di queste operazioni attirò su Petraeus le lodi sia dei leader del partito repubblicano che di quelli del partito democratico. Bush ed il candidato repubblicano John McCain parlarono di conseguimento della “vittoria”, ed il candidato democratico – ed ora presidente eletto – Barack Obama parlò di un successo “al di là dei nostri sogni più audaci”. Dal canto suo, la rivista americana ‘Time’ non esitò a classificare Petraeus al 33° posto fra le 100 personalità internazionali più importanti del 2007.

Tuttavia Petraeus stesso era consapevole, forse meglio di chiunque altro, della falsità di questa “vittoria” e dei limiti del “successo” che egli aveva ottenuto, soprattutto alla luce di un dato specifico: le operazioni avevano avuto inizio in un periodo di tregua senza precedenti fra sunniti e sciiti, derivante essenzialmente dal fatto che gli sciiti erano usciti vincitori dalla guerra di Baghdad, e controllavano ormai tre quarti della capitale. Un’altra ragione era data dal fatto che l’Iran – la seconda forza più influente in Iraq dopo gli Stati Uniti – voleva questa tregua per far emergere il suo alleato, il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, come l’uomo di stato che aveva il controllo del paese.

Per queste ragioni, Petraeus era stato chiaro in occasione del suo discorso di addio, quando si trattò di lasciare l’incarico al suo successore, il generale Ray Odierno. Egli disse che la guerra in Iraq “non è di quei conflitti che ti permettono di salire su una collina, di piantarci la bandiera, e di tornare in patria per prendere parte alle celebrazioni della vittoria”. Ed aggiunse che, quando prese il comando nel febbraio del 2007, aveva descritto la situazione come “difficile, ma non senza speranza”. Oggi, essa è “difficile, ma invita alla speranza”, concluse Petraeus. E’ degno di nota il fatto che il suo successore abbia replicato dicendo: “faremmo bene a renderci conto che i risultati ottenuti sono tuttora fragili e possono essere sovvertiti” in qualsiasi momento.

Tanto per fare un esempio a proposito del tipo di vittorie realizzate dalla ‘surge’ americana, il passaggio di consegne all’esercito iracheno della gestione della sicurezza nella provincia di al-Anbar fu un evento di cui il presidente americano si vantò molto, ritenendo di aver salvato la provincia a maggioranza sunnita dalle grinfie di al-Qaeda. Ma in realtà, le forze di occupazione americane fecero questo passaggio di consegne solo davanti agli obiettivi delle telecamere, continuando a mantenere oltre 25.000 soldati americani dispiegati ad al-Anbar, in assetto da combattimento ed equipaggiati con armi pesanti e con materiale bellico per una permanenza di lungo periodo. All’inizio del mese di novembre, hanno avuto luogo una serie di azioni suicide a Baghdad, Baquba, e Diyala, che hanno provocato 31 morti e circa 70 feriti, riportando alla memoria le sanguinose realtà a cui si diceva che la ‘surge’ avesse posto fine per sempre.

Dunque Petraeus se n’è andato, ma l’Iraq rimane il paese più pericoloso al mondo, un paese sul cui territorio si combattono tre guerre contemporaneamente, come ha spiegato Patrick Cockburn, uno dei migliori giornalisti che oggi si trovano in Iraq: la guerra dei gruppi e dei clan sunniti contro l’occupazione militare americana; la guerra dei gruppi sciiti per ottenere il controllo dell’Iraq, strappando definitivamente il paese ai sunniti; e la guerra nascosta fra gli Stati Uniti e l’Iran, nella quale sono impegnati protagonisti interni ed elementi stranieri. In mezzo a queste tre guerre vi è poi una serie di complicati conflitti collegati fra loro, che gettano ulteriore benzina sul fuoco.

Vi è il confronto fra i “Consigli del Risveglio” ed il governo iracheno, o, in altri termini, il confronto fra le milizie armate affiliate ad alcuni clan sunniti (che dispongono di circa 103.000 combattenti, finanziati dalle forze di occupazione americane, le quali pagano ai volontari di queste milizie uno stipendio che oscilla fra i 300 ed i 400 dollari al mese) ed il governo al-Maliki a maggioranza sciita. Quest’ultimo considera i “Consigli del Risveglio” una minaccia militare sunnita per i gruppi armati sciiti, più che per al-Qaeda – l’obiettivo per cui ufficialmente il comando militare americano ha dichiarato di sostenere i “Consigli”. La soluzione proposta da al-Maliki, ovvero lo scioglimento dei “Consigli del Risveglio” e l’inserimento di appena il 20% dei suoi effettivi all’interno della polizia irachena, non è soltanto caricaturale, ma molto semplicemente spingerebbe il restante 80% a cercare altre milizie che garantiscano loro una compensazione per la perdita del salario americano.

Oltre alla possibilità che decine di questi combattenti aderiscano nuovamente ad al-Qaeda, Robert Dreyfuss sulla rivista americana ‘The Nation’ ha aperto un nuovo inquietante scenario, nell’ambito di un’intervista ad ‘Abu Azzam’, il leader dei “Consigli del Risveglio” a Baghdad. Un nuovo – e sorprendente – “contraente” potrebbe assumersi l’onere di dar lavoro ai combattenti disoccupati dei “Consigli”: la Russia! Abu Azzam ha affermato che ufficiali dei servizi segreti russi hanno tenuto una serie di incontri, a Damasco, ad Amman, e addirittura nella stessa Baghdad, con alcuni responsabili dei “Consigli”, ma anche con baathisti, sia civili che militari, che risiedono fuori dall’Iraq. Nel corso di questi incontri, essi hanno posto l’accento sull’intenzione della Russia di fare ritorno in forze in Iraq, ed hanno dato indicazioni sufficienti sulla disponibilità di Mosca a sostenere i combattenti dei “Consigli” qualora l’America intendesse sbarazzarsene!

Il secondo confronto verte sulla natura dell’accordo di sicurezza approvato dal consiglio dei ministri iracheno e poi ratificato dal parlamento con 144 voti a favore e 38 contrari, con aspre divisioni registratesi anche all’interno dei singoli schieramenti e delle singole coalizioni. In attesa del referendum popolare su questo accordo, resta da sapere quali forme di resistenza politica e di protesta popolare deciderà di adottare la corrente di Muqtada al-Sadr per far fallire l’accordo. Oltre ai complessi dettagli riguardanti il ritiro delle truppe americane dalle città e dai villaggi iracheni entro il giugno 2009, e dall’intero paese entro il 2011 (come chiede il primo ministro iracheno, ovvero oltre il termine del 2010 fissato dal presidente americano eletto!), vi sono aspri contrasti che riguardano altri dettagli di estrema importanza: il numero delle basi militari americane permanenti, il tipo di immunità giuridica di cui Washington continua a pretendere che gli americani debbano godere (non solo i soldati, ma anche i circa 35.000 ‘contractors’ delle società di sicurezza americane), la libertà di utilizzare il territorio iracheno per lanciare attacchi contro i paesi vicini (come è accaduto ultimamente con l’incursione nella regione di Abu Kamal in Siria, e come potrebbe accadere contro l’Iran in qualsiasi momento), ed altri dettagli fondamentali.

Sulla questione del ritiro, Mike Mullen – il capo degli Stati Maggiori Riuniti dell’esercito americano, e l’uomo che Obama vorrebbe chiamare senza indugio all’ufficio della Casa Bianca – aveva preceduto i desideri del nuovo presidente americano affermando: “Attualmente abbiamo 150.000 soldati in Iraq. Abbiamo molte basi. Abbiamo enormi quantitativi di materiale bellico dispiegati sul terreno. Perciò dobbiamo considerare tutto questo come legato alle condizioni esistenti laggiù, ovvero alla situazione della sicurezza. E’ chiaro che vogliamo portare a termine la cosa in piena sicurezza!”. In altre parole, il desiderio di Obama di un ritiro americano dall’Iraq entro 16 mesi non è assolutamente realistico, secondo Mullen – e questo da un punto di vista legato esclusivamente alla logistica ed alla sicurezza, mettendo da parte tutte le complicazioni legate alla situazione politica all’interno dell’Iraq e nella regione limitrofa.

Il Wall Street Journal è stato ancora più chiaro sul reale punto di vista del Pentagono. Esso ha riportato le affermazioni di due alti ufficiali dell’esercito, secondo cui sarebbe impossibile smantellare decine di basi e ritirare 150.000 soldati in un intervallo di tempo inferiore a tre anni. E tutto questo, presupponendo che i combattimenti fra iracheni non riprendano nuovamente, e che non si intensifichino nuovamente le operazioni contro l’esercito americano durante le fasi del ritiro. Il Washington Post si è invece spinto a parlare della possibilità che esploda uno ‘scontro’ fra civili e militari all’interno del Pentagono, se Obama dovesse continuare ad insistere su un ritiro al ritmo di due brigate al mese.

Lo stesso Robert Dreyfuss parla della possibilità che esplodano contrasti fra Obama ed i più alti generali degli Stati Maggiori americani, a partire dallo stesso Mullen, per finire con gente come Petraeus e Odierno. I generali si rendono ben conto dell’entità delle pressioni di cui potrebbe essere oggetto Obama, schiacciato fra i due schieramenti – quello democratico e liberale che porrà l’accento sulla promessa di un ritiro anticipato e sull’impegno a concentrarsi sulle questioni interne e sulla crisi economica, e quello repubblicano conservatore che chiederà di rinviare il ritiro, o di prolungare l’occupazione. Non è difficile prevedere che i generali si rallegreranno di una simile contrapposizione.

In questo panorama si innestano le polemiche e gli scontri dei politici iracheni, molti dei quali sembrano dimenticare che l’Iraq è soggetto ad un’occupazione militare, e che non è affatto indipendente. Dietro l’inferno che ogni giorno viene creato – con i suoi sanguinosi scenari – dai combattenti schierati sui fronti contrapposti delle tre guerre che, come abbiamo spiegato sopra, si combattono nel paese, vi sono le schiere dei politici del nuovo Iraq; vi è la palude politica e militare che Barack Obama si illude di poter ricomporre in 16 mesi, non senza tradurre in realtà molte delle fantasie che erano state messe in giro dalla precedente amministrazione, riguardo alla vittoria del bene sul male, all’esportazione della democrazia, ed alla nascita del nuovo Iraq.

di Subhi Hadidi

Subhi Hadidi è un giornalista, critico letterario, e traduttore siriano; scrive regolarmente su al-Quds al-Arabi; risiede a Parigi

Titolo originale:

عراق ما بعد الإتفاقية الامنية: جحيم المتحاربين ومهازل الساسة

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/01/l’iraq-dopo-l’accordo-di-sicurezza-l’inferno-dei-combattenti-la-farsa-dei-politici/

Due miliardi in ostaggio di 25 terroristi


Mentre gli scontri a fuoco nella capitale economica e finanziaria dell’India erano ancora in corso, già si profilavano le prime gravi ripercussioni: un inasprimento delle tensioni fra i due vicini antagonisti – India e Pakistan – e la possibilità che i musulmani di tutto il mondo si ritrovino nuovamente, come all’indomani dell’11 settembre, ad essere accomunati ad un’esigua minoranza violenta

Mentre scrivo, il 27 novembre 2008, la grottesca resa dei conti a Mumbai è ancora in atto. Un gruppo di terroristi è entrato nella megalopoli indiana dal mare, il 26 novembre 2008. Una volta giunti all’interno della città, essi hanno scatenato un’ondata di terrore senza precedenti in una delle più grandi città del mondo.

Nelle ore successive, gli spari, le esplosioni, la cattura di ostaggi, hanno fatto sì che centinaia di persone rimanessero intrappolate negli scontri a fuoco. Oltre cento morti sono già stati accertati, insieme a diverse centinaia di feriti. Il capo della squadra antiterrorismo di Mumbai, Hemant Karkare, e diversi alti ufficiali sono stati uccisi. Il Taj, un elemento costante nel cangiante panorama urbano della città, ha continuato a bruciare per due giorni.

Se la responsabilità degli attacchi non è stata ancora attribuita ad un gruppo preciso, le voci e le supposizioni si moltiplicano: alcuni accusano una diramazione locale dei Mujahideen Indiani, identificata con il nome di ‘Mujahideen del Deccan’, altri invece puntano il dito contro il gruppo Lashkar-e Taiba, che ha le proprie basi in Pakistan.

Secondo una valutazione di intelligence emessa da StratFor (Strategic Forecasting, meglio nota come StratFor, è una agenzia di intelligence privata, fondata nel Texas nel 1996 (N.d.T.) ), il governo indiano, che si appresta ad affrontare le imminenti elezioni, sarebbe propenso ad attribuire la responsabilità a questo secondo gruppo, cosa che permetterebbe a Nuova Delhi di assumere una posizione più dura nei confronti del Pakistan. Il discorso alla nazione del primo ministro Manmohan Singh, che si è concentrato sui “legami esterni” di coloro che hanno compiuto questi attacchi, rende più concreto il timore che gli eventi di questi giorni inaspriranno ulteriormente i rapporti fra l’India ed il Pakistan. Questo deterioramento dei rapporti lascerebbe Islamabad in una debolezza strategica, con due grandi paesi come gli Stati Uniti e l’India determinati a punire lo stato pakistano per le azioni di gruppi non-statuali che si suppone abbiano legami con esso.

Tuttavia, gli aspetti strategici del conflitto rappresentano solo uno fra i possibili livelli di analisi della macabra saga; un altro livello è rappresentato dall’incredibile fardello che l’ennesimo attacco terroristico di alto profilo scarica sulle spalle dei due miliardi di musulmani nel mondo. Le minoranze musulmane in diversi paesi, già punite attraverso l’imposizione di stereotipi negativi, e diffamate come intrinsecamente violente, dovranno ora contrastare un carico di pregiudizi ancora maggiore. Ancora una volta il mondo è stato stordito da terroristi “islamici”, la cui spietatezza e disumanità ha ottenuto l’attenzione mondiale, attirando ancora una volta i riflettori su una religione presa in ostaggio.

Mentre la tragica saga di Mumbai continua, e gli slogan corali sul “terrorismo islamico” vengono diffusi da mezzi di informazione mondiali interamente devoti all’inveterato modello dello scontro di civiltà, in pochi si soffermeranno a considerare il fatto che nel vicino Pakistan, un paese musulmano, circa 500 musulmani hanno perso la vita a causa di attacchi suicidi, solo quest’anno.

Secondo il Christian Science Monitor, oltre 33 attacchi suicidi hanno avuto luogo quest’anno in Pakistan, facendo sì che questo paese superi l’Iraq per il numero di attacchi suicidi compiuti in un anno. Negozianti innocenti, bambini, uomini della sicurezza, donne, sono stati tutti vittime dell’ira di gruppi che cercano di rovesciare il governo pakistano e di distruggere ogni brandello di normalità nella regione. Nel più noto di questi attacchi, meno di un anno fa, il Pakistan ha perso il suo leader politico più importante, Benazir Bhutto, lasciando il paese stordito dalla barbarie degli attentatori.

Come ha detto Salman Masood, che ha trattato molti di questi attentati per il New York Times, “forse ora gli indiani comprenderanno come si sentono i comuni pakistani – impotenti, assediati, e pessimisti per il futuro”.

Tuttavia, questa possibilità di reciproca comprensione facilitata dalla comune esperienza di dover subire la disumanità del terrorismo è uno scenario improbabile. Piuttosto, le tensioni religiose probabilmente cresceranno, sia all’interno dell’India che fra l’India e il Pakistan. I musulmani indiani, già emarginati e privati dei loro diritti, probabilmente dovranno fronteggiare l’urto della collera indiana. Discriminati economicamente, circa il 33% di essi vive al di sotto della soglia di povertà. Circa metà delle donne musulmane è analfabeta, ed oltre un quarto dei bambini musulmani tra i 6 ed i 14 anni non ha mai frequentato la scuola.

Coloro che appartengono a questa minoranza già di per sé assediata, dotati di una limitata possibilità di influenzare la politica o di rivendicare i propri diritti all’interno dello stato indiano, probabilmente saranno ulteriormente discriminati: facili vittime su cui sfogare la collera di una nazione desiderosa di vendicare l’orrore scatenato a Mumbai.

Gli attacchi di Mumbai rappresentano ancora un altro episodio nella crudele ed apparentemente infinita saga del terrore che sembra tenere il mondo prigioniero nella sua morsa. Siccome l’ultimo attacco è rivolto contro dei non musulmani, i musulmani nel mondo dovranno di nuovo affrontare sguardi indagatori e domande riguardanti il rapporto fra la loro fede ed il terrorismo. Ancora una volta, i comuni musulmani saranno messi sotto esame, ed accomunati a quella minoranza che ha preso in ostaggio la loro religione.

In sostanza, come i diciannove che fecero crollare il World Trade Center sette anni fa, i venticinque terroristi che hanno compiuto questa distruzione a Mumbai sono riusciti ancora una volta a prendere in ostaggio due miliardi di musulmani nel mondo. Poche persone nel mondo si soffermeranno a riflettere sul fatto che i comuni musulmani sono altrettanto indifesi di fronte alla scellerata agenda del terrore di quanto lo sono cristiani, ebrei, o indù. Per quanto siano sinceri gli sforzi dei musulmani di condannare il terrorismo, per quanto persistenti siano le loro denunce, è improbabile che essi otterranno l’attenzione di un mondo furioso che rifiuta di vedere il terrorismo come un progetto contro l’umanità, invece che come una campagna portata avanti dai musulmani del mondo contro tutti coloro che vi si oppongono.

La sfida che il mondo ha di fronte è immensa. Il terrore genera paura, e la paura è una forza che acceca. Questo attacco terroristico permetterà all’India ed al mondo di andare al di là delle apparenze e di riconoscere che la guerra non è fra musulmani e non musulmani, ma contro una minoranza determinata e spietata che odia e distrugge musulmani, ebrei, cristiani, ed indù impunemente?

Oppure il mondo, barcollante sotto il peso senza precedenti della crudeltà del terrorismo, ancora una volta punterà il dito dell’accusa contro 2 miliardi di musulmani?

Oggi tutto il mondo è schierato con la nazione indiana, come era schierato con l’America nei giorni successivi all’11 settembre. L’India sfrutterà questa solidarietà internazionale per costruire quel vasto consenso contro il terrorismo che l’America non riuscì a costruire? Essa deve trascendere l’avido desiderio di vendetta e rispondere, invece, con la prudenza di un leader mondiale che riconosce l’urgente necessità di ridefinire la guerra al terrore in modo che questa guerra unisca, invece di dividere.

di Rafia Zakaria

Rafia Zakaria è un’avvocatessa di origini pakistane che vive negli Stati Uniti; è ‘John Edwards Fellow’ presso l’Indiana University, dove insegna Diritto Costituzionale e Filosofia Politica; scrive regolarmente sul quotidiano pakistano Daily Times, dove questo articolo è stato pubblicato il 28/11/2008

Titolo originale:

25 terrorists, 2 billion hostages


Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/30/gli-attacchi-di-mumbai-25-terroristi-2-miliardi-di-ostaggi/


La crisi che piace al capitalismo


Sarà meglio che dall’euforia dei reality si torni all’economia reale. Ove si prepara un massacro sociale senza precedenti, ma con una funzione precisa: costruire una selezione delle e nelle classi ancora più brutale di quella alla quale sinora siamo stati abituati. 
Per le imprese e per i poteri economici (se ce ne fossimo dimenticati essi ancora esistono), la crisi è una grande occasione. Sì ora ci sono i drammi e incertezze, ma il futuro si sta già costruendo, ed esso sarà molto più di prima concentrato sul lavoro. E non sarà una buona cosa. 

In realtà non è mai stato vero che l’economia finanziaria abbia trascurato il lavoro, se ne è sempre occupata eccome. La globalizzazione è riuscita a diffondere la più vasta concorrenza al ribasso tra lavoratori che mai si sia realizzata, con la distruzione dello stato sociale, di contratti e diritti, con il dilagare della precarietà, con l’abbattimento dei salari. Su tutto questo non si vede alcun ripensamento in chi comanda nelle imprese e nell’economia, e neppure nei principali governi. L’Unione Europea vara un piano di investimenti, ma nello stesso tempo afferma che il patto di stabilità liberista non si tocca e che la difesa della moneta, l’euro in primo luogo, viene prima di qualsiasi misura sociale.

Certo che c’è bisogno dell’intervento pubblico, ma questo deve sostenere il modello economico che è andato in crisi. Il ministro Tremonti ama lanciare sofferte giaculatorie contro le degenerazioni del capitalismo, ma è il primo a continuare nella strada sin qui percorsa. Dobbiamo smetterla di discutere delle chiacchiere e guardare alla sostanza dei provvedimenti che vengono presi. Per ora non c’è un solo paese occidentale che abbia deciso misure per far aumentare i salari e fermare i licenziamenti. Anche Obama tace sul salario minimo di legge, che negli Usa è fermo al 1998. Al contrario tutte le decisioni che vengono concretamente varate servono a sostenere le banche, la finanza, i programmi d’investimento, di ristrutturazione, di licenziamento delle imprese. Sotto l’onda dell’emergenza globale si affermano criteri sociali che sono quelli di una vera e propria economia di guerra. E anche gli investimenti militari veri e propri aumentano. Mentre i poveri reali crescono a dismisura, si definiscono ristrette categorie di poveri ufficiali. In Italia stiamo sperimentando l’elemosina di stato che tocca, con la carta sociale del governo, un milione e duecento mila persone. 

C’è del metodo in questa follia. Si usa la crisi per selezionare un nuovo tipo di lavoratore, e costruire attorno ad esso una società ancora più ingiusta e feroce di quella attuale. Da noi hanno cominciato con la scuola e l’Università. Le controriforme del governo sono state scritte su dettatura della Confindustria e partono dall’assunto che è impossibile avere una scuola di massa pubblica ed efficiente. Così si abbandona a se stessa gran parte della scuola pubblica e si seleziona, assieme alle imprese, l’elite per il mercato e per il profitto. In Alitalia si è fatto lo stesso. L’intervento pubblico è servito a socializzare le perdite, che pagheremo tutti noi. I padroni privati invece potranno scegliere dal contenitore della vecchia società il meglio delle rotte, delle strutture, e naturalmente dei lavoratori. E chi non ci sta attenta all’interesse nazionale.

Il Sole 24ore ha dedicato un editoriale ai nuovi nemici del popolo, piloti, musicisti, lavoratori specializzati, che pretendono di difendere il proprio status. La macina del capitalismo diventa ancora più dura quando questo va in crisi. Nel 1994 la Fiat buttò in Cassa integrazione gran parte di quegli impiegati e capi, che sfilando a suo sostegno nell’ottobre del 1980, le fecero vincere la vertenza contro gli operai. Oggi si parla tanto di merito, ma tutte le categorie professionali subiscono gli effetti di un’organizzazione del lavoro sempre più parcellizzata e autoritaria, mentre l’unico merito che davvero viene riconosciuto è quello della fedeltà e dell’obbedienza.
L’amministratore delegato della Fiat vuole che la sua azienda somigli sempre di più alla catena di supermercati Wal Mart. Si dice che Ford abbia installato le prime catene di montaggio inspirandosi a come si lavorava nei magazzini della carne di Chicago. Il modello giapponese a sua volta nasce copiando la logistica dei moderni supermercati. Ora la Fiat annuncia un futuro copiato dalla più grande catena di supermercati a basso costo. Ma Wal Mart è anche una società brutalmente antisindacale, che schiavizza i propri dipendenti. Il programma di Marchionne è dunque anche un programma sociale, che prepara ulteriori assalti all’occupazione e ai diritti dei lavoratori Fiat.

Le leggi sul lavoro flessibile che centrosinistra e centrodestra hanno varato in questi anni, ora mostrano la loro vera funzione. Esse permettono di licenziare centinaia di migliaia di persone senza articolo 18 o altro che l’impedisca. E così la tutela contro i licenziamenti diventa un privilegio, quello che permette di essere almeno dichiarati come esuberi. E i soliti commentatori di entrambi gli schieramenti annunciano che con tanto precariato, i privilegi non si possono più difendere. Per i migranti la perdita dei diritti sociali diventa anche distruzione di quelli civili. Chi viene licenziato, grazie alla Bossi-Fini, diventa clandestino e con lui tutti i suoi famigliari.
E la crisi avanza. Che essa fosse ben radicata nell’economia reale e non solo in quella finanziaria, lo dimostra la velocità con cui si ferma il lavoro, si licenziano o si mettono in cassa integrazione i dipendenti. Una velocità superiore a quella della caduta della Borsa.

Le ristrutturazioni nelle aziende non sono solo crisi. Esse, come sostengono tanti dottori Stranamore dell’economia, hanno una funzione “creatrice”. Esse servono a frantumare le condizioni sociali e di lavoro, a dividere e contrapporre gli interessi, a fare entrare nel Dna di ogni persona che la sconfitta e di uno è la salvezza di un altro. La riforma del modello contrattuale vuole suggellare questa situazione. Distruggendo il contratto nazionale e limitando la contrattazione aziendale al rapporto tra salario e produttività, essa punta a selezionare una nuova specie di lavoratori super flessibili, super obbedienti e super impauriti. E per il sindacato resta la funzione della complicità, come è scritto nel libro Verde del governo.
Se è vero che le crisi sono occasioni, quella italiana sta delineando la possibilità di distruggere ogni base materiale dei principi contenuti nella Costituzione della Repubblica. Bisogna fermarli, bisogna travolgerli come stava scritto in uno striscione degli studenti. Non ci sono mediazioni rispetto al disegno di selezione sociale che sta avanzando sotto la spinta della Confindustria e del governo. O lo sconfiggiamo o ne verremo distrutti. Per questo lo sciopero del 12 dicembre non può concludere, ma deve dare l’avvio a un ciclo di lotte in grado di imporre un’altra agenda politica e sociale. Alla triade privato, mercato, flessibilità, bisogna contrapporre la difesa e l’estensione del pubblico sociale, dei diritti e dei salari. E l’Europa di Maastricht è nostro avversario così come il governo Berlusconi. C’è sempre meno spazio per quella cultura riformista che pensava di coniugare liberismo economico ed equità sociale. Per questo ci paiono sempre più stanchi e inutili i discorsi sull’economia sociale di mercato di tanti benpensanti di centrosinistra e centrodestra.

Solo un cambiamento radicale nell’economia e nella società può sconfiggere il disegno reazionario dei poteri e delle forze che ci hanno portato alla crisi attuale e che pensano di farla pagare interamente a noi. O si cambia davvero, o si precipita in una società mostruosa che avrà come necessario corollario l’autoritarismo nelle istituzioni. Forse è proprio la dimensione e la brutalità delle alternative che ci spaventa e frena, ma se questa è la realtà allora è il momento di avere coraggio.
di Giorgio Cremaschi

Giorgio Cremaschi (segretario nazionale Fiom)
Fonte: www.rete28aprile.it
Link: http://www.rete28aprile.it/
http://www.rete28aprile.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=2045&mode=thread&order=0&thold=0

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