giovedì 18 dicembre 2008

Gli incubi centro-asiatici di Obama


Stavolta il Time non stupisce nessuno. Non c'è Putin in copertina e nemmeno ci sei "Tu", come fu nel 2006, quando si parlava di internet 2.0. L'uomo dell'anno è il prossimo presidente degli Stati Uniti perché è riuscito a «tracciare un futuro ambizioso in un momento buio» per il Paese, «mostrando la competenza che fa sperare gli americani che proprio lui possa farli uscire» da questo momento difficile.
Da quando il settimanale ha lanciato la consultazione dei lettori on-line, Obama è stato stra-votato, sbaragliando le altre opzioni - da Sarah Palin a Nicholas Sarkozy, dal fenomeno della piscina Michael Phelps a Robert Mugabe, fino ai pirati somali ed Henry Paulson.
Barack Obama rilascia una lunga intervista al prestigioso settimanale e, oltre alla risposta su quali debbano essere i parametri per giudicare il suo operato in politica estera (che trovate tradotta in alto), parla anche de «i temi di cui abbiamo parlato in campagna elettorale: siamo usciti dalla peggior crisi dal 1929 in poi? Ci siamo dotati di regole che impediscano il ripetersi di situazioni simili? Abbiamo creato abbastanza lavoro pagato in maniera che le famiglie ce la facciano a tirare avanti? Abbiamo ridotto i costi della sanità e allargato la copertura? Siamo partiti con un piano che faccia transitare l'America verso una nuova politica energetica? Abbiamo cominciato a rivitalizzare il nostro sistema di educazione». Un piano ambizioso.
I grandi temi su cui si Obama dovrà agire dal primo giorno sono quelli dell'economia dell'Iraq e dell'Afghanistan - con tutto quello che questo intreccio di cose implica. Se in economia il piano Obama sembra avere una caratterizzazione più chiara e il senso comune sembra essersi spostato verso un'idea keynesiana del ruolo del pubblico, la politica estera è il luogo più spinoso, incerto. Cosa cambierà? Le scelte fatte indicando Hillary Clinton come Segretario di Stato e confermando Robert Gates al Pentagono non indicano una continuità tragica con il passato recente e non troppo recente? C'è un'idea compiuta sul come affrontare la crisi e le guerre in Asia centrale?
Partiamo ancora dalla risposta al Time . «Governare la transizione in Iraq e una strategia più efficace in Afghanistan saranno le priorità. Sapendo che il problema non è solo afghano ma afghano-pakistano-indiano-iraniano e del Kashmir». Obama parla anche del relazionarsi con una «Russia aggressiva in maniera inappropriata» e di far registrare «almeno» progressi ai colloqui israelo-palestinesi. Nell'agenda ci saranno anche proliferazione nucleare, cambiamento climatico, sviluppo e lotta alla povertà «che non sono carità ma importanti anche per la nostra sicurezza».
Anche questo sembra un terreno nuovo, ma lo sarà? La tendenza egemone a Washington sembra essere fatta di esperienza e pragmatic consensus . Un fronte bipartisan che si è ricomposto dopo il tracollo repubblicano alle elezioni di mezzo termine in quell' Iraq study group guidato da James Baker e Lee Hamilton che ha tolto le leve del potere dalle mani dei neocon. «Parlare con gli insorti in Iraq», c'era scritto in quel rapporto, un'iniziativa che Gates ha preso e che ha dato i frutti sperati - la diminuzione della lotta armata da parte sunniti - anche se la propaganda della Casa Bianca ha venduto quel successo come un risultato dell'aumento delle truppe. L'esperienza di Biden, Clinton, Gates, Richardson è una buona carta da giocare per Obama e per la sua volontà di «ristabilire la leadership» americana, una priorità che nessun presidente americano riesce a togliersi dalla testa. Sapendo che lo stesso presidente eletto, citando Truman, ha spiegato a chi criticava la scelta di Gates e Clinton, che le politiche le decide lui. L'incognita che resta è come e quanto questa amministrazione sarà capace di articolare un discorso in un modo che negli ultimi otto anni ha visto moltiplicarsi le crisi in luoghi tradizionali e visto emergere diverse potenze regionali e globali. Il gruppo messo insieme da Obama è abbastanza "global" da sapere quanto il mondo sia complicato mentre la volontà del presidente di raggiungere accordi sui grandi temi planetari lascia intravedere un approccio neowilsoniano e idealistico - dal presidente Wilson, ideatore della Società delle nazioni come uscita dal primo conflitto mondiale. La difficoltà sta proprio nella scoperta che negli anni della guerra al terrorismo il mondo si è fatto più piccolo e più complicato.
La visione, poi, non vale per i pantani nei quali gli Stati Uniti si sono cacciati in questi anni. I problemi concreti chiedono soluzioni pratiche e immediate, magari frutto di una visione, ma da verificare sul terreno. La strada per l'uscita dall'Iraq sembra tracciata, come ha annunciato lo stesso Robert Gates tre giorni fa, ancora capo del Pentagono presieduto da Bush. Progressivo ritiro e dialogo il meno visibile possibile con l'Iran per una transizione tranquilla sembrano essere dati acquisiti. Il vero, enorme, bubbone, è però l'Afghanistan con tutto il suo contorno.
Le descrizioni che importanti osservatori e giornalisti fanno della situazione sul terreno sono disastrose. La polizia è inefficiente, il governo corrotto, il crimine alle stelle, i talebani che crescono per influenza e ricchezza dovuta al commercio di oppio e l'azione militare - per quelli a cui piace - che non ottiene risultati degni di questo nome. Tanto più che il vero problema, la dirigenza e le risorse talebane e di al Qaeda, sono oltre il confine, in Pakistan. Che guerra è quella afghana e cosa è che verrà considerato un successo? Obama continua a rispondere che nel processo vanno coinvolte tutte quelle potenze che in Afghanistan si giocano qualcosa o che in quella crisi vedono pericoli. L'India e il Pakistan, ma anche Mosca e Teheran. Cosa avrà da offrire e sarà capace di concedere terreno agli altri e a separare la Georgia e il nucleare iraniano dai guai di Kabul e dei Paesi limitrofi. I pragmatici, in teoria, servono proprio a questo.
di Martino Mazzonis

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