mercoledì 31 dicembre 2008

Bagnasco segue i dettami di Fiore e dei suoi "camerati" e sfratta la moschea dal presepe

A luglio il cardinal Bagnasco li aveva sfrattati dalla chiesa di Santa Zita, ma sabato per i neofascisti di Forza Nuova, è arrivata la rivincita: via il modellino di moschea dalla terra consacrata del presepe della parrocchia di Nostra Signora della Provvidenza di via Vesuvio. Per ordine, meglio su consiglio dell´arcivescovo e presidente della Cei. Esulta anche la Lega Nord. «Questa è stata una vittoria non solo della Lega ma di tutti quei fedeli che nei giorni scorsi hanno manifestato il loro disappunto» ha commentato il segretario provinciale del partito, Edoardo ixi. La piccola moschea dal presepe era sparita sabato sera. L´aveva tolta don Prospero, ma proprio a malincuore, «però anch´io ho dei superiori, cui debbo ubbidire». Il prete si è però tolto una piccola soddisfazione: nel suo presepe i nemici del dialogo li ha collocati "simbolicamente" all´inferno.

Ecco il racconto del sacerdote di Oregina: «La Digos ci ha avvertito che il 31 dicembre alle ore 16 sarebbe arrivata Forza Nuova, a vedere il nostro presepe, con alcuni "regali" e allora mi sono preoccupato e ho chiamato la Curia arcivescovile, ho chiesto loro che cosa consigliavano di fare». Don Prospero dice che in Curia gli hanno risposto di aspettare, «la cosa si complica», hanno sussurrato al di là della cornetta. Dopo mezz´ora, don Prospero ha ricevuto la telefonata da via dell´Arcivescovado: « "Meglio toglierla quella moschea, dal vostro presepe" mi hanno spiegato al telefono - dice ancora don Prospero - e allora ho radunato i parrocchiani per comunicare loro la decisione, la maggior parte però volevano che la moschea rimanesse al suo posto. A me è dispiaciuto, io l´avrei lasciata, ma anche io ho dei superiori, devo ubbidire». Don Prospero però si è tolto la soddisfazione, al posto della moschea, nel presepe, tra il muschio e i sentieri di ghiaia bianca, ha messo il Vangelo aperto, «e ho sottolineato una frase con il pennarello giallo "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato"». 

Don Prospero sorride: «Li ho mandati all´inferno, con il Vangelo, quelli che non vogliono la moschea».

Erano tre anni che nel presepe della parrocchia di via Vesuvio c´era la piccola moschea con minareto ma solo quest´anno è esploso "il caso": «Sarà perché si sta discutendo dove costruirne una grande, in città», riflette don Prospero che aggiunge «per me potevano venire anche con le bombe e non mi avrebbero smosso, ma avevo il dovere di avvertire la curia e di obbedire».

Ma se il parroco ha dovuto obbedire alla Curia di Angelo Bagnasco, i parrocchiani e tutti gli abitanti di Oregina proprio non ci stanno e ieri sera Angelo Chiapparo, presidente dell´Associazione quartiere in piazza, con don Prospero, ha deciso di fare di quelle strade il centro della riflessione sulla tolleranza a Genova: «A metà gennaio organizziamo qui un incontro pubblico della Consulta delle Religioni di Genova - spiega Chiapparo - e con tutte le istituzioni nella casetta proprio di fronte alla parrocchia, un incontro laico e in cui tutti facciano atto di responsabilità su un principio che qui vogliamo ribadire forte, nel quartiere, e nella città: la tolleranza».

Anche se l´addetto stampa della Curia Carlo Arcolao dice che non c´è stata nessuna comunicazione ufficiale sulla vicenda e che monsignor Bagnasco è assente da Genova da Natale, pare che a consigliare il parroco sia stato l´ufficio di monsignor Luigi Palletti, vescovo ausiliare che è sempre in diretto contatto con il cardinale.

di Michela Bompani e Marco Preve

Medveded, l'esattore di Gazprom


Gazprom finora non ha ricevuto alcun pagamento del debito pregresso sul gas da parte dell'Ucraina. Lo ha detto l'amministratore delegato di Gazprom Alexander Medvedev, aggiungendo di augurarsi che venga trovato un accordo entro domani. Il braccio di ferro tra Russia e Ucraina, che domani potrebbe portare Mosca a chiudere i rubinetti del gas per Kiev mettendo a rischio, di conseguenza, le forniture per l'Europa, ha radici lontane. La stessa 'empasse' si e' verificata esattamente tre anni fa: il 1 gennaio 2006 Gazprom chiuse le forniture di gas naturale all'Ucraina a seguito di un mancato accordo sui prezzi del gas. Kiev si era detta disposta infatti a pagare dal 1 gennaio il prezzo di mercato e non quello virtuale, definito troppo caro, e aveva rifiutato la proposta del Cremlino di pagare per i primi tre mesi dell'anno a un prezzo di favore per poi, da aprile 2006, passare al prezzo di mercato (230 dollari per 1.000 metri cubi). Lo scontro risale ancora piu' indietro nel tempo, precisamente nell'estate del 2005, quando la Russia chiese un pesante aumento del prezzo del gas fornito all'Ucraina. Mosca, in base ai contratti stipulati col Governo ucraino filo russo, offriva gas a Kiev al prezzo politico di 50 dollari per 1000 metri cubi. Improvvisamente, l'8 giugno, dopo l'annuncio del presidente ucraino di aderire alla Nato, la Russia chiese di rinegoziare le forniture di gas a prezzi di mercato, aumentando il prezzo a 160 dollari e, dopo il rifiuto ucraino, rincarandolo fino a 230 dollari. Mentre le parti trattavano, peraltro con scarsi risultati, sul prezzo del gas, la Russia annuncio' l'intenzione di realizzare nuovi gasdotti in alternativa alle pipilines ucraine che convogliano l'80% delle esportazioni di gas naturale russo verso gli acquirenti europei dell'est e dell'ovest. L'annuncio ebbe su Kiev un effetto molto duro visto che il trasporto di gas naturale russo rappresenta una risorsa determinante per l'Ucraina.
Fonte: peacereporter

«Annus orribilis» se ne va, l'incompetenza del Governo "criminale" italiano resta. L'unica speranza? L'arrivo di Obama


Pare che l'espressione «annus orribilis» non fu affatto coniata dai latini ma dagli inglesi. Chiunque l'abbia inventata, mi pare che si adatti molto all'anno che si chiude stanotte. E' stato tra i peggiori che io ricordi. Soprattutto per noi italiani. Eppure, se lo si guarda da un altro punto di vista, e cioè dall'America, si trovano anche delle cose per le quali rallegrarsi. Una soprattutto: l'elezione, per la prima volta da quando esiste il mondo, di una persona di origine africana al vertice del pianeta. La vittoria di Obama alle presidenziali americane è un fatto politico così importante da oscurare tanti altri aspetti assai negativi di questi dodici mesi, compresa la feroce crisi economica.
Proviamo ad analizzare senza retorica i fatti principali avvenuti nella politica italiana e nella politica mondiale. Per quel che riguarda noi italiani, gli avvenimenti fondamentali sono stati due: il ritorno al potere di Silvio Berlusconi - dopo una brevissima e non molto felice parentesi, biennale, di governo Prodi - e la scomparsa dalla scena della sinistra politica, vittima di una legge elettorale gaglioffa e un po' truffa, vittima di un'opinione pubblica in precipitosa corsa a destra, e poi vittima di se stessa e della sua incapacità di rinnovarsi.
La vittoria di Berlusconi e la sconfitta drammatica della sinistra non sono due fatti collegati da un rapporto di causa ed effetto, ma sono collegati da un filo politico - lo spostamento a destra delle idee e dei valori, a livello di massa - e si intrecciano tra loro perché uno (la sconfitta della sinistra) amplifica l'altro (il ritorno al potere di Berlusconi) e lo rende devastante. La scomparsa della sinistra politica - fatto assolutamente inedito in Europa - ha prodotto sia l'aggravarsi della crisi del Pd sia la fine di ogni azione di contrasto - sul piano politico, ma soprattutto sul piano delle culture - al trionfo dell'ideologia della destra. Alcuni capisaldi della civiltà politica nata dalla Resistenza e dalla caduta del fascismo, sono stati spazzati via con un soffio. Valori assodati - come la solidarietà, il diritto uguale per tutti, la dignità delle persone che prevale sulla necessità del profitto, il garantismo, e molti altri - sono stati cancellati e sostituiti da un sistema di idee basato sulla convenienza economica, sul profitto, sulla meritocrazia, sulla rigida gerarchia sociale.
L'«interesse generale del «popolo» è stato sostituito dall'«interesse generale dell'impresa». Non sarebbe stato possibile questo, probabilmente, se la vittoria - seppur travolgente - di Berlusconi fosse stata accompagnata da una affermazione della sinistra radicale.
Da dove si riparte? Dalla pura e semplice riproposizione dei nostri schemi e delle nostre idee? Una strategia di questo genere può avere successo? 
Penso di no. E qui entra in ballo la grande novità politica del 2008, sul piano internazionale, e cioè la vittoria di Obama alle elezioni americane. Nonostante tutto se ne è parlato poco, finora. E naturalmente è difficile prevedere in qual modo il nuovo capo dell'impero saprà affrontare le grandi crisi che ha di fronte. Che sono tre: la crisi economica, la quale segna una svolta nella storia del capitalismo; la crisi della politica internazionale, evidentissima in queste ore di stragi in Medioriente; e infine la crisi della democrazia, che avvolge tutto l'occidente, dove la politica è sempre di più messa in un angolo e sostituita dall'economia e dalla «potenza» dei grandi poteri.
Possiamo dire però che Obama, comunque, rappresenta una grande speranza. Arriva al vertice del mondo sulla scia della sconfitta del bushismo, che oggi diventa - con l'esplodere della crisi - il simbolo della crisi definitiva del capitalismo reaganiano. E arriva al vertice, sulla spinta di una fortissimo carisma, che rilancia il ruolo della politica, e di un programma «sociale» che si conficca come una spina nel fianco del neoliberismo che ha dominato gli ultimi 25 anni della storia dell'occidente.
L'operazione che dovremmo provare ad avviare è quella di «trasferire» Obama in Italia. Cioè di sfruttare la spinta innovativa che la sua ascesa al potere comunque comporterà, in Occidente, e riprendere da lì il cammino di una sinistra, che non potrà mai essere uguale a quella degli ultimi 25 anni, e che dovrà trovare la forza di scomporsi e ricomporsi sul terreno delle idee, coniugando la propria radicalità con i nuovi strumenti della politica organizzata. Non è molto saggio continuare a sognare e inseguire le vecchie forme partito, ad assicurarsi che le divisioni tracciate negli anni 80 e 90 restino intatte, che non ci siano contaminazioni, infiltrazioni americane. Chiudersi in se stessi, perdendo ogni possibilità di contare nella società, non è una vittoria di posizioni e idee radicali. E' una resa. Aprirsi, inventare politica, dialogare col nuovo, cercare nuovi spazi, senza pregiudizi, è la scelta più radicale possibile. Battersi perché le nostre idee e i nostri valori non scompaiano insieme alla vecchia sinistra travolta dalla storia.

di Piero Sansonetti

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