venerdì 19 dicembre 2008

L'Italietta dei valori, quella piccola piccola, in cui le donne stanno a casa a fare la pasta a mano e i mariti portano a casa i soldi del duro lavoro

«Tra le cose che non vanno oggi nella politica influisce pesantemente l'assenza dell'elemento femminili, la saggezza e la dirittura morale delle donne». E aggiunge che il caso Di Pietro è «sintomatico di un metodo politico che lascia all'angolo le donne con testa e cuore per predominare nei propri intenti di potere anche a costo di disattendere i dettami costituzionali che prevedono la non-discriminazione femminile». È così sintomatico il caso Di Pietro? Probabilmente si, in una certa Italietta dei valori, quella piccola piccola, in cui le donne stanno a casa a fare la pasta a mano e i mariti portano a casa i soldi del duro lavoro, quella che vede le donne regine del focolare, ma se mettono la testa dentro il bar del paese vengono viste come malafemmine. Di Pietro è l'italia bella e contadina di fine Ottocento, per cui, questo suo modo di fare potrebbe essere un sintomo pericoloso. Ma è più interessante chiedersi, invece, se non ci sia una qualche forma di verità nell'affermazione che le donne sono politicamente più "morali" dei colleghi maschi. Tengono meglio, anche se, in una città-sistema come Napoli è difficile tenere, e Rosa Jervolino si è trovata al centro di un brogliaccio che non sa gestire. Resta il fatto che con una pur minima ricognizione mnemonica tra la prima tangentopoli e il clone di questi mesi, non figurano donne di un certo rilievo politico, inquisite, indagate o finite in galera. Qualcuno ricorda il caso clamoroso di Barbara Pollastrini, che dignitosamente, nel 1993, si ritirò dalla vita politica fino a quando non fu provata la sua totale estraneità ai fatti che le avevano ingiustamente imputato (conoscenza del finanziamento illegale del Pci). Poi, forse, qualche segretaria di politici influenti, qualche moglie ingombrante, qualche manager prima maniera. Ma nessuna in politica. Ci sono meno donne di uomini nei posti chiave, è risaputo. Ma non può essere questo il motivo, tanto più che negli ultimi 20 anni c'è stato un notevole aumento della presenza femminile nella politica. Le ragioni della signora Montanelli, quindi, vanno indagate meglio. La "questione femminile" che aveva sempre un posto in prima fila nelle riunioni del Pci, raramente diventava protagonista. Era sempre d'appoggio ad altre fondamentali questioni, insieme a quella meridionale. Da un certo punto di vista le due questioni sono ancora lì, belle intatte. Chissà che con la questione morale non si riesca a portale finalmente sul palcoscenico.
di Antonella Marrone

Il 10% delle famiglie italiane detengono la metà della ricchezza del Paese, intanto per le altre cresce l'indebitamento


Si è fermata nel primo semestre del 2008 la crescita della ricchezza netta delle famiglie, cioe' la somma di attivita' reali (abitazioni, terreni, ecc.) e attivita' finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.) meno i debiti (mutui, prestiti personali, ecc.). E' quanto emerge dal supplemento al bollettino statistico di Bankitalia sulla ''Ricchezza delle famiglie 2007'' e che presenta alcune indicazione sugli andamenti della prima parte del 2008. ''Nel primo semestre del 2008 la ricchezza finanziaria delle famiglie, a prezzi correnti, si e' ridotta di circa il 6 per cento, soprattutto a causa del calo dei corsi azionari. I debiti delle famiglie nel 2007 si caratterizzavano per un'elevata incidenza dei mutui per l'acquisto dell'abitazione (circa il 40%), il cui valore e' aumentato rispetto al 2006 di circa il 10%. I debiti commerciali e altri prestiti, principalmente legati alle esigenze di finanziamento delle famiglie produttrici, incidevano invece per circa il 30%. La quota di indebitamento legata ad esigenze di consumo (13%) e' aumentata, confermando le tendenze degli ultimi anni. 
Alla fine del 2007 la ricchezza netta per famiglia ammontava complessivamente a circa 360 mila euro (143 mila euro pro capite). E' quanto emerge dal supplemento al bollettino statistico di Bankitalia, ''La ricchezza delle famiglie 2007'' ma è aumentata la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza di famiglie.
'' La distribuzione della ricchezza e' caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza mentre poche dispongono di una ricchezza elevata'', scrive Bankitalia. Nel 2006 la meta' piu' povera delle famiglie italiane deteneva meno del 10 per cento della ricchezza totale mentre il 10 per cento piu' ricco deteneva quasi la meta' della ricchezza complessiva. Il numero di famiglie con una ricchezza negativa e' peraltro di circa il 3 per cento, una quota largamente inferiore a quella riscontrata per altri paesi quali Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Nel 2005, il 10% delle famiglie piu' ricche deteneva il 42,9% della ricchezza netta, mentre il 10,1% era in capo al 50% delle famiglie piu' povere.
Fonte: Rca news (MS)

Il Medioriente, il Mondo, il Neo-Totalitarismo

Rispetto al tema riguardante l’applicazione della democrazia, il panorama offerto dalla maggior parte dei paesi mediorientali è abbastanza scoraggiante. Tuttavia, il problema dell’assenza di democrazia non è limitato al Medio Oriente, ma è una questione che sta diventando sempre più scottante a livello globale – sostiene il giornalista egiziano Ayman el-Amir – al punto che terrorismo e totalitarismo sembrano ormai essere due facce di uno stesso fenomeno

La scena globale post-11 settembre sta subendo una trasformazione verso una nuova fase di confronto, contrassegnata dall’emergere di autocrazie in paesi che credevano di aver intrapreso la via della democrazia. La nuova tendenza appare come un’innocua serie di modifiche costituzionali volte ad adeguare tali paesi ai moderni standard della vita politica. Di fatto, si tratta della consacrazione della sindrome da “presidente-a-vita” tipica del XX secolo, integrata da una “successione ereditaria” camuffata da pseudo-regime democratico repubblicano. Insieme alla guerra globale al terrorismo, questa tendenza è destinata a creare non soltanto un più intenso conflitto interno, ma anche ad alimentare un nuovo e più letale modello di terrorismo transnazionale.

Che il mondo stia soffrendo a causa di implacabili atti di terrorismo nazionale ed internazionale può ormai considerarsi un dato di fatto. Tuttavia, la miope strategia dell’amministrazione Bush, consistente nel separare il terrorismo dalle sue cause profonde, ha conferito legittimità alla soppressione dei diritti umani fondamentali da parte dei dittatori locali, così come ha permesso le campagne omicide israeliane rivolte contro la resistenza palestinese. I regimi autocratici arabi hanno adottato il pretesto della lotta al terrore per emanare o prolungare leggi di emergenza draconiane che essi hanno utilizzato per governare incontrastati. Inoltre, tali regimi hanno anche escogitato modifiche costituzionali che garantiscono il loro ininterrotto controllo del potere. Questi emendamenti, proposti da governi sotto il diretto controllo dei presidenti, sono di solito approvati incondizionatamente da una maggioranza parlamentare la cui autorità politica solitamente è il risultato di elezioni truccate, pianificate ad arte dalle manipolazioni dei governi. La legittimità costituzionale diventa il rispettabile sinonimo di un regime dittatoriale che non lascia spazio all’alternanza del potere.

Questa pratica è diventata dilagante. Recentemente il parlamento algerino ha votato a favore dell’abrogazione delle restrizioni previste dalla legge che limitano la presidenza a due mandati di cinque anni. Il presidente, Abdelaziz Bouteflika, che è stato eletto la prima volta nel 1999, è alla fine del suo secondo e ultimo mandato. Egli è ora libero di ricandidarsi e di essere rieletto per un numero illimitato di mandati.

Nella vicina Tunisia, dove l’ex presidente Habib Bourguiba era stato proclamato presidente a vita nel 1975, la Costituzione è stata modificata nel 2002 per abolire la restrizione giuridica, introdotta da un precedente emendamento nel 1988, che limitava il numero di mandati presidenziali a tre incarichi da cinque anni ciascuno, e per innalzare da 70 a 75 anni il limite di età entro il quale è possibile candidarsi alle elezioni presidenziali. L’attuale presidente – il settantaduenne Zine El-Abidine Ben Ali – salì al potere dopo aver destituito Bourguiba nel 1987 con un colpo di stato, e da allora non ha mai smesso di governare.

In Libia, il colonnello Muammar Gheddafi, che ha sempre evitato la definizione di “presidente”, preferendo l’oscuro termine di “leader”, ha in programma di celebrare il 40° anniversario della sua ascesa al potere nel settembre del prossimo anno. Il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh ha compiuto il suo 30° anno al potere, mentre la Costituzione e la consuetudine politica sia in Egitto che in Siria non prevedono limitazioni per il numero di mandati che un presidente può portare a termine. Dopo la morte del presidente siriano Hafez al-Assad nel 2000, suo figlio – l’attuale presidente Bashar al-Assad – poté essere candidato alla presidenza tramite un referendum, dopo che fu approvato un emendamento costituzionale che abbassava da 40 a 34 anni l’età minima per potersi candidare. Questo precedente ha avuto una grossa eco sia in Egitto che in Libia dove la successione ereditaria è una possibilità reale.

Quella che sembra essere una tendenza all’affermarsi delle presidenze a vita non è una caratteristica tipica esclusivamente nel Medio Oriente arabo. Il parlamento russo ha recentemente approvato un emendamento proposto dal presidente Dmitri Medvedev per prolungare il mandato presidenziale da quattro a sei anni. Un ulteriore provvedimento che prevede che questa modifica sia applicabile soltanto ai futuri presidenti ha dato credito alle supposizioni secondo cui l’emendamento sarebbe progettato in particolare per il ritorno al potere dell’ex presidente, ora primo ministro, Vladimir Putin con due mandati da sei anni a partire già dal prossimo anno, e fino al 2021. In seguito ai suoi due precedenti mandati come presidente, Putin era costituzionalmente escluso dalla possibilità di candidarsi ad un terzo mandato consecutivo – limitazione che è ora venuta meno grazie alla parentesi presidenziale di Medvedev.

Dato che il fenomeno sembra acquistare slancio – con differenti gradi di resistenza – in molte parti del mondo, i paesi in cui la transizione verso la democrazia è stata ostacolata potrebbero cominciare ad attraversare una fase di violenta instabilità. I dittatori che arrivano al potere in circostanze anomale tendono a sperimentare l’illusione di essere “uomini del destino”, e si sentono spinti ad adottare l’appellativo di “padre della nazione”. Il gruppo di potere che sostiene un dittatore, le cui sorti sono legate alla permanenza al potere di quest’ultimo, infonde in lui la megalomane sensazione che la sua permanenza al potere significhi la salvezza della nazione. Costoro, inoltre, creano una moltitudine di nemici da cui egli deve guardarsi al fine di proteggere la nazione. I problemi abbondano, alimentando la sensazione che il presidente al potere debba continuare a governare fino a quando tutti i problemi non saranno risolti, o fino a quando egli non passerà a miglior vita.

Le verità nascosta potrebbe essere più banale. Dietro l’illusione di grandezza di un dittatore, la smania di auto-adulazione, il culto della personalità, e l’esagerata fiducia in se stesso, si nasconde la profonda paura che un giorno qualcuno lo rovescerà aprendo un vaso di Pandora di orribili crimini – un vaso di Pandora che dovrebbe restare chiuso fintanto che egli è vivo. Ciò potrebbe spiegare perché alcuni presidenti stiano cercando di pianificare la successione ereditaria, in modo che questo vaso possa rimanere nelle mani della famiglia. È anche per questo che i dittatori considerano l’introduzione di una vera democrazia come un atto suicida che essi non commetterebbero mai.

Decenni di repressioni e di violazioni dei diritti umani in un mondo aperto ed in rapido sviluppo pongono delle sfide ai dittatori, di fronte alle quali la loro unica risposta è una repressione ancora maggiore. Infatti, da un lato, questo è l’unico modo in cui essi possono governare; dall’altro, l’inganno delle riforme democratiche è stato oramai proposto troppe volte. Nel momento in cui sia la resistenza che la repressione aumentano, la violenza diventa l’unica opzione rimasta per la gente disperata. In circostanze così tese ed instabili, i militanti locali che hanno percorso tutto il mondo per perpetrare atti di terrorismo internazionale potrebbero cominciare a tornare, per continuare la loro guerra nei loro paesi di origine.
 
Nel 2003, relatori speciali,  rappresentanti, esperti e presidenti di gruppi di lavoro istituiti dall’allora “Commissione ONU per i Diritti Umani”, espressero profonda preoccupazione per il moltiplicarsi di politiche, legislazioni e pratiche che venivano adottate in maniera crescente da molti paesi in nome della lotta al terrorismo. Essi espressero l’opinione che tali misure influivano negativamente sul godimento dei diritti umani, ed attirarono l’attenzione sui pericoli insisti nella tendenza a fare un uso indiscriminato del termine “terrorismo”. Com’era prevedibile, il timore che i governi, le forze di polizia e i tribunali speciali sarebbero stati in grado di agire senza dover rendere conto del loro operato è ormai una realtà di fatto nella maggior parte dei paesi governati da regimi autocratici – Myanmar ne è il primo esempio.

I regimi repressivi che traggono la loro legittimità da una finta “missione sacrale” consistente nel migliorare la sorte della loro popolazione, anche se ciò dovesse avvenire al prezzo di una temporanea sospensione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, sono condannati al fallimento. Il preambolo della Carta delle Nazioni Unite invitava, 62 anni fa, a “migliori standard di vita, in una maggiore libertà”. Se gli autocrati pensano che la Cina abbia fornito l’esempio di un migliore tenore di vita in uno stato repressivo, si sbagliano. Se da un lato la Cina presenta circostanze uniche che non possono essere imitate altrove, dall’altro la liberalizzazione economica sta aprendo la strada ad una maggiore libertà politica nel paese. Il “miracolo” cinese non è stato raggiunto in circostanze di corruzione, elezioni fraudolente, monopolizzazione del potere, strutture clientelari, contraffazioni della realtà ad opera di propagandisti pagati dal governo che si atteggiano a liberi giornalisti, ed episodi di saccheggio della ricchezza nazionale da parte di pochi privilegiati.

Nessuno può ragionevolmente affermare che il problema del terrorismo giungerà ad una soluzione in tempi brevi. Più probabilmente, il terrorismo e il totalitarismo diventeranno due facce di uno stesso fenomeno, ciascuna delle quali alimenta l’altra in un circolo vizioso. E’ giunto il momento che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dichiari che il totalitarismo è una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali tanto quanto il terrorismo, e fornisca un meccanismo credibile per combattere entrambi.

di Ayman el-Amir

Ayman el-Amir è un giornalista egiziano; è stato corrispondente da Washington per il quotidiano “al-Ahram”; è stato anche direttore della radio e della televisione dell’ONU a New York

Titolo originale:

The curse of neo-totalitarianism

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/19/la-maledizione-del-neo-totalitarismo/

Gaza, una nuova Somalia?

Scade oggi la tregua concordata a Gaza fra Israele e Hamas, e per il momento non sembra che essa verrà rinnovata. Il rischio è una nuova escalation di violenza che potrebbe portare ad una nuova operazione militare israeliana su vasta scala a Gaza, e ad una frammentazione della leadership di Hamas che potrebbe determinare la comparsa di alternative anche peggiori. Da Gaza alla Somalia, il passo è ormai breve – sostiene l’israeliano Daniel Levy

Mentre il periodo stabilito per il cessate il fuoco a Gaza giunge al termine oggi, ci si attende dagli israeliani una prevedibile serie di prese di posizioni politiche improntate alla fermezza. “Dobbiamo fare qualcosa, esigere un prezzo”, sentiamo dire. E’ vero, il lancio di razzi deve finire, ma non c’è una risposta militare a questa difficile situazione.

Ricapitolando: per gli oltre sei mesi del cessate il fuoco, una relativa calma ha prevalso, e la vita è tornata alla quasi normalità per i residenti di Sderot e delle aree vicine (sebbene non per gli abitanti di Gaza, i quali sono rimasti sotto assedio). Poi, il 4 novembre scorso, un’operazione israeliana ha scatenato una nuova ondata di pericolosa – sebbene controllata – violenza, caratterizzata da occasionali incursioni ed attacchi israeliani, a cui i palestinesi hanno risposto con il lancio di razzi e scontri a fuoco al confine.

Il cessate il fuoco, sebbene tutt’altro che una situazione ideale, fu un miglioramento rispetto a ciò che lo aveva preceduto. Certamente, Hamas ha cercato di incrementare le proprie capacità militari e difensive durante questo periodo, come Israele dovrebbe aver fatto dall’altra parte del confine – sarebbe stato assurdo aspettarsi il contrario. Si può sperare che il sangue freddo prevalga, e che il cessate il fuoco venga prolungato – è nell’interesse di entrambe le parti. L’alternativa militare non è molto attraente – da parte israeliana, rischiando di portare ad una parziale o totale rioccupazione di Gaza; da parte di Hamas, portando, in risposta, al lancio di razzi e forse ad attacchi armati dalla Cisgiordania. Essa, inoltre, non avrebbe una facile “exit strategy”.

Tuttavia, il dibattito all’interno di Israele sul prolungamento del cessate il fuoco non coglie il nocciolo della questione. Che esso venga esteso o meno, l’approccio complessivo di Israele nei confronti di Gaza è pericolosamente sbagliato. Un assedio concepito per rovesciare il governo di Hamas (un obiettivo problematico di per sé, ma questa è un’altra storia) rischia di determinare un collasso sociale che avrebbe conseguenze devastanti per tutte le parti coinvolte.

Chiunque cerchi una storia che possa servire da ammonimento, o voglia dare un’occhiata ad un possibile futuro scenario di Gaza, dovrebbe guardare alla Somalia – che ha l’unica distinzione di aver reintrodotto la pirateria nel lessico delle notizie quotidiane, e dalla quale le truppe etiopiche stanno attualmente pianificando il ritiro dopo una ignobile occupazione protrattasi per due anni.

La Somalia ha attraversato 17 anni di impoverimento, caos, distruzione, e dominio dei signori della guerra, che hanno visto 13 governi di transizione – e la situazione sta ancora peggiorando. Nel giugno del 2006, avendo preso il controllo di quasi tutto il paese, una coalizione nota come “Unione delle Corti Islamiche” (UCI), insieme ad alcuni uomini d’affari e leader tribali, aveva soppiantato i signori della guerra ed espulso dalla capitale Mogadiscio il tristemente inefficace Governo Federale di Transizione somalo (GFT). I successivi mesi di governo dell’UCI, malgrado l’imposizione spesso impopolare di una rigida legge islamica, “si rivelarono come uno dei periodi più pacifici della storia moderna della Somalia”, secondo il New York Times.

Ma nel mese di dicembre, l’esercito etiopico, con l’appoggio americano e su invito dello screditato GFT, invase la Somalia e da allora vi è rimasto. Sebbene l’iniziale vittoria militare fosse travolgente, l’illegittimità e la brutalità della presenza etiopica ben presto portarono all’inevitabile: una sanguinosa ribellione.

I ribelli, ora divisi – e comprendenti l’UCI ed altre fazioni armate – stanno vincendo. L’esercito etiopico, insieme ad una piccola forza dell’Unione Africana, sta preparando il ritiro, ed il GFT è aspramente diviso. Il futuro appare fosco.

Quale insegnamento può trarre Israele da tutto questo?

La crisi umanitaria a Gaza sta cominciando ad avvicinarsi a quella della Somalia, dove il 77% della popolazione necessita di un supporto umanitario di emergenza, ed il tasso di malnutrizione è il più alto del mondo. L’insicurezza alimentare a Gaza attualmente è al 56%, e si sta rapidamente deteriorando. Il 42% della popolazione di Gaza è disoccupato, ed il 76% dipende dall’assistenza umanitaria (tutti questi sono dati dell’ONU). Gli aspri e ripetuti blocchi hanno di fatto portato alla deindustrializzazione di Gaza, e la riluttanza di Israele a sostituire perfino le banconote rovinate sta portando ad una demonetizzazione dell’economia. Vi è un pericoloso scivolamento da una radicata crisi umanitaria verso una sanguinosa anarchia ed un caos ingovernabile – soprattutto in un’area dove le armi sono onnipresenti ed in cui vi è una ferita aperta per un’irrisolta rivendicazione nazionale.

Una cosa che potrebbe prevenire una caduta verso l’abisso è l’esistenza di una leadership politica accettata e riconosciuta. Quantomeno, Hamas oggi è un soggetto con cui concludere eventuali accordi ed in grado di prendere decisioni, ma l’assassinio e l’imprigionamento dei suoi leader ad opera di Israele sta comportando un pesante prezzo da pagare per il movimento islamico. Un’escalation militare israeliana probabilmente accelererebbe la frammentazione della leadership di Hamas e la comparsa di alternative più radicali; fu questo l’effetto dell’intervento etiopico nel “giardino di casa” somalo. Sia la Somalia che la Palestina hanno bisogno di ampi ed inclusivi accordi di condivisione del potere, mediati a livello internazionale e protetti dai veti dei paesi vicini.

Se Israele dovesse trovarsi nuovamente impantanato a Gaza, non aspettiamoci che forze internazionali giungeranno a salvarlo. L’esercito etiopico aveva sperato di essere sostituito da una forza dell’Unione Africana legittimata a livello internazionale, ma non si è riusciti a mettere insieme le truppe sufficienti. Consegnare a forze arabe ed internazionali una Striscia di Gaza nuovamente invasa da Israele è ugualmente irrealistico.

Infine, vi è l’effetto destabilizzante degli Stati falliti a livello regionale. Nel caso della Somalia, sono stati l’Eritrea e Gibuti a sostenere il peso maggiore del caos somalo, oltre all’Etiopia, ed alle rotte marittime delle petroliere nel Golfo di Aden, soggette alla pirateria. Accanto ad Israele, l’Egitto è il più direttamente colpito dal caos di Gaza – con conseguenze potenzialmente gravi per la legittimità e la stabilità del regime, e per la sicurezza nel Sinai ed in altre regioni.

Gaza non è ancora la Somalia. Ma i segnali di preallarme ci sono tutti. Non ci fu nulla di inevitabile nella disintegrazione della Somalia. Essa ebbe luogo in conseguenza di politiche sbagliate – in particolare da parte dell’amministrazione Bush e dell’Etiopia – che non dovrebbero essere ripetute da Israele a Gaza.

Israele dovrebbe fare di più che estendere semplicemente il cessate il fuoco – Israele deve permettere a Gaza di respirare, di ricongiungersi al mondo, di vivere non basandosi esclusivamente sulla carità internazionale, di reclamare la propria dignità. Hamas ne trarrebbe vantaggio sul breve periodo? Forse. Ma può accadere di peggio, e non solo per i palestinesi. Anche per Israele, la posta in gioco è molto alta. Non è uno scherzo vivere in una Somalia, e non è una passeggiata neanche esserne il vicino della porta accanto.

di Daniel Levy

Daniel Levy è “senior fellow” presso la New America Foundation e la Century Foundation; è stato in precedenza un consigliere all’interno dell’ufficio del primo ministro israeliano, ed è uno dei principali promotori dell’Iniziativa di Ginevra

Titolo originale:

A short path, from Gaza to Somalia

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/19/perche-gaza-si-trasformi-in-una-nuova-somalia-il-passo-e-breve/

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