sabato 27 dicembre 2008

Vendoliani contro l'ipotesi di nuova proprietà Liberazione



Si allarga sempre di più la frattura tra i sostenitori del segretario Paolo Ferrero, e quelli di Nichi Vendola dentro Rifondazione. Dopo l'ennesima lite, lunedì in direzione, sulla questione del quotidiano 'Liberazione', gli ex bertinottiani guidati da Nichi Vendola governatore della Puglia hanno lasciato l'assemblea.  E la maggioranza ha approvato da sola un documento che potrebbe portare al rilancio, ma anche - sospettano i vendoliani - al fallimento del quotidiano del Prc.

«Siamo sbigottiti e indignati - afferma una nota dell'area del Prc Rifondazione per la Sinistra - per aver dovuto apprendere dai giornali l'identità del misterioso editore interessato all'acquisto di Liberazione, informazione che il segretario Ferrero si era incomprensibilmente rifiutato di comunicare lunedì alla Direzione del partito. Non è certo questo il modo per difendere il partito, e tanto meno la democrazia e il dibattito al suo interno». È il commento alla ipotesi, avanzata dai giornali martedì, che il quotidiano possa essere acquistato da Luca Bonaccorsi, editore del settimanale «Left».

«Nel merito, riteniamo necessario - prosegue la nota - che l'intera area di Rifondazione per la Sinistra ribadisca una forte critica nei confronti di questa operazione che, da quel che se ne apprende, non garantisce né la salvaguardia dell'occupazione, messa gravemente a repentaglio dalla bocciatura di un piano industriale già approvato dalle parti sociali, né la piena autonomia degli indirizzi politici e culturali del giornale né, infine, la conferma, per noi imprescindibile, di Piero Sansonetti alla direzione di Liberazione».

La direzione, con all'ordine del giorno proprio il tema del giornale guidato da Piero Sansonetti, era stata convocata dopo che il comitato politico nazionale dello scorso weekend aveva in sostanza 'sfiduciato' il direttore e chiesto un piano di ristrutturazione editoriale per portare il bilancio in pareggio nel 2009. Piano che poi è stato rigettato dalla direzione. Non solo: sempre in direzione il segretario, Paolo Ferrero, ha avanzato l'ipotesi di una vendita del giornale spiegando che un editore «in queste settimane ha avanzato al sottoscritto l'intenzione di fare un'offerta per acquistare 'Liberazione', segnalando la propria disponibilità a mantenere gli attuali livelli occupazionali, a rilanciare la testata e mantenerlo giornale del Partito della Rifondazione comunista». 

Ferrero, attaccano però i vendoliani, non ha voluto rivelare l'identità di questo eventuale acquirente, chiedendo carta bianca per valutare la sua proposta, senza alcuna garanzia. Di qui l'abbandono della direzione e la denuncia da parte dell'area di 'Rifondazione per la sinistra di un atteggiamento «lesivo dei più ovvi criteri di trasparenza e persino legalità». 

Non solo, i vendoliani denunciano la «scelta gravissima» che rivelerebbe la volontà di sfiduciare Sansonetti e far fallire il giornale. Tutta demagogia, è la risposta della segreteria («noi vogliamo il rilancio di 'Liberazione'» e il nome dell'editore non è stato fatto in quella sede «per questione di riservatezza», assicura Ferrero), che va avanti e fa approvare un documento che da mandato al segretario di valutare l'offerta avanzata. Documento che per i vendoliani è, puntualmente, nullo. La questione verrà nuovamente esaminata in direzione dopo che la segreteria avrà approfondito i termini di una eventuale offerta per la vendita del quotidiano. 

Certo è che, al di là del merito, il tema rischia di accelerare e rendere senza ritorno il percorso verso la scissione, già più volte ventilata dal gruppo guidato da Nichi Vendola.
Fonte: l'Unità
Link: www.unita.it 

Anche i poveri mangiano caviale


Sgranano gli occhi in questi giorni i mezzibusti dei tiggì nazionali. Ammiccano lieti. Diffondono sguardi rassicuranti e sorrisi di festa, mandano in onda una dietro l’altra immagini di un Natale che si vuole a tutti i costi rappresentare come ricco e gioioso. La cena della vigilia, la neve sulle Alpi, le code agli skilift, le gite in gondola sul Canal Grande. “Alla faccia della crisi”, commentano perentori. Diapositive di un’Italia serena, quasi per niente contaminata dagli effetti della recessione che sta devastando l’economia di mezzo mondo. Italia paese dei Balocchi, isola felice, terra di Bengodi.Come se la crisi, che sta attraversando come uno tsunami gli altri paesi del mondo da noi fosse soltanto un tiepido venticello...
Meglio lasciarlo credere, in questi giorni di festa.
Meglio raccontare il paese del  "tutto esaurito in montagna e nei ristoranti" e delle spese natalizie "praticamente immutate nella quantità degli esborsi  rispetto a quelle degli anni passati".
I ceti deboli sembrano spariti, come per incanto, mimetizzati o assorbiti nel trambusto delle feste.
Eppure a ben guardare ci sono ancora. Loro il paese dei Balocchi lo vedono solo al tiggì. Certo, in campagna elettorale qualche Lucignolo aveva assicurato che anche loro prima o poi avrebbero potuto quantomeno entrare e dare una sbirciatina, nel paese dei Balocchi. Ma l’unico spettacolo a cui hanno assistito nei mesi scorsi è stato il sacrificio di molte risorse preziose nell'avventura Alitalia, o nella scelta di esonerare dal pagamento dell' Ici i proprietari delle case di pregio.
I tiggì non le raccontano,  le vacanze dei non garantiti.
Non raccontano dei precari a fine contratto e senza speranza di proroga, dei lavoratori in cassa di integrazione con poche centinaia di euro che tremano all'idea di finire in mobilità. 
Non raccontano dei pensionati, che avevano pensioni dignitose e adesso frequentano con disagio le mense della Caritas.
Descrivere queste cose può diffondere pessimismo, favorire una insana prudenza nei consumi. Soprattutto rischia di fa pensare che chi ci governa non stia facendo abbastanza.
Eppure solo un anno fa, quando c'era un altro governo e una crisi di questo tipo era semplicemente impensabile, proprio quei tiggì che oggi inneggiano alle magnifiche sorti e progressive del  paese si erano inventati il film della quarta settimana, quella alla quale si arrivava completamente a secco di risorse. 
Adesso che, invece, per moltissima parte della popolazione il dramma inizia alla terza, quegli stessi giornali preferiscono parlarci d'altro.
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P.S. Errata Corrige: a onor del vero dell'Altra Italia i tiggì per una volta hanno parlato. 
Per raccontarci la storia dei quaranta chili di caviale che il corpo forestale ha donato, dopo averli sequestrati per importazione illegale, ai ricoveri e agli ospizi milanesi. 
Bella storia, ci si sono buttati a capofitto tutti i notiziari.
Tutti quanti ne abbiamo apprezzato l'insegnamento: anche i poveri a Natale mangiano caviale. Alla faccia della crisi.
di Giulia Cusumano

GAZA: LA FAME PRIMA DELLA TEMPESTA


I politici israeliani, in questo periodo che precede le elezioni, stanno promettendo, come vuole la politica israeliana, di sferrare un duro colpo contro Gaza. Eppure, ogni famiglia di Gaza è già sotto assedio. A Gaza si possono trovare soltanto visi frustrati, arrabbiati e pallidi. Se fate visita alla mia casa non troverete energia elettrica, mentre il mio vicino non ha più gas. Un altro vicino è in cerca di acqua potabile, dato che le mancanze di elettricità lo hanno lasciato senz'acqua per quattro giorni. Un terzo vicino cerca disperatamente latte per suo figlio, ma invano. Un altro amico che vive all'angolo ha bisogno di medicine che attualmente non si trovano a Gaza. 

Non c'è carenza di storie simili a Gaza, anche se c'è carenza praticamente di ogni altra cosa. Forse trasmettere queste storie metterebbe sotto pressione i leader israeliani perché fermino l'assedio. Perché ciò che sta accadendo è che l'intera popolazione di Gaza, un milione e mezzo di persone densamente concentrate in una piccola area, viene punita per il lancio contro Israele di rudimentali razzi da parte di pochi.

Accanto al titolo: File ad un forno a Gaza, dove il pane è diventato scarso.

A seguire: "La tregua di Israele, 49 morti tra cui due anziani e sette bambini".

Shaher Mazen, 25 anni, ha una laurea in scienze politiche ma lavora come tassista per mettere a tavola del pane per la sua famiglia. Ho parlato con lui mentre mi dirigevo da alcuni forni di Gaza per raccogliere la notizia di quanto accadeva lì. Shaher era frustrato a causa dell'assedio e furioso verso i due governi palestinesi rivali, che considera deboli nei confronti di Israele. 

Mazen ha detto: "Siamo sotto una campagna mediatica organizzata da Israele. Veniamo affamati e puniti ingiustamente da Israele. Il mondo pensa che siamo noi ad assediare Israele, non il contrario. Israele sta montando la questione del lancio di razzi per assediarci sempre di più".
Il panificio Al-Shanty a Gaza City è uno dei maggiori della striscia e fornisce pane a decine di migliaia di persone. Ieri centinaia di persone si sono radunate fuori dal panificio in una lunghissima coda nell'attesa di una busta di pane. Bambini, donne e uomini stavano aspettando l'occasione di comprare un po' di pane, che è diventato scarso da quando Israele non ha permesso l'importazione di adeguati rifornimenti di farina e di gas da cucina. 

"Il nostro panificio è senza pane da giorni ormai, e quello che abbiamo durerà solo per altre ventiquattr'ore. Infatti abbiamo smesso di lavorare ieri quando siamo rimasti senza farina. Ormai stiamo usando mangime per animali che finirà in poche ore" ha spiegato il ventiquattrenne Abed Masod mentre era impegnato a lavorare al panificio. 

La voce di una donna si è sollevata dalla folla. Ha iniziato a gridare e a invocare Dio per la salvezza e il soccorso della terribile situazione di Gaza. Il volto sfinito della quarantacinquenne Om Ali Shoman porta l'impatto delle sofferenze di Gaza. "Questo è il nostro destino" ha detto. "È una congiura progettata contro di noi. Cos'hanno mai fatto i miei bambini per rimanere a casa senza pane? Hanno forse lanciato razzi? Hanno ucciso degli israeliani? Possiedono pistole?"

Solo una dozzina dei 47 panifici di Gaza sono attualmente in funzione, ma stanno rapidamente esaurendo le forniture. L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha dovuto fermare le sue consegne di aiuti alimentari perchè Israele non le ha permesso di rifornire i suoi magazzini. Ciò colpisce 750.000 rifugiati nella striscia di Gaza. 

Gli abitanti di Gaza temono però che il peggio debba ancora venire, dal momento che il governo israeliano rinnova le sue minacce per una grossa offensiva contro la striscia di Gaza, senza alcun riguardo per le perdite civili che un'invasione inevitabilmente provocherebbe. 

Il tempo si sta esaurendo a Gaza, e la carestia si profila minacciosa mentre i cieli di Gaza sono resi più scuri dalle minacce di un'incursione militare israeliana. Come giornalista, pacifista e come uno delle centinaia di migliaia di abitanti di Gaza che vengono collettivamente puniti da Israele, esorto chi legge questo articolo ad appellarsi ai propri governanti perché chiedano che Israele renda conto delle proprie azioni di fronte alla legge internazionale, compresa la quarta convenzione di Ginevra il cui articolo 33 proibisce la punizione collettiva di una la popolazione civile. Sebbene abbia rimosso unilateralmente le sue colonie illegali dalla striscia di Gaza nel 2005, Israele ha mantenuto il controllo dei confini di Gaza, del suo mare e del suo spazio aereo, così come dell'anagrafe della sua popolazione, e rimane una Potenza occupante, e come tale è obbligata a rispettare la legge umanitaria internazionale, compresa la quarta convenzione di Ginevra. 

Esorto i lettori affinché facciano pressioni sui loro governanti perché costringano Israele a rispettare le innumerevoli risoluzioni delle Nazioni Unite che affermano i diritti dei palestinesi, e che i leader palestinesi chiedono che vengano immediatamente implementate. 

Per favore, non lasciate che la triste condizione di Gaza venga dimenticata, ed esortate ad agire anche coloro che vi circondano. 

Sameh A. Habeeb è un fotoreporter ed attivista per la pace e i diritti umani residente a Gaza, Palestina. Scrive come freelance per diversi notiziari web. Foto dell'autore

Titolo originale: "Hunger before the storm"
Fonte: http://electronicintifada.net
DI SAMEH A. HABEEB
Electronic Intifada

LA PRIMAVERA SOCIALE DI TETTAMANZI E IL "TERRORISMO" DI RATZINGER

Dopo secoli di progressivo distacco dai bisogni primari del suo popolo, la sfera più altolocata della Chiesa comincia a scendere per davvero sulla terra, questo Natale, sembra accorgersi che esiste un grande vuoto, e da troppo tempo. Un vuoto nel quale lavorano in silenzio intere generazioni di preti coraggio, uomini e donne impegnati nel servizio agli altri, religiosi o laici, che incarnano il cristianesimo evangelico e con la loro parola, tradotta in fatti concreti, provano ogni giorno a colmarlo, quell’abisso fra il popolo e la sua chiesa, a riempirlo di fratellanza, solidarietà, amore. Dopo le iniziative del cardinale Crescenzio Sepe a Napoli – un importante segnale, ma finora ancora in bilico tra sostegno vero ed elemosina caritatevole – la notte della Vigilia uno squarcio nel muro del distacco l’ha aperto, nel duomo di Milano, il cardinale Dionigio Tettamanzi: non basta parlare, occorre fare qualcosa di concreto, subito, ha detto. E lo ha fatto, stanziando un fondo di solidarietà da un milione di euro, tanto per cominciare, in favore di chi non ha nulla o sta perdendo tutto. Non prediche, non chiacchiere: denaro vero per chi precipita nel baratro della miseria e della malattia, prelevato «dall'otto per mille e da offerte pervenute in questi giorni», ha detto il cardinale, ma soprattutto «da scelte di sobrietà della diocesi e mie personali». Una autentica «primavera sociale».

Che esempio, che grande lezione: ora la strada è aperta. Non si potrà più, nelle parrocchie, in cattedrale, ai piedi di San Pietro, «non sapere da che parte incominciare». Fare per primi la propria parte non sarà più un eventuale atto di carità, sarà un dovere. 
E sarà forse anche un modo – ma non vorremmo volare troppo con la fantasia – per ridicolizzare i nababbi che ci governano e le loro elemosinevoli card: invece di tuonare dai pulpiti di Palazzo Chigi o dei loft, comincino ad allentare le loro tasche e ad aprire le loro opulente magioni all’accoglienza.

Stona perciò, mentre una parte autorevole della chiesa si porta finalmente in avanti, sentire dal papa un discorso di Natale incentrato sui pericoli del «terrorismo».
Che cos’è il «terrorismo», Santità? E’ la difesa del diritto ad esistere da parte dei popoli invasi proprio in nome di quella stessa logica della sopraffazione che per giustificarsi agli occhi del mondo ha dovuto inventarselo, il termine «terrorismo»? E’ quel mostro in nome del quale sono rimasti massacrati e senza sepoltura quasi un milione di bambini e di esseri umani dall’Afghanistan all’Iraq? E’ quella paura globalizzata che hanno gli occidentali quando il mondo arabo, dopo secoli di sterminio “legalizzato”, comincia a prendere coscienza della propria dignità umana? Questo, Santità, per tanti di noi, laici o cristiani, questo è il «terrorismo». E questo avremmo voluto ascoltare dalla sua voce, mentre una crisi economica epocale travolge il nostro mondo, nella notte di Natale. 

di Rita Pennarola 
Fonte: www.lavocedellevoci.it
Link: http://www.lavocedellevoci.it/news1.php?id=86

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