sabato 6 dicembre 2008

In Italia comanda lo Stato, il Vaticano prende solo le decisioni


Ultime notizie da Roma, ridente cittadina in provincia della Città del Vaticano.
Alle ore 11,09 un certo monsignor Stenca, membro della Cei, la conferenza episcopale italiana, ai margini di un convegno ecclesiastico rilascia una breve dichiarazione ai giornalisti che seguivano l’evento. 

La dichiarazione suona più o meno così: contro i tagli di 130 milioni di euro alla scuola cattolica, dichiariamo la mobilitazione generale dei genitori e delle famiglie.

Alle ore 12,39 un certo Vegas, sottosegretario al ministero dell’economia dichiara alla stampa che i tagli alla scuola cattolica verranno ritirati con un emendamento che il governo si impegna a presentare nel prossimo imminente dibattito parlamentare sulla legge Finanziaria.

Sono 90 giorni che gli studenti, gli insegnanti, i bidelli, i professori, i ricercatori, i rettori e i genitori protestano contro i tagli alla scuola pubblica italiana. 
Sono bastati solo 90 minuti perché il governo ridesse i soldi alla scuola privata.

Alla maniera di Woody Allen, possiamo tranquillamente affermare che in Italia comanda lo Stato, il Vaticano prende solo le decisioni. 

TyssenKrupp: Antonio, Giuseppe, Rocco, Roberto, Angelo, Bruno, Rosario: presenti! Più che mai!


Antonio, Giuseppe, Rocco, Roberto, Angelo, Bruno, Rosario: presenti! Più che mai, forse ora più di quanto lo fossero in vita, anche se i loro corpi se li è mangiati il fuoco nel corridoio 5 della Tyssen Krupp il 6 dicembre di un anno fa. 
La linea tecnico-chimica serve per trattare l'acciaio, temprarlo e pulirlo per poi poterlo lavorare. È un bestione di forno a 1180 gradi, lungo 40-50 metri, alto come un vagone a due piani, e lì dentro l'acciaio viaggia per poi andare nella vasca dell'acido solforico e cloridrico che gli toglie l'ossido creato dalla cottura nel forno. 
La squadra di 5 operai stava nella stanzetta col vetro e i comandi, gli operai la chiamavano pulpito. Il nastro scorreva a velocità bassa, a un certo punto sbanda, va contro la carpenteria, lancia scintille, l'olio e la carta fanno da innesco, c'è un principio di incendio. 
Gli uomini pensano sia controllabile, come altre volte. Escono dal pulpito, si avvicinano, provano con gli estintori, ma sono scarichi. Un flessibile pieno d'olio esplode in quel momento, passa sul fuoco come una lingua e sputa in avanti, orizzontale, è un lanciafiamme. Non li avvolge, li inghiotte…   


Vi invitiamo ad andare su ‘Legami d’acciaio’  http://www.legamidacciaio.it/Home.htm , il sito delle sette stelle rosse. Da qui potrete leggere tutto di loro fin dal primo momento in cui il resto del mondo cominciò a imparare che qualcosa di tremendo stava squarciando una notte gelida ove i più già dormivano, ma le ferriere non l’hanno mai potuto fare ché gli impianti di laminazione a caldo e a freddo, quelli per il trattamento termico e linee di taglio non possono fermarsi e hanno sempre bisogno di carne umana che li accudisca, perché con la presenza di tutto quel materiale incandescente, acidi e fumi, se non è tutto perfetto può scatenarsi l’inferno, quello vero, e per quelle sette stelle così è stato e le pene di quella mostruosità continuano nella quotidianità dei loro cari, compreso un piccolino che aveva solo due mesi quando perse il suo papà e la sua mamma appariva come una piccola bambola di Biscuit abbandonata, senza vita, ma con gli occhi scuri che parlavano per lei. 

Che sta succedendo ora? Lo chiediamo a Ciro Argentino, operaio Tyssen, anche lui addetto alla linea 5, delegato sindacale Fiom. Fu tra i primi a pensare che solo il continuare ad essere uniti avrebbe potuto far resistere i vivi per mai dimenticare i morti e così insieme con alcuni compagni ha fondato la ‘Legami d’Acciaio’, nata dall’esempio fornito da un'altra tragedia che dopo anni di lotta ha avuto un po’ di giustizia, l’Eternit di Casale. 
Uno dei suoi avvocati,  Sergio Bonetto, fa ora parte dell’equipe dei legali che tutelano i familiari, gli operai e impiegati  costituitisi parte civile nel procedimento a carico dei sei imputati tra consiglieri e dirigenti Tyssen, tra questi l’amministratore delegato accusato di omicidio volontario con dolo eventuale, mentre gli altri di omicidio colposo aggravato. È la prima volta in Italia che lavoratori non direttamente coinvolti nell’episodio al centro del dibattimento possono costituirsi parte civile, così come è stato dato parere positivo a Medicina Democratica mentre è stata respinta la richiesta del Codacons. 
Ciro Argentino sta preparando con i suoi compagni la dolorosa ricorrenza del 6 dicembre e le sue risposte sono un misto di stanchezza, sconforto, delusione, amarezza, sorprese sgradite,  frammisti a toni dolorosi. Molti hanno avuto timore di perdere il lavoro, si sono via via defilati, i sindacati principali che domani non parteciperanno alla commemorazione, sono troppo ancorati all’azienda ternana e non vedono di buon occhio i trasferiti da Torino che là si sentono paria, uno di questi è stato licenziato perché accusato di essersi procurato infortunio e ora è in causa, altri sono stati dislocati in altre aziende, qualcuno è entrato in mobilità e al momento sono una quarantina quelli in cassa integrazione e 28 di questi sono stati scelti per partecipare a uno di quei corsi previsti dalla legge per l’impiego. Nel loro caso si tratta di un corso per tornitori raffazzonato in fretta e furia, a detta di Argentino senza rispettare i termini di preavviso e consultazione con gli operai; pare che la regola fissa per tutti ‘quelli’ di Torino sia ‘prendere o lasciare’ . Tra loro c’è anche Luigi Santino, fratello di Bruno, una delle sette stelle. Tutto il suo essere non ce la fa più a supportare il tutto, rifiuta di andare al corso e perciò è stato avvertito che perderà il contributo della cassa. 
Gli chiediamo di Boccuzzi, l’operaio superstite del 6 dicembre, ora deputato Pd. Ciro non l’ha più visto e molti suoi ex compagni chiedono come sia possibile che il loro compagno non riesca a fare di più dalla stanza dei bottoni. Perché? Sono tanti i perché senza risposta e la commemorazione chiamerà a raccolta tutti i compagni, gli amici, i sostenitori di buona volontà e in quel momento si conteranno. Argentino ci dice che «la manifestazione è per ricordare non solo le vittime della Tyssenkrupp, ma tutte le altre, da Casale Monferrato a Taranto, siccome questi morti sono emergenza nazionale, una situazione che grida vendetta», ma aggiunge che la sola speranza di giustizia è racchiusa nell’affetto profondo che in questo anno si è trovato tra la gente, brava, umile, forte e coraggiosa che ha portato, ciascuno secondo le proprie possibilità e il proprio sforzo, ricchezza immensa alla causa che ha fatto propria: è una luce importante. 
In proposito abbiamo intervistato il prof. Massimo Zucchetti, docente del Politecnico. Collaborerà quale consulente di parte con il collegio di difesa dei lavoratori TK e l’associazione ‘Legami d’Acciaio. 
Come gli altri metterà a disposizione i suoi interventi esclusivamente come volontario. Gli chiediamo cosa l’ha spinto a dare una mano così importante. 
«So che un giovane operaio  con il 95% di ustioni su tutto il corpo è arrivato al CTO cosciente, ma nonostante l’atroce sofferenza e la consapevolezza che stava per morire il suo dolore più grande era l’idea che non avrebbe più rivisto i suoi due figli piccoli. E’ dunque il minimo che io possa fare per lui e quindi per tutti gli altri». Ha ragione professore.
di Nadia Redoglia

Critica delle teorie economiche che hanno generato il grande crack


1941. Dal saluto di commiato di Donato Menichella ad Alberto Beneduce che si ritira dalla presidenza dell'Iri. «Voi siete colui che più che ogni altro ha convogliato al servizio dello Stato e al servizio dell'economia industriale del paese il risparmio nazionale in cifre che si misurano a decine di miliardi, ma nello stesso tempo siete colui che ha tutelato il risparmio e ha messo ordine in molti organismi che ne fanno raccolta, per cui può finalmente dirsi chiusa l'epoca delle frodi contro gli inermi paria della classe borghese e della classe lavoratrice. Voi avete spezzato le catene che legavano le banche all'industria, connubio innaturale, specialmente in una nazione e in un regime che pongono alla base dell'azione dello stato non le astruserie di teorie individualistiche liberali, bensì la tutela del patrimonio dei cittadini indifesi contro gli assalti agguerriti di privilegiati pronti a sfruttare le raffinatezze della tecnica capitalistica per convogliare a loro profitto il sudore e il risparmio della povera gente».
1936. Al Madison Square Garden Roosevelt diceva della stessa gente: «Avevano cominciato a considerare il governo degli Usa come una mera appendice dei loro affari. Ora sappiamo che il governo esercitato dalla finanza organizzata è altrettanto pericoloso del governo della malavita organizzata».
1971. Federico Caffè scrive sul Giornale degli economisti: «Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi. Esiste una evidente incoerenza tra i condizionamenti di ogni genere che vincolano l'attività produttiva reale dei vari settori agricoli industriali, di intermediazione commerciale e la concreta licenza di espropriare l'altrui risparmio che esiste per i mercati finanziari".
1976. Guido Carli scrive su Bancaria: «Mi propongo di esaminare le cause dell'atteggiamento di critica verso i banchieri e le banche in alcuni paesi. In altri tempi gli assetti bancari stimolarono interessi intorno al comportamento delle banche. Una delle cause del sospetto nei confronti dei banchieri credo debba attribuirsi all'estensione assunta dall'intermediazione finanziaria sia nei regolamenti tra paesi sia all'interno di ciascuno di essi. La diffidenza (nei confronti dei banchieri) trae origine dalla convinzione che le banche commerciali si sono appropriate di una porzione troppo ampia della sovranità monetaria».
Con queste quattro citazioni, a mo' di cappello, Marcello De Cecco ha aperto a Roma un'affollata lezione su «La liberalizzazione finanziaria: teoria e storia». Un discorso in due puntate, a cui è stato chiamato nell'ambito delle Lezioni Caffè, che ogni anno il Dipartimento di Economia Pubblica della Sapienza organizza per ricordare il suo famoso docente scomparso. Lezioni particolarmente vive e attese quest'anno, dato il tema e dato lo stato delle cose. Sul quale le quattro citazioni iniziali a raffica hanno gettato subito una luce impietosa: adattandosi alla perfezione ai guai finanziari e reali dei giorni nostri, ma - come ha detto lo stesso De Cecco - non trovandosi al momento alcuna voce autorevole e potente come quelle appena citate disposta a dire cose dello stesso tenore e con la stessa verve. Mettendo sul banco degli imputati non questo o quel personaggio (e già sarebbe tanto), non questo o quell'eccesso, ma l'intero sistema che da 30-40 anni governa la finanza. Portando a quello che viene mostrato in un grafico impressionante: l'impennata del debito mondiale sul prodotto mondiale, dai '70 a oggi. E precipitando nell'attuale crisi.
«Come facciamo sempre noi economisti», De Cecco ha presentato prima le teorie, poi i fatti della liberalizzazione finanziaria: raccontando il momento clou, che si colloca tra la svolta degli anni '70 con l'abbandono della convertibilità del dollaro e le scelte di Reagan dell'80, con l'introduzione della concorrenza tra le banche sui tassi di deposito; e spiegandone gli antefatti, teorici e storici. I primi - l'apparato teorico di sostegno alla liberalizzazione della finanza, che detto in breve si basa sul caposaldo per cui la libertà dei capitali di muoversi alla ricerca del massimo rendimento, dentro e fuori i confini nazionali - vengono spolpati e smontati analiticamente, sulla base di diversi apporti teorici (da Schumpeter a Pasinetti, a Hellman-Murdock-Stiglitz). Più complicato capire come mai, quasi all'improvviso, quei paradigmi abbiamo preso il sopravvento fino a conquistarsi la palma del «pensiero unico»; perché quel «dirigismo finanziario» che aveva accompagnato gli anni d'oro della crescita negli Stati Uniti e in Europa sia stato così rapidamente gettato alle ortiche. Perché si sia scelto un modello che riduce la stabilità del sistema (riducendo quella delle sue banche). E qui soccorre la seconda parte della lezione di De Cecco, dedicata alla storia della liberalizzazione. Alle forze sociali ed economiche, agli intrecci e ai conflitti, e alle conseguenti leggi e istituzioni, che dalla formazione del capitalismo americano hanno modellato il suo sistema bancario e finanziario. E dunque quello del resto del mondo ricco. 
Si parla dei pionieri e dei farmers americani dell'800, ma si pensa agli hedge fund e ai supermanager di oggi. E su questi si concentrano domande e sollecitazioni. Quali sono i nessi tra la liberalizzazione finanziaria e quelle «reali»? In che misura le banche hanno finanziato la speculazione su tutti i mercati? E soprattutto, quali sono gli interessi e le coalizioni che si muovono adesso, mentre il «bailout» di Bush ci consegna dagli Usa addirittura il ritorno della banca pubblica? «Attenzione alla coalizione gattopardesca, per far restare tutto come prima», avverte De Cecco. Che appunta il suo pessimismo su un personaggio chiave, quel Larry Summers che nel 2000, da segretario al Tesoro di Clinton, cambiò radicalmente idea rispetto alle sue teorie e sposò la liberalizzazione del conto capitale della bilancia dei pagamenti. E che ora è tornato con Obama, a capo del Consiglio nazionale economico.
di ROBERTA CARLINI

Colombia: ricompensati con soldi pubblici dal loro Presidente Uribe per l'uccisione dei contadini



Secondo gli esperti più di duemila persone uccise solo per avere una ricompensa

Dal 2002 i soldati dell'esercito colombiano hanno compiuto centinaia di esecuzioni extragiudiziali nei confronti di civili. Purtroppo questa non è una novità, Peacereporter ne aveva già dato notizia in uno dei suoi numerosi articoli.

La novità sta nel fatto che per ogni uccisione l'esecutore intascasse più o meno 1.300 euro finanziati con i fondi della cooperazione internazionali. Ed è proprio per questa succosa ricompensa che si è messo in moto il meccanismo delle esecuzioni. Un meccanismo oliato nel tempo e redditizio che ha colpito innocenti soprattutto appartenenti alle classi sociali più indigenti.Oggi poi, dopo il ritrovamento di centinaia di cadaveri si viene a conoscenza di come funzionava la trappola: i cadaveri che inizialmente sembravano essere quelli di guerriglieri delle Farc erano in realtà corpi di contadini a cui veniva infilata un'uniforme per poi essere uccisi a sangue freddo.

Si stima che siano almeno 2.100 le vittime innocenti di questa trappola. Molte di più di quelle causate dall'Eta (separatisti baschi) e dall'Ira (organizzazione paramilitare irlandese) in mezzo secolo di attività. E se si moltiplica il numero dei supposti morti ammazzati per la cifra finanziata per ogni cadavere si raggiunge una quota pari a poco meno di 3 milioni di euro. Tutti indistintamente provenienti dalla cooperazione internazionale. Come dimostra un documento segreto del ministero della Difesa diffuso da Justicia para Colombia, un'organizzazione composta da specialisti forensi, professori di diritto e giuristi europei, che spiega come i fondi per il pagamento ai soldati "arrivino dallo Stato colombiano e dalla cooperazione internazionale". Inoltre è stato diffuso il tabellario: 1,7 milioni di euro per un capo guerrigliero, 1.300 per un guerrigliero semplice. C'è dell'altro. Il documento contraddice Uribe che dal canto suo ha sempre negato l'esistenza di una politica "di ricompensa". Ma ormai nessuno più crede alle parole del presidente. Resta da capire come mai nessuno abbia denunciato questa terribile situazione che non fa altro che alimentare la guerra fra le parti gettando ancor di più, se possibile, la Colombia nel baratro della paura e della violenza.

di Alessandro Grandi

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13101/La+guerra+sucia+di+Uribe

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