sabato 13 dicembre 2008

Il diario di morte dell'Ilva di Taranto: è il quarantaquattresimo lavoratore che muore in 13 anni


Nella Thyssen Krupp sono morti sette lavoratori, ce ne sono sembrati tanti. C’è stata una forte indignazione. Nell’Ilva di Taranto è il quarantaquattresimo lavoratore che muore in 13 anni. Questa volta è toccato a Paurovic Zigmontian di 54 anni dipendente di una ditta dell’appalto specializzata in montaggi. Era al suo ultimo giorno di lavoro. Era in corso una manutenzione. La solita dove ci sono troppe persone a lavorare, troppe squadre di operai che non si conoscono fra loro, ma che devono correre, affrettarsi perché la produzione deve ripartire. Quarantaquattro famiglie hanno perso un figlio, un marito dentro lo stabilimento tarantino. Quarantaquattro famiglie hanno affrontato e affrontano  un processo. Il presidente Riva, ne esce sempre indenne. Eppure nella sua azienda si muore, avvengono decine e decine di infortuni ogni anno. Tutto ciò non si può denunciare, gli operai hanno paura, perché Riva in fondo è buono. Molte volte sono stati assunti familiari delle vittime, e questo me l’hanno detto proprio loro. Mi sembra molto simile ad un “ricatto”, del resto in una regione dove è difficile trovare lavoro, a volte è l’unica scelta se non si vuole migrare. Ma chi decide di affrontare il processo come il papà di Paolo Franco, come la moglie di Silvio Murri devono fare i conti con una giustizia, non solo farraginosa, ma infausta. Entrambi i processi si sono conclusi con una reclusione di pochi mesi, per omicidio colposo. Responsabili i capisquadra, gli ingegneri, ma mai Riva. Quando muoiono 44 uomini come si può continuare a parlare di omicidio colposo? Com’è possibile che il presidente di un’azienda non ha mai colpe se avvengono gravi e/o gravissimi infortuni ai suoi dipendenti? Intanto quando i sindacati provano solo a pensare ad uno sciopero ecco l’altro ricatto: chiudere l’acciaieria.  E così gli operai abbassano la testa. I dipendenti Ilva sono circa 8.000, quelli dell’indotto circa 13.000, più di 20.000 uomini sono lì dentro. Portano la pagnotta a casa, ma a che prezzo? Denunciare l’insicurezza della fabbrica dove si lavora, non significa sputare nel piatto in cui si mangia, ma mettere in salvezza la vita di 20.000 lavoratori. Lavorare dovrebbe essere qualcosa di gratificante, che permetta di comprare una casa, pensare alla famiglia, permettere ai propri figli di studiare per dargli la possibilità di avere un futuro migliore dei propri genitori. Ma quel posto è insicuro, e non serve entrare dentro o sentirsi dire da chi vi lavora che quello è l’inferno, bastano i numeri. In tutti questi anni, ogni volta che moriva un operaio è come se si rompesse un pezzo di un macchinario: si sostituisce. Il prezzo non è nemmeno troppo oneroso, perché gli unici a pagare saranno i familiari delle vittime.

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori