sabato 31 gennaio 2009

Gaza, Mustafa Barghouti e gli obiettivi da raggiungere


A pochi giorni dal cessate il fuoco unilaterale proclamato da Hamas ed Israele, la popolazione di Gaza si sta accorgendo del livello di distruzione che ha colpito le loro case e le loro vite. 1335 abitanti di Gaza sono stati uccisi; in maggioranza civili civili, inclusi 400 bambini innocenti, mentre 5000 sono i feriti gravi. 

Oggi chiediamo ai nostri amici, colleghi, e a tutti coloro che hanno a cuore valori quali la libertà e il rispetto dei diritti umani, di agire con decisione per raggiungere i seguenti obbiettivi: 
1) Porre fine all’occupazione Israeliana sia a Gaza che in Cisgiordania. 

Il Governo Israeliano afferma di aver ritirato il suo esercito da Gaza. Ma si tratta di una bugia. Israele occupa a tutt’oggi la Striscia, i suoi aerei controllano lo spazio aereo e le sue navi pattugliano la costa. Le stesse truppe di terra occupano una zona all’interno del territorio di Gaza, e i valichi di ingresso sono ancora chiusi dall’esercito che non ne consente l’apertura nemmeno per il passaggio degli aiuti umanitari. 

L’esercito israeliano ha gia’ violato il cessate il fuoco in numerose occasioni. Solo ieri una nave militare ha colpito 5 pescatori palestinesi che si trovavano a pescare sulla spiaggia, da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco, un consistente numero di abitanti di Gaza sono stati uccisi o feriti. 

2) Rimuovere l’assedio inumano imposto a Gaza, aprendo tutti i valichi, incluso quello di Rafah. 

Se i valichi rimangono chiusi sara’ impossibile rispondere anche soltanto alle piu’ basilari esigenze umanitarie, per non parlare della ricostruzione delle 25000 abitazioni danneggiate nei bombardamenti e della riparazione delle infrastrutture. 

I cancelli della ‘Prigione di Gaza’, che ospita 1milione e mezzo di persone devono essere aperti se esiste il minimo rispetto e volontà di alleviare la sofferenza dei suoi abitanti. 

3) Creare una commissione indipendente per investigare gli eventuali crimini di Guerra e contro l’Umanita’ commessi da Israele, incluso l’uso di armi non convenzionali. 

4) Portare il Governo Israeliano e l’establishment militare davanti ad un tribunale di guerra. 

Benche’ Israele abbia dimostrato in passato di avere scarso rispetto per il Diritto Internazionale altri paesi suoi alleati non dovrebbero dimenticare le loro responsabilita’ di fronte alle corti criminali internazionali. Questo significa agire contro i responsabili delle politiche israeliane che cerchino di recarsi all’estero, avviando procedimenti penali contro questi ultimi per i gravi atti da loro compiuti a Gaza . 

5) Cessare immediatamente ogni forma di cooperazione militare con Israele, includendo l’immediata cancellazione di qualsiasi operazione di import/export militare che veda coinvolto Israele 

Dovrebbe essere immediatamente chiarito agli alleati politici ed economici dello Stato di Israele che la loro assistenza viene utilizzata per sostenere l’oppressione del popolo Palestinese in contrasto con il diritto internazionale e gli stessi diritti umani. Se il supporto da parte dei partner stranieri proseguira’, crediamo che Israele non avra’ alcuna ragione per porre fine ai suoi comportamenti criminali. 

6)Immediata sospensione dei rapporti privilegiati con Israele, incluso il potenziamento delle sue relazioni con l’Unione Europea. 

Ne’ i Palestinesi ne’ gli Europei possono riportare in vita i 1335 uomini, donne e bambini uccisi. Né e’ possibile riparare totalmente i danni provocati all’economia di Gaza. 

Ma insieme possiamo prevenire futuri crimini di guerra, e fermare la follia militarista di Israele 

Ancora piu’ importante è che possiamo ridare fiducia nell’umanita’ ad una popolazione, quella palestinese, che negli ultimi anni e’ stata abituata alla perpetrazione degli abusi e dei piu’ orribili delitti, mentre il mondo rimaneva passivamente a guardare. 

A nome della Palestinian National Initiative 
E del Palestinian National Committee to Support Gaz

di Dr. Mustafa Barghouthi 

Mustafa@hdip.org

fonte: luisa.morgantini@europarl.europa.eu

Comparso su: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o14094

“Yes We Can”...Che cosa?


Quando nella notte di martedì 4 Novembre 2008 sono arrivati i risultati che confermavano la vittoria di Obama, milioni di americani si sono lasciati andare a manifestazioni che probabilmente non si erano mai viste nella storia di questo impero malato ma pur sempre grande. 
Ero a Chicago ed era dagli anni novanta, quando i Chicago Bulls di Michael Jordan dominavano la NBA, che lì non vedevo scene di simile entusiasmo. Gioivano i suoi sostenitori, bianchi e neri, per i quali il profetico sogno di Martin L. King si era avverato almeno per una notte. Sono caduti nella disperazione tutti coloro che hanno accolto la vittoria di Obama come la fine del sogno bianco americano.
Nella grande e costosissima operazione di marketing in cui consistono le elezioni americane, Obama ha puntato sul famoso slogan “Yes We Can”, che significa anche: “Siamo in grado di attuare i cambiamenti che il paese si aspetta ma non è detto che avremo la forza e la volontà politica di implementarli”. Ma negli Stati Uniti non esiste la cultura del saper leggere tra le righe, e quindi gli elettori hanno conferito a Obama il mandato presidenziale intendendo per “cambiamenti” il ritorno dell’America agli americani onesti. Un mandato che è anche accompagnato da una maggioranza democratica, sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato. 
Adesso tutti parlano di evento storico, tutti parlano di rinascita americana, di come la democrazia di questo paese sia capace di rigenerarsi nei suoi momenti più difficili. Ma prima di parlare di cambiamenti bisogna ricordare che la vittoria di Obama è dovuta più a uno spostamento di voti che ad una rivoluzione di consensi. In fin dei conti, ben il 46% dei votanti ha optato per McCain. 
Il fattore determinante della vittoria di Obama è stato indubbiamente l’eccellente campagna di sensibilizzazione messa in moto dal partito democratico per portare alle urne sopratutto la gente di colore. Cioè quelli che da sempre sono stati fra i più discriminati e boicottati nell’espletare il loro diritto di voto. Ed è quindi ancora presto per potere affermare se la vittoria di Obama sia un rinnovamento di facciata o un cambiamento di contenuti. 
Se ci riallacciamo ai temi della campagna elettorale allora tutti i segnali sono negativi, per quanto sia normale che le campagne elettorali siano il ricettacolo di tutte la bugie che i candidati riescono ad inventarsi. 
Nessuna apertura davvero sostanziale verso l’Iran e la Siria, con conseguente impossibilità di risolvere il problema Iraq. Niente fine del vergognoso embargo verso Cuba, ormai condannato da 175 paesi. Ma è verso la Terrasanta che ci sono stati i segnali peggiori. Ad un certo punto della campagna elettorale i due candidati, poco importa la denominazione o la colorazione politica, devono fare un pellegrinaggio obbligato, ossia il discorso davanti all’
AIPAC (American Israel Pubblic Affairs Committee).
Questa potentissima lobby è in effetti il braccio organizzativo e direttivo dei neocon e dei Likudnik e al cui programma politico militare hanno aderito anche i fondamentalisti cristiani (evangelisti) dalle cui “madrasse” incitano all’odio razziale e chiedono una guerra totale all’Islam. 

Anche nel 2008 più di 300 deputati e senatori si sono inginocchiati davanti a 700 esponenti dell’AIPAC. I due candidati Obama e McCain hanno fatto a gara per dimostrare la loro adulazione e completa sottomissione alle parole d’ordine della 
Israel Lobby

Ha vinto indubbiamente Obama con la sua dichiarazione di sostegno a Gerusalemme capitale “indivisa” dello stato ebraico. Questa affermazione è di una gravità senza precedenti. Nessun candidato e/o presidente si era mai spinto fin qui. Tutti sanno, inclusi gli israeliani, che questa è una posizione indifendibile oltre che illegale, tanto è vero che lo stesso Dipartimento di Stato statunitense non ha mai pensato di fare il disastroso passo di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. 

Così come la nomina di Rahm Emanuel a “chief of staff” della Casa Bianca è un grande impedimento alla soluzione del conflitto Israelo-Palestinese in termini equi e giusti per le due parti. Rahm Emanuel ha servito nelle forze armate israeliane ed è figlio di un noto membro del famigerato gruppo terroristico ebreo 
Irgun. Il giornale israeliano «Haaretz» lo ha definito come “il nostro uomo alla Casa Bianca”. 

È quindi troppo presto per decifrare il vero significato del motto “Yes We Can”. Forse c’è la volontà politica ma sicuramente non c’è, almeno per ora, la forza politica necessaria a cancellare la più potente ipoteca lobbistica su Washington, la capitale che non per niente è stata definita da 
Pat Buchanan – pur molto fermo sull’idea che debba esserci un “strong, independent state of Israel“ – con la temeraria iperbole di “jewish infested territory”. E dunque finché l’ipoteca degli oltranzisti filoisraeliani grava su Washington, il problema è destinato a peggiorare, chiunque sia il presidente.
di Ugo Natale

venerdì 30 gennaio 2009

Vittorio Arrigoni:"dico a Cremonesi che le bugie hanno le gambe corte"


Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera , ha molto da insegnare alle nuove leve del giornalismo col suo articolo del 21 gennaio, pure troppo. Io che non ho mandanti se non una morbosa ricerca della verità, e non sono un giornalista prefessionista, per la casacca che indossato durante tutto il massacro, non con la scritta press bensì l'emblema della Mezza luna rossa, dico a Cremonesi che le bugie hanno le gambe corte. Anche io posso benissimo trovare persone disposte a dirmi che è stato Hamas e non l'esercito israeliano a sterminare più di mille palestinesi, e vi assicuro che ve ne sono, specie fra coloro che mangiavano nel piatto ricco dei corrotti di Fatah. Sta a un serio ricercatore distinguere una fonte attendibile da un attentato all'informazione. Nessuna ambulanza durante queste 3 settimane è stata utilizzata dai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. Ne sono assolutamente certo, perché sulle ambulanze c'eravamo io e i miei compagni dell'Ism. Su quella ambulanze abbiamo rischiato la pelle, e un nostro amico paramedico, Arafa, ci è rimasto. 14 paramedici sono stati uccisi. I soldati israeliani sparavano alle ambulanze certi di quello che facevano, ovvero uccidere civili. Non abbiamo mai concesso a un solo membro dell' almukawama , la resistenza palestinese, di salire a bordo di uno dei nostri mezzi. Quelli che ci provavano erano spintonati giù, anche quando (è accaduto) il guerrigliero era il marito di una donna che portavamo di corsa in clinica a partorire. All'ospedale Al Quds sono tutti di Fatah, lo sanno pure i muri (le pareti infatti sono tappezzate di Arafat, neanche una icona di Ahmed Yassin), così come allo Shifa. Al Awada di Jabilia invece parteggiano quasi tutti per il Fronte Popolare. E' un'impresa trovare personale medico pro-Hamas in tutta la Striscia, tanto che quando Fatah chiamò allo sciopero generale, incrociò le braccia l'80% dei dottori. Se la resistenza avesse utilizzato gli ospedali come postazioni per combattere, i medici li avrebbero fatti evacuare rifiutandosi di curare i feriti. Un atteggiamento come quello descritto da Cremonesi equivarrebbe a un suicidio politico per Hamas, e Hamas non vuole suicidarsi, è un movimento ben radicato che vuole ampliare i suoi consensi. Scudi umani? A Tal el Hawa durante il massacro io c'ero, e nella zona abita il mio migliore amico, Abu Nader. Suo padre e i suoi amici sì sono stati usati come scudi umani: ma non da Hamas, bensì dai soldati israeliani che andavano casa per casa a caccia di combattenti. E' possibile che il conto delle vittime diminuisca di qualche decina di unità, o che invece aumenti. Nel raccogliere i dati per le mie corrispondenze da questo inferno non aspettavo certo l'imboccata di Hamas, come non accetterei l'imboccata di un giornale che imponga di scrivere contro il movimento radicale islamista per porre in secondo piano il massacro. Le mie fonti erano quelle utilizzate da giornalisti palestinesi e attivisti per i diritti umani locali: fonti ospedaliere indipendenti. Se poi i morti saranno anche cento in meno, non derubricherò il massacro come meno efferato. Al momento è l'esercito israeliano a smentire Cremonesi: un suo portavoce ha dichiarato al Jerusalem Post che le vittime palestinesi dell'offensiva «Piombo Fuso» su Gaza sono circa 1.300. E poi: 5 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante i bombardamenti, diversi i feriti. Distrutta la sede della tv Al Aqsa, e più volte attaccato il palazzo al centro di Gaza City che ospita Reuters Cnn e Al Jazeera. Si dice che la verità è la prima a morire durante una guerra. Qualcuno in via Solferino profana il suo cadavere. Restiamo umani.

"E’ l’impostazione di Bonanni e Angeletti che è fuori dall’Europa"


Il grande successo dello sciopero generale in Francia dovrebbe fischiare un po’ nelle orecchie dei segretari della Cisl e della Uil. Poco tempo fa Bonanni dichiarò che solo in Italia si scioperava. Invece ha scioperato il Belgio, ora la Francia, si prepara una grande manifestazione dei sindacati britannici, si avvia la mobilitazione in Germania. Gli unici grandi sindacati europei che pensano solo a firmare e non a mobilitarsi sono la Cisl e la Uil. E’ l’impostazione di Bonanni e Angeletti che è fuori dall’Europa e non quella di chi è in conflitto per i salari, contro i licenziamenti e l’attacco ai diritti.
di Giorgio Cremaschi

L'auto-minaccia terroristica


La firma dell’accordo con il governo per il nuovo modello contrattuale da parte di CISL e UIL, è stata salutata con toni trionfalistici, in quanto rappresenterebbe la fine del potere di veto della CGIL. In realtà il potere di veto della CGIL, ammesso che sia mai esistito, era già finito negli anni ’80, all’epoca del governo Craxi, con il taglio della scala mobile, che ebbe l’approvazione delle sole CISL e UIL. Con il secondo governo Berlusconi vi fu il cosiddetto “Patto per l’Italia”, anche questo con CISL e UIL e senza la CGIL. Da questo punto di vista non ci sono vere novità, semmai era inusitato che un segretario generale della UIL potesse celebrare una divisione tra organizzazioni sindacali come l’alba di una nuova e luminosa era.
Toni di così sfrenato compiacimento per l’emarginazione della CGIL non si erano usati neppure negli anni più aspri della guerra fredda, quando CISL e UIL indicavano, seppure con affettazione e ipocrisia, la divisione sindacale come un doloroso stato di necessità. La differenza con allora è che l’Unione Sovietica rappresentava sì una minaccia esagerata e strumentalizzata, ma costituiva comunque un avversario di una certa consistenza, con cui fare i conti, e che certo non si poteva controllare esclusivamente in base ai tempi ed alle scadenze della propaganda ufficiale. Il nemico attuale, il terrorismo, è invece una costruzione giudiziario-mediatica puramente fittizia, rispetto alla quale la propaganda ufficiale non deve subire nessun adattamento dettato da effettivi rapporti di forza. 
Non è un caso che all’accordo sul nuovo modello contrattuale sia stata fatta corrispondere la sceneggiata del professor Pietro Ichino al processo contro le presunte nuove Brigate Rosse, dove si è costituito parte civile pur senza averne nessun titolo. 
I titoli dei giornali hanno riportato la notizia di minacce rivolte dagli imputati al professore, con il seguito delle solite reazioni indignate da parte di esponenti politici, primo fra tutti Walter Veltroni, segretario del partito per il quale Ichino è stato eletto parlamentare. 
Sennonché, leggendo gli articoli, si scopre che da parte degli imputati non vi sono state né minacce né insulti, ma solo ordinate manifestazioni di dissenso; anzi è stata avanzata da uno di loro un’obiezione che consiste in una oggettiva constatazione, e cioè che Ichino ha costruito le sue fortune criminalizzando i lavoratori. Procedendo nella lettura degli articoli si scopre poi che, in realtà, Ichino si è minacciato da solo, dato che la frase riportata dai titoli dei giornali con tanta enfasi - “Chi tocca lo Statuto dei Lavoratori muore” -, non è stata pronunciata da nessuno dei cosiddetti brigatisti, ma proprio dallo stesso Ichino. 
A paragone con l’attuale situazione giudiziaria in Italia, c’è ormai di che far passare persino Torquemada per un garantista, poiché assistiamo al sequestro di cittadini che sono non solo processati per accuse che non si è in grado di provare, ma che vengono anche esposti alla gogna, e per opinioni neppure espresse da loro. La violazione dei diritti e della dignità degli imputati, come tutta la messinscena giudiziaria, avevano quindi un preciso scopo, cioè associare nella mente dell’opinione pubblica lo Statuto dei Lavoratori al terrorismo, per cui è terrorista o loro complice chiunque difenda lo Statuto dei Lavoratori. L’intimidazione nei confronti della CGIL non poteva esser più palese, e sono già cominciati i ricatti da parte di Veltroni per indurla ad accettare l’accordo; cosa che non dovrebbe risultare difficile, data la storica incapacità del gruppo dirigente della CGIL di reggere a questo tipo di accerchiamenti. 
Non sorprende perciò che il segretario generale della UIL possa esibire tanta sicumera, dato che, in caso di bisogno, non ha altro da fare che imitare Ichino, cioè minacciarsi da sé, per poter immediatamente raccogliere una messe di solidarietà e di elogi. I segretari generali della UIL sono personaggi anonimi, di cui nessuno sa o si ricorda il nome o la faccia, ma, con qualche auto-minaccia terroristica, anche per loro ci potrà essere un panegirico sulla prima pagina di “La Repubblica”, un panegirico pari a quello che si è meritato Ichino. 
Anche per il segretario della UIL sarà riservata una scorta, dato che la scorta oggi non costituisce più un semplice status symbol, ma un vero segno di santità, come le stimmate di Padre Pio. Come le stimmate, però, anche la scorta fa soffrire chi può esibirla, ed infatti Ichino ha intrattenuto la stampa narrando del dolore che questa condizione di scortato gli comporta. 
Ichino ha le sue ragioni, poiché lo Stato, in effetti, gli ha dato la scorta non per proteggerlo, ma per tenerlo in ostaggio, pronto a sacrificarlo se ciò dovesse servire ad esasperare la pseudo-emergenza terroristica. Uno Stato così affamato di terrorismo - che costituisce per esso l’alibi/pretesto/giustificazione universale ed onnicomprensiva per ogni suo crimine affaristico -, può essere tentato di sacrificare i suoi servi. D’altra parte inconvenienti del genere fanno parte del gioco e dei privilegi che Ichino ha accettato, quando ha assunto il ruolo ufficiale di pubblico accusatore del pubblico impiego al fine di privatizzarlo. Altri invece vengono sacrificati senza aver accettato nessun gioco e senza accedere a nessun privilegio.

giovedì 29 gennaio 2009

Sri Lanka, bombardamenti sui civili tamil


Oltre duecento civili tamil gravemente feriti, tra cui anche cinquanta bambini, sono stati portati fuori dalla zona dei combattimenti tra esercito e Ltte. Questa mattina, durante una brevissima tregua appositamente concordata tra le parti, il convoglio dell'Onu e della Croce Rossa Internazionale, che martedì aveva dovuto fare marcia indietro a causa dei combattimenti, è riuscito a oltrepassare la linea del fronte di Puthukkudiyiruppu e a raggiungere l'ospedale di Vavuniya, in territorio governativo.
"Almeno 250 civili tamil uccisi in una settimana". Per questi pochi civili tamil portati in salvo, altri 250 mila rimangono però intrappolati nei 300 chilometri quadrati di giungla, paludi e palmeti ancora in mano alle Tigri tamil, sotto le bombe dell'esercito che continuano a cadere anche sulla piccola 'zona di sicurezza'. Ieri, mentre le truppe governative continuavano la loro lenta ma inesorabile avanzata conquistando il villaggio di Visuamadu, altri 23 civili sarebbero morti e 121 sarebbero rimasti feriti nei bombardamenti dell'artiglieria singalese. 
Il dottor Thurairajah Varatharajah, responsabile sanitario governativo del distretto di Mullaitivu, ha dichiarato che i civili tamil uccisi nell'ultima settimana sono "tra i 250 e i 300" e i feriti 1.140.
Il governo di Colombo critica Onu e Croce Rossa. Gli allarmi umanitari lanciati negli scorsi giorni da Croce Rossa Internazionale e Nazioni Unite - a cui oggi fanno eco Human Rights Watch e Amensty International - hanno suscitato seccate reazioni da parte del governo di Colombo. 
"Non dico che loro (Onu e Icrc, 
ndr) dicano bugie, ma esagerano", ha dichiarato il ministro della Difesa Gotabaya Rajapakse (fratello del presidente nazionalista, Mahinda), escludendo ogni possibilità di una tregua umanitaria. 
Rajiva Wijesinha, ministro per la Gestione dei Disastri e i Diritti Umani, è stato ancora più duro, soprattutto verso la Croce Rossa Internazionale: "Le dichiarazioni di Ginevra (che invitavano entrambe le parti alla tutela dei civili,
ndr) suggeriscono ignoranza dei fatti o ingenuità. Il principio di neutralità cui la Croce Rossa si attiene non può vuol dire mancare di obiettività e generalizzare così da mettere il governo in cattiva luce".
di Enrico Piovesana

VATICANO: Che cosa sta succedendo nei palazzi d'Oltretevere?


Un vescovo che nega l'esistenza delle camere a gas e derubrica l'olocausto a evento secondario della storia. Il Vaticano è arrivato ad accettare questo pur di far rientrare nel suo grembo lo scisma lefebvriano. Attirandosi addosso le giuste accuse di tutto il mondo dotato di memoria - o di semplice buon senso -, la rabbia delle comunità ebraiche, appena attenuate dalla prudenza diplomatica dello stato d'Israele. Un fatto che nessuna «scusa» degli ex scismatici può rendere meno grave. E' solo l'ultimo episodio che rivela una crisi profonda d'Oltretevere, una crisi che si estende al di là dell'Atlantico, visto che il Vaticano si dichiara «deluso» dalla nomina di Obama a presidente degli Usa, perché sui più delicati temi di etica - aborto, staminali - le posizioni del neopresidente sono contrarie a quelle vaticane. Poco dopo è arrivato il reintrego nella chiesa cattolica dei vescovi di Lefebvre, con annesso il negazionista Williamson. Un rientro clamoroso: non è parsa sufficiente la giustificazione offerta e proclamata, il desiderio di sanare uno scisma che «vale» 600.000 fedeli. Ma ai lefebvriani e a Obama si devono aggiungere parecchi altri dati, anche se difficili da quantificare. Anche dalle nostre parti aumentano i segnali di sconfitta o, per lo meno, di imbarazzo. Basti pensare a tutta la vicenda della povera Eluana con la contestazione che la posizione vaticana ha suscitato quasi dappertutto. Una contestazione che sta salendo come non mai sia sulla grande stampa che nell'opinione pubblica non specializzata. Basta pensare alle posizioni di Vito Mancuso e altri. Mai, prima di oggi, una opposizione così estese e autorevole. Per non parlare dell'abbraccio, a dir poco discutibile, fra le posizioni del papa e quelle di pensatori come Marcello Pera. Come mai? Che cosa sta succedendo nei palazzi d'Oltretevere? Non è facile dirlo. Ma si può con relativa certezza, anche se con dolore, parlare del declino di un'epoca. Siamo al declino dell'epoca del Concilio Vaticano II. Un'epoca che, con le importanti conseguenze che l'avevano caratterizzata, aveva segnato una svolta. Fra le conseguenze penso, fra le altre, alla teologia della liberazione e a tutta una fioritura di posizioni cattoliche che favorivano il dialogo e l'ecumenismo. Verso il mondo e la cultura moderna, verso altre forme di cristianesimo e di religione. Anni e decenni che oggi, alla luce di quello che accade in Vaticano, sembrano lontani non decenni ma secoli. Sembrano mai esistiti, appena accennati. Oggi sembra proprio prevalere la paura. Paura che si perda quella unità e compattezza che secondo Roma costituisce l'essenza stessa della chiesa cattolica. Paura di quella religione «fai da te» che si sta diffondendo nel mondo e che sfugge al controllo di Roma. La voce incontrollata dei mass media si sta sostituendo a quella dei vescovi e dei parroci. Soprattutto, ma non soltanto, in America Latina e in Africa. Logico l'imbarazzo di Roma, mentre non pochi cominciano a pensare alla necessità di un altro concilio.
di Filippo Gentiloni

mercoledì 28 gennaio 2009

Giornalismo italiano, abdicando al ruolo di raccontare la realtà

Martedì 27 gennaio. Ore 19.16 il Tg3 della sera annuncia la ripresa delle ostilità (a volte l’italiano sa essere una lingua beffarda) nella striscia di Gaza: una bomba è esplosa al passaggio di un convoglio militare israeliano, uccidendo un soldato. Pronta la risposta: elicotteri da combattimento si sono alzati in volo, sparatorie, lanci di missili, bombe ad alta penetrazione. Un agricoltore palestinese neanche trentenne ha perso la vita. La tregua si è rotta, si ricomincia. La giornalista del Tg3 specifica: né Hamas, né nessun altro gruppo fondamentalista ha rivendicato l’attentato.Il Tg4 di Fede, pochi minuti dopo dà un’altra versione. Racconta Fede al suo milione e mezzo di telespettatori: “Non ci sono buone notizie dalla striscia di Gaza: la tregua così faticosamente raggiunta è durata poco. Oggi gli uomini di Hamas hanno sparato contro una pattuglia di militari israeliani, un militare israeliano è stato ucciso…Israele ha subito reagito con un’incursione appoggiata anche da elicotteri… palestinese è rimasto ucciso”. Per la cronaca (di nuovo l’italiano…) 30’’ di notizia dopo quasi mezzora di telegiornale.A onor del vero ancora oggi la rivendicazione non è arrivata. Ma in una guerra che guerra non è, in cui il nesso di causalità delle violenze è scivolato in una spirale che non rende chiare le responsabilità delle offese al campo avversario, il casus belli non è più rilevante ai fini della comprensione della vicenda. Lo spettatore deve ricevere una secchiata di informazioni confuse, dopo la quale non può che asciugarsi il viso, strabuzzare gli occhi e ripetere a menadito la versione ufficiale dei media.L’obiettività del giornalismo italiano di questi tempi consiste nel riportare entrambe le ragioni delle parti in conflitto, abdicando al ruolo di raccontare la realtà, o anche solo pezzi di realtà, dove il torto è solo e soltanto da una parte. Il cerchiobottismo sembrava essere la deriva peggiore. Ma c’è di peggio, c’è la malafede e nella circostanza degli scontri a Gaza il mainstream italiano ha mostrato il suo lato più cinico. Vittorio Arrigoni svela stamane sul Manifesto le bugie raccontate dagli inviati del Corriere della Sera: “Anche io posso benissimo trovare persone disposte a dirmi che è stato Hamas e non l’esercito israeliano a sterminare più dimille palestinesi, e vi assicuro che ve ne sono, specie fra coloro che mangiavano nel piatto ricco dei corrotti di Fatah. Sta a un serio ricercatore distinguere una fonte attendibile da un attentato all’informazione. Nessuna ambulanza durante queste 3 settimane è stata utilizzata dai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. Ne sono assolutamente certo, perché sulle ambulanze c’eravamo io e i miei compagni dell’Ism. Su quella ambulanze abbiamo rischiato la pelle, e un nostro amico paramedico, Arafa, ci è rimasto. 14 paramedici sono stati uccisi. I soldati israeliani sparavano alle ambulanze certi di quello che facevano, ovvero uccidere civili.” Insomma la mamma dei cattivi maestri è sempre incinta: se lo ricordino i giovani che si avvicinano alla professione giornalistica.
di Francesco De Carlo - Megachip
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8621

martedì 27 gennaio 2009

La solitudine palestinese nell'Islam


Durante l’operazione “Piombo Fuso”, su circa 50 paesi musulmani nessuno è intervenuto contro Israele. I palestinesi, gli unici che sono dominati da Israele, sono gli unici che combattono realmente lo stato ebraico. C’è forse un legame tra il fatto che i palestinesi sono gli unici musulmani che impugnano le armi contro Israele ed il fatto che sono gli unici che non hanno la libertà? – si domanda il giornalista israeliano Larry Derfner

Interessante: vi sono circa un miliardo e mezzo di musulmani nel mondo, circa 50 paesi musulmani, tutti armati, molti dei quali con missili che potrebbero colpire Israele; tutti questi paesi sopportano Israele meno che mai in queste ultime settimane – ma nessuno di loro ha alzato un dito contro di noi.

Il più interessante è stato Hezbollah. Sta seduto proprio sopra di noi, con più di 40.000 missili; avrebbe potuto far piovere l’inferno su questo paese, e diventare l’eroe di tutto il mondo islamico infuriato – ma non ha fatto nulla. Mentre Israele distruggeva Gaza ed al-Jazeera trasmetteva le immagini di questa devastazione 24 ore su 24, tutto quello che è venuto dal sud del Libano è stata una mezza dozzina di razzi, uno dei quali ha danneggiato una stanza da bagno in una vecchia casa di Nahariya scioccandone gli inquilini, mentre gli altri sono finiti nei campi. Né Hezbollah né nessun altro ha osato rivendicare questi “attacchi”. Altrove nella regione, vi sono stati alcuni proiettili vaganti sparati contro gli israeliani da oltre confine, dalla Giordania e dalla Siria, ed anche in questo caso nessuno ha rivendicato queste “operazioni”.

Questo è quello che è successo. Questo è stato il risultato complessivo della risposta militare del mondo musulmano all’operazione “Piombo Fuso”. Con tutti i suoi strepiti e le sue armi, Hezbollah non ha alzato un dito contro Israele, né lo ha alzato la Siria o l’Iran.

Perché? Perché non hanno voluto? Certamente lo volevano. Avrebbero ottenuto una tale gloria presso i musulmani di tutto il mondo. Avrebbero perfino potuto spingere un’allarmata amministrazione Bush ad ordinare ad Israele di porre fine ai combattimenti al fine di evitare una guerra più ampia, incontrollabile – cosa che avrebbe umiliato Israele ed esaltato Hezbollah, la Siria, l’Iran, o chiunque altro fosse venuto in soccorso di Gaza.

L’intero mondo musulmano – incluse le forze più fanatiche ed apocalittiche – ha rinunciato alle possibilità di gloria in un jihad contro i sionisti che stavano distruggendo Gaza, per la semplice ragione che aveva paura: un miliardo e mezzo di musulmani, circa 50 paesi musulmani senza contare Hezbollah; e la potenza militare di Israele li ha dissuasi tutti. Completamente.

A tal punto siamo forti. A tal punto incutiamo timore. L’operazione “Piombo Fuso” ha dimostrato (se ce ne fosse ancora bisogno) che siamo il colosso del Medio Oriente. A questo punto la domanda è: com’è possibile che, mentre il resto del miliardo e mezzo di musulmani ha paura di toccarci, questi palestinesi non mettono giù le loro armi e i loro razzi? Su un miliardo e mezzo di musulmani, i quali senza alcun dubbio ci odiano, com’è possibile che gli unici che realmente ci combattono sono i 3,5 milioni di palestinesi?

Ciò potrebbe aver a che fare con il fatto che, del miliardo e mezzo di musulmani, gli unici che sono dominati da Israele sono questi stessi 3,5 milioni di palestinesi? Mentre i palestinesi non sono affatto gli unici a odiare Israele, potrebbero le due sole cose che li contraddistinguono in maniera unica – il fatto che combattono Israele, ed il fatto che sono dominati da Israele – essere collegate?

Io ho sempre creduto che lo fossero, ed ho sempre creduto che se smettessimo di dominare i palestinesi, loro smetterebbero di combatterci, ma ho perso questa convinzione alcuni mesi dopo che ci siamo “disimpegnati” da Gaza, perché i razzi Qassam hanno continuato a cadere su Sderot. Avevo appoggiato il disimpegno perché pensavo che una volta che fossimo usciti da Gaza, i miliziani di Hamas avrebbero smesso di spararci addosso. Mi immaginavo che essi avrebbero continuato a sparare i razzi in un primo momento, essendo ubriacati dalla vittoria e ritenendo di poterci scacciare anche dalla Cisgiordania, e poi dal resto di Israele. Ma mi immaginavo anche che, dopo che noi li avessimo colpiti molto duramente in risposta, essi avrebbero ben presto capito che non ne valeva la pena, e Sderot avrebbe presto ritrovato la pace e la tranquillità.

Ma questo non è accaduto. Li abbiamo colpiti ripetutamente, ed essi hanno continuato a rispondere con un numero sempre maggiore di razzi. A volte ne abbiamo uccisi dai 10 ai 20 al giorno, ed essi hanno soltanto intensificato i loro lanci – da Sderot ad Ashkelon. Così ho pensato che questi miliziani di Hamas sono realmente degli scorpioni – non li puoi dissuadere, puoi soltanto ucciderli. Anche se metti fine all’occupazione a Gaza, anche se lasci vivere finalmente in libertà la gente laggiù, senza interferenze israeliane, i terroristi fra loro continueranno a cercare di uccidere gli israeliani – perfino se tu ne uccidi molti di più in risposta, perfino se uccidi anche i civili di Gaza oltre a loro. E mentre questa spirale va avanti, Hamas non fa che diventare più popolare.

Dunque cosa fare? Ho pensato che se non puoi dissuaderli, tutto quello che puoi fare è combattere una guerra di logoramento per alcuni decenni fino a quando i musulmani, se tutto va bene, si stancheranno dell’islamismo. Ho anche rinunciato all’idea di un ritiro unilaterale dall’interno della Cisgiordania, perché da lì essi potrebbero realmente lanciare razzi contro l’aeroporto Ben-Gurion. Se non puoi dissuaderli a Gaza, non puoi dissuaderli neanche a Nablus, Jenin, Ramallah o Hebron. Questi miliziani di Hamas sono scorpioni – pensavo.

Fin dall’inizio avevo letto qua e là di come Gaza, dal momento del disimpegno, era “sotto assedio”, di come era diventata la “prigione più grande del mondo” – ma non registravo questa cosa poiché volevo che nulla offuscasse la mia certezza, la mia soddisfazione che Israele avesse finalmente fatto la cosa giusta, che avesse cominciato a togliere l’occupazione, e che Hamas e la Jihad Islamica, che io odio, ci stessero combattendo comunque cosicché noi eravamo pienamente giustificati nel combatterli a nostra volta in maniera ancora più dura.

Fin dall’inizio avevo letto di Gaza assoggettata al “blocco”, della “malnutrizione”, della “crisi umanitaria”, ma non lasciavo che queste cose si registrassero nella mia mente. Ero sicuro che noi fossimo nel giusto, e che loro avessero torto, e che fosse così.

E’ andata avanti così fino a qualche mese fa, quando tutte queste citazioni riguardanti l’ “assedio”, la “prigione”, il “blocco”, la “malnutrizione”, e la “crisi umanitaria” hanno raggiunto una massa critica, ed io ho guardato alla situazione, ed ho ammesso fra me e me che non ci siamo mai disimpegnati del tutto da Gaza. Abbiamo tirato fuori da Gaza i nostri soldati e i nostri coloni, ma l’abbiamo circondata e soffocata dall’esterno. Abbiamo rinchiuso un milione e mezzo di persone nel luogo più affollato del pianeta ed abbiamo permesso l’ingresso, attraverso i valichi di confine, soltanto del cibo e dei medicinali appena sufficienti per impedire che morissero di fame e di malattie.

Con l’aiuto degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e dell’Egitto, abbiamo messo Gaza in quarantena e la stiamo alimentando attraverso una flebo.

Così, quando Hamas ha offerto di estendere il cessate il fuoco, il mese scorso, in cambio di una sospensione dell’assedio, ho pensato che avremmo dovuto accettare questa offerta. Avremmo dovuto tentare ciò che non avevamo mai tentato prima a Gaza: il disimpegno. Se non avesse funzionato, se Hamas avesse continuato a lanciare i razzi – anche dopo tre anni in cui Gaza aveva vissuto sotto assedio, ed oltre 1.200 gazesi erano stati uccisi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) – avremmo potuto imporre nuovamente l’assedio, e riprendere a sparare.

Tuttavia, se avesse funzionato, Sderot, Ashkelon, e tutte le altre città del sud avrebbero avuto la pace e la tranquillità. I gazesi, per la prima volta avrebbero potuto costruire un porto, ed un aeroporto, e viaggiare e commerciare liberamente.

E’ vero, Hamas avrebbe avuto possibilità molto maggiori di incrementare il suo arsenale. E così Gaza si sarebbe unita ai circa 50 paesi musulmani, senza contare Hezbollah, che hanno armi e che hanno la sovrana libertà di rendersi forti quanto vogliono – anche se, militarmente, Gaza sarebbe rimasta comunque anni luce indietro rispetto all’Iran, alla Siria, al Pakistan, all’Egitto, alla Giordania, a Hezbollah ed agli altri.

Inoltre, Gaza si sarebbe unita a quei paesi musulmani che sono liberi dal dominio israeliano. Come gli altri, una Gaza liberata avrebbe ancora odiato Israele. Ma come gli altri, penso che avrebbe anche avuto paura di attaccare Israele.

Io penso che se togliamo l’assedio, la deterrenza può funzionare a Gaza, anche con Hamas. E se funziona a Gaza, e riusciamo a raggiungere un accordo in Cisgiordania – che, lo so, non sarà affatto facile – allora penso che potremmo porre fine all’occupazione anche laggiù, ed il potere deterrente delle IDF manterrebbe al sicuro l’aeroporto Ben-Gurion ed il resto del paese.

Siamo incredibilmente forti. Siamo più forti del resto dei nostri nemici messi insieme. Loro ci temono mortalmente. Quest’ultima guerra lo ha dimostrato in maniera definitiva. Se noi li eviteremo, loro ci eviteranno. Ci siamo riusciti con un miliardo e mezzo di musulmani. Ne sono rimasti solo 3,5 milioni, ma prima di tutto dobbiamo liberarli.

Larry Derfner è un giornalista israeliano che si occupa di questioni interne e mediorientali; scrive abitualmente sul Jerusalem Post

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/01/26/solo-una-nazione-di-musulmani-combatte-israele-perche/

Titolo originale:

Only one Muslim nation fights us. Why?


Kenya tra potere e giustizia speciale


In Kenya si è vicini alla creazione di un tribunale speciale che dovrebbe processare un folto gruppo di personalità politiche sospettate di avere alimentato gli episodi di violenza e le agitazioni che percorsero il paese a inizio 2008, subito dopo le elezioni.
Questa mossa potrebbe evitare ai personaggi accusati, tra i quali compaiono anche dei ministri tuttora in carica, un possibile processo di fronte alla Corte Penale Internazionale, che infatti può intervenire solo se il paese interessato non può o non vuole agire per punire crimini internazionali. Nonostante la Corte non abbia ancora emesso nessun atto di accusa, si è pensato a un suo coinvolgimento visto il carattere etnico e sistematico delle violenze commesse in Kenya.
I disordini dello scorso anno causarono più di 1.300 morti e circa 350.000 profughi. Diverse bande, che pare rappresentassero le forze politiche rivali, incendiarono case e distrussero proprietà per un valore complessivo di milioni di dollari. In molti furono sorpresi dall'ondata di violenza in un paese ormai percepito come una democrazia stabile ed emergente.
L'ex Segretario Generale dell'ONU Kofi Annan giocò un ruolo decisivo nelle trattative tra il presidente Kibaki e il leader dell'opposizione Odinga, fino al raggiungimento di un'intesa che pose fine ai disordini. Si trattò di un accordo di condivisione del potere, in base al quale Kibaki mantenne la presidenza e Odinga diventò primo ministro, mentre i ministeri furono divisi equamente tra i due schieramenti.
Il governo di coalizione istituì una commissione d'inchiesta sulle violenze, composta da tre giudici, due internazionali e uno keniano, che compilarono un rapporto completo, comprendente anche una lista di dieci personaggi di alto calibro accusati di coinvolgimento nelle rivolte. I nomi furono consegnati a Kofi Annan, con l'incarico di inviarli alla Corte dell'Aia nel caso in cui il governo keniano non riesca a formare il tribunale speciale entro il primo marzo.
Ora il parlamento del Kenya deve riformare la Costituzione e far passare entro febbraio alcune leggi che includano le disposizioni del Trattato di Roma del 1998, col quale si istituì la Corte Penale dell'Aia. Questi provvedimenti permetterebbero al tribunale speciale di perseguire i crimini di guerra e quelli contro l'umanità.
Sembra che i politici accusati preferiscano essere processati nel loro paese piuttosto che all'Aia. Al contrario, molti auspicano un processo di fronte alla Corte Penale Internazionale, diffidando della cultura dell'impunità che storicamente ha sempre protetto i personaggi ricchi e famosi in Kenya.
I sostenitori di un tribunale locale, invece, non vedono nessun rischio di questo tipo, perché l'organo di giustizia sarebbe formato da incaricati sia di Kibaki che di Odinga e soprattutto dalla squadra di Annan, che selezionerebbe dei giudici stranieri. Questi ultimi porterebbero un'imparzialità apprezzata in particolare dai difensori degli accusati, i quali temono che Kibaki ed Odinga si possano servire del tribunale per liberarsi di scomodi avversari o per altri scopi politici.
E' tuttavia possibile che il tribunale speciale keniano non veda mai la luce del giorno, perché il parlamento potrebbe soccombere alle pressioni politiche provenienti da diverse parti e quindi non approvare le leggi necessarie. Si tratta di una preoccupazione legittima, poiché i provvedimenti più rilevanti costituirebbero degli emendamenti della costituzione e richiederebbero una maggioranza di due terzi. 
Di fatto, anche se il tribunale speciale deve navigare nelle infide acque della politica, potrebbe diventare una pietra miliare della giustizia per il Kenya e dare l'esempio su come l'Africa può opporsi alla sua spirale di violenza.

di Marco Menchi

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1094

lunedì 26 gennaio 2009

Vergogna storica


Sempre più spesso capita che gli anziani si presentino alla cassa del supermercato con la mitica social card per scoprire, con un sentimento più di vergogna che di rabbia, che è vuota. E provate a chiedere a un operaio di terzo livello di Mirafiori in cassa integrazione come fa ad arrivare a fine mese. Al figlio, precario e licenziato, meglio non chiederglielo. Domandate poi a un artigiano come vanno i suoi rapporti con le banche e sentirete che risposta. Il paese reale sta precipitando in una crisi senza precedenti. E cosa fanno il governo, Marcegaglia, Bonanni, Angeletti? Loro, a differenza dei pensionati presi per i fondelli con la promessa di una mancia poi negata, non si vergognano. Anzi, siglano un accordo senza e contro la Cgil che è il sindacato più rappresentativo, dunque contro milioni di lavoratori. Un accordo che peggiora ulteriormente i salari, riducendone il potere d'acquisto. E il prossimo passo annunciato dalla stessa compagnia di giro è l'ennesimo attacco ai pensionati. Quelli umiliati e costretti a vergognarsi al supermercato da chi non prova vergogna.
Ha ragione l'incontenibile ministro Maurizio Sacconi: l'accordo di giovedì scorso che sancisce la morte del sistema contrattuale nato nel 1993 ha un carattere storico. Storico, perché le regole generali che hanno un valore erga omnes non sono condivise ma imposte. Storico, perché redistribuisce la ricchezza nazionale dai salari ai profitti e alle rendite. Storico, perché viene siglato dentro una crisi che travolge il paese reale e presenta ai più deboli il conto delle sciagurate scelte economiche, finanziarie e politiche dei più forti.
Le nuove regole si traducono in poche voci fondamentali: i contratti nazionali perdono di valore così come i salari, e come le categorie sindacali perché tutto passa in mano alle confederazioni; è il trionfo degli enti bilaterali, già oggi un cancro della democrazia nel lavoro, etichettabile sotto la voce consociativismo; si rimanda l'ipotetico recupero salariale ai contratti di secondo livello, quelli a cui solo una minoranza di lavoratori ha accesso. Avranno almeno la decenza di sottoporre le nuove regole al giudizio vincolante dei diretti interessati, i lavoratori dipendenti?
La Cgil non ha cercato la rottura, come recita la vulgata tifosa di politici e media. Al contrario, il segretario generale Guglielmo Epifani ha cercato in ogni modo di evitare uno scontro così duro dentro una crisi economica e sociale epocale. Il fatto è che i padroni e il governo, con qualche nostalgia per gli anni Cinquanta, volevano espellere dal gioco la Cgil sapendo che oggi, a differenza di sessant'anni fa, non solo non c'è il Partito comunista ma neanche si intravede un'opposizione di sinistra. Il lavoro non ha rappresentanza politica, e neanche una sponda. Il Partito democratico che sognava l'unificazione di Cgil, Cisl e Uil, oggi si divide più di quanto lo sia già sull'accordo separato.
A un attacco storico di questa portata si può rispondere solo con una straordinaria mobilitazione democratica. Pur conoscendo le difficoltà economiche e sociali in cui vivono i lavoratori, la Fiom e la Funzione pubblica Cgil hanno indetto uno sciopero generale per il 13 febbraio che si concluderà con una manifestazione unitaria a Roma. E' il primo appuntamento da segnare in agenda, per chiunque abbia a cuore la democrazia. Altri dovranno seguire. Non lasciamo sola la Cgil.
di Loris Campetti

domenica 25 gennaio 2009

Un terzo delle Social Cards risultano scoperte


La furbata del Governo sulla Social Card è stata svelata: 190 mila carte di credito su 520 mila erogate [circa un terzo] risultano scoperte. Insomma, la tessera magica che sventolava Tremonti è una truffa. La beffa? L’enorme affluenza di richieste da parte di componenti di ordini religiosi. Succede nell'opulenta Verona, dove c'è c’è stato un boom di ritiri.

Pare che negli ultimi tempi il Codacons abbia avuto un boom di contatti. Una marea inferocita di pensionati e genitori single ha fatto appello all’associazione in difesa dei consumatori per denunciare un fenomeno che le molte sibille dark dell’informazione nostrana avevano paventato: la Social Card promossa dal governo è una truffa. Si era già parlato di come fosse difficile raggiungere gli standard indicati nel modulo Isee, ma oltre al danno per le migliaia di persone ingiustamente escluse si aggiunge – come nelle migliori commedie all’italiana – la beffa di quanti la Social Card l’hanno ricevuta ma non l’hanno ancora utilizzata. Secondo i dati forniti dall’Inps, già al primo pagamento 190 mila carte di credito su 520 mila erogate – circa un terzo – risultano scoperte.

Scrive Giovanna sul blog di Carlo Rienzi , il presidente di Codacons: «Mia nonna ha ricevuto la social card, la posta le ha detto che era attiva e con i soldi….fatta la spesa ha fatto una figuraccia perchè sulla carta non vi era accreditato nulla!!!». Immaginiamo per un attimo la nonna di Giovanna. Una vecchietta in fila al supermercato che già si vergogna di presentare la famigerata tesserina azzurra e, come non fosse già umiliante, si sente rispondere «signora la sua carta è inutilizzabile» oppure «signora, mi spiace ma non ha credito»: un’umiliazione al quadrato, che metterebbe a rischio coccolone anche quelli che a 70 anni hanno un cuore ancora perfettamente funzionante.

Ci si domanda perciò sempre di più, se lo spot presidenziale, presentato lo scorso giugno, sia stato l’ennesima furbata di un esecutivo che, non potendo proporre contenuti, si limita a propinare a 32 denti e a suon di dichiarazioni gaudenti solo una forma, per di più fittizia. 
Chissà in quanti, vedendo il ministro Tremonti agitare la tessera magnetica, hanno vagheggiato signorili pagamenti alla cassa del supermercato, inorridendo all’immagine più che consueta del conteggio impietoso e snervante dei centesimi rimpiattati nel borsellino.

Non è andata così purtroppo, ed ora sono in molti a chiederne conto. E’ il caso dell’Associazione nazionale pensionati e del patronato Inac di Padova, come evidenzia il direttore Massimo Lazzarin: «La Social card dovrebbe funzionare come tutte le altre carte di pagamento elettronico che già conosciamo e utilizziamo quotidianamente, con la sola differenza che a pagare il conto delle spese fatte è direttamente lo Stato. E invece sono già 750 le persone che abbiamo registrato a livello provinciale con il problema di una tessera vuota. Ciò è dovuto al fatto che il governo manda le tessere alle persone in lista, senza fare preventivamente le necessarie verifiche sulla situazione reddituale».

Non basta quindi superare l’enorme scoglio della conformità all’Isee, per avere la reale situazione fiscale di una persona servono altri indicatori [maggiorazioni sociali, indennità di accompagnamento per i disabili, invalidità civili, quattordicesime e rendite Inail in caso d’infortunio] e se si ha la sfortuna di essere tra quelli ancora in fase di vaglio, il risultato è il congelamento della carta stessa. Un fattore non di poco conto che, se rapportato alla sconsideratezza del nostro sistema burocratico, spiega in parte questo enorme buco nell’acqua del Popolo degli Annunci in libertà.

Quello che non si spiega è l’enorme affluenza di richieste da parte di componenti di ordini religiosi. Ad esempio, nella bella e opulenta Verona c’è stato un boom di ritiri, che le Poste hanno candidamente spiegato come risultato della presenza in loco di molti istituti religiosi: trecento tra preti e suore hanno fatto richiesta per la master card di Stato. Essendo nullatenenti, in teoria ne avevano diritto e l’hanno fatto valere, sperando in cuor loro che il fraticello scalzo di Assisi non si rivoltasse nella tomba. 
Per queste ed altre ragioni il Codacons ha deciso di presentare un esposto all’Antitrust – per valutare, ironia della sorte, i profili di pubblicità ingannevole – e al Tribunale dei Ministri, in cui si chiede di intervenire valutando tra le ipotesi, anche quella di truffa.

di Mariavittoria Orsolato

Link: http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/16295

Galan e i top manager veneti raggirano Brunetta


Hanno fatto infuriare persino Brunetta. Proprio nel suo Veneto, proprio nella Regione amministrata dal suo centrodestra, hanno cercato di mettere i boiardi al riparo dalle leggi anti-fannulloni. Nel silenzio delle vacanze natalizie, una circolare ha esentato i top manager della Regione dalle nuove trattenute malattia. Da giugno infatti ai dipendenti pubblici che restano a letto nel periodo iniziale viene decurtato lo stipendio di ogni voce accessoria. Ma il Veneto ha aspettato fine anno prima di varare la norma, con il risultato di dovere chiedere un semestre di tagli arretrati a chi era già caduto vittima dei malanni. Poi dall'inizio del 2008 sono diventati operative le sottrazioni: per ogni giorno di malattia, un usciere del livello più basso perderà otto euro, un funzionario da dieci a 20, un dirigente da 64 fino a 77. Un salasso che dovrebbe dissuadere dalle assenze ingiustificate. Il problema è che i top manager, quei 70 amministratori che siedono nella stanza dei bottoni della Regione guidata da Giancarlo Galan, si sono auto-esentati: per loro non sono previste sanzioni nè deterrenti. Il loro contratto garantisce stipendi da 100 mila euro l'anno  in su e non segue le regole della pubblica amministrazione. Una scelta che ha fatto infuriare i sindacati. E che ha spinto Renato Brunetta a scrivere a Galan: «La legge vale per tutti». Ora la Regione cercherà di trovare una soluzione. Sperando che i supermanager non si ammalino prima.
Fonte: L'espresso

Cuba studia Obama, guardandosi intorno


Inutile negare che la Presidenza di Obama stia suscitando a Cuba notevoli speranze per la fine del blocco che, per decenni, ha reso la vita difficile non tanto al regime castrista, quanto soprattutto a tutta la popolazione dell'isola.
L'ultimo appello agli Usa è venuto dal Presidente brasiliano Lula che ha definito il blocco un provvedimento "senza nessuna spiegazione scientifica" ed ha continuato auspicando che Obama dia un segnale a Cuba affinché torni ad essere una nazione con una vita normale come tutte le altre.
La voce di Lula è importante, non solo per il peso specifico all'interno della regione latino americana, ma anche per i suoi buoni rapporti con gli Usa.
Per questo motivo la sua presa di posizione ha più valore degli altri appelli susseguitisi negli ultimi tempi, perché venivano da capi di stato non in buoni rapporti con gli Stati Uniti, quali ad esempio Chavez, Morales e Correa.
Il desiderio di Cuba di tornare a delle relazioni normali con gli altri paesi si evidenzia anche nei numerosi incontri che Raoul Castro ha avuto negli ultimi mesi.
Ricordiamo, infatti, che il presidente cubano ha recentemente ricevuto, tra gli altri, l'inviato del Papa cardinal Bertone, il presidente russo Medvedev, quello cinese Hu Jintao ed una delegazione ufficiale dell'Unione Europea.
Prevista per il prossimo mese di febbraio la visita dei presidenti di Cile e Messico.
Pochi giorni fa Raoul Castro ha ricevuto, per la prima volta dopo venti anni, la presidente dell'Argentina, Cristina Fernandez. L'incontro è stato molto cordiale ed ha portato alla firma di numerosi accordi nei settori della salute, della tecnologia e degli aiuti umanitari.
La Fernandez ha avuto parole di elogio durante la visita al centro di Biotecnologia dichiarando che "Cuba deve essere orgogliosa di aver elevato la salute pubblica ad obiettivo strutturale del suo sviluppo sociale e politico".
In merito alla nuova presidenza degli Stati Uniti il leader maximo, Fidel Castro, ha definito Obama "una persona onesta" pur esprimendo numerosi interrogativi sulla possibilità di realizzare gli obiettivi della sua campagna elettorale, mettendo in evidenza delle palesi contraddizioni, come ad esempio l'impossibilità di conciliare il rispetto dell'ambiente in una nazione che ha una mentalità marcatamente consumistica.
di Paolo Menchi

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