lunedì 29 dicembre 2008

L'IMPOTENZA DEI REGIMI ARABI DI FRONTE ALLO SPAVENTOSO MASSACRO DI GAZA

L’attacco militare israeliano, che in soli due giorni ha causato centinaia di vittime a Gaza, ha suscitato l’indignata reazione dell’opinione pubblica in tutto il mondo arabo. Imponenti manifestazioni hanno invaso le strade di numerose città, in segno di protesta contro l’aggressione israeliana ma anche contro i regimi arabi, accusati di impotenza se non addirittura di complicità con lo stato ebraico. La tensione è altissima anche all’interno dei cosiddetti “paesi arabi moderati”, come la Giordania, dove da più parti è stato chiesto che venga espulso l’ambasciatore israeliano. Di seguito vi proponiamo il commento dell’analista giordano Muhammad Abu Rumman, apparso ieri sul quotidiano ‘al-Ghad’

Ciò che sta accadendo a Gaza – uno spaventoso massacro, ed un olocausto di proporzioni storiche – va al di là del solo aspetto umanitario e morale. Il sangue dei morti e dei feriti nel quale stanno affogando le strade di Gaza è il simbolo storico – per eccellenza – del crollo di ciò che resta della legittimità degli impotenti regimi arabi.

Lo stato d’animo generale della piazza araba ormai non può più nasconderlo, o ignorarlo: i governi arabi assomigliano ai fratelli di Giuseppe, che gettarono quest’ultimo in fondo a un pozzo (allusione alla storia biblica e coranica di Giuseppe, figlio di Giacobbe, tradito e gettato in un pozzo dai suoi stessi fratelli (N.d.T.)).

In particolare, ciò che arreca danno all’Egitto, alla sua storia ed al suo prestigio, è il fatto che l’aggressione israeliana sia avvenuta poche ore dopo che il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni aveva minacciato di cambiare la situazione a Gaza nientemeno che dal Cairo! Come se la Livni avesse voluto mostrare al mondo la complicità araba, mentre il ministro degli esteri egiziano Ahmed Abul Gheit non si rendeva conto della gravità del messaggio, rimanendo in silenzio in maniera a dir poco vergognosa.

Ma ancora peggiore è la posizione della debole, dissestata e traballante autorità di Ramallah. Non sarebbe stato meglio per Mahmoud Abbas, in qualità di presidente del popolo palestinese, esercitare il proprio ruolo nazionale tornando immediatamente a Gaza in mezzo al suo popolo ferito e disgraziato, proclamando in maniera netta la propria condanna dell’aggressione israeliana e riaffermando il carattere unitario della questione palestinese e il destino comune che unisce la Cisgiordania a Gaza, invece di farci ascoltare le “timide dichiarazioni” rilasciate dagli esponenti dell’ANP ieri?

La posizione giordana è stata tra le più ferme a livello arabo, sia sotto il profilo ufficiale sia dal punto di vista della reazione popolare. Il re giordano ha proclamato in maniera netta il proprio rifiuto dell’aggressione, ed ha chiesto al mondo di intervenire per fermarla, invitando allo stesso tempo il governo a prendere tutti i provvedimenti necessari per aiutare la gente di Gaza a livello medico e umanitario. Dal canto suo, la piazza giordana è stata la più rapida ed efficace nel reagire all’aggressione.

Per altro verso, la prossima fase pone il governo giordano di fronte ad un appuntamento grave e delicato – quello di trarre le dovute conclusioni dal crimine perpetrato da Israele, sia sotto il profilo umanitario che sul piano delle indicazioni politiche che ne derivano.

Il crimine israeliano rappresenta infatti una minaccia diretta e grave alla sicurezza nazionale giordana, innanzitutto perché inasprisce la collera e la tensione popolare nei confronti del governo, il quale intrattiene rapporti diplomatici – per quanto privi di sostanza – con Israele.

Ma c’è di più: il crimine israeliano incentiva l’estremismo e le organizzazioni radicali, le quali approfitteranno della situazione attuale per arruolare nuovi adepti allo scopo di portare a termine operazioni contro gli interessi e gli obiettivi occidentali, e per mobilitare la gente al seguito delle loro posizioni politiche. Il discorso politico portato avanti da questi gruppi va a nozze con la debolezza attuale dei regimi arabi.

Certamente l’attuale massacro israeliano va ben al di là dei “crimini abituali” dello stato ebraico, ed ha messo duramente alla prova i governi arabi nel loro complesso, mentre l’informazione israeliana si è vantata del fatto che questo crimine venga commesso con la “benedizione ufficiale” degli arabi, affinché ci si sbarazzi del governo Hamas! Tutti questi elementi impongono al governo giordano di assumere una posizione ferma e decisa, che vada al di là della semplice condanna di ciò che sta accadendo.

La posizione che viene richiesta al governo giordano è essenzialmente quella di espellere l’ambasciatore israeliano ad Amman, chiudere l’ambasciata israeliana e richiamare l’ambasciatore giordano, interrompendo i rapporti con Israele alla luce della situazione politica attuale.

E’ anche necessario che il governo giordano dichiari che l’aggressione israeliana è un “crimine di guerra contro civili e persone innocenti”, ed un crimine anche nei confronti della polizia palestinese, che non è un esercito armato in grado di impegnarsi in un conflitto militare diretto contro le forze israeliane. Allo stesso modo è doveroso che il governo giordano solleciti la comunità internazionale affinché chieda conto ad Israele delle sue azioni sulla base di questi principi della legalità internazionale.

Il popolo giordano è fatto di carne e sangue, ed ha una propria dignità. Esso non è insensibile alle sofferenze della gente di Gaza, e non può immaginare alcuna forma di rapporto politico con Israele alla luce di questo scenario sanguinoso nelle strade di Gaza. A conferma del rapporto storico che a livello umano lega i giordani ai fratelli palestinesi vi sono le imponenti manifestazioni che ieri hanno percorso le strade di tutta la Giordania.

Il rapporto con Israele è ormai diventato un “peso politico”, che per la Giordania ha anche un prezzo molto alto sul piano della sicurezza. Esso è fonte di imbarazzo e di continua preoccupazione di fronte all’opinione pubblica locale, e macchia l’immagine della Giordania a livello arabo.

D’altra parte l’arroganza sionista non attribuisce alcun valore alle intese ed agli accordi, e nemmeno alle relazioni pacifiche con i paesi arabi. Sarebbe assolutamente sconsiderato non compiere dei passi chiari e decisi di fronte a tutto questo.

di Muhammad Abu Rumman

Muhammad Abu Rumman è un analista giordano, esperto di Islam politico e movimenti islamici; scrive abitualmente sul quotidiano ‘al-Ghad’

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/29/l’aggressione-a-gaza-l’impotenza-dei-regimi-arabi-e-la-collera-della-piazza/

Titolo originale:

طرد السفير الإسرائلي فوراً

I "conati" dell'estrema destra tedesca



Impennata in Germania dei reati di estrema destra e degli atti di antisemitismo. Il quotidiano 'Frankfurter Rundschau' rivela oggi i dati raccolti dal ministero federale dell'Interno, secondo il quale nei primi dieci mesi di quest'anno sono stati registrati 11.928 reati a sfondo politico di estrema destra, con un aumento del 30 per cento rispetto ai 9.206 del 2007.
Un allarmante incremento e' stato registrato anche nei reati a carattere antisemita, passati dai 716 del 2007 ai 797 verificatisi tra gennaio e settembre di quest'anno. La vice presidente del Bundestag, Petra Pau (Linke), ha invocato una nuova strategia a livello federale e locale per combattere piu' efficacemente il crescente fenomeno dell'estremismo di destra e dell'antisemitismo. L'episodio piu' grave e' avvenuto due settimane fa in Baviera, dove un neonazista non ancora individuato ha ferito gravemente con una coltellata il capo della polizia di Passau, Alois Mannichl, colpito dopo aver aperto la porta di casa per la sua linea dura nei confronti dei naziskin.
Fonte: Rca news (MS)

Angela Merkel e la "settimana corta"


Se in piena era del turbocapitalismo sarebbe stata una eresia parlare di riduzione dell'orario di lavoro, oggi una eventualità di questo tipo  farebbe arricciare il naso a molte persone in meno. Certo, ciò di cui si sta parlando non è un principio applicabile all'universalità dei lavoratori. Del tema si è iniziato a discutere quando in Germania la Cancelliera Angela Merkel ha fatto una proposta "sensata" alle aziende in difficoltà. Anziché ridurre il numero dei dipendenti,  questi potrebbero ridurre la loro produzione (a causa della caduta della domanda)  ricorrendo alla riduzione dell'orario di lavoro (con conseguente decurtazione dello stipendio). In altre parole si sta pensando alla settimana corta: quattro giorni anziché cinque.
Ciò significherebbe  assicurare a tutti i lavoratori la stabilità del lavoro anche se con uno stipendio ridotto. La cosa potrebbe sembrare quasi banale; si potrebbe dire che è l'ennesima scoperta dell'acqua calda, ma così non è. 
Secondo la cultura  economica anglosassone che tende a considerare  il lavoro alla stregua di una qualsiasi merce, quando si riduce la produzione si tagliano i costi "variabili" e tra questi è compresa anche la forza lavoro.
La proposta della Merkel potrebbe creare un importante spartiacque  tra chi ragiona secondo la visione anglosassone e chi ritiene il lavoro qualche cosa di più di una merce, quella risorsa che si pone come la protagonista della vita dell'uomo e, pertanto,  meritevole di maggiore rispetto e attenzione.
Se al principio della stabilità del lavoro si aggiungesse quello di una più equa e corretta distribuzione del reddito e della ricchezza, allora si potrebbe affermare, quasi quasi, che  questa crisi ha prodotto pure cose buone.
Passando dalla terminologia economicista a quella più concreta "dell'uomo della strada", il secondo punto si può esprimere anche così: mai più stipendi milionari (e addirittura plurimilionari), ma anche molti lauti compensi di tanti "consulenti", "dirigenti", "analisti" meriterebbero una consistente sforbiciata. Di questo potrebbero giovarsi  gli stipendi da 900/1000 euro al mese  che sono al limite della sussistenza.
La strada è lunga, gli ostacoli sono molti. Cambiare questo sistema non sarà facile. Ma forse il 2008 ci ha portato la gradita sorpresa che, dopotutto, i primi passi  sono stati fatti.
di Lovanio Belardinelli

Le due facce della crisi

La crisi economica che sta colpendo gli Stati Uniti sta imponendo ai datori di lavori scelte obbligate: licenziare o inventare ogni stratagemma possibile per evitare di mandare a casa i propri dipendenti.

Tagliare il costo del lavoro. Se i colossi dell'auto hanno ricevuto la settimana scorsa fondi federali di 17 miliardi di dollari per scongiurare una bancarotta che avrebbe portato a decine di migliaia di licenziamenti, un numero crescente di datori di lavoro sta ricorrendo a tutti gli strumenti utili non licenziare: settimana corta, ferie forzate o non pagate, tagli ai contributi pensionistici, congelamento delle buste paga: l'obiettivo è ridurre il costo del lavoro senza tagliare l'organico. In alcuni casi, ma si tratta di vere e proprie eccezioni, i lavoratori fanno anche sacrifici per consentire che altri possano mantenere il loro posto di lavoro: alla Brandeis University, per esempio, il presidente del Senato accademico, William Flesch, ha proposto ai 300 docenti di donare l'un per cento della loro paga ai lavoratori che rischiano il posto. "Si tratta per noi di un gesto simbolico ma che ha reali conseguenze: salvare posti di lavoro", riferisce Flesch.

Il 'male minore'. Alcune di queste tattiche di abbatimento dei costi aziendali riflettono la misura della recessione e il suo aggravamento. Se Obama ha promesso di creare 3 milioni di posti di lavoro, da qui al 2009 gli economisti prevedono che i nuovi disoccupati saranno 4 milioni (portando il tasso di disoccupazione al 9 percento). Il maglio della crisi ha colpito talmente forte l'economia Usa che i dipendenti accettano di buon grado tali soluzioni, considerando migliori tagli di questa entità che misure draconiane. Tra le compagnie che adottano il sistema del 'male minore' vi sono la Dell (vacanze più lunghe e non retribuite), la Cisco (quattro giorni di chiusura per fine-anno), Motorola (tagli ai salari), Neveada Casino (settimana di quattro giorni lavorativi), Honda (permessi volontari non retribuiti), The Seattle Times (risparmio di un milione di dollari in una settimana permessi non pagati per 500 lavoratori).

Conseguenze a lungo termine. Secondo molti, tattiche simili costruiscono un senso di fedeltà del lavoratore verso l'azienda che non lo licenzia, risparmiando alla stessa azienda la fase del tirocinio di eventuali nuovi dipendenti. Altri sostengono che tali comportamenti 'magnanimi' passeranno presto. Se i lavoratori verranno messi di fronte a lunghi periodi di sacrifici, la loro frustrazione crescerà, vorranno vedere adeguamente ricompensate le loro rinunce e a lungo andare preferiranno essere licenziati per poter essere liberi di cercare una nuova sistemazione. 

La crisi colpisce gli immigrati. Tra le innumerevoli conseguenze della crisi economica che ha investito gli Usa c'è anche la drastica riduzione del numero di immigrati latino-americani in grado di tornare nel loro paese di origine per le vacanze natalizie: secondo le agenzie di viaggi, i biglietti per il rientro venduti quest'anno sarebbero un terzo di quelli dell'anno scorso. Le comunità di latino-americani sono le più colpite dalla crisi, con il settore delle costruzioni e quello dei servizi devastati dal collasso della finanza. Come risultato, gli immigrati rinunciano ai pacchi regalo da mandare nei loro Paesi d'origine, ai viaggi o addirittura comprano biglietti di sola andata, prevedendo che, in caso di ritorno, la situazione potrebbe essere ancora peggiore.
di Luca Galassi

La fame nel mondo, ignorata dai dirigenti nordamericani


Davanti una situazione che colpisce un così grande numero di individui, soprattutto nelle aree urbane, si resta annichiliti. Beni di uso comune come il telefono, l'alimentazione , le vacanze, la televisione, le cure mediche e dentarie, sono inaccessibili per miliardi di persone.
 
Starvation.net registra il crescente impatto della carestia mondiale e della totale privazione di alimentazione. Ogni giorno, 30.000 persone, per l'85% bambini con meno di 5 anni, muoiono per malnutrizione, malattie guaribili e fame. Il numero di decessi che si sarebbe potuto evitare negli ultimi 40 anni, supera i 300 milioni.
 
Sono le persone che David Rothkopf, nel suo libro intitolato Superclass, chiama "sfortunati": "Se siete nati nel posto sbagliato, come nell'Africa sub-sahariana ... non avrete possibilità". Rothkopf descrive come il 10% delle persone in cima alla scala mondiale detenga l'84% della ricchezza e come la metà delle persone più povere ne possegga solo l'1%.
 
Ma questa disparità finanziaria è "sfortuna" o non è piuttosto il risultato di politiche adottate dall'élite politica per garantire una minoranza a scapito di tutti gli altri?
 
La produzione agricola mondiale sarebbe sufficiente per nutrire adeguatamente l'intera popolazione del pianeta, per esempio il grano ha raggiunto il record di 2,3 miliardi di tonnellate nel 2007, con un aumento del 4% rispetto all'anno precedente. Ciononostante miliardi di persone soffrono la fame ogni giorno.
 
Grain.org descrive, in un recente articolo titolato Making a Killing from Hunger (La carestia che uccide), le ragioni fondamentali di questa infinita carestia: mentre gli agricoltori coltivano a sufficienza per nutrire il pianeta, gli speculatori e i grandi commercianti come Cargill controllano i prezzi mondiali dei prodotti alimentari e la loro distribuzione.
 
La domanda fa salire i prezzi e la carestia è vantaggiosa per le imprese: Cargill ha annunciato che gli utili, nel primo trimestre del 2008, sono superiori dell'86% a quelli del 2007. Tra il giugno 2007 e il giugno 2008, i prezzi mondiali sono aumentati del 22% e gran parte della crescita è determinata da speculazioni (circa 175 miliardi di dollari). Gli aumenti e i ribassi vertiginosi dei prezzi che conseguono alla speculazione, generano condizioni di insicurezza alimentare diffusa e persistente.
 
Per una famiglia molto povera, un piccolo aumento dei prezzi diventa una questione di vita o di morte. Ciononostante i candidati alle presidenziali degli Stati Uniti d'America non hanno dichiarato guerra alla fame, hanno invece posto l'accento sulla sicurezza nazionale e sulla guerra al terrore, come se questo fosse il problema prioritario: l'11 settembre 2001 sono morte dieci volte più persone per la fame che tra le vittime del World Trade Center.
 
Dov'è il Progetto Manhattan contro la fame nel mondo? Dove l'impegno unilaterale per la sicurezza nazionale in materia di aiuti contro la carestia? Dove l'indignazione dei mezzi di comunicazione che tuttavia mostrano le foto di bambini agonizzanti? Dove la rivolta contro chi trae profitto dalla carestia?
 
Il popolo statunitense vorrebbe stornare lo sguardo dai bambini affamati pensando che, a parte la beneficenza che solleva dal senso di colpa, non si possa fare altro per loro. Ma la carità non è sufficiente, dobbiamo chiedere che gli aiuti alimentari diventino parte della politica nazionale nel prossimo mandato presidenziale. Per chi, come noi, appartiene alla nazione più ricca del mondo, è un dovere sacrosanto dar vita a un movimento politico per il miglioramento delle sorti dell'umanità e per la lotta alla fame che colpisce miliardi di persone . La fame nel mondo e le disuguaglianze sono determinate da politiche che si possiamo cambiare. Non ci sarà sicurezza nazionale negli Stati Uniti, se non si risponde al fabbisogno alimentare mondiale.
di Peter Phillips*
 
* Peter Phillips è professore di Sociologia e direttore del gruppo di ricerca alla Sonoma State University, ed è direttore del gruppo di ricerca sui Media "Project Censored". Il suo nuovo libro Censored 2009 è ora disponibile da Seven Stories Press

LE POSSIBILI DIREZIONI DELLO SCENARIO APERTO DALLA STRAGE DI GAZA


La mattanza scatenata dalle forze armate israeliane con il bombardamento su Gaza è un brutto segnale per tutto lo scenario mondiale.

Gli effetti devastanti dei bombardamenti sull’area più densamente popolata del pianeta, con una popolazione palestinese già stremata da due anni di assedio ed embargo e i servizi ospedalieri ridotti a poca cosa, non poteva che provocare centinaia di morti e feriti esattamente come confermato da tutti i bollettini diffusi da Gaza.

Le autorità israeliane hanno preparato da tempo questo scenario amplificando oltre misura i lanci inefficaci dei missili palestinesi (che hanno paradossalmente provocato più vittime tra i palestinesi che tra gli israeliani) e mobilitando a tale scopo - come al solito - i loro apparati ideologici di stato (vedi l’intervista dello scrittore Amos Oz su Repubblica di sabato 27 dicembre). Le tesi guerrafondaie degli "scrittori " coincidono in larghissima parte con la versione fornita dall'amministrazione USA ancora una volta impegnata a coprire i crimini di guerra israeliani: la colpa di tutto sarebbe di Hamas che va eliminata manu militari distruggendone le infrastrutture e terrorizzando la popolazione palestinese che l'ha votata e sostenuta.

Lo scenario che si apre può andare in due direzioni:

 

1) Lo stato di Israele ferma i bombardamenti appagato dall’alto numero di vittime inflitto ai palestinesi e avvia una campagna mediatica e diplomatica di copertura alla strage. Non a caso, il quotidiano Le Monde riferisce che il ministro Tzipi Livni ha convocato urgentemente i suoi consiglieri per preparare una “campagna di informazione internazionale per giustificare l’azione israeliana”. Le reazioni internazionali dei governi non andranno oltre le proteste di prammatica e l’ennesimo crimine di guerra israeliano resterebbe ancora una volta impunito.

2) I palestinesi e le altre forze antisioniste in Medio Oriente avviano una vasta campagna di ritorsione contro Israele dentro il suo territorio, nei punti di contatto tra palestinesi e israeliani (Cisgiordania e Gerusalemme inclusi), ma anche alla frontiera con il Libano. In questo caso l’escalation divamperebbe da Gaza a tutto il territorio riaprendo lo scenario di un conflitto ad alta intensità – ancora asimmetrico - ma con forze in campo superiori a quelle mobilitabili dai palestinesi di Gaza.

In entrambi i casi lo scenario mediorientale e le relazioni internazionali ne subirebbero pesantemente i contraccolpi. Nel primo caso l’impunità per Israele per la strage di palestinesi resterebbe un fattore ormai inaccettabile per gran parte di un mondo sempre meno disposto ad accettare discriminazioni nel trattamento tra i vari stati. Nel secondo caso il conflitto con Israele cesserebbe di essere solo un passaggio obbligato dell’affermazione dei diritti nazionali palestinesi.

Forse è arrivato il momento in cui l’intera umanità – in tutte le sue articolazioni – debba prendere coscienza che lo Stato di Israele è il problema e non la soluzione a sessanta anni di guerre in Medio Oriente e che l’esistenza, l’impunità, la legittimazione di uno stato con le caratteristiche con cui è stato edificato Israele nel cuore del Medio Oriente, inteso come risarcimento degli orrori subiti dagli ebrei in Europa, non è un fattore sul quale comunità internazionale può continuare a pensare ed agire con cinica normalità. Continuare a ignorare che la democratizzazione delle relazioni internazionali non può che contrastare il progetto del sionismo piuttosto che rendersi ad esso subalterna, è un salto di qualità che il XXI° Secolo deve cominciare a mettere in agenda.

La questione palestinese richiede oggi soluzioni più avanzate di quelle fino ad oggi ipotizzate o messe a disposizione da negoziati di pace senza credibilità né risultati. Se il perno di queste soluzioni rimane la centralità strategica di Israele così come è venuta determinandosi, non ci potrà mai essere nè pace nè giustizia nell'area. Rimane questo lo snodo politico strategico per una effettiva democratizzazione del Medio Oriente. La nuova strage di palestinesi a Gaza chiama tutti a scelte più coraggiose e lungimiranti.

Fonte: La Rete dei Comunisti

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2008/Dicembre08/27-12-08TerrorismoStatoIsraeliano.htm

«Può dirsi etica un'economia che non mette al centro l'uomo ma il profitto da perseguire a ogni costo?».

Dorina aveva 32 anni e voleva solo una vita normale. Cristinel aveva tre anni e mezzo e sognava piccoli sogni da bambino. Poco più di trentacinque anni in due. Quanto valgono due vite così, bruciate in un mattino di gelo dentro una baracca di Roma a migliaia di chilometri da casa? Sembra proprio poco.

E' quello che abbiamo pensato ieri l'altro sfogliando i giornali. Quasi tutti i giornali, persino quelli "di sinistra" come il Manifesto che ha riservato a questa tragedia solo una notiziola a una colonna. Scarsi cenni su tutte le prime pagine. Per il resto però siamo stati informati in modo dettagliato sul tailleur che caratterizzerà il "woman power" dei prossimi mesi (Corriere della Sera), sull'anno d'oro dei saldi che sta per cominciare (Giornale), sulla rivincita dell'uomo villoso (Stampa), sui rimedi al gelo dell'inverno (Repubblica). La palma d'oro va però, a pari merito, a Libero che alla notizia ha dedicato cinque righe a pagina 19 e alla Padania che ha chiesto, ovviamente, il pugno di ferro contro i rom.

Perchè tutto questo? Perchè la morte di due rumeni - una madre e un bambino - nei giorni di Natale vale così poco? Forse perchè dà disturbo. Forse perché, come dice il premier, non bisogna trasmettere ansia. E forse perché non si ha il coraggio di guardare in faccia un mondo ingiusto nel quale ci sono troppi poveri cristi che vivono in baracca, muoiono bruciati o cadono dalle impalcature nei cantieri fuorilegge per pochi spiccioli al giorno.

Sì, forse perché nessuno, in fondo, si fa quella semplice domanda che non un rivoluzionario di professione ma il vescovo di Milano Dionigi Tettamanzi si è fatto proprio il giorno di Natale: «Può dirsi etica un'economia che non mette al centro l'uomo ma il profitto da perseguire a ogni costo?».

di Pietro Spataro

Link: http://www.articolo21.info/4710/editoriale/quanto-valgono-due-rumeni.html

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