domenica 28 dicembre 2008

L'INGIUSTIZIA SI ABBATTE SEMPRE IMPLACABILE SUI LAVORATORI

Un normale giorno di lavoro, lo scorso primo febbraio, per Giorgio Sordini, 63 anni, da Civitanova Marche, di mestiere ex camionista, poi addetto al magazzinaggio in una ditta di autotrasporti. Un normalissimo giorno lavorativo, come tanti, un po' noioso dopo aver dovuto abbandonare i lunghi viaggi a bordo dei tir a causa di una patologia invalidante come il diabete. Un giorno qualunque, se non ci fosse stato quell'incidente sul lavoro, uno dei tanti infortuni, tra il milione e passa che accadono ogni anno in Italia, piovuto come un fulmine a travolgere la vita di Giorgio Sordini. Un carico da spostare, un muletto che funziona male, una svista.

Chissà. Il carico oscilla, l'operaio perde il controllo del muletto, la merce si piega su un lato e piomba sul piede dell'uomo. Grida, dolore violento. Qualcuno lo aiuta, lo libera dal carico. I compagni di lavoro lo inducono ad andare all'ospedale, ma anziché correre al pronto soccorso l'uomo finisce la giornata di lavoro con il piede che si gonfia a vista d'occhio. L'indomani va dal medico curante, che gli prescrive dei banali antidolorifici. Forse il sanitario trascura di visitarlo, forse non si ricorda che l'operaio è affetto da diabete. Forse Sordiniminimizza l'accaduto. Forse incappa nella trascuratezza di troppi cosiddetti medici di famiglia, o di base, trasformati dall'incuria della sanità pubblica in scribacchini di ricette da esibire in farmacia. 

Sta di fatto che il dottore si limita a prescrivergli i soliti antidolorifici, in attesa che la botta si sgonfi e l'ematoma si riassorba. Ma il piede continua a far male, Sordini non riesce a camminare, così, il 13 febbraio, dopo dodici giorni di dolori lancinanti, si presenta al pronto soccorso. Intanto l'arto da viola, anziché sbiadire al verde e al giallo come qualsiasi botta in un soggetto normale, è passato prima al rosso fuoco poi al bluastro, poi è diventato nero. Quando l'operaio arriva finalmente in ospedale gli diagnosticano un «trauma da schiacciamento con ischemia distale del piede sinistro». 

In un soggetto diabetico significa che il piede è andato. E infatti il 16 febbraio Sordini viene trasferito dal reparto di Medicina d'urgenza dell'ospedale di Civitanova a quello di Chirurgia di Torrette di Ancona, dove gli viene praticata l'amputazione dell'avampiede. E il calvario comincia proprio qui, nel momento in cui Giorgio Sordini presenta la documentazione all'Inail, l'Istituto nazionale di assistenza per gli infortuni sul lavoro, per ottenere il riconoscimento dell'invalidità, dato che con un piede ridotto a moncone è difficile continuare a svolgere il lavoro di magazziniere, e per ricevere di conseguenza l'assegno vitalizio che gli consenta di sopravvivere e di curarsi. Ma l'Inail sostiene che poiché il lavoratore era affetto da diabete, era destinato a perdere comunque l'arto, prima o poi, non necessariamente a causa di un infortunio.

E quindi gli riconosce soltanto l'indennizzo di 461 euro per i giorni di assenza dal lavoro. Anzi, oppone alle ragioni del lavoratore infortunato una legge, la numero 115 del 1987, che regola la materia della prevenzione e delle cure nei soggetti affetti da diabete mellito, una patologia che la legge definisce di "alto interesse sociale". L'Inail dunque gira il caso all'Inps, con la scusa che l'amputazione è dovuta al diabete e non all'infortunio. E qui comincia il ballo delle carte. L'Inps infatti studia il caso, lo classifica come "infortunio sul lavoro" e rispedisce tutto all'Inail. La storia va avanti così da dieci mesi. 

L'operaio intanto non può lavorare. Non ha stipendio. Riceve, nelle more della vertenza tra i due enti, un contributo mensile dall'Inps di 250 euro a titolo di riconoscimento del 3% di invalidità. Con la pensione della sua compagna arrivano a 500 euro al mese. Non possono più pagare l'affitto e non hanno i soldi per un avvocato che incardini la pratica nei confronti dell'Inail. E' bene far presente, a questo punto, che il Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell'Istituto di assistenza per gli infortuni sul lavoro presieduto da Vincenzo Mungari ha presentato un bilancio preventivo per il 2008 con la stima di un avanzo patrimoniale di due miliardi e 830 milioni di euro, quasi tre volte quello realizzato nel 2007 quando, per la prima volta nella storia dell'istituto, è stato raggiunto un avanzo di bilancio (nelle aziende si chiama utile) di un miliardo e 74 milioni di euro. Aiutooo! 

di Gemma Contin

Link: http://www.liberazione.it/

IL MONDO ARABO AL COSPETTO DELLA STRAGE ISRAELIANA A GAZA


L’attacco israeliano a Gaza ha suscitato aspre reazioni di condanna in tutto il mondo arabo, ma anche polemiche e roventi accuse incrociate fra gli arabi stessi. In Medio Oriente sembra riaccendersi il fronte fra il cosiddetto “asse dei moderati” e il cosiddetto “asse della resistenza”

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Parlando ad al-Jazeera, alcuni commentatori ed esponenti politici hanno condiviso le loro opinioni sull’aggressione israeliana alla Striscia di Gaza.

Osama Hamdan, rappresentante di Hamas in Libano:

“Io credo che quanto è accaduto oggi sia la continuazione del crimine collettivo di Israele contro i palestinesi”.

“Cos’è accaduto negli ultimi tre anni nel corso dei quali i palestinesi hanno sofferto l’assedio?”

“Gli israeliani si aspettavano che la gente avrebbe reagito contro la resistenza e contro Hamas, ma questo non è accaduto negli ultimi tre anni. Questo significa che essi devono dare inizio ad azioni molto dure contro Hamas”.

“Hanno attaccato 32 obiettivi a Gaza, ci aspettiamo che le vittime arriveranno a…200”.

“Vi è una chiara reazione da parte dei palestinesi a Gaza. Essi chiedono vendetta. Chiedono che la resistenza palestinese reagisca contro l’occupazione”.

“Io credo che Israele non stia imparando la lezione. Non comprendono che questo tipo di aggressione contro i palestinesi crea un nuovo ciclo di violenza all’interno della Palestina. Quest’aggressione non sconfiggerà la resistenza palestinese”.

“Stiamo parlando di sei decenni di occupazione e, finora, il popolo palestinese ha resistito. Quello che è accaduto oggi a Gaza non fermerà la resistenza, non sconfiggerà il popolo palestinese. Saranno loro a trovarsi di fronte ad una reazione della resistenza palestinese”.

“Il processo di pace è completamente fallito; dunque dobbiamo parlare di un nuovo processo nella regione, che si suppone debba partire dal ripristino dei diritti dei palestinesi e dall’impegno a rispettare questi diritti”.

“Nessuno accetterà in questo momento qualsiasi discorso a proposito di un processo di pace, poiché chiunque sa che il popolo palestinese è stufo di 17 anni di negoziati che non hanno portato ad alcun risultato”.

“L’altra cosa che credo stia accadendo ogni mattina, è che i palestinesi ritengono che non vi sarà alcuna soluzione, se non vi sarà una resistenza”.

Azzam Tamimi, direttore dell’Institute of Islamic Political Thought:

“Ricordate ciò che Tzipi Livni ha detto in Egitto dopo il suo incontro con il presidente Hosni Mubarak e con il ministro degli esteri egiziano: essa ha fatto un chiaro ammonimento, non semplicemente riguardo ad un atteggiamento di ritorsione da parte di Israele, ma riguardo ad un vero e proprio cambiamento a Gaza” (Tzipi Livni, il ministro degli esteri israeliano, si era recata al Cairo giovedì scorso, due giorni prima dell’attacco, spingendo alcuni nel mondo arabo ad accusare l’Egitto di complicità nell’aggressione; Hamas, in particolare, ha accusato sia il Cairo che l’ANP di complicità con Israele; si veda l’articolo “Hamas accuses PA, Egypt of collusion”, apparso sul Jerusalem Post  (N.d.T.) ).

“E’ questo il motivo per cui sospetto che questa operazione non sia intesa come un attacco limitato, bensì come un’operazione volta a rovesciare definitivamente il regime di Gaza; altrimenti, perché Israele prenderebbe di mira le forze di polizia?”

“Non sono loro a lanciare i razzi contro Israele – le forze di polizia mantengono l’ordine a Gaza. Questa è un’operazione volta a creare il disordine , ed io sospetto che l’Egitto e Ramallah siano collusi con questo attacco” (a Ramallah si trova la sede dell’ANP guidata dal presidente palestinese Mahmoud Abbas; a proposito delle polemiche al cui centro si  è trovato l’Egitto in questi giorni, si vedano gli articoli: “Il significato del rinnovato giuramento di fedeltà di Hamas ai Fratelli Musulmani”, apparso sul quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat, e “La questione palestinese e il ruolo antitetico dell’Egitto e dell’Iran”, apparso sul settimanale egiziano al-Ahram Weekly (N.d.T.) ).

“Israele non avrebbe mai condotto un attacco così massiccio senza avere prima il ‘via libera’ da parte di gente che conta – ad esempio gli Stati Uniti, alcune potenze europee, ed anche l’Egitto e Ramallah”.

“Hamas non ha detto che voleva rinnovare la tregua, voleva rinegoziare la tregua sulla base di nuove condizioni. Hamas voleva una tregua con gli israeliani che avrebbe portato alla fine dell’assedio”.

“Sfortunatamente, siccome il mediatore egiziano è stato un mediatore disonesto, che parteggiava per Israele e per Ramallah, la tregua non ha portato il vantaggio maggiore che avrebbe dovuto portare, e cioè la fine dell’assedio”.

“Così Hamas ha detto: ‘se volete rinnovare la tregua, mettete fine all’assedio ed aprite i valichi’. Ma gli egiziani non avrebbero accettato una cosa simile. Israele non avrebbe accettato una cosa simile”.

“Gli israeliani non erano interessati a rinnovare la tregua. Il governo del Cairo era determinato ad infliggere un colpo fatale a Hamas, e così hanno dato il ‘via libera’ ad Israele, io temo”.

Titolo originale:

Israel’s Gaza assault

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/28/l’attacco-israeliano-a-gaza-alcune-reazioni-nel-mondo-arabo/

Sri Lanka e la guerra ignorata


Retrovia del fronte di Mannar. Il sole alto arroventa l'aria umida, immobile sopra le risaie piatte punteggiate da rare palme spelacchiate. Le cicale cantano incuranti dei boati dell'artiglieria che bombarda senza sosta pochi chilometri più a nord, dove le forze governative cercano da mesi di sfondare le linee di difesa delle Tigri tamil in una guerra di trincea che ricorda quella del ‘15-‘18.
Anche i soldati, giovani singalesi con lo sguardo stanco, sembrano non far caso ai tuoni senza eco di questo temporale senza nuvole. Se ne stanno in piedi dietro una barriera fatta di terra, sacchi di sabbia e copertoni riempiti di cemento. Uno di loro, seduto su un minuscolo banchetto di scuola arrivato qui chissà come, tiene in una mano il suo T-56 - la versione cinese del Kalashnikov - e nell'altra una bottiglia d'acqua di plastica quasi vuota. Ci osserva senza parlare, come tutti i suoi giovani compagni d'armi. Nessuno di loro parla inglese. Ma lui si fa coraggio, si alza e ci viene incontro. È timido. Ci chiede una sigaretta portando due dita alle labbra. Delle sue parole afferriamo solo "Itàly" e "money", ma con i gesti riesce a farci capire che vorrebbe emigrare nel nostro Paese in cerca di un lavoro. Sorride imbarazzato e per chiarire che sarebbe disposto a qualsiasi occupazione, prende il suo fucile e, impugnandolo per la canna con due mani, lo dondola verso terra come fosse una scopa. Interviene un altro soldato che conosce qualche parola di inglese e ci fa da interprete. L'aspirante spazzino si chiama Pamu, ha diciannove anni, è figlio di contadini. Gli chiediamo se non è fiero di difendere la sua patria dai terroristi. Lui abbassa lo sguardo, poi spiega di essersi arruolato per la paga - duecento dollari al mese per chi accetta di venire al fronte - ma di aver poi realizzato che non vale la pena di farsi ammazzare. "Cosa ci faccio con i soldi quando sono morto!". 
La paura di Pamu è fondata. In questa guerra d'altri tempi i soldati in prima linea cadono come mosche sui campi di battaglia: quasi cinquecento militari morti solo negli ultimi sei mesi. Un'ecatombe che prosegue da venticinque anni e che ogni anno spinge alla diserzione tra i quindici e i ventimila soldati. Poveri ragazzi singalesi di campagna, mandati a morire nelle risaie e nelle giungle del nord per "liberare il paese dai terroristi", cioè per uccidere ragazzi tamil poveri come loro che sono costretti a combattere per difendere la propria terra e la propria gente.
Dopo oltre due ore di attesa sotto il sole, di minuziose perquisizioni e di domande ripetute alla "Chi siete? Cosa portate? Un fiorino!", l'antipatico ufficiale al comando del checkpoint ci dice che dal quartier generale di Mannar ha avuto ordine via radio di non farci proseguire oltre: "Mi dispiace: questa è zona di operazioni e senza permesso del ministero della Difesa non si passa". Dopodiché dà un ordine a un soldato che sparisce dietro un bunker e riappare poco dopo, chissà da dove, con delle tazze di porcellana piene di tè al latte. 
Una cortesia che non ci ripaga della delusione di non poter raggiungere il vicino campo profughi di Nanatan, dove si sono rifugiati centinaia di civili tamil fuggiti dal villaggio di Arippu, appena conquistato dall'esercito dopo pesanti bombardamenti aerei e battaglie campali. A Vavuniya, l'ultima grande città prima del fronte, Rohintha Priyadarshna, giovane avvocato singalese direttore della locale Commissione per i diritti umani, ci aveva mostrato la denuncia di alcuni sfollati di Arippu che raccontavano cosa era successo dopo l'arrivo dei soldati: i militari hanno appeso agli alberi e sui muri dei manifesti che invitavano tutti i giovani del villaggio che avessero ricevuto addestramento militare dalle Tigri tamil a presentarsi al comando per rispondere ad alcune domande. In molti sono andati: sono stati picchiati e torturati, e di alcuni non si sa più nulla. 
L'ordine di dietrofront ci impedisce di incontrare anche il vescovo cattolico di Mannar, monsignor Joseph Rayappu. Un anziano e battagliero uomo di Chiesa che lo scorso aprile ha sfidato il governo di Colombo ordinando il trasferimento di una famosa statua della Vergine Maria in territorio ribelle, sotto protezione delle Tigri tamil, dopo che l'esercito aveva bombardato il santuario dove essa veniva venerata da oltre quattro secoli.
Torniamo quindi a Vavuniya. È abitata da popolazione tamil - in maggioranza sfollati provenienti dal nord - e di fatto occupata dall'esercito singalese. I blindati sfrecciano per le strade lasciandosi dietro nuvole nere di gas di scarico. Soldati con elmetto, mitra e giberne presidiano ogni incrocio con fortini protetti da sacchi di sabbia e filo spinato, e pattugliano le strade fermando e perquisendo senza sosta i passanti, giovani, donne, anziani. Dopo il tramonto, la città assume un'aria spettrale. Per le strade deserte, buie per la mancanza di illuminazione pubblica, rimangono solo militari, branchi di scheletrici cani randagi e qualche ubriaco inebetito dall'arrack, il rum locale ottenuto dalla linfa delle palme da cocco; gli unici suoni sono il canto dei grilli, i rombi sordi e lontani dei colpi di mortaio al fronte e i rotori degli elicotteri da combattimento che volano bassi e a luci spente verso le prime linee. Con il buio vige un coprifuoco non dichiarato ed entrano in azione i paramilitari: armi in pugno e volto coperto, fanno irruzione nelle case e rapiscono i giovani tamil sospettati di legami con le Tigri. "Succede ogni notte, qui in città e nei villaggi della zona", ci racconta Priyadarshna, il già citato direttore della Commissione diritti umani. "Le vittime di questi sequestri vengono interrogate e torturate per ottenere informazioni sui ribelli. Spesso vengono uccise o semplicemente spariscono nel nulla. Solo da questo distretto riceviamo in media una ventina di denunce di sparizione al mese, ma sicuramente sono di più: molti hanno paura di sporgere denuncia. Noi chiediamo alla polizia di indagare, ma non serve a niente perché i paramilitari sono protetti dal governo, lavorano per loro. Io stesso - ci dice il giovane direttore - sono stato minacciato di morte più di una volta. Chiunque in questo Paese osi difendere i diritti umani dei cittadini tamil rischia di fare una brutta fine, sia esso un politico, un giornalista, un avvocato, un prete".
Ne sa qualcosa l'onorevole Sivanathan Kishore, parlamentare dell'Alleanza nazionale tamil (Tna), più volte vittima di atti intimidatori e falliti attentati. Ci riceve in pareo floreale e a torso nudo nella sua casa-ufficio. E' un uomo grande e grosso, dai modi rudi ma dallo sguardo buono e intelligente. "Pochi mesi fa, di notte, i paramilitari hanno lanciato sei granate qui nel cortile d'ingresso, uccidendo una delle mie guardie. E non era la prima volta. Vogliono farmi paura, vogliono che smetta di denunciare in Parlamento le violenze, le persecuzioni e le discriminazioni che la mia gente subisce dal governo razzista e criminale di Colombo. Dovete sapere - spiega Kishore - che questa guerra, come tante altre, affonda le sue radici nel dominio coloniale britannico: gli inglesi, fedeli al principio del divide et Impera, scelsero di affidare l'amministrazione locale alla minoranza tamil piuttosto che alla maggioranza singalese. Ai tamil venne quindi insegnato l'inglese e garantito l'accesso alle università e a tutti i posti chiave nell'amministrazione pubblica, nell'esercito e nell'economia. Questo creò nei singalesi un forte risentimento, un senso di frustrazione e un desiderio di rivalsa che ebbe sfogo dopo l'indipendenza del 1948, quando i nazionalisti singalesi presero il potere e lo usarono per emarginare i tamil, epurandoli da tutti gli impieghi governativi e discriminandoli in ogni modo. Nacque così, come reazione, un sentimento nazionalista e indipendentista tra i tamil, che fu violentemente represso dagli apparati di sicurezza governativi. Il clima di scontro - spiega l'onorevole Kishore - crebbe fino a esplodere con i pogrom del ‘luglio nero' del 1983, quando folle di singalesi aizzate dal governo massacrarono in pochi giorni oltre mille tamil. Fu la scintilla della guerra civile: le Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte), il più forte movimento indipendentista dell'epoca, scatenò l'insurrezione armata nelle regioni tamil del nord e dell'est del Paese".
Da allora lo Sri Lanka è in guerra perenne, una guerra che ha ucciso finora oltre settantamila persone. Le speranze di pace suscitate dal cessate il fuoco del 2002 e dalla tregua ‘naturalmente' imposta nel 2004 dallo tsunami (che colpì le regioni tamil uccidendo più di trentamila persone), sono naufragate con l'avvento al potere nel 2005 del presidente nazionalista Mahinda Rajapaksa, deciso a percorrere fino in fondo la via militare rifiutando ogni dialogo con l'Ltte (Movimento di liberazione delle tigri tamil). Dal 2006 la guerra è ripresa, più feroce di prima: in meno di tre anni si contano circa quindicimila morti. Nel 2007 l'esercito ha riconquistato le regioni tamil sulla costa orientale e dall'inizio del 2008 è partita l'offensiva al nord, attualmente in corso.
Incontriamo un responsabile delle Nazioni Unite, un inglese che lavora da anni qui in Sri Lanka, soprattutto nei territori controllati dall'Ltte. Conosce a fondo la realtà di questo conflitto e accetta di parlarne. Ma, essendo un dipendente Onu, non vuole che il suo nome venga citato. "Questa è una guerra fottutamente sporca. Dal 2006 nessun giornalista straniero è riuscito a mettere piede a Vanni, la regione controllata dai ribelli. E anche per le Ong e per noi dell'Onu è sempre più difficile lavorare. Questa è l'unica zona di guerra al mondo, assieme ai Territori occupati palestinesi, dove il governo non riconosce libertà di movimento al personale delle Nazioni Unite e ci considera sostenitori dei ribelli solo perché, com'è normale, lavoriamo anche per supportare la popolazione che vive nelle zone controllate dalle Tigri. Il governo, semplicemente, non vuole testimoni dei crimini che sta commettendo contro la popolazione tamil. Mi riferisco in particolare ai bombardamenti aerei indiscriminati sui villaggi e ai sempre più frequenti e sanguinosi attentati contro i civili compiuti in territorio Ltte dalle forze speciali, delle cosiddette Unità di penetrazione profonda (Dpu): azioni terroristiche governative, di cui nessuno parla mai, a cui i ribelli rispondono puntualmente con gli attentati nel sud del Paese, che tutti invece conosciamo. Ma la cosa più grave dal punto di vista delle violazioni di tutte le convenzioni internazionali - continua il responsabile Onu - è quello che succede nei territori ribelli ‘liberati' o, sarebbe più giusto dire, occupati dall'esercito. La popolazione locale viene costretta a fuggire prima con la distruzione delle loro case, poi con i rastrellamenti e con i rapimenti, gli stupri, le torture e gli omicidi commessi dalle ‘squadre della morte', composte da ex-criminali che hanno barattato il carcere per il fronte. Si riconoscono, oltre che dalle brutte facce, perché non hanno nessun distintivo sulla mimetica e portano dei bandana in testa". A Vavuniya e a Batticaloa li avvisteremo più di una volta. 
"Dopo aver cacciato la popolazione tamil - prosegue l'inglese - queste aree vengono dichiarate ‘Zone di massima sicurezza', poste sotto controllo militare e spesso ripopolate da gente singalese fatta venire dal sud e installata in insediamenti protetti da postazioni militari. Insomma, qui siamo di fronte a una politica di pulizia etnica e colonizzazione che, di nuovo, ricorda molto da vicino quel che accade in Palestina. Come se non bastasse, ultimamente gli sfollati tamil vengono rinchiusi in campi profughi governativi sorvegliati dalla polizia, i cosiddetti ‘centri di assistenza', dai quali possono muoversi solo con il permesso delle autorità". Ne avremo conferma pochi giorni dopo, riuscendo a intrufolarci nel centro di Punthoddam, fuori Vavuniya: una baraccopoli abitata da centinaia di profughi che vivono in condizioni drammatiche, senza nessuna assistenza da parte del governo, presente solo sotto forma di poliziotti armati che sorvegliano l'ingresso del campo.
"Non stupisce - osserva il britannico delle Nazioni Unite - che ormai i civili in fuga dai combattimenti preferiscano scappare a nord, all'interno del territorio controllato dall'Ltte, piuttosto che venire a sud in territorio governativo, dove sanno che verranno trattati come criminali, discriminati e perseguitati dalla polizia per il solo fatto di essere tamil provenienti dai territori ribelli".
"Ma perché - gli chiediamo - l'Onu non denuncia questa situazione, perché il Consiglio di Sicurezza non condanna il governo di Colombo?".
"Per vari motivi", risponde lui. "Innanzitutto Stati Uniti, Gran Bretagna, Europa, Israele, India, Russia, Cina sostengono il governo dello Sri Lanka nella sua ‘guerra al terrorismo' perché tutti questi Paesi fanno affari d'oro con la fornitura di armamenti all'esercito di Colombo. Poi ci sono i giacimenti petroliferi sottomarini recentemente scoperti al largo dei territori controllati dell'Ltte: un tesoro che fa gola a molti Paesi ma che non potrà essere sfruttato finché le Tigri non verranno sconfitte. Infine, unica ragione giustificabile, una condanna dell'Onu comporterebbe per rappresaglia l'immediata cessazione delle nostre attività in questo Paese, e a farne le spese sarebbe proprio la popolazione tamil. Comunque, qualcosa si sta muovendo: dopo le crescenti denunce delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, a maggio lo Sri Lanka è stato buttato fuori dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite".
Colombo, la capitale, è una brutta e caotica metropoli sorta in epoca coloniale attorno a piantagioni di cannella. Il centro storico, dove si trovano i palazzi del governo, è un quartiere morto, deserto, militarizzato, chiuso al traffico e ai pedoni da barricate di ferro, cavalli di frisia e filo spinato sorvegliati da decine di soldati e poliziotti. Negozi e ristoranti hanno le serrande sbarrate chissà da quanti anni. Per le strade sfrecciano solo le auto blindate di qualcuno degli ottantacinque ministri del governo, scortate da jeep piene di soldati con i mitra puntati verso i marciapiedi. 
"Il governo chiede sacrifici alla popolazione per sostenere lo sforzo bellico, raddoppia da un giorno all'altro i prezzi di benzina e trasporti pubblici e vieta gli scioperi accusando i sindacati di aiutare il terrorismo", ci dice Vedivel Thevaraj, direttore di Virakesari, principale giornale tamil. "Ma intanto Rajapaksa ha appena ordinato in Germania otto Mercedes blindate extralusso per quattrocento milioni di dollari! Questo è il nostro governo: massacra noi tamil, ma opprime e affama anche i singalesi, in nome della guerra". Com'è possibile che non esista un movimento per la pace, nemmeno negli ambienti religiosi buddisti? "Non esiste perché la gente è vittima della martellante propaganda governativa, che diffonde l'odio e la paura verso i tamil e infonde la falsa convinzione che il nemico sarà presto sconfitto e che quindi basta avere un po' di pazienza. I buddisti? Qui in Sri Lanka il buddismo è religione di Stato e simbolo dell'identità nazionale singalese: il clero buddista è filo-governativo, ultranazionalista e profondamente razzista. I monaci si sono sempre opposti duramente a qualsiasi trattativa con i tamil e hanno contrastato, anche con la forza, ogni timida manifestazione di pacifismo all'interno della società singalese. So che per l'idea che avete voi in Occidente del buddismo questo vi pare assurdo, ma qui le cose, purtroppo, stanno così. In questo Paese la pace non sembra avere molte speranze".
di Enrico Piovesana

LA CRISI PENSA PIU' VELOCEMENTE DEI MANAGER, IN ATTO LA "QUARTA CRISI"


Una gelida ventata di licenziamenti ha attraversato le agenzie di pubblicità italiane in prossimità di queste vacanze invernali. La crisi pensa più velocemente dei manager: sarà perché forse leggono poco i giornali, sarà perché forse evitano le trasmissioni televisive “ansiogene”, fatto sta che nei dieci giorni precedenti al Natale sono andati perduti decine e decine di posti di lavoro nello stesso lasso di tempo, con la stessa frettolosa decisione. Che le cose sarebbero andate così come sono poi andate era ben chiaro da mesi. 

Ciononostante, abbiamo assistito, non senza stupore, a varie e insistenti dichiarazioni rese alla stampa di settore da importanti manager di agenzie italiane nelle quali si diceva che non c’erano problemi, che tutto andava bene. Un perdita talmente secca del senso della realtà non si era mai verificato in modo così evidente. Poi la verità ha preso il sopravvento su piccole strategie comunicative.

Non è mai stata una novità nel mercato della comunicazione commerciale il fatto che alla perdita di un budget corrispondesse la perdita di lavoro di creativi e addetti al contatto col cliente, tuttavia questa volta si è verificata una dose inconsueta di sadismo: una agenzia tra le prime dieci in Italia ha comunicato il licenziamento agli interessati via telefono; un’altra lo ha fatto all’indomani della festa aziendale, inaugurando un rituale che potrebbe essere definito “stasera brindo con te, domattina ti sbatto fuori”. Si hanno notizie, nonostante la cortina di silenzio che si è innalzata tra l’omertà dei manager e il pudore degli interessati, di tagli consistenti a tutti i livelli, in ogni ordine e grado, tra le grandi e le piccole agenzie che compongono il mercato della pubblicità italiana. 

Quando, appunto, la verità è venuta a galla, nonostante proclami di buona salute finanziaria che alla luce dei fatti suonano viepiù grotteschi si è finalmente capito che la crisi ha esondato perché le agenzie sono state completamente impreparate ai nuovi scenari economici; che la crisi ha travolto gli argini perché i livelli di cultura professionale erano fradici e pericolanti; che la crisi ha alluvionato giovani talenti, tra i quali molte giovani donne perché le agenzie italiane non si sono rinnovate in tempo. Quando non si vogliono vedere i nodi che vengono al pettine, è il pettine che viene ai nodi e li strappa con dolore, invece che scioglierli. 

Esistono responsabilità personali tra coloro che dirigono le agenzie, non fosse altro perché la sola cosa che sono stati capaci di fare è stato tagliare tutto, tranne che i propri emolumenti. Cionondimeno le responsabilità collettive sono ancora più evidenti. La pubblicità italiana, avvitata su sé stessa ha smaccatamente rinunciato a essere uno strumento valido, efficace e duraturo per aiutare le aziende a resistere alla crisi e a prepararsi alla ripresa. Quelli che dovevano far vedere come si fa, hanno semplicemente dato il peggio di sé.

Se gli utenti della pubblicità italiana, gli investitori nella comunicazione commerciale avevano dubbi sulla effettiva capacità delle rispettive agenzie, oggi sembrano maturare la certezza che così come è organizzato il mercato della comunicazione in Italia l’agenzia di pubblicità vale poco, per non dire che serve a niente. 

Anzi, l’agenzia di pubblicità così come la conosciamo in Italia sembra confermare in pieno le scelte di quegli imprenditori che da tempo hanno deciso di pagare sempre meno le loro agenzie. La perdita di autorevolezza ha fatto spazio alla mancanza di fiducia, la mancanza di fiducia ha raffreddato la propensione agli investimenti, la crisi degli investimenti ha ridotto l’agenzia da azienda di servizi a incerto fornitore di servigi.

Con quale risultato? Proprio quello che si legge nelle misere cifrette che annaspano sotto la bottom line dei fogli elettronici che avvelenano il sonno dei direttori finanziari. E’ inutile nasconderselo: quest’anno la pubblicità italiana nella stragrande maggioranza dei casi non è riuscita nemmeno nell’obiettivo del break even. 

Sarebbe troppo comodo dare la colpa alla crisi che attraversa l’economia reale, dopo aver fatto scempio di quella finanziaria. Comunque, non risolverebbe il problema. Perché l’elenco degli errori esiziali è tanto lungo quanto noto, da ben prima si appalesasse l’attuale crisi. L’agenzia di pubblicità “classica” dopo aver distrutto cultura professionale, sta distruggendo valori economici e, come logica conseguenza, distrugge talenti e azzera posti di lavoro.

Chi ha pensato di essere così furbo da fare profitti senza produrre idee, ha scoperto che senza idee si fanno solo perdite.

 Il sistema-paese avrebbe bisogno di una spinta innovativa nella comunicazione commerciale. Lo chiedono le imprese, lo avvertono i consumatori: ci vuole una spinta che sappia attraversare il nostro sistema dei media, riorganizzare i centri di produzione di idee; urge un nuovo modo di fare e di pensare la pubblicità, che sappia essere il centro motore di un forte e complessivo rinnovamento. 

Le nostrane agenzie di pubblicità non ne sono capaci. Chi è causa della crisi non può essere la soluzione della crisi che ha oggettivamente (ma anche soggettivamente, sia chiaro) contribuire ad aggravare. Ci sono ovviamente brillanti e solitarie eccezioni, ma che, come tutte le eccezioni confermano la regola.

Sono proprio quelle eccezioni, però, che ci dimostrano che è urgente un cambio di punto di vista, la prefigurazione di nuove prospettive, sia nel pensare che nell’agire. La concomitanza tra la crisi ambientale, la crisi energetica e la crisi finanziaria globale è stata definita “la tempesta perfetta” da Jeremy Rifkin. Dobbiamo prendere seriamente in considerazione che la crisi dell’informazione mondiale è la “quarta crisi” che si aggiunge alla tempesta perfetta. Le implicazioni con la democrazia e il rapporto con l’opinione pubblica che la “quarta crisi” porta con sé meritano un approfondimento in altra sede. Qui basti ricordare che anche i consumatori fanno parte dell’opinione pubblica, raggiunta a vario titolo dai media. Se i media classici sono in crisi da tempo, la pubblicità, che è nata e cresciuta all’interno dei media non può che subire e pagare il suo tributo alla “quarta crisi”.

Allora non c’è che da rimboccarsi le maniche e dare vita a un agenzia di “nuova generazione” che sappia raccordare i messaggi commerciali delle aziende con il sentimento comune dei cittadini- consumatori, con i quali costruire nuove relazioni, utilizzando tutti gli strumenti, tutti i veicoli, in una piattaforma multicanale e convergente che sappia fare delle nuove tecnologie le proprie fondamenta. Sulle quali rifondare cultura professionale, liberare intuizioni, creare un ambiente favorevole alla creatività pubblicitaria e a lungimiranti strategie di marketing.

Fuori dalle pastoie delle agenzie “classiche” ci sono concrete possibilità che la “quarta crisi” sia il luogo favorevole per dare vita all’agenzia di “nuova generazione”. Perché idee forti e nuove siano creative di scenari, più ricchi e promettenti per le aziende, per i consumatori, per il mercato. Beh, buona giornata.

di Marco Ferri - Megachip

IL NUCLEARE IN ITALIA E LA SUA PROBABILE COLLOCAZIONE




La probabile collocazione    delle nuove centrali nucleari. In un’Italia che non sa dove collocare le proprie scorie si ritorna ad una scelta che, con le prime quattro centrali da costruire entro il 2020, contribuirà solo del 10% al fabbisogno energetico nazionale. 

A quanto pare questa dovrebbe essere la collocazione degli impianti nucleari italiani, come disposto da decreto legge. Si tratta in tutto di una dozzina di centrali che andranno ad occupare il loro posto nella penisola italiana, cinque al Nord e sette fra il Centro-Sud e il Sud. Ovviamente non vi è nulla di certo in quanto, come pubblicato nella gazzetta ufficiale durante gli ultimi giorni del governo Prodi, il Segreto di Stato è stato esteso anche all’energia e dunque non è dato sapere la collocazione precisa, le caratteristiche tecniche degli impianti e i siti di stoccaggio delle scorie. 

Il piano, inoltre, prevede anche il recupero delle vecchie centrali di Trino, Caorso, Latina e Garigliano. Benchè dal 1987 viga un referendum abrogativo che sancisce il processo di denuclearizzazione, le centrali erano state disattivate ben prima di questa data. 


- Centrale di Trino: venne arrestata nel 1987 a seguito dell’esito referendario contro l’uso dell’energia nucleare in Italia. Attualmente vi sono stoccati 780 mc di scorie radioattive e 47 elementi di combustibile irraggiato (14,3 tonnellate).
 

- Centrale di Caorso: doveva essere smantellata entro il 2020, ma a quanto pare il governo vuole ancora riutilizzarla. Gli elementi di combustibile irraggiato posti nelle piscine della centrale sono 1.032, pari a 187 tonnellate. All’interno dell’impianto sono inoltre immagazzinati rifiuti radioattivi che derivano in massima parte dal periodo di esercizio. Sono attualmente stoccati nell’impianto circa 6.800 fusti da 220 litri di rifiuti, per complessivi 1.600 m3 circa. Chiusa dal 1987 in seguito al referendum abrogativo.


- Centrale di Latina: venne fermata nel 1986 ed è attualmente disattivata. All’interno di essa stoccati circa 900 mc di scorie radioattive. Ma nella provincia a ridosso di Roma si calcola che siano interrati in diversi depositi ben 30mila metri cubi di scorie, ovvero il 60% di tutti i rifiuti radioattivi italiani. 


- Centrale del Garigliano: in seguito ad un guasto avvenuto nel 1978, nel 1981 l’Enel decise di non riattivarla. Si contano circa 2.200 mc di scorie radioattive di combustibile irraggiato abbandonati all’interno dei depositi. La centrale fu oggetto anche di un’inchiesta di Report su Raitre. Risulta infatti che nella zona un morto su due sia per tumore.

Almeno quattro centrali saranno pronte soltanto nel 2020. A fronte di una spesa di cinque miliardi di euro per impianto, più la spesa per la gestione dei depositi di scorie. Conviene oggi, alla luce anche della situazione dei rifiuti radioattivi italiani, ritornare al nucleare? Per l’Enel, controllata dal Ministero dell’Economia, di sicuro sì. E’ previsto che ogni 1000 megawatt di potenza nucleare installata aumenterà il valore della società di 2 miliardi di euro. Ecco il vero motivo di tanto impegno profuso nell’energia atomica.

Se le popolazioni locali pretesteranno che farà Berlusconi, invierà direttamente i carri armati o, per andare sul sicuro si limiterà ai soliti gruppi di soldati, armati di tutto punto? Sembra lo slogan di qualche vecchia pubblicità ed invece è la realtà.

di eptor10

Link: http://www.agoravox.it/I-nuovi-siti-nucleari.html

Aerei cisterna e da trasporto USA in Sicilia per AFRICOM


Era prevedibile che con l’istituzione del nuovo comando militare USA per le operazioni nel continente africano, AFRICOM, una parte delle attività di direzione, controllo ed intervento venissero ospitate dalle maggiori installazioni che le forze armate statunitensi possiedono in Italia.
Dopo l’istituzione a Vicenza del Comando per le operazioni terrestri in Africa, e a Napoli di quello per le operazioni navali, gli Stati Uniti d’America puntano a trasformare la stazione aeronavale di Sigonella in uno dei principali scali europei dell’Air Mobility Command (AMC), il Comando unificato che sovrintende alle operazioni di trasporto aereo negli scacchieri di guerra internazionali. 
“Con la piena operatività di AFRICOM, le accresciute necessità d’intervento nel continente africano richiedono lo spostamento del personale AMC dall’Inghilterra e dalla Germania verso il sud, in Spagna, Italia e Portogallo”, ha annunciato il colonnello Keith Keck, comandante della divisione di pianificazione strategica dell’Air Mobility Command, con sede presso la base aerea di Scott, Illinois. Le installazioni destinate alla dislocazione di uomini e mezzi? A rispondere è il comandante Stephen McAllister, dell’ufficio di pianificazione dell’Air Mobility Command: “Le basi che potrebbero ricevere un afflusso di uomini dell’AMC includono la stazione navale di Rota e l’aeroporto di Morón in Spagna, lo scalo di Lajes Field, nelle Azzorre (Portogallo) e la Naval Air Station di Sigonella, in Italia”. 
L’uso del condizionale lascerebbe pensare ad una scelta non ancora definitiva, ma in un’intervista rilasciata al periodico statunitense Air Forces Magazine (novembre 2008), il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore della mobilità e del trasporto  aereo USA, ha dichiarato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”. “L’Air Mobility Command - ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM”. 
L’Air Mobility Command è stato creato nel 1992 per consentire alle forze armate di rispondere con maggiore efficienza alle crescenti richieste di trasporto di uomini, mezzi e sistemi d’arma, concentrando sotto un unico comando gli aerei cargo e i velivoli cisterna dell’US Air Force. L’AMC opera utilizzando i grandi aerei da trasporto del tipo C-5 Galaxy, C-17 Globemaster III, C-130 Hercules e C-141 Starlifter, nonché alcuni velivoli presi in affitto da alcune compagnie aeree “civili”. Attualmente il Comando per il trasporto aereo USA è presente con più di 1.700 uomini in una decina di basi europee, la più importante delle quali è Ramstein. Lo scalo tedesco è stato scelto l’1 ottobre 2008 come sede provvisoria della neo-costituita 17th Air Force, altrimenti denominata “Air Forces Africa”, la componente aerea per le operazioni nel continente che raggiungerà la piena capacità operativa tra il 2009 e il 2010. “L’uso di Ramstein è conveniente e in conseguenza popolare”, spiega il colonnello Keith Kech dell’Air Mobility Command. “Ma noi non possiamo fare ogni cosa a Ramstein, anche perché con le operazioni in Iraq e Afghanistan il traffico aereo ha raggiunto il limite. Per questo abbiamo la necessità di guardare ad altre località per le operazioni di trasporto aereo”. 
Sigonella non è nuova alle attività dell’Air Mobility Command. Con gli interventi degli Stati Uniti post 11 settembre 2001, la base siciliana ha fornito il supporto logistico agli aerei cargo provenienti dagli USA e diretti ai teatri di guerra orientali. Negli ultimi tre anni, Sigonella si è trasformata da stazione per il pattugliamento marittimo nel Mediterraneo a vero e proprio “hub multiruolo” per le missioni di trasporto strategico dell’US Air Force in Asia e in Africa. Il 10 aprile 2008, nel corso di un’audizione di fronte alla sottocommissione per le infrastrutture militari del Congresso, il generale Bantz J. Craddock, comandante delle forze militari USA in Europa (EUCOM), ha enfatizzato l’importanza di Sigonella nel fornire “flessibilità e alta capacità di supporto logistico all’interno e all’esterno del teatro mediterraneo”. E proprio nell’ambito del processo di trasformazione strategica delle principali basi europee e del loro sostegno alla “proiezione delle forze statunitensi nelle aree di crisi di Africa, Medio Oriente, Est Europa e Caucaso”, il generale Craddock ha rivelato di aver proposto “ la MOB (Main Operating Base) di Sigonella e la base aerea spagnola di Morón, quali installazioni di supporto NATO per le operazioni di rifornimento aereo”. “Se questa proposta sarà accettata nell’ambito del pacchetto d’emergenza per il miglioramento del rifornimento aereo - ha aggiunto Craddock - in queste due basi si potranno realizzare opere di miglioramento infrastrutturale per circa 120 milioni di dollari”. Con la conseguenza che decine di aerei cisterna per il rifornimento in volo di bombardieri e aerei da trasporto saranno trasferiti in Sicilia. 
In attesa del megafinanziamento NATO, il Pentagono ha comunque avviato le procedure per l’ammodernamento delle piste di volo di Sigonella. Il 30 giugno 2008 è stato pubblicato il bando di gara per lavori per 5 milioni di dollari, consistenti nella “riparazione di una parte delle piste di atterraggio e decollo, inclusa la demolizione e ricostruzione di circa 18,700 metri quadrati di aree asfaltate e di 9,000 metri quadrati di superfici aeroportuali, nonché l’installazione di un nuovo sistema d’illuminazione”. 
Il futuro prossimo di Sigonella sarà dunque segnato dal sovraffollamento aereo. Un tema che per gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella dovrebbe essere prioritario nell’agenda politica sul “modello di sviluppo” siciliano, ma che invece trova indifferenti partiti, amministratori e buona parte della popolazione che vive nei pressi della base militare. Il traffico di velivoli USA e NATO rappresenta già adesso una grave minaccia per le operazioni di volo del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa. Ai rischi di collisione aerea va poi aggiunto l’alto numero di caccia, elicotteri e velivoli da trasporto precipitati nelle campagne e nelle acque circostanti la base aeronavale. […]
di Antonio Mazzeo

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