lunedì 22 dicembre 2008

Il Cremlino e la crisi


Le ripercussioni della crisi economica ed in particolare del settore automobilistico sembra che stiano arrivando anche in Russia, e dopo i primi segnali di rallentamento della produzione industriale di società estere, il Governo decide le prime misure protezionistiche. Il Cremlino ha imposto infatti l'aumento delle imposte sulle importazioni di automobili straniere, al fine di sostenere la produzione interna, e di andare incontro al rischio dell’aumento dei prezzi sul mercato nazionale. La norma protezionistica impone così il doppio delle tasse per l’importazione di vetture e il triplo di quelle relative ai camion. La manovra, dal punto di vista della Russia, ha comunque una motivazione razionale di fondo: aumentando i tassi sulle importazioni, si andrebbe a rendere più competitive non solo le automobili di produzione russa, ma anche quelle degli stabilimenti di investimenti diretti esteri. Inoltre, la spinta inflazionistica dei dazi, potrebbe anche tenere alto il livello dei prezzi, evitando la deflazione sul mercato automobilistico. Il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha riconosciuto che la decisione va a colpire gli interessi degli abitanti dell'Estremo Oriente, dove le automobili russe sono due o tre volte più costose di quelle vendute nella regione europea della Russia, in relazione alla differenza connessa ai costi di trasporto. Di conseguenza, Putin ha annunciato che, in sostegno di tale regione, verranno annullati i costo del trasporto ferroviario per le auto dirette dell’estremo oriente russo, promettendo di rivedere le spese di bilancio per compensare le ferrovie in Russia.

Tuttavia, non sono tardate ad arrivare le manifestazioni di piazza, con sparsi focolai da Mosca a San Pietroburgo, sino all'Estremo Oriente e alla costa russa del Pacifico, dove il 90% delle auto usate sono d'importazione giapponese. Nella capitale russa sono stati dispiegati più di 1200 poliziotti per prevenire la degenerazione della manifestazione. Nel corso del fine settimana a Sakhalin, Vladivostok e Irkutsk si sono tenute molte manifestazioni non autorizzate dalle autorità, che sono degenerate come sempre in scontri, tafferugli e arresti, considerando che i manifestanti avevano bloccato le principali arterie della città. A Primorsky (costa russa del Pacifico), nonostante gli scontri del fine settimana, i manifestanti si stanno preparando per nuovi presidi volti a paralizzare il traffico di Vladivostok. Allo stesso tempo, il Partito comunista della Russia ha organizzato questa domenica una protesta contro il governo, l'aumento della disoccupazione e il vertiginoso aumento dei prezzi di prima necessità, chiedendo così le dimissioni dell’esecutivo. La manifestazione si è svolta a Teatralnaya di Mosca, vicino al monumento eretto a Karl Marx: secondo la polizia vi hanno preso parte 35 persone, mentre secondo l’organizzazione erano presenti circa 500 persone. 

Le proteste russe hanno avuto ovviamente una eco anche sui media esteri, dove già si parla di crisi interna derivante dal pericolo di recessione per la Russia. In verità, il rischio reale che potrebbe destabilizzare la Russia non è molto diverso da quello che si abbatterebbe sull’Europa o sull’Italia qualora il blocco industriale diventi inevitabile. Il monito del Cremlino è infatti volto ad anticipare le gravi conseguenze della crisi delle case automobilistiche estere che potrebbero ripercuotersi sulla classe media operaia, e rafforzare movimenti popolari, che costituiscono un grave precedente per l’ex federazione comunista. Il controllo della stabilità del settore industriale è, infatti, sempre direttamente proporzionale a quello dell’equilibrio sociale. Così Vladimir Putin ha avvertito le società russe di non far ricorso al licenziamento di massa come forma di leva morale da utilizzare nei
confronti dello Stato. "Il Governo non può garantire il benessere delle imprese a spese dei contribuenti - afferma Putin -non siamo in grado di acquistare immobili ai prezzi precedenti senza considerare le esigenze sociali. Il nostro compito è quello di minimizzare la perdita di aziende, e di mantenere la sua capacità di sopravvivenza, ma non di garantire le prestazioni", ha avvertito Vladimir Putin.

Pone dunque i primi limiti all’attuazione delle misure a sostegno dell’economia, dopo che autorità finanziarie russe si sono dette pronte ad immettere sul mercato 150 miliardi di rubli (4,116 miliardi di euro), aumentando l'importo degli aiuti per l'economia reale a 325 miliardi di rubli (8,918 miliardi di euro). Il piano economico prevede infatti il graduale ingresso dello Stato all'interno del capitale azionario delle società, con la condizione che la partecipazione statale verrà dismessa dopo la crisi, a condizioni eque onde evitare manovre speculative. Ovviamente, secondo molti, dietro tale manovra si nasconde l’obiettivo della Russia rafforzare il ruolo dello Stato, dal momento che quasi tutte le risorse naturali sono concentrate nelle sue mani.  Se da una parte una tale eventualità non è certo da escludere, dall'altra occorre ammettere che il Governo russo sta cercando di giocare d'anticipo su una crisi che rischia di compromettere il lavoro di stabilizzazione dopo il crollo sovietico. Sicuramente, la crisi potrebbe rallentare la marcia di espansione della Russia, ma nei prossimi due anni di recessione diffusa, prevarrà non chi aumenta la produzione, bensì chi arresta il declino e comincia a ripartire. E oggi, mentre Mosca avverte sulle speculazioni e l'abuso del sostegno dello Stato, gli Stati occidentali alimentano questo tipo di distorsioni senza arrestare quelle manovre scorrette che, in fin dei conti, ci hanno trascinato nella situazione attuale.

di Fulvia Novellino

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=16403

L'urbanistica "fallica" e il reato di “lesa palizzata”


“Non grattiamo il cielo” è la piccola, moderata e artisticamente pregevole frase usata da un comitato di cittadini di Torino come protesta contro un grande grattacielo firmato dall’architetto Renzo Piano. Una scritta dipinta con vernice bianca che campeggia nella palizzata del cantiere in pieno centro cittadino. 
Gli “artisti” esecutori materiali della suddetta scritta, però, rischiano di finire in Tribunale per “imbrattamento palizzata”. 
Succede nel cantiere dove Banca Intesa-San Paolo vuole costruire un grattacielo, di pochi metri inferiore alla Mole Antonelliana, il simbolo che aveva lungamente riservato a sé il compito di marchiare la skyline della capitale sabauda. 
È perlomeno curioso pensare di essere trascinati in Tribunale per un reato attualmente non contemplato dal codice penale. Una «incredibile ed arrogante reazione dell’impresa costruttrice» la definisce Marco Travaglio, giornalista torinese, che ironizza sull’inesistente reato di “lesa palizzata”.
A meno che non si faccia ricorso al reato di danneggiamento, o che non si applichi la normativa di recente approvata da questo Governo contro i cosiddetti writers metropolitani.
A giorni si saprà se la banca in questione è decisa a sporgere denuncia verso alcuni componenti del comitato cittadino anch’esso denominato “Non grattiamo il cielo”, colpevole solo di non volere veder deturpato l’assetto storico e architettonico della città.
Intesa-San Paolo, da capofila alla CAI, la società che dovrebbe “salvare” quel che resta di Alitalia, sembra rapidamente fare il callo ai disastri. Con lo stesso piglio, i banchieri fanno il bello e il cattivo tempo con l’amministrazione pubblica torinese mettendo sopra al Piano regolatore questa opera mostruosa: «un inutile e costoso simbolo fallico figlio di una concezione faraonica degli assetti urbani superata da tempo», Travaglio dixit. 
Nei giorni in cui gli amministratori Pd sono nella bufera in tante città e regioni, per i disastri delle loro scelte di 
urbanistica contrattata, la vicenda torinese è un segnale di conferma di una crisi molto diffusa di una casta politica che progetta male le città in totale subalternità ad altre caste.
di Davide Pelanda - Megachip

Le rivolte greche sono un segno della situazione economica. Altri paesi dovrebbero preoccuparsi



Dopo aver lanciato la scorsa settimana 4600 candelotti di gas lacrimogeni, la polizia greca ha quasi esaurito le proprie scorte. Mentre si cercano forniture d’emergenza in Israele e Germania, le bombe Molotov e le pietre dei manifestanti continuano a piovere, con scontri che si sono ripetuti ieri fuori dal Parlamento.

Riunendo giovani da poco ventenni che lottano per sopravvivere in una situazione di disoccupazione giovanile di massa e studenti che sgobanno in vista di esami universitari altamente competitivi che alla fine potrebbero non aiutarli in un mercato del lavoro insidioso, gli avvenimenti della scorsa settimana potrebbero essere definiti come le prime rivolte della crisi finanziaria. Vi sono stati attacchi di solidarietà di dimensioni inferiori da Mosca a Copenaghen, e gli economisti sostengono che paesi con problemi simili di disoccupazione giovanile come la Spagna e l’Italia dovrebbero prepararsi agli scontri. 
Apparentemente, il detonatore delle violenze greche è stato lo sparo da parte della polizia ad un ragazzo di quindici anni, Alexis Grigoropoulos. Un rapporto legale trapelato ad un quotidiano greco indicava che egli era stato ucciso da uno sparo diretto, non da un rimbalzo, come sostenuto dall’avvocato del poliziotto. I primi manifestanti sono scesi per le strade di Atene entro 90 minuti dalla morte di Alexis, l’inizio della settimana più traumatica che la Grecia abbia mai sofferto da decenni. La forza distruttrice delle proteste quotidiane, che hanno ridotto in rovine molti negozi della zona commerciale più elegante di Atene e che hanno causato un danno stimato in 2 miliardi di euro (1,79 miliardi di sterline), ha fatto sbalordire la Grecia e lasciato sconcertato il mondo. E non vi è stata una diminuzione ieri [12 dicembre N.d.r], quando giovani arrabbiati hanno ignorato le piogge torrenziali per attaccare la polizia con bombe Molotov e pietre, bloccare le vie principali e occupare la sede di una radio privata. 
I loro genitori cercano spiegazioni. Tonia Katerini, il cui figlio diciassettenne Michalis è sceso in strada il giorno dell’assassinio, mette l’accento sulla normalità dei manifestanti. “Non si tratta solo di 20 o 30 persone, stiamo parlando di circa 1000 giovani. Queste non sono persone che vivono nell’oscurità, sono il genere di persone che incontri nei bar. I criminali e i tossicodipendenti sono arrivati dopo, per saccheggiare i negozi. I ragazzi erano così arrabbiati che uno di loro è stato ucciso; e volevano che la società non dormisse sonni tranquilli riguardo a questo fatto; volevano che tutti provassero le stesse paure che aveano loro. Ed esprimevano anche rabbia nei confronti della società, della religione del consumismo, della polarizzazione della società tra pochi ricchi e tanti poveri”. 

La protesta è stata a lungo un rito di passaggio per la gioventù urbana greca. La caduta della dittatura militare nel 1974 è popolarmente attribuita ad una sollevazione studentesca; la verità era molto più complicata, ma questa è la versiona che è entrata nella mitologia degli studenti, dando loro un senso permanente del proprio potenziale. Perciò nessuno è rimasto sorpreso dal fatto che la morte di Alexis abbia portato altri adolescenti come lui a scendere nelle strade. Ma perché le proteste sono state così accese e di così lunga durata? "La morte di questo giovane ragazzo è stato un catalizzatore che ha fatto emergere tutti i problemi della società e dei giovani che si sono accumulati in tutti questi anni e che sono stati messi da parte senza soluzioni”, ha sostenuto Nikos Mouzelis, professore emerito di sociologia alla London School of Economics. "Ogni giorno, la gioventù di questo paese viene sempre più emarginata”. 

Benché il tasso di disoccupazione totale della Grecia, pari al 7,4 per cento, si collochi appena al di sotto della media dell’eurozona, l’OCSE stima che la disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni sia pari al 22 per cento, nonostante alcuni economisti ritengano che il dato reale si avvicini al 30 per cento. 

"A causa della disoccupazione, un quarto di questi under 25 vivono al di sotto della linea di povertà”, afferma Petros Linardos, un economista dell’Istituto del Lavoro dei sindacati greci. “Quella percentuale è cresciuta negli ultimi 10 anni. Vi è una sensazione assai diffusa che non vi siano prospettive. Questo è un periodo in cui tutti hanno paura del futuro a causa della crisi economica. Vi è un sentimento generale secondo cui le cose stanno andando peggio. E non vi è nessuna iniziativa concreta da parte del governo”.

Per i giovani greci come Michalis Katerini, le prospettive occupazionali non sono rosee, ma senza una laurea sarebbero molto peggiori, perciò lui e sua madre stanno facendo grossi sacrifici per ottenere un livello di istruzione più elevato. L’insegnamento nelle scuole superiori pubbliche è così inadeguato che lui, come decine di altri in tutto il Paese, deve frequentare tre ore per sera, cinque sere a settimana, corsi intensivi dopo il normale orario scolastico, per avere la speranza di ottenere i voti alti necessari per essere ammesso al corso di laurea di sua scelta. Sua madre, il cui carico di lavoro come architetto si è ridotto del 20%, deve pagare 800 euro al mese per l’ultimo, cruciale, anno di scuola superiore. 

Lei crede che il governo del Primo Ministro Costas Karamanlis rischi di dover affrontare ulteriori turbolenze se fallisce nel comprendere la realtà della scorsa settimana e la liquidasse come una reazione eccessiva e spontanea. "Il governo ha provato con difficoltà a non mettere in relazione quello che sta accadendo con i problemi dei giovani. Il governo dice che un ragazzo è morto, i suoi amici sono arrabbiati, hanno avuto una reazione eccessiva quindi gli anarchici si sono uniti al loro gioco. Ma questa non è la realtà” 

Vicky Stamatiadou, insegnante di una scuola materna nei ricchi sobborghi occidentali con due figli adolescenti, è d’accordo. “Fino ad ora, la nostra società era piena di sporcizia ma l’acqua era calma; nulla si muoveva, nulla migliorava, tutti i problemi della nostra società sono rimasti irrisolti per anni. La gente fingeva che tutto stesse andando bene. Ma ora questo quadro irreale è stato mandato in frantumi e ci stiamo confrontando con la realtà”. 

Le statistiche riguardanti la disoccupazione giovanile greca non si discostano molto dai tassi di altri paesi europei con un passato di protesta di massa, come la Francia, l’Italia e la Spagna. Con la scritta "L’insurrezione in arrivo" comparsa questa settimana su un muro vicino al consolato greco di Bordeaux, i segni di avvertimento per il resto dei leader del continente sono chiari. 

DI PETER POPHAM
The Independent
Ha collaborato Nikolas Zirganos 

Titolo originale: "Are the Greek riots a taste of things to come?"

Fonte: http://www.independent.co.uk

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA B.

Siria, la culla della civiltà, al centro di una radicale trasformazione sociale


All’interno della Siria, che sembra non essere toccata dalla recessione globale, sta emergendo un nuovo fenomeno di diffusione della ricchezza in alcuni ceti sociali, il quale porta con sé una radicale trasformazione di una società fino a poco tempo fa ancorata a dinamiche tradizionali. Questo fenomeno è tuttavia accompagnato da nuovi – e finora sconosciuti – squilibri sociali che stanno disintegrando il tessuto tradizionale della società siriana – ammonisce Rime Allaf

Le norme sociali e religiose nel mondo arabo non hanno mai stigmatizzato in maniera particolare la ricchezza, e lo stesso libro sacro dell’Islam, il Corano, afferma che le ricchezze e i figli – in quest’ordine – costituiscono gli ornamenti della vita. Nel corso dei secoli, la spiritualità e la ricchezza sono state, di conseguenza, concetti perfettamente compatibili nella regione, insieme alla compassione (spontanea o forzata) che garantiva che i meno privilegiati non fossero dimenticati.

I recenti serial TV storici hanno ripetutamente sottolineato questo tema, fra gli altri, mettendo in evidenza le elargizioni caritatevoli offerte dai ricchi ai poveri, e la preoccupazione di impedire che le disuguaglianze finanziarie creassero bisogni non corrisposti, alimentando risentimenti e rancori. Sia che questi serial ritraggano fedelmente una società del passato, sia che rappresentino nient’altro che le pie illusioni dei suoi discendenti, l’aspirazione ai valori del passato si riflette nei ritratti della società siriana presenti nelle fiction di successo. In tutto il mondo arabo, la gente dice di desiderare ardentemente i bei vecchi tempi in cui la coesione sociale era forte, allorché un quartiere era simile ad una grande famiglia, e l’idea di un “consiglio degli anziani”, intesi come i leader di fatto delle immediate vicinanze, era l’unica opzione desiderata, e perfino immaginata.

Rispetto alle società occidentali, non vi è dubbio che la rete sociale rimanga un principio fondamentale della vita araba, ma l’attuale aspirazione ai valori tradizionali denota il drastico cambiamento che si è verificato nel tempo, ed il riconoscimento che l’immedesimazione sociale è quasi svanita. Ovunque, le società si sono trasformate nella proverbiale “corsa al successo”, mentre la gente lotta con i costi sociali e finanziari della vita. Molti dei fattori ai quali si può imputare la perdita di coesione sociale, tuttavia, non hanno niente a che fare con i “mali necessari” della vita moderna. In Siria, la trasformazione sembra essersi spinta al di là di quanto era economicamente prevedibile, e moralmente accettabile.

E’ comprensibile che una società così a lungo privata del consumismo indulga nei suoi eccessi, mettendo mano al portafogli e allentando la cinghia con insuperato entusiasmo. In un terreno vergine così fertile, i produttori di sedicenti prodotti e servizi di lusso erano destinati a trovare la loro remunerativa nicchia di mercato, accanto a quella delle produzioni a buon mercato per le masse. Ma, laddove altri mercati in via di sviluppo automaticamente finiscono con l’offrire una maggiore percentuale di prodotti a basso costo, la capitale siriana ha assistito ad un’esplosione di boutique le cui vetrine mostrano ai clienti capi di vestiario dai prezzi astronomici, e i cui allettanti cartelloni pubblicitari adornano le strade. Malgrado l’immaturità di questo segmento commerciale, e malgrado l’assenza di un’appropriata ricerca di mercato, il proliferare di questi negozi denota un’essenziale comprensione delle tendenze locali ed un’accurata valutazione della domanda di articoli di lusso.

Ma, questa nuova concezione del lusso di per sé si è allontanata dalla comprensione classica incarnata da numerosi serial TV e rivendicata come un’aspirazione ad una vita migliore. Mentre la ricchezza era utilizzata per il benessere e l’appagamento personale, il più delle volte lontano da occhi indiscreti, l’attuale comportamento ha rimpiazzato le caratteristiche di privacy e di esclusività con l’ostentazione e con gli atteggiamenti arroganti. In effetti, come si è visto a Damasco, il lusso è diventato una questione di spesa più che di qualità, di marchio più che di reale soddisfazione, e di prezzo più che di valore. Per averne i requisiti, questo lusso deve essere messo in mostra affinché gli altri lo vedano, piuttosto che essere assaporato in privato (infatti, non è raro che un eccessivo sfoggio di ricchezza in pubblico si traduca in una spesa oculata in privato).

Ma vi sono altri aspetti in questo nuovo culto siriano del lusso e dello sperpero in pubblico: vi è una competizione a tutti i livelli, ed una gara a spendere più degli altri, in quello che diventa un osceno contesto per determinare chi è che spende di più, spingendo la nozione dell’ “essere all’altezza dei propri vicini” verso nuove frontiere. I matrimoni, ad esempio, sono divenuti una perfetta cartina di tornasole, con ogni “nuovo ricco” degno di questo nome che ormai prolunga i festeggiamenti fino a quando viene servita la colazione, e che offre sempre il “miglior” servizio di catering, ed i “migliori” decoratori ed organizzatori; così come ciascuno di questi nuovi ricchi deve sempre avere “il meglio” in ogni altro campo – e questo “meglio” cambia regolarmente. Ovviamente, più alto è il prezzo, e meglio è.

Questi fattori hanno tutti contribuito ad allargare la voragine che separa i ricchi dai poveri, i quali si sentono sempre più emarginati. A differenza del consiglio degli anziani ultimamente visto in televisione, che si preoccupa del bene della società, la maggior parte delle persone che dovrebbero essere leader della comunità oggi sembra dimenticare le sofferenze delle persone meno fortunate di loro, ed il fardello psicologico che viene caricato su di esse. In una certa misura, ciò può essere detto anche di altre società, ma la situazione appare più estrema in una società che pretende di essere compassionevole e coesa.

E’ triste osservare che molti ricchi damasceni (così come molte persone abbienti nel resto del paese) hanno cominciato a soffrire di manie di grandezza, ed a considerare la maggior parte di coloro che li circondano come dei subalterni, nel migliore dei casi. Ai collaboratori domestici ci si riferisce e ci si relaziona nel modo più offensivo e degradante (con conversazioni che includono frasi odiose come “la mia filippina” o “la mia etiope”, o che si riferiscono a donne di altre nazionalità costrette a lavorare in condizioni così umilianti), e lo stesso avviene nei confronti degli operai. Quello che poteva essere un semplice eccesso si è trasformato in volgare esibizionismo, con mostruose quantità di denaro sprecate e sbandierate in faccia a gente che non riesce ad arrivare alla fine del mese, con una nonchalance che scioccherebbe il più smaliziato fra noi.

Sembra surreale parlare di lusso (o, in questo caso, di decadenza) mentre si prevede una recessione globale; tuttavia, a Damasco molti concordano sul fatto che la Siria non sia stata toccata dal catastrofico crollo dei mercati finanziari, e che essa sia fondata su un’economia “reale”. Questa pericolosa valutazione è fuorviante, e non fa altro che mettere in evidenza il fatto che l’economia siriana, in effetti, è ancora in una fase iniziale, e non è pronta all’era della globalizzazione. Di conseguenza, ciò semplicemente conferma che presto o tardi il paese sarà certamente colpito dalla recessione, e vantarsi del contrario è una manifestazione di ignoranza – così come lo è l’odioso approccio alla ricchezza.

Un simile comportamento pretenzioso certamente non è limitato a Damasco, alla Siria o agli arabi; è ormai un flagello in tutto il mondo. Tuttavia, è più scioccante vedere che esso si sta diffondendo in un luogo che ancora si vanta della struttura conviviale della sua società, della sua storia di nobili valori e del suo rispetto della religione. Quanto più questo comportamento diventa la norma per individui che dovrebbero essere i depositari del codice etico della società, tanto più diventa difficile associare queste caratteristiche a quella che un tempo fu la culla della civiltà.

di Rime Allaf

Rime Allaf è un’analista siriana residente in Gran Bretagna; è ricercatrice associata presso il Royal Institute of International Affairs ( Chatham House); l’articolo qui proposto è apparso sul numero di novembre della rivista Syria Today

Titolo originale:

Social Metamorphosis in the Cradle of Civilization

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/22/siria-trasformazione-sociale-nella-culla-della-civilta/

Lula, il primo presidente di sinistra nella storia del Brasile?...e i braccianti senza terra?


Il più grande movimento sociale brasiliano non si riconosce più nel primo presidente di sinistra e nel Pt, suo partito di riferimento. Ma non parla di «tradimento»: rapporti «tesi però fraterni» Intervista a Neuri Rossetto, della segreteria nazionale dell'Mst. Che reclama per gli impegni non mantenuti sulla riforma agraria.

Lula, il primo presidente di sinistra nella storia del Brasile? Non ha tenuto fede agli impegni sulla riforma agraria e neanche sulla protezione ambientale dell'Amazzonia, non è più «il nostro presidente», con lui i rapporti dei Senza terra sono «tesi però fraterni». Dilma Rousseff, la super-ministra che Lula ha incoronato come la sua candidata a succedergli nel 2010? Con l'ex-guerrigliera sarà/sarebbe «anche peggio» perché ormai «è l'equivalente di José Serra», il governatore di San Paolo (formalmente social-democratico, sostanzialmente di destra) che nel 2003 contese la presidenza a Lula e la contenderà a Dilma fra un paio d'anni. Il Partido dos trabalhadores, il partito della sinistra non-dogmatica nato dal movimento cattolico-progressista e dal movimento sindacale nell'80? Noi, comed Movimento dei Senza terra «siamo orfani di uno strumento politico». La chiesa cattolica brasiliana un tempo famosa per il suo progressismo politico, sociale e anche teologico? Non c'è più, i vecchi pastori sono morti o andati in pensione e i nuovi non sono più la stessa cosa, la politica conservatrice di Wojtyla e Ratzinger «ha avuto successo». I «bio-combustibili» - l'etanolo - che i Sem terra chiamano più propriamente «agro-combustibili» e altri più crudamente «necro-combustibili»? E' una questione di modello, ossia di visione della vita, ancor prima che di benzina (ancorché «verde») contro alimenti: «il modello dell'agro-business contrapposto al modello agro-familiare». I giudizi di Neuri Rossetto, uno dei leader dell'Mst, il Movimento dos trabalhadores rurais sem terra, il più grande, organizzato, radicale e cosciente dei movimenti sociali dell'America latina, sono netti e senza concessioni al politically correct (politichese), ma altrettanto articolati.  E' vero che le speranze poste in Lula da Silva dai milioni e milioni di braccianti senza terra molti dei quali in quell'indimenticabile primo gennaio del 2003 erano fra le centinaia di migliaia di popolo che si riversarono sulla Esplanada dos ministerios di Brasilia per presenziare - e partecipare - all'insediamento nel palazzo di Planalto dell'ex-migrante nordestino-ex-metalmeccanico-ex-sindacalista, sono andate in buona (o grande) misura deluse. Nonostante che Lula sia sia dimostrato complessivamente un eccellente (o un grande) presidente. Contro gufi e corvi delle élite vecchie e nuove che preconizzavano l'inevitabile fallimento del «brutto rospo barbuto» chiamato a un compito troppo impegnativo per uno senza uno straccio di laurea, senza un dito lasciato sotto la pressa di una fabbrica paulista (ciò che nei party e nei summit non fa una buona impressione) e senza una parola d'inglese nel suo bagaglio culturale. Però. Però, detto quello che c'è da dire, Rossetto e i suoi compagni, nonostante le delusioni sanno benissimo che Lula è diverso da tutti gli altri 34 presidenti della repubblica federativa do Brasil venuti prima di lui dal 1889. Diverso e migliore. In sostanziale continuità con la politica economica monetarista-liberista di prima ma con un afflato sociale nuovo. Basta pensare al programma «borsa-famiglia» per i settori più poveri ed emarginati della popolazione che in Brasile sono decine di milioni.  Come il più noto fra i leader dell'Mst, João Pedro Stédile, Neuri Rossetto, in Italia per partecipare a una serie di incontri in vista dei 25 anni dell'Mst (celebrati nel gennaio 2009 nel Rio Grande do Sul alla vigilia del Foro social mondiale di Belem, nello stato amazzonico del Pará), racchiude nella sua traiettoria personale e politica la storia del Movimento dei Senza terra per la riforma agraria, per un modello di sviluppo alternativo, per «un altro mondo possibile». Quarantasette anni, nato nel Santa Catarina, lo stato meridionale del Brasile confinante con il Rio Grande del Sud dove nel 1984 tutto cominciò, una famiglia partita tre o quattro generazioni fa dal Veneto per andare a tentare la sorte nel meridione brasiliano, contadini in origine poi divenuti piccoli commercianti nella città di Quilombo, Neuri ha potuto studiare grazie alla chiesa cattolica. Andò a scuola nel seminario di Chapecó. Erano gli ultimi anni della lunghissima dittatura militare e la diocesi della città catarinense era in prima linea nelle lotte per i diritti dei camponeses e degli indios. Lui non si fece prete - «per poco», racconta - e dal seminario passò all'occupazione delle terre a fianco dei preti d'assalto, dei contadini e degli indigeni. Era il maggio 1985 e l'Mst era nato solo un anno prima nell'alveo del movimento pastorale della Cnbb, la Conferenza episcopale brasiliana. Quella fu la sua vera università, anche se prima nel Santa Catarina poi a San Paolo, dove si trasferì nell'87 dopo essere entrato nella segreteria nazionale, frequentò corsi di pedagogia e scienze sociali alla Puc, la Pontifícia Universidade Católica della capitale paulista. L'Mst si appresta a celebrare i suoi primi 25 anni di attività. Tempo di bilanci. Quali? Per dirla sinteticamente e per punti: 1) abbiamo insediato sulla terra 350 mila famiglie, ossia quasi due milioni di braccianti senza terra se si calcola una famiglia composta in media da 5 persone; 2) siamo riusciti a inserire la riforma agraria nell'agenda politica nazionale e, soprattutto, fra i debiti pendenti a livello sociale; abbiamo proposto un modello alternativo a quello dell'agro-business neo-liberista, centrandolo su alcuni nodi precisi: quello dell'alimentazione per tutti in un paese in cui c'erano e ci sono fame e denutrizione di massa, quello di uno sviluppo rispettoso della preservazione della natura e quello di una struttura economica fondata anziché sull'esportazione, sull'agricoltura familiare e sulla piccola agro-industria; 4) avere impostato il problema della riforma agraria non tanto come un progetto a sé stante ma come un progetto di sviluppo sociale complessivo, l'unico capace di fermare l'esodo dalle campagne verso le favelas delle città; 5) aver lavorato e puntato molto sulla crescita politica, culturale e umana delle masse contadine, E qual è il bilancio dei rapporti fra il presidente Lula e il Movimento dei Senza terra? I rapporti fra l'Mst e il presidente Lula sono tesi ma fraterni. Noi non siamo contenti della politica economica portata avanti da Lula, e neanche della sua linea sulla riforma agraria. Ma non siamo fra quelli, come molti settori dell'estrema sinistra dentro e fuori il Pt, che accusano Lula di essere un traditore o un nemico di classe. Lula ci ha deluso: lui pensa che l'agro-business sia una strada praticabile e buona per lo sviluppo economico del paese, ha liberalizzato l'uso degli ogm nelle colture di soja, non ha ridotto l'allarmante ritmo di disboscamento dell'Amazzonia. Anzi: in Congresso c'è un progetto di legge che amplia le aree disboscabili... Rispetto alla riforma agraria è innegabile che Lula qualcosa abbia fatto, come rivendica, ma si è trattato più di un appoggio a quanto era già stato fatto prima e non invece di nuovi insediamenti di contadini senza terra. Secondo le stesse cifre ufficiali, fra il 2003 e il 2007 sono state insediate 450 mila famiglie di cui però 307 mila riguardano l'Amazzonia. Ciò significa in sostanza una regolarizzazione fondiaria e una colonizzazione agricola, non una riforma agraria. La riforma agraria, per noi, vuol dire muoversi contro il latifondo improduttivo. E Lula non vuole scontrarsi con il latifondo. Nel caso nel 2010 a Lula succedesse Dilma Rousseff, le cose migliorerebbero nei rapporti fra Mst e il secondo presidente di sinistra? Dilma sarebbe anche peggio di Lula. Nonostante il suo passato nella guerriglia contro la dittatura militare non ha la connotazione popolare di Lula, che è sincera. Dilma rappresenta l'ala tecnocratica, è l'equivalente di José Serra, che con ogni probabilità sarà il candidato presidenziale del Pdsb, i tucanos come si chiamano in Brasile i social-democratici, che sono però la vera destra. L'Mst ha sempre avuto rapporti simbiotici con la chiesa cattolica, che l'ha tenuto a battesimo nell'84 e sotto la sua ala protettrice in questi 25 anni. Ma esponenti della Teologia della liberazione come dom Evaristo Arns, arcivescovo di San Paolo, o dom Helder Camara, arcivescovo di Recife, sono stati mandati in pensione per limiti di età o sono morti. E' cambiata la chiesa cattolica brasiliana e sono cambiati i rapporti con l'Mst? Molto cambiati. Nella Conferenza episcopale non c'è stato un rinnovamento in linea con il passato. Le eccezioni ormai sono poche, dom Tomás Balduino, l'ex-responsabile della Commissione pastorale per la terra, dom Pedro Casaldiga, il vescovo emerito di São Félix de Araguaia, nel Mato Grosso... Purtroppo si deve dire che l'opera di papi come Wojtyla e Ratzinger ha avuto successo. Con i media l'Mst ha sempre avuto un rapporto conflittuale. I principali giornali e network radio-televisivi non parlano mai della sua funzione di coscientizzazione e democratizzazione di masse popolari sempre emarginate e abbandonate a se stesse, ma hanno cercato in tutti i modi di criminalizzare il Movimento presentandolo come violento ed eversivo. E' ancora così? E' sempre peggio. I grandi media hanno preso il posto dei partiti, che anche in Brasile sono in profonda crisi, a cominciare dal Pt. Sono i giornali e le tv a dare la linea contro i movimenti sociali come il nostro e contro la riforma agraria.  Gli agro-combustibili: un altro punto di dissenso forte fra l'Mst e Lula. Che dice che le colture della canna da zucchero da cui si ricava l'etanolo e il bio-fuel non costituiscono più dell'1% delle terre coltivabili del Brasile e quindi non c'è alcuna contraddizione fra le terre usate per la produzione alimentare e le terre usate per i prodotti d'esportazione o per l'etanolo... Sono due modelli antitetici a confronto. Il modello dell'agro-business da esportazione dominato dalle transnazionali contro il modello agro-familiare e per la sovranità alimentare. Incompatibili. Adesso ci dicono che non ci sono più terre improduttive per cui, non volendo toccare il latifondo che è il vero nodo, non si può più fare la riforma agraria. Ma poi dicono anche che, di fronte ai 7 milioni di ettari coltivati a canna da zucchero di adesso, ci sono 90 milioni di ettari buoni per la canna e senza contare l'Amazzonia. Allora questa terra c'è o non c'è? E a cosa deve servire? Il Movimento dei Senza terra ha avuto fin dal principio il Pt come suo referente politico privilegiato, anche se non l'unico. E' ancora così dopo sei anni di un presidente della repubblica «petista» e altrettanti o più di sindaci e governatori statali del Pt? Non solo Lula, neanche il Pt è più il ricettore-canalizzatore delle energie dirette verso la riforma agraria. Noi Senza terra siamo ormai orfani di uno strumento politico.

di Maurizio Matteuzzi

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