martedì 30 dicembre 2008

I RUSSI ALLE PORTE



La Russia ha effettuato negli ultimi mesi e settimane un'importante offensiva diplomatica in America Latina, stringendo accordi con diverse nazioni che vanno dalla pura e semplice intesa commerciale fino ad arrivare ad alleanze militari (si sono già tenute delle manovre congiunte tra le flotte russa e venezuelana).
Per un po' gli Usa sono rimasti a guardare ma nei giorni scorsi hanno inviato a Mosca il più importante diplomatico per l'America Latina, Thomas Shannon, a discutere della nuova politica nei confronti della regione.
Pur consci che la dottrina Monroe ("L'America agli americani") sia ormai passata di moda, gli Stati Uniti volevano rassicurazioni che l'interesse del governo Medvedev fosse solo di natura commerciale e che non volesse essere minaccioso nei loro confronti.
Al termine dei colloqui da parte russa è stato dichiarato che i colloqui erano tesi al "coinvolgimento dei paesi latino americani nei processi economici globali" e che si è discusso anche "dell'intensificazione dei processi di integrazione della regione".
Da parte americana Shannon ha dichiarato di aver avuto ampie rassicurazioni che l'interesse russo nella regione è puramente commerciale e non ideologico (si temevano soprattutto i legami politici con Venezuela e Cuba) citando gli importanti accordi avviati anche con il Brasile che non fa parte di quel blocco di paesi che si sono progressivamente distaccati dall'influenza americana.
Queste sono le dichiarazioni ufficiali, probabilmente non troppo lontane dalla verità.
Secondo alcuni analisti non è comunque escluso che l'ingerenza americana nel cortile di casa russo (Georgia e Polonia per esempio) abbia portato alla decisione di Medvedev di andare ad infastidire gli Usa nella loro tradizionale sfera di influenza.
di Paolo Menchi

IL MURO DEL RIFIUTO ISRAELIANO


«Hamas e le forze palestinesi hanno offerto un’occasione d’oro per arrivare a una soluzione ragionevole nel conflitto israelo-palestinese. Sfortunatamente nessuno ha accolto questa opportunità, né l'amministrazione americana, tantomeno l'Europa o il “Quartetto”. La nostra buona volontà si è infranta contro il muro del rifiuto israeliano, che nessuno ha avuto la capacità o la determinazione di superare. 

Nel documento d'intesa nazionale del 2006, firmato con tutte le forze palestinesi (fatta eccezione per la Jihad islamica), si affermava la nostra accettazione di uno Stato palestinese all’interno delle frontiere del 4 giugno 1967, con Gerusalemme capitale, senza colonie e la questione (mawdou’) del diritto al ritorno. Era il programma comune a tutte le forze palestinesi, alcuni pretendevano di più, altri di meno. Tale programma risale a tre anni fa. Gli Arabi vorrebbero qualcosa di simile, ma il problema è Israele. Gli Stati Uniti hanno giocato il ruolo di spettatori nei negoziati e appoggiato le reticenze degli israeliani. Il problema, dunque, non è Hamas e nemmeno i Paesi arabi: il problema è Israele.»

In una villa a Damasco, Khaled Mechaal, il capo dell’Ufficio politico di Hamas, rilascia numerose interviste alla stampa, mentre il cessate il fuoco con Israele a Gaza è scaduto il 19 dicembre scorso e il mandato del Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) giungerà al termine all'inizio di gennaio. La televisione di Hamas ha indicato il numero "19" sotto il ritratto del presidente: il momento a partire dal quale l’organizzazione non riconoscerà più la sua legittimità.

Mechaal gode di una fama particolare da quando era sfuggito alla morte nel settembre 1997. Al tempo viveva ad Amman. Su ordine di Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro israeliano di allora, un commando dei servizi segreti israeliani aveva tentato di avvelenarlo. Ma l'operazione era fallita quando i membri del commando erano stati arrestati dai giordani. Re Hussein di Giordania in quell’occasione si fece consegnare l’antidoto dagli israeliani. Come aggiunta volenterosa Israele aveva anche accettato di rilasciare lo sceicco Ahmed Yassin, leader spirituale di Hamas (poi assassinato il 22 marzo 2004).

Hamas nega di essere un ostacolo alla pace. «Abbiamo una posizione di riserva in relazione al riconoscimento di Israele. Ciononostante abbiamo detto che non saremo un ostacolo alle azioni arabe per la riuscita dell’iniziativa del 2002.  Gli arabi hanno moltiplicato le iniziative e hanno ribadito la loro proposta nel 2007. Nonostante ciò la leadership israeliana continua a respinger i piani di pace arabi, li divide in diverse parti, giocando sulle parole e aumenta le proprie mosse.»

Il precedente del riconoscimento incondizionato dello Stato di Israele da parte dell’OLP non spingerà certamente Hamas a seguire quell'esempio. Già alla fine degli anni Ottanta gli Stati Uniti avevano fatto pressioni sull’OLP affinché questi riconoscesse ufficialmente Israele (senza mai specificare in quali frontiere). Nel dicembre 1988 in effetti, Arafat ottemperava a quelle richieste. Vent’anni più tardi lo Stato palestinese non esiste ancora. Secondo Mechaal, come per molti altri palestinesi, a poco servirebbero ulteriori concessioni. D’altra parte Mahmud Abbas ha già fatto molte concessioni e i negoziati condotti  negli anni non hanno portato a nulla …

Le affermazioni di Khaled Mechaal ostentano una certa sicurezza. Dal momento della sua vittoria nelle elezioni legislative nel gennaio 2006 e nonostante tutte le pressioni, Hamas resta un attore imprescindibile, soprattutto dopo aver acquisito il controllo della Striscia di Gaza nel giugno 2007 e a maggior ragione da quando è riuscito a infliggere uno sconfitta militare a Israele, costringendo quest’ultimo a un cessate il fuoco.

Questo cessate il fuoco (o piuttosto  tahdi'a "ritorno alla calma", secondo l’espressione araba), negoziato sotto l'egida dell’Egitto, è scaduto il 19 dicembre. Perché?

«Il cessate il fuoco non è stato deciso. Sarebbe dovuto terminare dopo sei mesi e questo è ciò che è accaduto. Non c'è bisogno che qualcuno ne annunci la fine. L'accordo comprendeva tre punti: il cessate il fuoco tra le parti, l’estensione del cessate-il-fuoco alla Cisgiordania dopo qualche mese e la revoca del blocco di Gaza. D'altro canto vi è stato un impegno da parte dell’Egitto per aprire il valico di Rafah.»
«Questi impegni sono stati rispettati solo in parte da Israele. È vero che il livello di violenza è diminuito, così come gli attacchi contro Gaza, ma le aggressioni non si sono arrestate del tutto (venticinque palestinesi sono stati uccisi dopo la firma dell’accordo). Per il resto nulla è stato concluso. I punti di attraversamento che avrebbero dovuto riaprire entro i dieci giorni successivi al 19 giugno sono stati solo parzialmente riaperti. E nell’ultimo periodo la situazione a Gaza è decisamente peggiorata rispetto ai momenti che hanno preceduto l’accordo. Tale bilancio l’abbiamo fatto da molto tempo, ma per rispetto nei confronti dell'Egitto, che ha negoziato l'accordo, siamo rimasti vincolati.»
«Nel mese di giugno il 94% della popolazione di Gaza era favorevole all'accordo. Oggi molte persone sono contrarie, in quanto esso non ha saputo realizzare ciò che era essenziale per loro: la revoca del blocco. Il mancato rinnovo dell'accordo è stato naturale e conforme ai sentimenti della popolazione.»

Mechaal aggiunge: 

«In ogni caso, la tahdi'a potrebbe essere solo provvisoria. La causa di tale situazione è l’occupazione, che continua ad alimentare la resistenza. Stiamo conducendo una guerra difensiva, non di aggressione.»

Sul campo la guerra è ricominciata. Ai raid israeliani rispondono i razzi palestinesi. I media israeliani parlano di un’operazione di grande portata contro la Striscia di Gaza. Tzipi Livni, il ministro israeliano degli Affari Esteri, ha detto che è necessario sbarazzarsi di Hamas con tutti i mezzi. Ma cosa altro si può tentare, se non un ritorno all’occupazione diretta di Gaza?

Hamas gode di sostegno nella regione, in primo luogo dalla Siria e dall'Iran e diversi altri Paesi del Golfo hanno mantenuto rapporti con il movimento. La Giordania, dopo un lungo periodo di boicottaggio, ha avviato il dialogo con l'organizzazione. Il re Abdullah, pragmaticamente, ha dovuto tener conto del fallimento dei tentativi di eliminare Hamas, che ha un sostegno significativo anche nel suo regno, soprattutto presso l’organizzazione dei “Fratelli musulmani”. D'altro canto, essendo i negoziati israelo-palestinesi bloccati e non esistendo alcuna soluzione al problema dei profughi - ci sono ancora diversi milioni di palestinesi in Giordania – il sovrano teme il rilancio dell'idea che la Giordania debba essere lo Stato palestinese, un'ipotesi più volte riproposta anche da parte della destra israeliana. Tuttavia Hamas si oppone sia a questa idea che a quella di un insediamento permanente di rifugiati nei paesi di accoglienza.
Il problema per Hamas rimane l'atteggiamento dell’Egitto. Il Cairo ha amministrato la Striscia di Gaza tra il 1949 e il 1967 e gode di una reale influenza nella regione. L'Egitto è stato lo sponsor dell’accordo del tahdi'a tra Israele e Hamas, pur non considerando Hamas, che ha vinto le elezioni del 2006, come autorità legittima bensì come una semplice estensione dell’organizzazione dei “Fratelli musulmani”, la principale forza di opposizione – tra l’altro spesso oggetto di repressione - al regime del Presidente Mubarak. Infine l'Egitto, che ha firmato un accordo di pace con Israele, preferisce la "morbidezza" della linea politica di Mahmud Abbas all’"intransigenza" di Hamas. Ciò consente forse di comprendere il motivo per cui Il Cairo si rifiuta di aprire valico di Rafah con Gaza, che porterebbe a una rottura del blocco, ma che pur verrebbe interpretata come una vittoria di Hamas?

«Noi vogliamo mantenere buone relazioni con i Paesi arabi, ha detto Mechaal. Non siamo mai noi la causa della rottura con questo o con quel Paese. Abbiamo sempre trattato con qualsiasi governo, mai con le forze di opposizione, non ci intromettiamo mai negli affari interni altrui.»

Un ritorno alla unità palestinese è possibile? 

In seguito alla presa del potere da parte di Hamas nella striscia di Gaza, i ponti sono stati rotti tra il Presidente Abbas e gli islamisti. L’accordo della Mecca è stato sepolto. «Ci sono state due fasi durante i tentativi di riconciliazione tra noi e il potere di Ramallah. Inizialmente il potere non voleva l'accordo a causa del veto degli Stati Uniti e di Israele, o perché era convinto che saremmo crollati in seguito all’effetto del blocco di Gaza, o ancora perché era certo che il vertice di Annapolis avrebbe portato ad una svolta. Nonostante gli sforzi di molti Stati arabi e di altri Paesi come il Senegal, la riconciliazione non è potuta avvenire.»
«Poi, a causa del fallimento di quelle speranze - e dell'arrivo di un nuovo presidente al potere negli Stati Uniti, e anche in previsione dell’elezione (in febbraio) di un nuovo Primo Ministro israeliano - la presidenza palestinese ha cambiato posizione. Gli sembrava necessario cercare di raggiungere un accordo che avrebbe permesso di presentare, sotto la leadership di Mahmud Abbas, un progetto palestinese unificato. E, ad essere sinceri, qualcuno spera che un accordo possa consentire lo svolgimento delle elezioni e, così, di allontanare Hamas dal potere per la via elettorale. Ciò dimostra che il desiderio di riconciliazione si basa su basi false e questo spiega il motivo per cui essa non sia riuscita.»

La regione vive un periodo di attesa. Elezioni generali sono previste in Israele il prossimo  10 febbraio 2009. In meno di un mese, inoltre, Barack Obama sarà ufficialmente investito del le sue funzioni di presidente. Stiamo andando nella direzione di un cambiamento?

«In linea di principio, il nuovo presidente dovrebbe modificare la politica degli Stati Uniti per due ragioni. In primo luogo perché l'amministrazione Bush ha fallito, è arrivata a uno stallo nella regione, sarebbe naturale che la nuova amministrazione cambiasse linea. In secondo luogo, perché la non conclusione del conflitto arabo-israeliano e la non risoluzione della questione palestinese su una base equa continuerebbe a portare non solo instabilità nella regione, ma in tutto il mondo. È quindi nell' interesse degli Stati Uniti rimuovere le cause di ostilità nei confronti degli americani nella regione e nel mondo musulmano.»

Mechaal ci pensa su per un attimo e poi aggiunge: 

«Vi è una terza ragione. Se Obama vuole ripristinare un ruolo più efficace per gli Stati Uniti nel mondo, deve trattare il Vicino Oriente in modo diverso. Su molte questioni essi si sono troppo allineati a Israele e alla lobby sionista.»
«E questo cambiamento avverrà? Certo dipende dalla volontà e dalla disponibilità dell’amministrazione Obama nel prendere le misure necessarie. In questa fase è difficile rispondere in un modo anziché nell'altro. Per quanto ci riguarda manterremo un atteggiamento positivo e risponderemo in modo responsabile a qualsiasi iniziativa americana che tenga conto dei diritti dei palestinesi. Quello che vogliamo è l’auto-determinazione. Soprattutto dopo che abbiamo concesso una base che ci chiedeva la comunità internazionale, una soluzione fondata sui confini del 1967.»

L'Europa non occuperà un posto molto importante nei colloqui, tanto il suo ruolo è apparso marginale e allineato a quello degli Stati Uniti. 
Per concludere, che fine ha fatto il caso del soldato franco- israeliano Gilad Shalit, considerato da alcuni come un ostaggio? 

«Ci dispiace che il mondo si preoccupi solo per il soldato Shalit, catturato durante i combattimenti, e non per i 12mila prigionieri politici palestinesi, tra cui anche deputati eletti. Tuttavia abbiamo accettato la richiesta del Presidente Sarkozy, durante la sua visita in Siria, di trasmettere una lettera da parte della famiglia al soldato Shalit, per rispetto nei confronti della Francia e per la scelta che essa ha fatto di riavvicinarsi al mondo arabo. Per la sua liberazione abbiamo indirettamente negoziato con Israele, per due anni, sotto l’egida dell'Egitto. Ma Israele è tornato indietro sugli impegni presi (soprattutto per quanto riguarda il numero di prigionieri palestinesi rilasciati). Vogliamo che Gilad Shalit ritrovi la sua famiglia, ma vorremmo che anche i prigionieri palestinesi ritrovassero le loro.»
di Alain Gresh - «Le Monde Diplomatique» 
Traduzione di Dafni Ruscetta - 
Megachip
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8468
articolo originale del 22 dicembre 2008, prima della strage di Gaza, ndr

Ricostruire i fatti e il contesto dell'atroce strage di Gaza


Nei giorni dell’atroce strage di Gaza l’orrore si condensa inevitabilmente sulle immagini e le voci delle vittime. Tanti piccoli tasselli che non riescono a ricomporre ancora il quadro della tragedia. Capire e riflettere in mezzo a tanta sciagura è difficile. Ma dobbiamo farlo, per ricostruire i fatti e il contesto.
Dopo anni di occupazione, l’11 settembre 2005, l’esercito israeliano ammainò la bandiera a Gaza, non appena fu completato il rapido sgombero delle colonie ebraiche sulla Striscia, troppo costose da tenere. Lunghe colonne di mezzi militari si allontanavano. Era il disimpegno unilaterale di Ariel Sharon: nessun riconoscimento politico che mettesse alla pari gli interlocutori palestinesi. Gli israeliani salutavano, ma non se ne andavano. Il mare e il cielo erano interamente sotto controllo israeliano. E che controllo. 
In mare, la misera marineria palestinese non aveva più diritto a pescare nemmeno sulla battigia. Nessun molo funzionante, nemmeno per commerciare un po’ di derrate alimentari fresche. 
In cielo, nel corso degli ultimi tre anni non si contano le azioni di bombardamento. In cielo, soprattutto, i jet con la stella di David hanno volato di proposito e di continuo a velocità supersonica, specie di notte, per creare insopportabili rumori. Un trauma senza posa che non ha risparmiato i bambini.
In terra, tutto il confine con Israele era una barriera chiusa e impenetrabile. Non bastava lo sfiato esiguo del confine con l’Egitto a trasformare questo territorio in qualcosa di diverso da una prigione. Serrato in via definitiva il passaggio di Karni, da cui potevano entrare le importazioni palestinesi sbarcate nel vicinissimo porto israeliano di Ashdod, pochi chilometri a nord, i palestinesi dovevano affidarsi ai porti egiziani di Port Said o Alessandria, a 200 chilometri l’uno, a 400 l’altro, con costi insostenibili per una popolazione già stremata. Questa era Gaza resa libera. La più grande prigione del mondo, un popolo intero, un milione e mezzo di persone. E più di ogni altra prigione, piena di innocenti.
Quando nel 2005 ci fu il “ritiro” unilaterale, uno sguardo spassionato alle circostanze avrebbe permesso di capire al volo che quello non era un refolo di speranza, ma la base per un aggravarsi della situazione. Sarebbe bastato rileggersi l’intervista concessa il 6 ottobre 2004 al quotidiano «Haaretz» da Dov Weisglass, braccio destro di Sharon, quando dichiarò che il cosiddetto piano di disimpegno da Gaza (che prevedeva anche la costruzione del muro in Cisgiordania) era solo una manovra diversiva intesa a fornire a Israele «una quantità di formaldeide sufficiente affinché non ci sia un processo politico con i palestinesi». 
Un mese dopo, moriva Yasser Arafat, il padre della patria, presidente dell’Anp, l’Autorità nazionale palestinese. Gli esponenti della classe dirigente laica di al-Fatah, fino ad allora tenuta insieme dal carisma di Arafat, apparivano ormai nudi nei loro terribili difetti. Avevano rubato a man bassa e si costruivano ville palladiane in mezzo alla miseria dei Territori occupati, mentre non avevano risultati tangibili da offrire come frutto della loro negoziazione continuamente soverchiata dal pugno di ferro del governo israeliano e mestamente instradata verso un percepito collaborazionismo. Per contro cresceva nella popolazione il prestigio del "Movimento di Resistenza Islamico". Il suo acronimo arabo, Hamas, significa “zelo, entusiasmo”. I dirigenti di Hamas conducevano una vita frugale, intanto che in mezzo alle rovine tessevano reti di solidarietà materiale, una sorta di welfare residuale, ma infinitamente più credibile del disastro in cui sprofondava l’Anp.
Fu così che nel gennaio 2006 Hamas vinse le elezioni parlamentari palestinesi, con 76 seggi della camera su 132, mentre al-Fatah ne prese 43. Una vittoria autentica ed elettoralmente pulita, ma anche una variabile che nei calcoli delle potenze coinvolte non si considerava accettabile. Quando la democrazia ha due pesi e due misure. 
Ancora Dov Weisglass, stavolta in veste di coordinatore di una squadra di governo che comprendeva anche i capoccioni delle forze armate e incaricata delle azioni anti-Hamas, commentò così subito dopo le elezioni l’intento di avviare una crudele stretta economica all’Autorità palestinese:  «è come andare dal dietista: i palestinesi dimagriranno un bel po’, ma non moriranno mica». I presenti, tra cui Tzipi Livni, scoppiarono a ridere (vedi Gideon Levy, “As the Hamas team laughs”, «Haaretz», 19 febbraio 2006). 
Weissglass in fondo è uno spiritoso. Nella famosa intervista ad «Haaretz» del 2004 aveva ben rimarcato quanta formaldeide servisse per imbalsamare le velleità di un accordo di pace: «noi abbiamo istruito il mondo, affinché capisca che non c’è nessuno con cui trattare. E abbiamo ricevuto un attestato... [che non c’è nessuno con cui trattare]. L’attestato sarà revocato solamente quando la Palestina diventerà come la Finlandia». La versione moderna delle calende greche, per chi osasse ancora vagheggiare due popoli in due stati.
I palestinesi della grande prigione non sono diventati finlandesi. Hanno subito fino in fondo la dieta, giorno dopo giorno. Nonostante la difficile tregua, la vite si stringeva sempre di più, venivano fatti passare sempre meno camion di aiuti, e nulla usciva dal campo della disperazione concentrata. 
Gaza è il caso più disgraziato. Ma anche in Cisgiordania non si scherza. Il governo israeliano ha disposto la chiusura di decine di organizzazioni caritatevoli. La scusa è tagliare qualsiasi flusso che possa favorire Hamas. Quel che accade in realtà è la desertificazione di tutti i corpi intermedi, di tutte le formazioni sociali in seno alla popolazione palestinese, per lasciare spazio solo all’emergenza umanitaria in mano altrui. Magari in mano all’Onu, purché non rompa le scatole come faceva con 
Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, un ebreo cui è ormai vietato entrare in Terra Santa per aver espresso forti critiche sulla politica di occupazione israeliana. 
Al solito, di fronte a vicende di guerra, i media occidentali più importanti manipolano pesantemente le notizie. Sono complici di quelle classi dirigenti che – dopo l’11 settembre  - hanno fatto di tutto per distruggere un ordinamento giuridico internazionale che ammetteva norme non basate sul solo diritto di potenza, inquinare i punti di riferimento concettuali per la definizione di ciò che è aggressione o tirannia o resistenza, mentre potenti interessi imperialistici condizionano l’economia – vicina a un baratro finanziario – entro la gabbia delle priorità militari. Gli Stati Uniti non stanno sollevando alcuna obiezione, rispetto all’ennesima azione scellerata del governo israeliano. Ma anche le voci europee sono flebilissime. 
Ernesto Balducci, quando nel 1991 scorreva il bollettino delle vittime nella Guerra del Golfo notava che a fronte di qualche centinaio di americani, c’erano centinaia di migliaia di morti iracheni: non più una guerra codificata dalla ragione e dal diritto, ma una strage. Credo che anche oggi la parola strage sia la più adatta a descrivere la scena di Gaza. Un’immane strage.
Fra i responsabili dell’eccidio c’è il ministro della difesa israeliano, l’ex premier Ehud Barak. Giustifica anche lui tutta questa ferocia pianificata in nome della lotta al terrorismo.
Pur essendo la parola ‘terrorismo’ una delle più usate nella politica degli ultimi anni, la sua definizione non ha affatto interpretazioni univoche. In molte occasioni i vertici di capi di stato e di governo hanno trovato difficoltà quasi insormontabili quando hanno cercato una definizione minima comune. Se si ragiona un po’ sulla questione, si scoprono tante sfumature che sottostanno alle definizioni polimorfe di un fenomeno sfuggente. A stento troverete fattispecie ben delineate, mentre vi imbatterete più spesso in parole che si adatterebbero tranquillamente alla descrizione di certi atti di guerra e di spionaggio che invece sono coperti da una qualche vernice di legalità. 
Dimenticate per un minuto i bersagli di solito segnalati da politici e mass media, scordate l’iconografia di un gruppo di kamikaze che si auto-organizza. Troppo facile. 
Provate invece a pensare a certe azioni fatte con la copertura di eserciti, Stati, organizzazioni non governative, servizi, multinazionali della security imparentate con il mondo dello spionaggio. Saranno diversi i gradi di visibilità della copertura dei governi, ma vedrete che quelle definizioni tornano indietro come un boomerang.
La prima grande ondata di attacchi aerei in Iraq nel 2003 venne chiamata «Shock and Awe». Non è facile tradurre questa espressione in due parole, per la densità di richiami che contiene. Normalmente i giornali italiani tradussero “colpisci e terrorizza”, “colpisci e sgomenta”, per mantenere la forza icastica dell’espressione e approssimarsi comunque al significato. Ma è interessante perdere un po’ dell’effetto per cogliere i significati di un’altra possibile traduzione: “sconvolgi e induci in soggezione”. Si coglie così non tanto la furia cieca del fanatico rozzo, quanto la risolutezza metallica del fanatico freddo, che distilla la ‘strategia della tensione’ in un blitzkrieg. Quante volte ritorna l’espressione ‘Terrorismo di Stato’ e di ‘Stato terrorista’, nella Grozny annientata dai carri armati russi, nel Libano devastato dall’aviazione israeliana, nelle lotte di potere in Pakistan, nella memoria degli anni di piombo italiani? A ogni buon conto, l’organo neocon italiano, «Il Foglio», ha plaudito anche stavolta in prima pagina alla rivendicata “strategia shock and awe”.
Cos’è dunque il terrorismo? Il terrorismo non è solo una questione di terroristi. In un certo senso ce lo dicono anche le Convenzioni di Ginevra. Anche se non definiscono la nozione di “terrorismo”, le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 si riferiscono a “misure di terrorismo” e ad “atti di terrorismo”. L’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra in modo esplicito vieta che la popolazione civile venga fatta oggetto di «pene collettive, come pure [di] qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo». La vicenda di Gaza è un caso lampante di pena collettiva inflitta alla popolazione. E gli ultimatum che dicono “stiamo per bombardarvi”, lungi dal significare “vogliamo salvarvi la vita, spostatevi” sono atti d’intimidazione e induzione del terrore. Come stupirsi delle parole non prevenute di Richard Falk, pronunciate nel 2007, quando ancora l’assedio di Gaza non era giunto alle punte di crudeltà più recenti? Falk dichiarava: «È forse un’esagerazione irresponsabile associare il trattamento dei palestinesi alle pratiche di atrocità collettiva dei nazisti? Non credo. I recenti sviluppi a Gaza sono particolarmente inquietanti perché esprimono in modo sconvolgente un’intenzione deliberata da parte di Israele e dei suoi alleati di sottoporre una comunità umana nella sua interezza a condizioni di massima crudeltà che ne mettono in pericolo la vita. La suggestione che questo modello di comportamento sia un olocausto in erba rappresenta un appello disperatissimo ai governi del mondo e all’opinione pubblica internazionale affinché agiscano d’urgenza per impedire che queste attuali tendenze al genocidio finiscano in una tragedia collettiva».
L’articolo 4 del Secondo Protocollo Aggiuntivo delle Convenzioni di Ginevra stabilisce che contro tutte «le persone che non partecipano direttamente o non partecipano più alle ostilità […] siano proibiti in ogni tempo e in ogni luogo […] atti di terrorismo». Ancora una volta, senza arrivare alle definizioni “teologiche” di terrorismo, quelle della Guerra al Terrorismo per intenderci, il diritto internazionale ha cercato di codificare fattispecie precise. In entrambi i disposti delle Convenzioni di Ginevra si enfatizza che né singoli individui né la popolazione civile in quanto tale possono essere fatti oggetto di punizioni collettive che, fra l’altro, indurrebbero in essa una condizione di terrore.
Questo concetto si rafforza nel Primo Protocollo Aggiuntivo, laddove, all’articolo 51, è stabilito che «sia la popolazione civile che le persone civili non dovranno essere oggetto di attacchi» e che «sono vietati gli atti o minacce di violenza, il cui scopo principale sia di diffondere il terrore fra la popolazione civile.» 
gaza1Qualche azzeccagarbugli del diritto umanitario proverà a confondere le acque, giocando fra le definizioni di politica interna e internazionale degli interventi militari. Ma il disposto ricompare quasi alla lettera nel Secondo Protocollo Aggiuntivo: la qualificazione del conflitto come internazionale o interno non ha grande rilevanza.
La strage di Gaza è una misura di terrorismo. Un atto di terrorismo. Affermare che si volevano colpire i soldati di Hamas è una giustificazione sottile come la carta velina. I poveri poliziotti massacrati nel giorno del loro giuramento non erano certo persone che “partecipano direttamente alle ostilità”. Erano parte di una fragile infrastruttura di sicurezza interna del territorio. Fragile come il miraggio del misero stipendio– cosa rara in un luogo in cui ormai tutti sono disoccupati - che forse li allontanava dallo spettro della denutrizione toccata in sorte ai loro connazionali. In tutto e per tutto vittime civili anche i poliziotti morti, come i bambini morti nelle macerie delle scuole. 
Che l’obiettivo fosse distruggere qualsiasi dimensione civile dei territori, lo dimostra in modo flagrante la disintegrazione dell’Università. Che si aggiunge alle devastazioni inflitte anni addietro a tutte le infrastrutture palestinesi. Sono rimasti i forni, senza elettricità e senza pane.
Nelle indecenti corrispondenze di molti giornali e telegiornali si asseconda il concetto che l’incursione delle forze armate israeliane servirà a distruggere la percezione di utilità di Hamas nella popolazione civile. Ridurre tutti alla disperazione per rovesciare Hamas, insomma. Di fronte a questo intendimento, ci basta rispolverare la definizione ufficiale di “terrorismo” adottata dal Dipartimento della Difesa Usa: «Il terrorismo è l’uso calcolato della violenza o della minaccia di violenza per indurre paura, intesa a coartare o intimidire stati o società nonché al perseguimento di obiettivi che sono generalmente politici, religiosi e ideologici».Non vi piace? Volete quella dell’Fbi? Eccola: «Il terrorismo è l’uso illegale della forza o della violenza a danno di persone o proprietà per intimidire o coartare un governo, la popolazione civile o un loro segmento, seguendo obiettivi politici o sociali».
Definizioni troppo americane? Torniamo in Europa, allora. La Decisione quadro sulla lotta contro il terrorismo, adottata dal Consiglio Europeo il 13 giugno 2002 lo definiva come «ogni atto terroristico commesso, da uno o più individui, contro uno o più Stati, intenzionalmente, o tale da arrecare pregiudizio a un’organizzazione internazionale o a uno Stato. Deve trattarsi di atti terroristici commessi con l’intenzione di minacciare la popolazione e di ledere gravemente o distruggere le strutture politiche, economiche o sociali di uno Stato (omicidi, lesioni personali, cattura di ostaggi, ricatti, fabbricazione d’armi, attentati fatti eseguire da terzi, minaccia di porre in atto simili azioni …).».
Ecco, sfumiamo i termini statuali dei soggetti, andiamo agli atti concreti. Siamo lì. Siamo nell’ambito di fattispecie che definiscono forme di azione violenta e illegale, tali da mettere in pericolo la popolazione civile, e quindi indurre una condizione di “terrore” diffuso così da ottenere alcuni risultati di tipo politico. 
Possiamo certo riconoscere questa definizione anche a carico di chi lancia i razzi Kassam, che lo spudorato corrispondente del Tg1 definisce missili, ma che sono poco più che delle catapulte, dagli effetti drammatici ma strategicamente trascurabili. Ma perché non riconoscerla a carico di chi invece – tranne le sue bombe atomiche – ha usato sinora  tutto il resto di un armamentario spaventoso e senza proporzione?

Questa critica dura e senza sconti alle classi dirigenti israeliane e ai loro alleati significa avere la volontà o la velleità di distruggere Israele? No, è la semplice opposizione alla ‘normale’ e spregiudicata politica di potenza di uno Stato guerresco contemporaneo. Uno Stato che – al pari degli altri Stati – non deve essere considerato in odore di santità né pervaso da fumi demoniaci, ma semplicemente valutato con tutto l’arsenale della critica razionale, per quello che fa e che progetta, per il potere che ha e per lo scontro che il suo potere genera. 
Relativizziamo, anche in questo caso. 
Il processo di costruzione di Israele come nazione non si è risparmiato indicibili crudeltà e ingiustizie, ma è stato così anche per gli Stati-nazione più forti che conosciamo. La Francia che passa per guerre civili e religiose e accresce la sua economia a spese delle colonie, la Spagna della "limpieza de la sangre" e della Conquista, gli Stati Uniti con la Nuova Frontiera che schiaccia i nativi, la Russia che edifica un impero con impressionanti democidi, la Germania che prende le misure del mondo con enormi massacri e genocidi, la Cina che calpesta le minoranze, la stessa nostra Italia che si unifica con grandi tributi di sangue e dove Cristo è più o meno sempre fermo a Eboli. Dietro tante epopee nazionali c’è un terribile bagno di sangue, che dovrebbe spingere a non demonizzare, ma semplicemente a riconoscere il crimine quando esso si manifesta con tanta capacità di devastazione. In questo caso, oltre al diritto alla vita delle persone, oltre al diritto del popolo palestinese, oltre al diritto internazionale, è in gioco la pace a livello globale, per l’insieme di relazioni che si disputano nello scenario mediorientale. Cui si aggiunge la pericolosissima tradizionale unilateralità del governo israeliano, ancora una volta “pares non recognoscens”, ora in una polveriera più sconvolta. 
E, per come si stanno comportando i mass media, è in gioco la possibilità di raccontare ancora delle verità sulla barbarie. 
Denunciare la strage di Gaza con una capacità di esecrazione equivalente a quella consumata per la strage di Mumbai. Si può? 
Contrastare subito le aggressioni, adesso, non con invisibili autocritiche “a babbo morto”, come è avvenuto per l’aggressione della Georgia all’Ossetia del Sud. Si può? 
Non lasciar passare in cavalleria terrificanti crimini di guerra, come si è fatto per Bush che candidamente ha ammesso che la devastazione dell’Iraq è nata da falsi pretesti. Si può? Si può farlo ora? 
Raccontare che i razzi Kassam di questi giorni non c’entrano nulla, perché anche «Haaretz» riferisce che l’attacco era pianificato da mesi e mesi. Si può? 
Se non si fa disinformazione, si può.
di Pino Cabras - Megachip

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