martedì 23 dicembre 2008

L'Italia è una Repubblica fondata sul ricatto?

Negli anni bui della prima Repubblica si riteneva che il vero potere nascesse dai dossier, una convinzione nata dagli scandali che si ripetevano con cadenza decennale, dai fascicoli degli spioni del Sifar agli elenchi di Licio Gelli. Ma i collezionisti di informazioni riservate, con cui condizionare carriere e affari, non hanno perso il vizio della schedatura. E ancora oggi è difficile fare un censimento dei giacimenti di dati particolarmente sensibili, dove spesso si mescolano vere notizie e verosimili pettegolezzi. L'ultimo allarme è nato intorno allo sterminato database di un consulente delle procure, il poliziotto in aspettativa Giocchino Genchi, che solo nel corso dell'indagine 'Why Not' avrebbe intrecciato numeri telefonici di 392 mila persone. Materiali acquisiti in modo lecito, ma sulla cui gestione il Garante della Privacy ha appena cercato di mettere ordine. Basta con le 'relazioni circolari', il meccanismo che allarga gli accertamenti a dismisura affidandoli all'intuito del consulente: il nuovo codice varato dal Garante prevede che i periti possono "raccogliere solo i dati necessari per adempiere all'incarico ricevuto dal magistrato", che deve "autorizzare espressamente l'incrocio" (dei tabulati telefonici, ad esempio). Terminato il lavoro, i consulenti giudiziari "devono consegnare non solo la relazione finale, ma tutta la documentazione acquisita", con "divieto di conservarne originali o copie senza espressa autorizzazione del magistrato". 

Dossier con griffe Ci sono invece scorte di incartamenti pirata, come quelli costruiti dalla sicurezza aziendale della Gucci di Firenze, che ha creato migliaia di file schedando dipendenti, fornitori e collaboratori grazie alle notizie vendute da poliziotti e finanzieri corrotti. Tutto aveva un prezzo: tabulati telefonici (dai 100 ai 200 euro), precedenti penali (50 euro), radiografia fiscale (100 euro). Molto ambiti anche i resoconti del Telepass (50 euro): permettono di conoscere gli spostamenti attraverso l'Italia e avere riferimenti fiscali e bancari sugli accrediti. Perché gli archivi pubbblici fanno acqua e quelli privati fanno paura.
Colabrodo fiscale I tecnici del Garante si dichiarano consapevoli che "il problema resta enorme". E negli ultimi mesi hanno provato a mettere in sicurezza almeno le maggiori banche dati pubbliche: ministero della Giustizia e forze di polizia. Gli stessi magazzini informatici che, in questi anni, sono risultati sistematicamente saccheggiati da 007, funzionari infedeli e perfino da curiosi con l'hobby del gossip. Le prime verifiche hanno confermato molti problemi di sicurezza e qualche stranezza. L'archivio pubblico più vulnerabile è l'anagrafe tributaria, che contiene tutte le notizie rilevanti per il fisco sui residenti in Italia. Nel provvedimento finale del 18 settembre scorso, il garante Pizzetti scrive che il ministero dell'Economia "non ha alcuna conoscenza dell'effettiva identità e neppure del numero degli utenti che accedono all'anagrafe tributaria", perché non è mai esistita "una certificazione informatica attendibile". L'ispezione ha infatti documentato che i segreti fiscali e patrimoniali degli italiani potevano essere liberamente violati, oltre che da migliaia di dipendenti statali (centrali e periferici), da "60 mila utenze informatiche intestate a 9.400 enti, tra cui Comuni, Province, Regioni, Asl, università e consorzi". Fino a tre mesi fa, ben "3.270 enti esterni" avevano "un collegamento diretto con l'intera anagrafe", consultabile senza lasciare traccia "anche da aziende private come Enel e Telecom", gli ex monopolisti che già dispongono di milioni di informazioni riservate. Insomma, un colabrodo dove si potevano arraffare i redditi di Berlusconi e Veltroni, di star del cinema o rivali in amore.

Stato sbadato Le indagini giudiziarie documentano che, nei casi più gravi, i dossier sono farciti di materiali sottratti dalle sorgenti migliore, ossia gli archivi di Stato: oltre a redditi e patrimonio (ministero delle Finanze), i controlli di polizia (banca dati del Viminale), precedenti penali (casellario giudiziario), perfino i documenti top secret dei servizi segreti. La protezione degli archivi pubblici diventa così il primo argine contro i poteri occulti. In questi mesi l'autorità per la privacy sta scatenando "un'offensiva" per una corretta gestione delle maxi-centrali informative delle forze di polizia. E nelle prime verifiche non sono mancate le sorprese. Gli adetti ai lavori erano convinti che la banca dati più potente d'Italia fosse il Sistema d'indagine (Sdi) delle forze di polizia, che è collegato in rete con analoghi mega-schedari degli Stati europei dell'area Schengen e con alcuni sotto-archivi dell'Interpol (ad esempio nomi, immagini, impronte e Dna dei ricercati internazionali).
__IMG__In realtà il Garante ha scoperto che nel 2007 tutto lo Sdi occupava tre terabyte. Una quantità di dati enorme, ma molto inferiore allo stock di informazioni riservate gestite in esclusiva dai carabinieri con i loro fascicoli P, che sta per 'Permanenti' e sono catalogati sia per fatti che per persone: l'Arma ha così un 'archivio documentale' di 60 terabyte, più altri 40 di 'denunce': sono 100 milioni di milioni di byte. È come se la storia recente degli italiani fosse stata trasferita nei computer. Ma con l'informatizzazione sarebbe scomparsa ogni possibilità di intrusione furtiva. 

Sempre in tema di militari, in passato nelle leggende sul mercato del ricatto c'era una parola magica: Ufficio I. Si trattava del reparto intelligence della Guardia di Finanza che schedava aziende e cittadini. In comandi strategici come quello di Milano erano accatastati milioni di cartellini, che rimandavano a fascioli con le risultanze di verifiche fiscali, indagini giudiziarie e persino lettere anonime. Da un decennio, però, il reparto è stato cancellato e la gestione dei dati rivoluzionata. I criteri per accedere alle informazioni sono diventati rigidi: ogni ingresso lascia traccia. L'armadio informatico più delicato, quello del Gico per la lotta alle ricchezze mafiose e alle copertura istituzionali, ha addirittura livelli di autorizzazione preventiva. 

A mezzo servizio Anche gli apparati di intelligence italiani hanno alle spalle decenni di deviazioni e abusi ai danni dei cittadini, come riconfermano le indagini su Sismi e Telecom. Più volte si è discusso di bonificarne gli archivi e dare una scadenza al segreto di Stato, permettendo così maggiore trasparenza sulle raccolte di notizie. Gli 007 dipendono dal governo e il primo rimedio nei paesi civili è rafforzare i controlli parlamentari. Emanuele Fiano (Pd), che rappresenta l'opposizione nel Comitato parlamentare per la sicurezza (l'ex Copaco, ora Copasir) è "abbastanza soddisfatto" della riforma varata un anno fa dopo l'ennesimo scandalo: schedature illegali dei giudici "nemici del governo Berlusconi", soldi in nero a a giornalisti "amici", sequestro di sospettati senza processo e, naturalmente, corruzione per passare i dossier più riservati agli spioni privati. "I nostri poteri di controllo sono aumentati, ma il Parlamento italiano non ha ancora veri poteri d'indagine. Ora comunque la legge autorizza solo un archivio centralizzato. E prevede inchieste interne affidate un ufficio di ispettori qualificati, da scegliere all'esterno dei servizi". In questo momento la riforma, che trasferisce le competenze nella lotta al terrorismo dall'ex Sismi (ora Aise) all'ex Sisde (ora Aisi) ha avviato un braccio di ferro anche sulla divisione dei fascicoli, custoditi nel quartiere generale di Forte Braschi e nelle sedi regionali. Conclude Fiano: "È chiaro che nessuna norma potrà impedire che un agente infedele commetta reati, ma oggi ritengo che il vero problema sia un altro: lo spionaggio privato, la sorveglianza occulta dei cittadini organizzata su scala industriale".

Vizi privati Il Garante (vedi intervista a pag. 45) chiede da tempo un intervento legislativo per autorizzare un monitoraggio pubblico dei grandi archivi informatici privati. Per ora la classe politica si è preoccupata soprattutto di ostacolare e rallentare, con decine di leggi-vergogna, le indagini legali della magistratura, comprese quelle contro gli spioni. Per le compagnie di telecomunicazioni, che sono il settore a più alto rischio, una legge varata dopo vari aggiustamenti europei impone di conciliare il diritto alla privacy con le esigenze di giustizia: le aziende sono obbligate a conservare per 24 mesi i dati telefonici e per 12 quelli telematici (come gli accessi a Intenet), perché altrimenti troppi delinquenti resterebbero impuniti. Ma per evitare tentazioni spionistiche, scaduto quel termine le compagnie dovrebbero "cancellarli o renderli anonimi". In quanto tempo? La formula è ambigua: "senza ritardo", ma "compatibilmente con le procedure informatiche".
La più recente direttiva del Garante, che 'L'espresso' è in grado di anticipare, riguarda lo spionaggio interno alle aziende: dipendenti sorvegliati di nascosto in violazione dello Statuto dei lavoratori; dirigenti controllati dai superiori o dai concorrenti. Un fenomeno "massiccio", che l'autorità di protezione punta a limitare partendo da una figura chiave: l'amministratore di sistema. Pochi lavoratori sanno che i responsabili dei computer aziendali, incaricati del salvataggio dei dati (back-up) o della manutenzione delle macchine (hardware), possono leggere tutto. "Le ispezioni anche in grandi aziende hanno riscontrato una preoccupante sottovalutazione dei rischi" e "la scarsa conoscenza del ruolo e perfino dell'identità" di questi "controllori incontrollati". Quando verrà pubblicata sulla 'Gazzetta ufficiale', la direttiva imporrà "entro 1120 giorni" di "identificare" gli amministratori di sistema, verificarne "l'affidabilità" e "registrarne gli accessi" con strumenti "inalterabili".

Il server nero Per capire quanto sia grave, nell'era dell'informatica, il pericolo di un sistematico controllo occulto dei cittadini, forse basta misurare quanto resti forte, dopo decine di arresti, l'ormai famosa centrale di spionaggio privato che fino al 2006 era capitanata da Giuliano Tavaroli, l'ex carabiniere che per un decennio è stato il capo della security del gruppo Pirelli e dal 2001 anche di Telecom. Descritta dai giudici come "una potentissima struttura illegale di investigazioni clandestine degna di un servizio segreto di una media potenza", quella micidiale fabbrica di dossier personali è stata in apparenza sgretolata da tre anni di inchieste della Procura di Milano. In realtà i pm ammettono, nei loro verbali, di aver potuto scopire solo la punta dell'iceberg. A Milano, il 5 aprile 2007, i carabinieri hanno messo sotto sequestro un supercomputer negli uffici centrali del gruppo in via Negri, accanto alla Borsa. Gli inquirenti lo chiamano "il server nero di Pirelli-Telecom". Ha una memoria spaventosa, distribuita su un'intera pila di hard-disk collegati. E contiene tutti i dati delle più intrusive azioni di spionaggio organizzate per anni da quell'associazione per delinquere : le indagini dicono che in quella macchina siglata 'RM 8000' sono custoditi, ad esempio, i risultati del cyber-attacco che svuotò i computer di tutti i manager di prima fila del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, poco prima di un delicato cambio degli equilibri azionari. Lì dentro c'è anche una copia del maxi-archivio informatico di un gigante come la Kroll, forse la più grande agenzia investigativa del mondo, carpito dai tecnici italiani del 'Tiger Team' di Pirelli-Telecom al culmine di un memorabile scontro tra spie private in Brasile. Ebbene, venti mesi dopo il sequestro, il supercomputer è ancora inviolato.

La sua memoria è protetta da una password molto particolare, composta da trentadue caratteri. I capi del Tiger Team però giurano di averla dimenticata. Un tecnico ricorda vagamente che conteneva un verso petrarchesco: "Chiare fresche e dolci acque". La Procura ha affidato ad alcuni tra i più autorevoli docenti italiani di cibernetica il compito di decifrarla, chiedendo aiuto anche una società statunitense che lavora per l'Fbi. La risposta degli esperti è che una possibilità teorica ci sarebbe, ma praticamente la missione è impossibile: per esaurire tutte le possibili combinazioni, bisognerebbe far lavorare diversi computer solo su questo obiettivo "per parecchi anni". Per i pm Napoleone, Piacente e Civardi, beninteso, gli altri archivi illegali già decifrati - con la collaborazione del Politecnico di Torino - bastano e avanzano a provare le accuse di aver spiato illegalmente circa quattromila persone (tra cui i dipendenti) e 350 società (tra cui i concorrenti), riuscendo a violare perfino i segreti dei servizi italiani e stranieri, partiti politici e scorte del presidente del Consiglio. Nel suo più inquietante interrogatorio, Tavaroli snocciolò ai magistrati un lungo elenco di grosse aziende private, sfidandoli a verificare se per caso anche le divisioni sicurezza delle imprese concorrenti usassero gli stessi sistemi spionistici. Come dire: così fan tutti.

di Paolo Biondani e Gianluca Di Feo

Si è riusciti a convincere gli italiani che era giusto derubarli


Le inchieste giudiziarie a Pescara, in Abruzzo, in Basilicata, a Napoli, in Campania, dove sono coinvolti amministratori e politici prevalentemente, ma non esclusivamente di sinistra (così come ai tempi di Mani Pulite erano prevalentemente, ma non esclusivamente di centrodestra) spiegano bene perché la classe dirigente ha così fretta di varare una riforma della Giustizia. Non si vuole migliorare il servizio ai cittadini (tanto è vero che nei progetti fatti circolare non ci sono norme, se non marginali, per snellire il processo e quindi abbreviarne drasticamente la durata, che, come ho scritto tante volte, è il vero problema della Giustizia in Italia), si vuole mettere la mordacchia alla Magistratura, sottometterla, in un modo o nell’altro, al potere esecutivo, impedire le intercettazioni telefoniche per la concussione e la corruzione, i reati tipici di «lorsignori», e insomma sottrarre la classe dirigente al controllo di legalità perché possa continuare a fare tranquillamente i suoi traffici. 

L’onorevole Gaetano Pecorella, ex avvocato di Berlusconi, capovolge completamente la questione. Queste inchieste avrebbero il solo scopo di impedire la riforma della Giustizia. Un’accusa gravissima secondo la quale quattro o cinque Pm agirebbero all’unisono non sulla base di ipotesi di reato ma per fini che con l’amministrazione della giustizia non hanno nulla a che fare. Una vera e propria eversione. Eversore a mio avviso, è chi fa illazioni del genere senza lo straccio di un indizio e senza andare a denunciare i responsabili alla stessa magistratura (a meno che non si ritenga che l’intera Magistratura italiana è fellona). Illazione assurda anche perché molte di queste inchieste sono cominciate in tempi in cui la riforma della magistratura a colpi di modifiche costituzionali era di là da venire.

La realtà è un’altra, sta sotto gli occhi di tutti e non saranno gli Azzeccagarbugli a poterla nascondere. La nostra classe dirigente, con le debite e anche le molte eccezioni di singole persone che però sono impotenti di fronte a quello che è un sistema, è corrotta fino al midollo. Questa corruzione è grave perché drena un’enorme quantità di denaro pubblico, cioè di nuovi cittadini, a favore di illeciti lucri privati. Ma forse è ancor più grave perché, come emerge chiaramente dall’inchiesta sul sindaco di Pescara D’Alfonso, questi gruppi di potere, affiliati ai vari partiti, elargiscono ai loro adepti incarichi, impieghi, privilegi mortificando le legittime ambizioni e perfino ledendo il diritto al lavoro di tutti coloro che, conservando il rispetto di se stessi, non intendono assoggettarsi a questi umilianti infeudamenti. E poi hanno la spudoratezza di venirci a parlare del merito. 

Le democrazie sono, notoriamente, i sistemi più corrotti. Ma la nostra ha superato ogni limite fisiologico. Ogni decenza. Come si è potuti arrivare a questo punto? Perché gli uomini politici invece di capire la lezione di Mani Pulite ne hanno tratto un sordo rancore verso la Magistratura che, dopo decenni di impunità, aveva osato chiamare anche loro al rispetto di quella legalità cui tutti siamo tenuti. Così, passata la buriana del 1992-94, la classe politica (e in particolare, bisogna pur dirlo, Forza Italia) con un imponente spiegamento di media ha convinto gli italiani che i veri colpevoli non erano i ladri ma i magistrati. I ladri, o i loro amici, sono diventati giudici dei loro giudici. E adesso si apprestano a dare il colpo definitivo all’indipendenza della Magistratura italiana come non era riuscito nemmeno il fascismo che dovette creare i Tribunali speciali.

Si è riusciti a convincere («i costi della politica») gli italiani che era giusto derubarli (perché poi gli imprenditori, scaricavano il costo delle tangenti sui prezzi). Giuliano Cazzola ha calcolato che la corruzione accertata da Mani Pulite con sentenza definitiva (che, come per tutti i reati, non è che una parte infinitesima di quella rimasta nascosta e impunita) ci è costata 630 miliardi delle vecchie lire, un quarto del debito pubblico. Qualcuno, in futuro, si prenderà la briga di calcolare quanto ci è costata dal 1994 al 2008, sempre che questo rimanga un Paese libero. 
Spero che i cittadini che hanno sentimenti di destra non si sentano sollevati dal sapere che la corruzione sta anche a sinistra. Una corruzione non ne sana un’altra, si somma ad essa. Mal comune, qui, non fa mezzo gaudio. Almeno non lo fa per il popolo italiano e per il nostro Paese.

Massimo Fini-Il Gazzettino
Fonte: www.massimofini.it

Belgrado sotto il vento di “koshava”


La “koshava” è un vento da sud est, uno scirocco, che prende il gelo dalla Pannonia e lo porta su Belgrado dove penetra ogni fessura del tuo abbigliamento. Il pregio della koshava è quello di portare l’aria pulita delle foreste attorno al Danubio e di spazzar via lo smog che soffoca la capitale serba. 

Non a caso la figlia di Milosevic, Mària, aveva chiamato la sua televisione personale, “Tele koshava”, a declinare assieme canzoni turbo-folk ed il riscatto nazionale serbo promesso dal padre. La bufera miloseviana è finita come sappiamo e la koshava stagionale anticipa il duro inverno che aspetta il mondo. A Belgrado, in questo periodo si congela tutto. Politica ibernata ed economia sottozero. L’altro giorno il quotidiano “Politika” aveva questo titolo d’apertura a tutta pagina: “Fiat, l’affare o il bidone del secolo?”. Tra i caratteri in cirillico e il mio serbo da ristorante, non conosco la conclusione degli analisti. Fatto sta che l’acquisizione della “Zastava” , la “Bandiera” dell’industria automobilistica ex jugoslava, pare abbia smesso di sventolare a causa della crisi internazionale. Lo stabilimento di Kragujevac, già bersagliato dai bombardamenti Nato del 1999, ha chiuso anche l’ultima linea di montaggio della vecchia “Yugo” e gli operai senza paga attendono gli investimenti e le nuove linee di montaggio della Grande Punto che ancora non si vedono.

Paura insomma, dopo le troppo entusiastiche promesse da parte di Fiat e gli opportunismi elettorali del governo serbo che mischiava e confondeva i promessi soldi Fiat con l’accesso all’Unione Europea. Problemi anche con la Gazprom russa. C’è chi vorrebbe mettere in discussione gli accordi firmati. Il colosso russo si prende la decotta industria petrolifera serba, fornisce gas, mentre il governo di Mosca concede ai prodotti serbi la dogana simbolica dell’1 per cento. Meno soldi subito ma migliori prospettive di lunga durata, era la filosofia di quell’accordo. La Serbia, come passaggio privilegiato del petrolio russo verso l’Europa e per le esportazioni verso Mosca, era l’obiettivo anche dello stabilimento Fiat. Il rischio delle attuali schermaglie politiche interne al governo, proprio su Gazprom, è quello di un patatrac a catena.

Dopo i sommovimenti d’autunno, la koshava gela anche la politica che, per non sbagliare, sta ferma. Fine del lutto politico-nazionale per Milosevic, è la novità che resta. Il suo partito socialista è tornato al potere. “Governo di centro-sinistra”, quello attuale, sostiene il neo vice premier e ministro degli interni Ivica Dadic, in perfetto blu ministeriale dopo gli abiti “combattenti” delle proteste di piazza per la liberazione di Milosevic. Ora Ivica Dadic, a 42 anni, racconta della nuova sinistra “socialdemocratica serba” che sarà protagonista in Europa. Nell’incontrarlo proprio alla vigilia di una sua visita in Italia non c’ha comunque fatto cenno ad eventuali appuntamenti con Walter Veltroni. Nell’attesa che in Europa arrivi almeno la Serbia, altro scossone politico, ma dalla parte opposta.

Tomislav Nikolic è stato il delfino di Vojislav Seselj, l’ultranazionalista del partito Radicale, per venti anni. Dalla detenzione di Seselj nelle carceri del tribunale internazionale dell’Aja dove attende da 5 anni il giudizio per presunti crimini di guerra, è stato lui il segretario radicale. Nikolic, sconfitto per la seconda volta nella corsa alla Presidenza della Repubblica da Boris Tadic, ha scelto infine di correre in soccorso del vincitore col voto per l’adesione all’Unione europea. L’imputato Vojislav Seselj, dal carcere dell’Aja, lo ha scomunicato. Scissione nel partito radicale, con l’ala “morbida” di Nikolic che apre alla destra europea, conservando la sua personale vocazione “peronista”. Modello di riferimento, non a caso, “il vostro Silvio Berlusconi”. Sempre non a caso il suo gruppo parlamentare ha scelto di chiamarsi  “Napred Srbijo”, “Forza Serbia”. Auguri alla Serbia ed hai miei amati Balcani.
di Ennio Remondino - da Dnews

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori