giovedì 4 dicembre 2008

...e il "piccolo" decreto Brunetta contro i "fannulloni pubblici" si mangiò tutti i fondi dell'"autonomia scolastica"


Questa è la storia di come il decreto Brunetta, quello contro i "fannulloni pubblici" rischia di costare un occhio della testa alla scuola italiana (le Gelmini non arrivano mai da sole) e di mangiarsi tutti i fondi per la cosiddetta "autonomia scolastica". E di come il furore moralizzatore dello scatenato ministro non abbia forse fatto i conti con la dovuta copertura finanziaria. Obbligatoria.
La legge Brunetta impone la verifica delle assenze per malattia dei dipendenti pubblici al primo giorno, festivi compresi. Vale per tutti. O meglio per quasi tutti, visto che forze dell'ordine (guardie carcerarie comprese) sono escluse. Vale però per le scuole. Che cambiano così regime. Prima le "visite fiscali" erano a discrezione del dirigente scolastico che se sentiva aria di assenteismo le mandava. Altrimenti prendeva per buona la dichiarazione del docente o del lavoratore. Ma la caccia al "lavativo pubblico" è senza quartiere. E la visita diventa obbligo, immediato. E in ogni momento. Le "fasce di visita" vengono ampliate a tutta la giornata, con esclusione dell'orario 13-14 (anche i medici vanno in pausa pranzo).
Giusto o sbagliato che sia. Il provvedimento ha sicuramente l'effetto di spaventare i lavoratori pubblici (che si ammalano di meno) ma anche quello di aprire una voragine nei costi delle scuole. Visto che le visite si moltiplicano e la tariffa è stata aumentata. Facciamo un caso: Milano. I dati sono quelli ufficiali dell'Asl della città. Da settembre a ottobre le visite fiscali scolastiche ammontano a 4246 contro le 2248 del 2007. Praticamente raddoppiate. Vale per il resto d'Italia (tranne Napoli). Con una differenza. Le richieste raddoppiano, ma non è detto che le Asl poi dispongano la visita. Bisogna vedere se hanno i mezzi per farle. E chi paga?
Le scuole hanno iniziato ad inquietarsi. Gli uffici regionali e provinciali a interrogarsi, le Asl (almeno a Milano) ad organizzarsi. Potenziato il servizio dei medici fiscali pagati a gettone, mobilitato anche il personale dipendente, formazione ad hoc per gli operatori. Stanno anche pensando a una razionalizzazione delle richieste. Con un manuale per le scuole. «Ci siamo organizzati per l'impatto. Ma il problema per la visita per un giorno solo rimane». Intanto partono le circolari. C'è infatti una sentenza della Corte di Cassazione del maggio 2008 che dispone che "i datori di lavoro pubblici devono sostenere gli oneri per le visite fiscali richieste all'Asl per far accertare le cause dell'assenza per malattia dei dipendenti". La visita fiscale non rientra nel Livelli Essenziali di Assistenza garantiti dallo Stato. E' un di più. L'interesse di fare le pulci al lavoratore assente è solo del datore di lavoro. Ma chi è il datore di lavoro pubblico? Il ministero che obbliga il comportamento? No la scuola che lo subisce. E le circolari di diverse Asl lombarde uscite in questi giorni recitano: paga "l'ente pubblico richiedente". Almeno dal 17 novembre in avanti. E prima vanno "in fanteria"?
Se lo chiedono i presidi e i consigli di istituto. Ma non ci sono molti precedenti. Un preside dell'hinterland ci racconta, ad esempio, di un solo caso l'anno scorso di una Asl siciliana che gli chiedeva il conto per un paio di visite fiscali. Le fatture le ha mandate all'Ufficio scolastico provinciale. Chi pagava non si sa. Almeno non lo sanno i diversi presidi interpellati. Forse la Regione, forse il ministero. Sta di fatto che da settembre è scoppiato il problema. E l'Ufficio regionale scolastico richiesto di parere ha detto la sua. Tocca alle scuola. Ma diversi presidi interpellati ci dicono che non se ne parla nemmeno: «I soldi non ce li abbiamo, una voce di spesa ad hoc non esiste, quindi non paghiamo. Che ci vengano a pignorare le scrivanie», dice il preside di una grande scuola media della città (120 dipendenti, 35 visite finora). Sarebbe il colmo. «I nostri soldi sono divisi in quattro fondi - ci spiega un altro preside di un comprensorio di due elementari e due medie - quello "d'istituto" dedicato ai dipendenti per l'arricchimento dell'offerta formativa, quello per le attività supplementari di didattica, i cosiddetti progetti, poi ci sono risorse per le "funzioni strumentali" ovvero per gli insegnanti che svolgono attività d'organizzazione o coordinamento, il fondo supplenze e alla fine i soldi della "autonomia". Nel mio caso sono 4mila e 200 euro per i quattro istituti». Niente. Una vergogna. Capite perchè poi i genitori devono portare carta igienica e sapone a scuola? Da questa miseria si dovranno detrarre i costi delle visite fiscali. E non rimarrà niente. A meno di prenderli dalle supplenze. Che già non bastano. L'anno scorso lo stanziamento, dopo verifica ministeriale, è stato praticamente raddoppiato a tutti gli istituti. «E siamo arrivati al pelo», dicono quasi tutti. Quest'anno una recentissima circolare ministeriale avvisa che non si potrà integrare in ogni caso più del 50% della dotazione di base. Altri tagli.
Ma quante sono le visite obbligatorie e quanto costano? Secondo l'Asl di Milano nel 2007 le visite in città sono state 12454 per i soli istituti pubblici. Se il trend è il raddoppio, Brunetta costerà 1milione 400 mila euro alle scuole milanesi. Quanto fa in Lombardia? Una proiezione del dato direbbe più di 6 milioni di euro. Da moltiplicare per il resto d'Italia. E alla fine quanto fa? Lo chiediamo al ministero, che questi conti dovrebbe averli già fatti. Se non nella presentazione della legge, almeno per correre ai ripari. E qui comincia la seconda grana. Ma la copertura finanziaria del decreto legge 112 del 25 giugno 2008 (convertito in legge il 5 agosto) c'è? Una domanda legittima. Anche per il Presidente della Repubblica che quel decreto ha firmato. Qualcuno si è preoccupato di chi paga il conto finale? O si scarica sulla autonomia scolastica anche questo. Sarebbe la beffa finale. 
Interpellata, la Cgil regionale non vuole fare stime, ma è preoccupata: «Il punto non è nemmeno il quanto ma il demandare alla scuola la copertura finanziaria di queste spese, aumentate per il decreto Brunetta e non coperte dagli stanziamenti dello Stato - commenta Corrado Ezio Barachetti, Segretario Flc - tenendo presente che lo stesso decreto ammette per difficoltà certificate dell'istituto la possibilità di non provvedere alle visite fiscali...». Quindi è una messinscena? «Queste misure di rigidità sulla scuola sono assurde, tornelli e visite fiscali non fanno la qualità del lavoro. Un maestro sempre presente che fa male il suo mestiere passerebbe l'esame Brunetta». Commenta il preside di un istituto tecnico, uomo di sindacato e di sinistra: «Il decreto è contraddittorio. Un po' di disonesti li scoraggia. Ma è un peso anche per gli onesti che quando hanno davvero problemi si trovano in strettoie burocratiche assurde». Ci vorrà molto buon senso per applicarla. All'italiana. A meno che si voglia chiedere ai genitori di supplire anche a questo. "C'è un medico tra i vostri papà e mamme? Deve andare a casa del maestro".

di Claudio Jampaglia

Il caos capitalista


Il capitalismo pisciò 
A volte può essere utile il linguaggio dei ragazzini per spiegare concetti solo apparentemente nuovi. Una possibile lettura dell’attuale crisi economica è che il capitalismo abbia pisciato in quella che sembrava essere la fase di passaggio dal livello statale a quello globale, cioé ha fatto “psccc...” come una bombetta natalizia che parte per esplodere fragorosamente ed invece si smorza ignominiosamente. 


Se il capitalismo ha fallito il salto di scala, la realtà globalizzata resta. Adesso alcuni autori stimati (per esempio Prem Shankar Jha, in 
Il caos prossimo venturo) preannunciano il caos sistemico, una incontrollabile instabilità che provocherà molti danni. 

La regolarità del caos 
Il caos può anche essere visto come un concetto tecnologico: ciò che è troppo complesso per essere calcolato viene denominato caos. Ma il caos non è necessariamente del tutto caotico e mantiene spesso degli aspetti ripetitivi. 

Il caos di Rubik 
Un cubo di Rubik ordinato può essere trasformato con poche mosse in un cubo che per un profano ha un aspetto caotico: ogni tentativo di riportare ordine localmente appare aumentare l’entropia globale, ogni stato di parziale ordine viene sconvolto quando si tenta di estendere tale ordine, quando si tenta di portarlo ad un livello più elevato. La sensazione che si prova è deludente e sconcertante.
Chi conosce le regole del cubo sa però che esso non è mai caotico, che le combinazioni possibili, per quanto enormi, sono limitate e che in un numero relativamente ridotto di mosse si può tornare all’ordine. Chiaramente serve un’attenta analisi dello stato iniziale per capire le mosse da prendere. Anche un profano intuisce comunque che è un problema di metodo più che di caos. 

Se si tratta di disordine più che di caos, mi torna in mente Mao Tse Tung: “Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è eccellente”.
Allora nelle situazioni molto disordinate chi sa trovare delle regole può essere molto avvantaggiato sugli altri. 

Mi torna anche in mente Georges Simenon, il quale fa dire a Maigret in un momento di difficoltà “I casi della vita sono infiniti, ma le regole in base alle quali si muovono gli uomini sono abbastanza limitate e sono sempre le stesse” (citazione a memoria da “Maigret a New York”). 

Il caos di Sacks 
Sul caos riguardavo di recente “Risvegli” di Oliver Sacks, il libro in cui il grande neurologo raccontava il risveglio dalla malattia del sonno tramite L-dopa.
Un aspetto interessante di Risvegli è lì dove Sacks studia le teorie dei sistemi caotici per cercare un rimedio all’estrema instabilità delle cure con L-dopa. In lui viene prima l’esigenza pratica e poi la ricerca teorica.
Ma ho la sensazione che gli sarebbe stato più utile un buon manuale sui sistemi dinamici non lineari che troppe chiacchiere sul caos. Avrebbe forse trovato che la reazione alle cure era analoga ad un’isteresi. 

La difficoltà occidentale a capire i fenomeni non lineari viene probabilmente dalla tendenza a cercare i componenti più che la Gestalt.
- Alcuni credono che ciò che non ha andamento lineare sia caotico.
- In generale ciò che non è lineare viene capito con difficoltà. 

Quando ci si trova di fronte a fenomeni non lineari bisogna prima classificarli. Per fare ciò è necessario individuare la loro Gestalt, la loro tipologia. Poi si può modellizzare e tentare di descrivere matematicamente.
La descrizione delle non linearità può seguire dei cicli ed avere bisogno di uno stato interno, per esempio ciò avviene nei fenomeni di isteresi.
Altro errore comune è il voler linearizzare, il sostituire un andamento lineare a quello reale per comodità di studio: ha senso (in un certo intorno) linearizzare la curva di un transistor, ma non ha senso linearizzare un’isteresi.
Serve considerare il tempo e l’energia, può essere utile un concetto di stato interno.
Insomma servono solitamente piani di analisi aggiuntivi e la soluzione è su un piano diverso da quello lineare /linearizzato. 

La realtà si dimostra quasi sempre più ricca (più complessa) di ciò che vorrebbero i nostri principi di economia mentale. Chi non lo sa ricade facilmente nel vizietto dell’investigatore. 

E se non servissero grandi teorie?
Tornando a Prem Shankar Jha, egli sembra parlare di grandi teorie necessarie per gestire un mondo globalizzato, mentre a me viene il dubbio che servirebbe solo un po’ di verità in più, del tipo “il mercato spiega poche cose”, “il liberismo era un imbroglio” e così via. Proviamo a ricostruire la verità. 

di Truman BUrbank
Fonte: www.comedonchisciotte.org 3.12.08 

Berlusconi attacca anche internet


Berlusconi attacca anche internet e vorrebbe portare al prossimo G8 le sue proposte di regolamentazione per la rete mondiale. E' come mettere la volpe a guardia del pollaio. O, come ha detto qualcun altro, dracula alla presidenza dell'Avis. "Su internet manca una regolamentazione internazionale uniforme. - afferma Berlusconi -  Credo che al prossimo G8 si possa portare sul tavolo questa proposta" di riforma. "Porteremo sul tavolo del G8 - insiste - una proposta di regolamentazione di internet per tutto il mondo, visto che internet e' un forum aperto a tutto il mondo". Gli risponde Giuseppe Giulietti: "Siamo convinti che prima i membri del G8 e poi quelli del G20, eccezion fatta per l'amico Putin forse - vogliano dirgli 'no grazie' e salutarlo con un gran bel cucù".

Il web va bene così, non si tocca. E' uno spazio di libertà e di pluralismo che, come il mercato tanto amato dal Presidente del Consiglio - trova modo di regolamentarsi da solo, con regole interne come la netiquette che vengono certamente rispettate da blogger e utenti di internet in modo infinitamente maggiore di quanto Berlusconi sappia rispettare regole di pluralismo dell'informazione, regole di pluralismo del mercato, sentenze della Corte costituzionale, decisioni del consiglio e dell'Unione Europea.

Ancora una volta, ottenendo un inimmaginabile incarico da parte dei Grandi, non farebbe altro che disegnare regole a suo diretto vantaggio. Magari potrebbe inventarsi di chiedere le impronte a tutti i blogger del mondo, predendere cifre astronomiche per l'apertura di un blog, sposare a pieno le regole cinesi o cubane che chiudono senza mezzi termini quei siti che non la pensano come loro. O, più semplicemente, potrebbe mettere l'iva al 2000% sulle connessioni di accesso a internet.

Pensiamo che questa sua velleità censoria non sarà davvero accettata da chi, come il nuovo Presidente degli Stati Uniti, ha creduto a tal punto nella autonomia del web da impostare in quello spazio di libertà la sua campagna elettorale, il suo rapporto con gli elettori. Il dramma vero che Berlusconi vive è la grande capacità di giudizio che la rete riesce a fornire a chi la naviga. Su internet un politico non può essere bugiardo, non può raccontar balle, non può dire una cosa oggi e l'esatto contrario domani perchè chi sta sulla rete (a differenza di quel che accade per chi guarda la tv) è attento, trova tutto, visita archivi mondiali e permanenti e scopre la verità. Non è un medium passivo. Questo fa paura a Silvio come ha fatto paura e ha punito  Bush. E fa paura a tutti coloro che vorrebbero regolamentare la libertà di informarsi perchè la chiave del loro potere sta nell'ignoranza e nel poter controllare i mezzi di informazione.

Articolo 21 lancia la sua proposta che diventa davvero l'ultima spiaggia di una battaglia di civiltà e di pluralismo. "Silvio, giù le mani dalla rete", sarà la nostra campagna permanente affinché quella boutade di oggi lanciata nella visita alle polo tecnologico delle Poste non si trasformi nell'ennesimo tentativo di imbavagliare gli ultimi spazi di libertà.  Caro Silvio: le maglie della "rete" sono troppo strette. Qui, sicuramente, non opasserai!!

di Giorgio Santelli

Link: http://www.articolo21.info/7763/notizia/berlusconi-che-vuole-regolamentare-il-web-e.html

"BOMBE A GRAPPOLO", a Oslo 'l'accordo umanitario più importante dell'ultimo decennio'



"L'accordo umanitario più importante dell'ultimo decennio", come lo ha definito il presidente della Coalizione contro le bombe a grappolo, Richard Moyes, verrà firmato questa sera a Oslo. Cento governi prenderanno parte alla Conferenza sulla Convenzione per la messa al bando dell Cluster bomb e firmeranno il trattato che che obbliga ogni Paese firmatario a non: usare munizioni cluster; produrre, acquistare, commercializzare, stoccare, trasferire direttamente o indirettamente munizioni cluster; assistere o incoraggiare chiunque a intrattenere attività proibite dall'accordo con un altro Stato membro della convenzione.

Secondo gli accordi, i Paesi dovranno procedere alla distruzione dei loro arsenali di munizioni cluster entro otto anni dalla firma dell'accordo. I maggiori Paesi produttori di cluster bomb hanno tuttavia boicottato il 'processo di Oslo', ovvero le tappe che dal febbraio 2007 hanno portato alla firma della Convenzione. Stati Uniti, Russia, Cina, India, Israele e Pakistan erano assenti agli incontri, e come tali non rientrano nella convenzione. Moyes ha parlato di un traguardo storico, del più significativo trattato umanitario e di disarmo negoziato negli ultimi dieci anni. Mentre le mine anti-uomo sono state bandite in quasi tutto il mondo ormai da alcuni anni a seguito della ratifica del Trattato di Ottawa, le cluster bomb non erano sottoposte ad alcun divieto, e ricadono - o dovrebbero ricadere - all'interno della Convenzione Onu su alcuni tipi di armi convenzionali (Ccw), il cui Protocollo V riguarda specificamente gli ordigni inesplosi. La Convenzione non è vincolante, e il Protocollo V non è stato ratificato da molti dei Paesi che in linea di principio si sono espressi a favore di una normativa sulla cluster (Italia compresa).

Da cinque anni, la società civile internazionale, attraverso l'impegno di 300 Ong (oltre a un'ottantina di Stati, primo fra tutti la Norvegia) ha avviato un processo multi-laterale di negoziato per l'elaborazione di un trattato di messa al bando delle cluster. Si è così creata la Cluster Munition Coalition (Cmc), il cui primo atto significativo si è concretizzato nel febbraio del 2007 a Oslo, con una dichiarazione che impegnava i Paesi a decretare la messa al bando delle "armi a sub-munizioni cluster" entro il 2008. Il documento fu sottoscritto da 47 Paesi su 49 presenti, tra cui l'Italia. Successivamente, a Lima, dal 23 al 25 maggio 2007, è stato sviluppato un altro processo negoziale con la partecipazione di ulteriori 27 Paesi, che si sono aggiunti ai 47 iniziali. Penultima tappa del processo di Oslo è stata la conferenza di Dublino del 29 giugno 2008, con l'elaborazione definitiva di una bozza di Trattato.

Le cluster bomb (bombe a grappolo) sono armi di grandi dimensioni sganciate da aerei o esplose da sistemi di artiglieria, lanciarazzi e lanciamissili, in grado di rilasciare nell'aria bombe più piccole, chiamate bomblet, o submunizioni. I modelli più comuni sono stati concepiti in funzione anti-uomo o anti-blindatura. Altri tipi di bomba a grappolo vengono utilizzati per distruggere infrastrutture militari o civili, linee di trasmissione elettrica, disperdere armi chimiche o biologiche, disseminare il terreno di mine anti-persona. La loro caratteristica più 'apprezzata' da un punto di vista militare è la loro capacità di dispersione in un'area molto vasta, ampia quanto due o tre campi di calcio. Un'altra 'qualità' delle cluster bomb è la durata nel tempo del loro effetto letale. Inesplose, possono rimanere attive per molti anni, contaminando il terreno al pari delle mine anti-uomo, bandite in tutto il mondo dal '99, anno dell'entrata in vigore della Convenzione di Ottawa. Una cluster bomb può contenere alcune migliaia di submunizioni. Sganciata da un aereo, può aprirsi a mezz'aria e disperdere il proprio contenuto, oppure essere recuperata dal mezzo che l'ha sganciata, o ancora essere ritardata da un paracadute, per consentire all'aereo di allontanarsi dall'area dell'esplosione. Le moderne cluster bomb sono spesso armi multi-funzionali, che contengono un misto di munizioni anti-uomo e anti-blindatura, oltre ad alcune versioni che hanno anche armi incendiarie al proprio interno. Altre sub-munizioni sono teleguidate. Il loro scopo è quello di colpire l'obiettivo, spesso un veicolo blindato, con la maggior precisione possibile. Una variante, adoperata per la prima volta in Iraq nel 2003, dotata di un sistema di disinnesco automatico qualora l'obiettivo non venga colpito e la bomba colpisca il terreno senza esplodere, riducendo in teoria il rischio per i civili. In pratica, tali armi costano dieci volte tanto rispetto alle bombe a grappolo tradizionali.

Dal '91 (prima guerra del Golfo), le bombe a grappono sono state usate nei principali conflitti: Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bosnia e Erzegovina, Tagikistan, Cecenia, Croazia, Sudan, Sierra Leone, Etiopia, Eritrea, Albania, Kosovo, Afghanistan, Libano, Israele e Ossezia del sud-Georgia.

di Luca Galassi

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