sabato 28 febbraio 2009

Assad e lo sdoganamento internazionale di Damasco


La visita a Damasco di Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Deputati statunitense, nell'aprile 2007, aveva segnato una svolta importante nei rapporti tra Washington e Siria. Ma all'epoca il presidente Usa era ancora George W. Bush che, non ha caso, aveva aspramente condannato l'iniziativa della deputata del Partito Democratico. Oggi il presidente degli Stati Uniti è Barack Obama e, come in molti sperano, la politica Usa in Medio Oriente sta cambiando.
Il dialogo al posto del pugno di ferro.Obama lo aveva promesso in campagna elettorale. I colloqui di oggi a Washington tra l'ambasciatore siriano negli Usa Imad Moustapha e Jeffrey Feltman, il più importante diplomatico del Dipartimento di Stato Usa che si occupa di Medio Oriente, rappresentano un vero e proprio salto di qualità nei rapporti tra gli Stati Uniti e la Siria. Washington, infatti, aveva chiuso ogni relazione diplomatica con Damasco dopo l'omicidio a Beirut dell'ex premier libanese Rafiq Hariri, nel febbraio 2005. L'amministrazione Bush ha sempre ritenuto il regime di Assad, il presidente siriano, gravemente compromesso con l'omicidio, per l'ingerenza della Siria nella politica del Libano. Inoltre, per gli Stati Uniti, la Siria è uno di quegli stati canaglia sponsor del terrorismo internazionale, retrovia sicura per i guerriglieri che attaccavano le truppe Usa in Iraq e con ambizioni nucleari. Gli avvertimenti alla Siria non sono mancati: a settembre 2007 l'aviazione israeliana bombardava un presunto sito nucleare in territorio siriano, a ottobre dello scorso anno elicotteri da combattimento Usa compirono un raid in Siria contro un presunto rifugio di terroristi. Due attacchi pesanti, ma Assad ha saputo mantenere il sangue freddo, senza reagire. Sentiva che il vento stava cambiando.
Prove di disgelo. ''L'incontro è stato davvero costruttivo'', ha detto Moustapha alla fine del colloquio con Feltman. Il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha poi raffreddato gli animi, dichiarando che è ''troppo presto per sapere cosa accadrà in futuro'', anche perché il rapporto annuale del Dipartimento Usa sulle violazioni dei diritti umani del 2009 non è stata tenero con il regime di Assad. Qualcosa si muove, però. I primi segnali di disgelo della posizione internazionale della Siria erano arrivati a luglio dello scorso anno, in occasione della nascita dell'Unione per il Mediterraneo voluta dal presidente francese Sarkozy che aveva trattato Assad con i guanti bianchi. Il presidente siriano è cosciente di dover fare delle concessioni, in particolare sul fronte della democrazia interna, ma la sensazione è che abbia deciso di sfruttare fino in fondo la situazione per rientrare a pieno titolo nella comunità internazionale. Magari ottenendo uno 'sconto' dal tribunale delle Nazioni Unite che si appresta a indagare sulla morte di Hariri e sul ruolo avuto dal governo di Damasco. Sconto che varrebbe un allontanamento dall'Iran, da sempre principale alleato di Damasco. Molti governi guardano con timore alla crescente influenza iraniana come grande potenza regionale. Riuscire a portare la Siria 'dall'altra parte' sarebbe un bel colpo. Per Usa, Ue e per molti paesi arabi sunniti che non amano l'Iran e l'idea di una superpotenza sciita. In questo senso è da interpretare la visita ufficiale del ministro degli Esteri siriano, Walid Muallem, in Arabia Saudita due giorni fa. La famiglia reale saudita è l'antagonista naturale dell'Iran e l'apertura del dialogo con Damasco lancia un messaggio forte a Teheran. Assad, alla fine, potrebbe vincere la guerra, dopo aver perso qualche battaglia, soprattutto se otterrà anche una dichiarazione di pace con Israele e la soluzione della contesa sulle alture del Golan, occupate dagli israeliani nel 1967.
di Christian Elia

Articoli sulla Siria comparsi di recente su Nuovediscussioni

Come contrastare l’istituzione delle ronde para-governative?


Le reazioni di indignazione seguite all’approvazione del decreto sulle ronde, per quanto blande, sono una risposta seppur parziale dinanzi ad un provvedimento intriso di xenofobia e razzismo.
L’istituzionalizzazione delle ronde rappresenta infatti una inquietante mostruosità sociale, che però si pone su un terreno storicamente congeniale ai percorsi di autorganizzazione sociale: promuovere forme di autodifesa popolare, di controllo dal basso del territorio, di autogoverno della città, da oltre un secolo è sempre stato un terreno di sperimentazione dei movimenti popolari, dalle milizie operaie della Comune di Parigi agli Arditi del Popolo.
Ma il contesto odierno sembra molto più simile alla Germania prenazista, con le Sturmabteilungen impegnate a perseguitare dissidenti, ebrei e altri “nemici interni”, persecuzioni funzionali per lo più a occultare i disastri delle crisi sistemiche del capitalismo, come la grande depressione di allora e la crisi economica attuale: tuttavia oggi non viviamo certo in uno scenario nel quale bisogna prendere le armi per affrontare “manu militari” milizie armate di parafascisti in procinto di instaurare la dittatura.
La battaglia infatti va condotta non sul piano militare, ma sul piano culturale e sociale, facendo però attenzione, molta attenzione, a intrecciare i due piani - culturale e sociale - per non correre il rischio di rinchiudere e svilire questo terreno di battaglia all’interno di una dimensione accademica e autoreferenziale: la battaglia cioè non si gioca al chiuso di pur interessantissime e necessarie tavole rotonde sulla forza dilagante della Lega Nord, ma contendendo ad essa nelle periferie più degradate delle nostre metropoli, nei territori sempre più infettati dalla demagogia del razzismo, anche il tema delle ronde, inteso strategicamente come cessione di sovranità primaria dalle istituzioni alla società, tra l’altro sul terreno tanto delicato quanto strategico della sicurezza e della pace sociale.
Su questo o si rimane attestati sulla difesa della legalità, delegando agli apparati di controllo e repressione statuale il contenimento dell’ esondazione culturale xenofoba, invocando finanche il rafforzamento delle forze dell’ordine in nome di una loro presunta imparzialità oppure è necessario rilanciare la sfida sul terreno della costruzione di nuova legalità dal basso, di riappropriazione e rovesciamento concettuale delle stesse categorie della sicurezza e della pace sociale.
Per questo andrebbero praticate una sorta di contro-ronde (a qualcuno piacerà forse più il termine “presidi”) che intralcino il lavoro di queste milizie governative, ma soprattutto che si configurino come ronde sociali, contro il carovita - come già avviene a Roma ad opera dei compagni di Action - per denunciare gli speculatori del commercio, ronde contro il lavoro nero e il caporalato, per denunciare e sanzionare dal basso i covi più disumani dello sfruttamento, ronde contro l’omofobia, il razzismo, la precarietà, la devastazione ambientale.
Ronde cioè in grado di attivare e organizzare energie e consenso sociale per sfidare l’egemonia culturale della destra, di passare dalla difesa dello status quo alla controffensiva sociale.
Non basta dire, posate i bastoni contro gli immigrati: piuttosto bisognerebbe organizzare questa insofferenza contro coloro i quali realmente ci rendono ogni giorno la vità più insicura, precaria e insostenibile.
E’ un impresa difficile? Certo, molto più complessa degli ingegneristici assemblamenti elettorali di segmenti di ceto politico preoccupati della propria sopravvivenza - in quanto autoproclamatisi rappresentanti e altrettanto autoproclamatisi di sinistra - protesi a ribaltare di fatto i ruoli, per cui l’azione e il conflitto sociale diventano meri strumenti funzionali all’allargamento degli spazi di rappresentanza politica e non viceversa.
Ben vengano quindi non tanto gli amministratori illuminati che intralciano e boicottano la nascita delle ronde, ma anche e soprattutto coloro i quali avranno il coraggio di istituzionalizzare le ronde popolari contro il razzismo, il carovita, il lavoro nero, che però non nascono per decreto ma nella forza del radicamento sociale e nel coraggio di sporcarsi le mani.
La sfida sul terreno della tanto decantata democrazia partecipativa si gioca anche su questo terreno.
Si può anche scegliere di non intraprendere questo terreno di sfida, vuoi per una valutazione dei rapporti di forza o per un principio legalitario ancora molto radicato anche a sinistra.
Ma anche in questo caso resta il problema di come contrastare l’istituzione delle ronde para-governative, tenendo presente che un’opposizione parlamentare nelle mani di Di Pietro o del PD rischia di dare semplicemente un ulteriore contributo peggiorativo in sede di conversione.
Le controronde anche su questo piano sono l’unico strumento a disposizione per smacherare, attraverso la rottura dell’unidimensionalità, la presunta neutralità dietro la quale i partiti di governo cercano di nascondere la matrice politico-xenofoba che sottende questa istituzionalizzazione, spacciandolola come “sicurezza partecipata per il bene comune”: per questo sarebbe opportuna una vera e propria opera di profanazione, direbbe Agamben, cioè inserirsi nel cuore dei meccanismi di riproduzione del dispositivo al fine di mostrarne non solo la falsità ma soprattutto la matrice intrinsecamente politica da cui scaturisce.
Potete strarne certi, dinanzi a controronde sociali saranno gli stessi benpensanti che oggi guardano le ronde con indifferenza o anche tacito consenso, ad indignarsi per questo clima da “far-west” e ad attivarsi in prima persona per smantellare ogni sorta di ronda.
In tal caso non vinceranno gli indiani, ma almeno potremmo esser soddisfatti per aver disarmato questi falliti cow-boy di provincia.
di Francesco Caruso

Ronde "mentali", il testo di legge

Il testo esatto della cosiddetta "legge sulle ronde", o meglio dell'articolo 52 del disegno di legge su: "Disposizioni in materia di sicurezza pubblica."

La legge è stata approvata dal Senato, ora è alla camera - C. 2180 - c/o Commissioni riunite I Affari Costituzionali e II Giustizia in sede referente.

Art.52.
(Concorso delle associazioni volontarie al presidio del territorio).

      1. Gli enti locali, previo parere del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, sono legittimati ad avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati al fine di segnalare agli organi di polizia locale, ovvero alle Forze di polizia dello Stato, eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale. Dalla presente disposizione non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

venerdì 27 febbraio 2009

Balcani, uno spinoso contenzioso di confine marittimo


Il premier sloveno Borut Pahor e il suo omologo croato Ivo Sanader si sono incontrati ieri a Mokrice, in Slovenia, per lo spinoso contenzioso di confine marittimo tra Slovenia e Croazia rispetto al golfo di Pirano, una striscia di 30 chilometri nel Mar Adriatico conteso tra le due repubbliche della ex Jugoslavia.
Disputa di confine. ''Colloqui di carattere informativo per iniziare a comunicare'', secondo quanto scritto in una nota diffusa dallo staff dei due primi ministri. L'incontro, però, si è risolto con un nulla di fatto. I due primi ministri si sono scambiati la promessa di un nuovo incontro, ma nessun passo avanti è stato fatto per l'oggetto dell'incontro. La richiesta della Slovenia è nota: spostare di un chilometro e mezzo la linea di confine che attraversa il golfo in modo da garantire a Lubjana un accesso diretto, e sovrano, al mare. Oggi le imbarcazioni slovene passano per le acque territoriali italiane o croate. Secondo la posizione slovena non si tratterebbe di una concessione croata, ma di un diritto. Qualora venisse infatti riconosciuta la sovranità territoriale della Slovenia su alcuni minuscoli villaggi istriani che sono oggi in territorio croato, la direzione del confine in uscita dalla foce del fiume Dragogna risulterebbe modificata come vuole il governo sloveno. Ma la Croazia non ci sta e, anzi, sottolinea come avrebbe da rivendicare la ricostruzione della situazione antecedente la nascita della Jugoslavia, quando la foce del fiume venne modificata a suo svantaggio. Fin qui sembra una banale e non troppo importante contesa sui confini della ex Jugoslavia, ma nella questione restano invischiati attori importanti, come l'Unione europea e la Nato.
L'Ue alla finestra. Per la disputa sul golfo di Pirano, infatti, la Slovenia ha posto il veto sull'apertura dei negoziati di adesione della Croazia all'Unione europea. Non un veto da poco, visto che per Zagabria l'ingresso nell'Ue è un fattore strategico. A metà dicembre sembrava fatta per la Croazia, solo che la Slovenia (unico Paese tra i 27 membri Ue) ha, come detto, posto il veto. Il calendario stilato a Bruxelles, che prevedeva il completamento delle trattative di adesione entro il 2009 e l'adesione per l'anno dopo o per il 2011, è stata paralizzato. Poco mancava che si bloccasse anche la ratifica del protocollo di adesione alla Nato della Croazia, l'11 febbraio scorso. Alla fine, dopo una turbolenta seduta, il Parlamento di Lubjana l'ha ratificato, ma resta lo spettro del passaggio del testo alla Camera alta dell'Assemblea che potrebbe non ratificare l'accordo. La questione, per certi versi, ricorda la disputa tra Macedonia e Grecia sul nome che la repubblica della ex Jugoslavia ha scelto dopo l'indipendenza. Dal punto di vista di Atene, 'l'appropriazione indebita' è sufficiente a remare contro l'ingresso di Skopje nella Nato e nell'Ue. Almeno fino a quando la Macedonia non cambia nome 'restituendo' alla Grecia il copyright della regione. Che succederà adesso? La Croazia ritiene che la diatriba sia bilaterale e vuole tenerla nettamente separata dai negoziati Ue. Zagabria chiede che a risolvere la questione del golfo di Pirano sia la Corte Internazionale delle Nazioni Unite all'Aja. La Slovenia, invece, propone una mediazione internazionale che, se accettata, sbloccherebbe subito i negoziati. Il tempo passa e l'Ue, come nel caso della Macedonia, scopre che nei Balcani il tempo scorre più lentamente degli interessi commerciali dei paesi membri.
di Christian Elia
Articoli sui Balcani anche su Nuovediscussioni

G. Zagrebelsky: senza opposizione,a rischio l’intero sistema


L’ex presidente della Consulta Zagrebelsky prepara la Biennale di Torino. “Se non ci sono argini il potere è portato a espandersi e corrompersi”

In Italia c’è qualcosa che si può definire «disagio democratico»? Stiamo scivolando verso il populismo, la demagogia o l’oligarchia, come molti dicono? La crisi del Partito Democratico è una questione interna alla sinistra o investe l’intero quadro della democrazia? C’è materia sufficiente per rimettersi a ragionare sui principi. È quello che si propone di fare Biennale Democrazia che si svolgerà a Torino dal 22 al 26 aprile, alla quale Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista ed ex presidente della Consulta, sta lavorando con un gruppo di giuristi, filosofi e sociologi torinesi.

Professor Zagrebelsky, com’è nata e cos’è la Biennale?
«È nata dall’idea di Pietro Marcenaro di proseguire ciò che si fece con le “Lezioni Bobbio” nel 2004, una serie di incontri su grandi temi di etica pubblica e filosofia della politica che si svolse tra la primavera e l’autunno del 2004. Il successo fu straordinario, al di là delle previsioni».

Perché Biennale? E perché Democrazia?
«Perché si ripeterà ogni due anni e tratterà dei grandi temi della democrazia, a incominciare dalle sue “promesse non mantenute”, secondo la formula di Bobbio. Il tema è altamente “politico” ma le iniziative previste non saranno in alcun modo passerelle per “i politici”. Questa è una pre-condizione per evitare strumentalizzazioni e preservarne il carattere esclusivamente scientifico».

Ma il fatto stesso di porsi il problema dello stato della democrazia non è già prendere una posizione politica?
«La democrazia è un regime sempre problematico. È un insieme di diritti, regole e procedure che mirano a un ideale, l’autogoverno consapevole dei cittadini. È un ideale di convivenza da perseguire e nessuno mai potrà dire che esso è raggiunto definitivamente».

Un ideale sempre in bilico, dunque?
«Forze nemiche della democrazia sono sempre all’opera per il suo svuotamento. Per esempio, una condizione di successo della democrazia è l’uguaglianza delle posizioni. Ora le nostre società sono un continuo produrre disuguaglianza: nelle condizioni economiche e culturali, nell’accesso alle informazioni, nella partecipazione alle deliberazioni pubbliche. La democrazia non è solo voto e elezioni. Voto e elezioni possono anche essere inganni, se non si nutrono di presupposti sostanziali».

Dunque, c’è un pericolo per la democrazia?
«In un certo senso, un pericolo c’è sempre. Con la conclusione della seconda guerra mondiale, la democrazia sembrava essere il regime politico acquisito per sempre. Oggi, questa fede ingenua in un movimento naturale della storia, come storia di emancipazione dei popoli dall’oppressione, non esiste. Tutto si è complicato, nulla è sicuro».

Ma lei crede che vi sia un «caso italiano»?
«Vi sono segni che non si possono non vedere. Toccano il modo di scegliere i rappresentanti e quindi la legittimità della sede principale della democrazia, il Parlamento. Il nostro sistema elettorale è così complesso che il cittadino elettore non ha la minima idea di come il suo voto viene poi “macinato” nella macchina elettorale, non sa nemmeno per chi vota, perché la scelta è fatta dai vertici dei partiti che detengono il monopolio delle candidature. Si conoscono solo le facce dei capi e queste facce trascinano i consensi per i loro adepti. E ci stupiamo se si parla di disagio democratico?».

Il disagio non è solo italiano, però.
«Certo, vi sono ragioni che vanno ben al di là. Per esempio, il fatto che la gran parte delle decisioni pubbliche presentano caratteristiche tecnico-scientifiche, fuori della competenza dei comuni cittadini. La potenza della tecnocrazia dipende da questo. Come coinvolgere i cittadini in modo consapevole - parlo di una questione ritornata d’attualità - nella politica dell’energia nucleare. La vita pubblica è sempre più determinata dalla scienza».
Come insegnano la vicenda Englaro e, in genere, le questioni bio-politiche. 
«Certo. La tecno-crazia insidia la demo-crazia. Il destino sembra segnato da forze che si sono rese indipendenti, ineluttabili».

Ma questo non è sempre stato vero?
«Non nella misura odierna. Viviamo un’epoca in cui sembra che il corso degli eventi sociali non possa che essere così com’è. La politica ha perso in gran parte la sua funzione direttiva. Si risolve semplicemente nel correre dietro alle cose per tamponare le difficoltà, nei momenti di crisi. Sembra che il movimento sia imposto da fuori».

Da chi?
«Direi piuttosto: da che cosa? Da potenze immateriali che tutto muovono, che sembrano inesorabili. Per esempio, lo sviluppo, l’innovazione, il consumo: tre cose quantitative e non qualitative, che si legano e spingono tutte nella stessa direzione. Di fronte alla crisi dell’economia mondiale e alle sue conseguenze non si discute di alternative, che collochino sul terreno del possibile altri modi di vivere o di consumare».

È il pensiero unico?
«È un grave pericolo il non saper più guardare le cose da diversi lati, l’aver perso l’idea stessa di alternative. È cecità che riduce la politica alla gestione dell’esistente, magari nella direzione dell’abisso, senza nemmeno accorgersene. Se così è, a che cosa si riduce la partecipazione politica?».

Torniamo al nostro Paese. La crisi del partito democratico ha a che vedere con ciò che abbiamo chiamato disagio democratico?
«Direi di sì. Nessuna democrazia vive senza opposizione, senza qualcuno che, per l’appunto, sappia “guardare le cose dall’altra parte”. Oltretutto, senza una sponda, un limite, chi dispone del potere è portato a espandersi illimitatamente. Aggiungo: ma anche a corrompersi al suo interno. Senza opposizione, le forze dissolutici interne del potere non hanno ragione di trattenersi. È l’intero sistema che è in pericolo. Per questo, c’è da augurarsi che coloro che si sono assunti il compito di rimettere in piedi l’opposizione si rendano conto della responsabilità non solo verso un partito, ma verso la democrazia».

Diceva Bobbio: gli italiani sono democratici meno per convinzione che per assuefazione. L’assuefazione può facilmente portare a una crisi di astinenza e quindi a una ripresa delle energie democratiche ma anche a una crisi di rigetto. Ciò può spianare la strada a un regime?
«Forse solo favorirà la certa tendenza al rovesciamento della piramide democratica, alla concentrazione in alto del potere: il potere che scende dall’alto e produce consenso dal basso, lo schema della demagogia».

Sta succedendo in Italia, oggi?
«Poniamo mente alla concentrazione di potere economico, culturale (editoria, televisioni) e politico, i tre poteri su cui si fondano le società umane: concentrazione al loro interno e tra loro. Sono cadute le barriere. Chi parla ancora della necessità che il mondo dell’economia non sia oggetto di incursioni da parte della politica? Chi osa porre il problema dell’autonomia della comunicazione e della cultura? Quanti tra gli intellettuali si preoccupano dell’indipendenza dal potere economico e da quello politico? Quanti nel mondo della politica ritengono che sia un loro dovere occuparsi di politica, appunto, e non di banche, finanziamenti, posti in consigli di amministrazione? È venuta meno l’etica delle distinzioni. Il potere si accentra e procede dall’alto. Demagogia significa letteralmente: popolo che “è agito”, non “che agisce”».

Siamo già alla demagogia?
«Il pericolo è antico, anzi connaturato alla democrazia. Basta leggere Tucidide o Aristofane. Nulla di nuovo sotto il sole. Oggi, il pericolo è accresciuto da un certo modo d’intendere e organizzare il bipolarismo indotto dal sistema elettorale maggioritario, un modo che ingigantisce, fino al rischio della deflagrazione, la persona dei leader. Il culto del personaggio è certo una manifestazione di degrado democratico. Il presidenzialismo all’italiana potrebbe ridursi a questo».

Quali gli antidoti?
«Non vorrei sembrar tirar l’acqua al mio mulino, ma vorrei dire: difendere la Costituzione cercando di comprenderne i suoi contenuti, di cultura politica, di ethos civile, di promozione della partecipazione e dell’assunzione delle responsabilità. La Costituzione è nata in un certo momento storico a opera di certe forze politiche. Ma, se la raffrontiamo con gli esempi migliori del costituzionalismo mondiale, possiamo constatare facilmente ch’essa non sfigura affatto».

Perché?
«Al di là di tutto, degli interessi in gioco e del conflitto sociale, mi pare che ci sia una difficoltà maggiore, che allontana dalla politica e favorisce lo svuotamento della democrazia: la tirannia del tempo, cui tutti siamo drammaticamente sottoposti. Quando il tempo manca, perché non delegare a qualcuno la nostra esistenza?».

E che propone «Biennale Democrazia»?
«Propone una parentesi di cinque giorni nella routine di ogni giorno e chiede ai cittadini di riservarsi uno spicchio del loro tempo per dedicarlo a una riflessione comune sul nostro modo d’essere cittadini in una democrazia. Chiede di ribellarsi alla schiavitù del tempo che è nemica della libertà».
di Cesare Martinetti - «La Stampa»

Altri testi di Zagrebelsky comparsi su SudTerrae:

giovedì 26 febbraio 2009

I grandi movimenti di protesta nel mondo del lavoro


Una cosa poco raccontata della crisi economica mondiale – almeno in Italia – è la crescita di grandi movimenti di protesta nel mondo del lavoro. Abbiamo cercato di dar conto sia di quanto si è mosso in altri paesi, sia delle iniziative organizzate in Italia dalla Cgil, che sono solo un’avvisaglia di avvenimenti più forti in vista. Segnali non trascurabili arrivano anche dal sindacalismo di base, alternativo e indipendente, con una sua distinta piattaforma di rivendicazioni rivolte ad alcuni nodi difficili del mondo del lavoro: temi che solo qualche tempo fa sarebbero stati un tabù, ma oggi diventano improvvisamente più “legittimi”. 
Il contesto è quello che ha visto in poche settimane «Il Sole 24 Ore» e «The Economist» passare dalla vulgata neoliberista a fenomenali esaltazioni dell’intervento pubblico nell’economia. È una circostanza storica in cui anche il sindacalismo più eterodosso acquista una forza particolare, e le sue “visioni” appaiono un’offerta rivendicativa capace di rompere molti schemi. Accade in tutta Europa, e l’Italia non farà eccezione. Non né un caso che il governo, questo governo, sempre più sospinto a misure che intendono forzare la Costituzione, abbia puntato la prua contro il diritto di sciopero.
L’Assemblea nazionale del Patto di Consultazione Cub, Cobas e Sdl ha indetto una manifestazione nazionale (28 marzo 2009) e uno sciopero generale e generalizzato con manifestazioni regionali (23 aprile) per proporre una nuova piattaforma a ridosso dell’accelerarsi della Grande Crisi e in previsione degli imminenti sconvolgimenti nel mondo del lavoro. 
Il sindacalismo alternativo punta proprio al bersaglio grosso, la Grande Crisi: «essa è una crisi globale, strutturale, di sistema che investe tutto il sistema di produzione e di vita capitalistico. C’è un intreccio micidiale di crisi, che ingigantiscono quella economica, già di per sé enorme; c’è una crisi ambientale, poiché la devastazione della natura e i cambi climatici mettono in discussione addirittura la continuità della vita in tanti parti del mondo, una crisi energetica e una crisi alimentare. E a compenetrarle tutte, c’è la gigantesca crisi legata alla guerra permanente e globale che percorre il mondo: la guerra, lungi dall’attenuarsi, viene vista dai padroni del mondo come la carta a disposizione per placare le altre crisi del sistema.»
Un sindacato di minoranza vuole opporsi a tutto questo? Sarebbe un “vasto programma”, avrebbe forse detto De Gaulle.
Ma la carne viva del lavoro oggi, fra nuove disuguaglianze e un precariato di massa che mette in mora già in questi mesi le residue certezze di milioni di lavoratori (milioni, si badi), trova immediatamente un terreno di scontro su chi dovrà pagare i costi della crisi. Le disuguaglianze si presentano con dura evidenza, mentre filtrano le cronache dei bonus che ancora remunerano i banchieri che hanno determinato la corsa al disastro, intanto che gli stati corrono a salvare prima di tutto proprio queste figure tragiche del nostro tempo e il loro sistema.
«Ma la crisi, come dice la parola stessa che rimanda a trasformazioni e cambiamenti, può anche essere – dicono i sindacati di base - una grande occasione di mutamento dei parametri per la vita sul globo.» Ammettono che la possibilità non è affatto scontata: «in passato grandi crisi hanno anche prodotti brutali involuzioni reazionarie». 
Facendo riferimento a questo quadro in rapidissimo movimento, il Patto di Consultazione punta comunque a specifiche proposte legate alla vicenda italiana e alle sue relazioni industriali, riconoscendo che la Cgil si colloca in una posizione molto diversa dagli altri sindacati confederali.
Pronti dunque a giocare un ruolo nella fase di apertura del conflitto sociale nel momento in cui il governo vorrebbe stringere le viti delle forme di contrattazione indebolendo le rappresentanze sindacali.
La piattaforma rivendicativa si riassume nei seguenti punti:  
1. Blocco dei licenziamenti;
2. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario;
3. Aumenti consistenti di salari e pensioni, introduzione di un reddito minimo garantito per chi non ha lavoro;
4. Aggancio dei salari e pensioni al reale costo della vita;
5. Cassa integrazione almeno all’80% del salario per tutti i lavoratori, precari compresi, continuità del reddito per i lavoratori “atipici”, con mantenimento del permesso di soggiorno per gli immigrati;
6. Nuova occupazione mediante un Piano straordinario per lo sviluppo di energie rinnovabili ed ecocompatibili, promuovendo il risparmio energetico e il riassetto idrogeologico del territorio, rifiutando il nucleare e diminuendo le emissioni di CO2;
7. Piano di massicci investimenti per la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro e delle scuole, sanzioni penali per gli omicidi sul lavoro e gli infortuni gravi;
8. Eliminazione della precarietà lavorativa attraverso l’assunzione a tempo indeterminato dei precari e la re-internalizzazione dei servizi;
9. Piano straordinario di investimenti pubblici per il reperimento di un milione di alloggi popolari, tramite utilizzo di case sfitte e mediante recupero, ristrutturazione e requisizioni del patrimonio immobiliare esistente; blocco degli sfratti, canone sociale per i bassi redditi;
10. Diritto di uscita immediata per gli iscritti/e ai fondi-pensione chiusi. 
Il governo va già in direzione opposta. Le restrizioni al diritto di sciopero e il preteso ritorno agli enormi investimenti per l’energia nucleare sono cosa di queste ore, e saranno punti di frizione fortissima nei prossimi mesi. 
Anche dalla Cgil arrivano reazioni durissime. Il più grande sindacato sottolinea la gravità dell'attacco alla Costituzione: «lo sciopero infatti è un diritto soggettivo del lavoratore e non può essere in alcun modo impedito.» Il provvedimento del governo sarà il tema chiave della manifestazione nazionale che si svolgerà a Roma il 4 aprile 2009 per respingere l'accordo separato fra governo da una parte e Cisl, Uil e Ugl dall’altro. In due settori vasti e cruciali come il pubblico impiego e la scuola i lavoratori hanno votato in massa al referendum sui contratti firmati solo da Cisl e Uil seppellendoli sotto una valanga di no.
Si incrociano dunque date diverse, strategie e pesi differenti nel mondo del lavoro. In mezzo alle lotte sociali si giocherà anche una battaglia egemonica fra diversi modi d’intendere il ruolo del sindacato. Nel frattempo, Berlusconi sembra avere una gran fretta di chiudere la partita costituzionale per essere lui il nocchiero della nave in gran tempesta. Per posizionarsi meglio impone un’agenda mediatica che silenzia il più possibile i temi della crisi e del lavoro, e impone inoltre un’agenda politica che parla lo stesso d’altro, anche perché il principale presunto oppositore, il PD, glielo lascia fare.
Senza sponde forti, nulla ammorbidirà le abrasioni di uno scontro sociale inevitabile, data la portata della crisi.
di Pino Cabras - Megachip

Madagascar,la tensione durante la tregua


Il presidente del Madagascar Marc Ravalomanana e il leader dell'opposizione Andry Rajoelina si sono incontrati per la seconda volta dallo scoppio, a fine gennaio, delle agitazioni e delle sommosse contro il governo che hanno già causato più di cento morti.
Per il bene dei negoziati, si è deciso di non rivelare il contenuto e le conclusioni del faccia a faccia, ma secondo gli esperti la soluzione della crisi non è a portata di mano. Nonostante Ravalomanana abbia rivelato che saranno attuate delle riforme economiche e sociali per andare incontro alle rimostranze della popolazione, Rajoelina esige la destituzione del presidente e non ci sono segni che lascino pensare a un suo passo indietro sulla questione. Il 34enne leader dell'opposizione, ex sindaco di Antananarivo (rimosso di recente proprio in seguito alle proteste da lui guidate) nonché ex dj molto popolare nella capitale, si è detto insoddisfatto dei progressi fatti finora.
Durante il periodo delle trattative, Ravalomanana e Rajoelina hanno concordato la sospensione delle proteste per le strade e degli arresti di natura politica, per fermare le violenze e i saccheggi nell'isola. Entrambe le parti hanno anche deciso di porre fine alle campagne di disinformazione pubblica; una mossa significativa, visto che gli enti radio-televisivi privati sono spesso accusati di parzialità e il confine tra dicerie e fatti reali non è affatto chiaro. Lo scorso dicembre la chiusura di Viva, il canale televisivo di Rajoelina, provocò il rapido deterioramento delle relazioni tra il presidente Ravalomanana e il suo maggiore oppositore.
Secondo Jean-Eric Rakotoharisoa, professore di diritto all'Università di Antananarivo, alla conclusione dei negoziati gli scenari possibili potrebbero essere due: "Un corpo governativo neutrale, che non sta né con il presidente né con l'opposizione, ma formato da tecnici che ridiano stabilità al paese; oppure un governo di transizione, con la condivisione del potere tra i partiti di Ravalomanana e Rajoelina, che dovrebbe includere anche altre forze politiche, soprattutto quelle delle province," che si sono schierate col movimento di opposizione. Infatti al momento le trattative sono solo tra i partiti del centro dell'isola, ma bisogna considerare che le tensioni tra gli abitanti delle aree costiere del Madagascar e quelli dell'altopiano interno hanno caratterizzato per lungo tempo la politica del paese.
Il principale ostacolo alla formazione di un qualsiasi governo provvisorio è l'attuale costituzione del Madagascar, che non contempla un corpo governativo ad interim. C'è anche la questione del ruolo dell'esercito, che storicamente è sempre stato misurato e neutrale nei periodi di agitazioni politiche. La scorsa settimana, i capi militari hanno dichiarato che, nel caso in cui non si trovi nessuna soluzione, essi "compiranno il loro dovere" nel mantenere l'unità nazionale e lo stato di diritto. Secondo alcuni, questo significa che, se la situazione dovesse degenerare, l'esercito potrebbe intervenire e prendere il potere.
Intanto la tregua nelle proteste e nelle manifestazioni almeno ha permesso un ritorno alla normalità nelle strade della capitale, dove i commercianti e i proprietari di negozi hanno ripreso le loro attività, che erano state fortemente danneggiate durante gli scontri violenti delle ultime settimane.
di Marco Menchi

mercoledì 25 febbraio 2009

L'ennesimo regalo ai cugini francesi


Sarkozy punta sui fondi pubblici italiani per sostenere l'industria nucleare francese e convince Berlusconi a firmare uno scellerato accordo-quadro sul nucleare che conviene solo Oltralpe, perché è molto costoso e dovrà essere coperto dai fondi pubblici,  è scientificamente inconsistente, in contraddizione con gli impegni europei e, soprattutto, in netto contrasto con il referendum popolare del 1987.

Il patto italo-francese. Al vertice di Villa Madama, Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy hanno firmato l'accordo quadro sul nucleare, che getta le basi per "un'ampia collaborazione in tutti settori della filiera, ricerca, produzione e stoccaggio". Il documento definisce le linee direttrici per lo sviluppo in Italia della tecnologia Epr, ovvero quella del reattore di terza generazione che ricalca il modello francese. Inoltre, Enel dovrebbe entrare con una quota del 12,5% nel progetto per la costruzione di un secondo reattore nucleare in Francia a tecnologia Epr.
In conferenza stampa il titolare dell'Eliseo ha definito "storico" l'accordo e ha affermato che se l'Italia dovesse confermare l'intenzione di aprire al nucleare, la Francia "propone una partnership illimitata".

Per il presidente del Consiglio il summit ha confermato che tra Roma e Parigi "c'è una visione comune su tanti problemi, su come devono essere cambiate le regole e sul modo in cui deve cambiare l'Unione europea", Al centro dei lavori la cooperazione nel settore energetico, la crisi economica globale, l'impegno militare in Afghanistan e in Medio Oriente, la lotta alla pirateria e la Torino-Lione.

I nuovi impianti sono più pericolosi. Le centrali nucleari di nuova generazione sono più pericolose, in caso di incidente, degli impianti che dovrebbero sostituire. Lo afferma un'inchiesta del quotidiano britannico "The Independent", secondo il quale alcuni documenti di natura industriale proverebbero come, in caso di incidente, la fuoriuscita di radiazioni da queste centrali sarebbe notevolmente più consistente e pericolosa che non in passato. Documenti che provengono anche dalla francese Edf.

Si tratta di prove, scrive il quotidiano, "ben sepolte tra le carte della stessa industria nucleare" e che "mettono in dubbio le ripetute affermazioni secondo le quali i nuovi Epr (European Pressurised Reactors) sarebbero più sicuri delle vecchie installazioni". Semmai sarebbe vero il contrario: "Pare che un incidente ad un reattore o al sistema di smaltimento delle scorie, sebbene più difficile da verificarsi, potrebbe avere conseguenze ancor più devastanti in futuro". 
In particolare, tra gli studi esaminati, " ce n'è uno che suggerisce che le perdite umane stimate potrebbero essere doppie" rispetto al passato.

Un impianto della generazione Epr è già stato realizzato in Finlandia, due sono in fase di realizzazione o progettazione in Normandia. Quattro verrebbero realizzati dalla Edf in Gran Bretagna. L'India è interessata a costruirne sei.
"Finora questo tipo di centrali è stato generalmente considerato meno pericoloso di quelli attualmente in funzione", continua il giornale britannico, "solitamente perché dotato di maggiori misure di sicurezza e in grado di produrre meno scorie. Ma le informazioni contenute nei documenti da noi consultati dimostrano che in effetti producono una quantità di isotopi radioattivi di gran lunga maggiore tra quelli definiti tecnicamente 'frazioni di rilascio immediato'  proprio perché fuoriescono facilmente dopo un incidente".

Inoltre "i dati contenuti in un rapporto fornito dalla Edf suggeriscono l'idea che la quantità di particelle radioattive di rubidio, bromo, cesio e iodio sarebbero il quadruplo che con i reattori attualmente in uso". Un secondo rapporto, questa volta della Posiva Oy, una compagnia specializzata nel trattamento delle scorie nucleari e che è di proprietà di due ditte specializzate nella costruzione di centrali, "lascia intendere che la produzione di iodio 129 sarebbe addirittura sette volte superiore".

Non basta: "un terzo dossier, redatto dalla Swiss National Co-operative for the Disposal of Radioactive Waste, lascia concludere che il cesio 135 ed il cesio 137 sarebbero maggiori di 11 volte".
Tanta disparità nei possibili effetti di un incidente è dovuta proprio all'idea attorno alla quale sono impostati i reattori di nuova generazione, che bruciano il loro combustibile nucleare ad una velocità doppia rispetto agli attuali".

La Areva, l'azienda che progetta gli Epr, ha puntualizzato, una volta interpellata dall'Independent, "che la radioattività complessiva delle scorie in realtà aumenta solo in misura leggera". Inoltre "queste centrali sono state progettate esattamente per bloccare ogni fuga radioattiva".
Il quotidiano, però, ha fatto analizzare i dati ad alcuni esperti di propria fiducia. Conclusione: "il motivo di preoccupazione è comunque la grande quantità di materiale radioattivo che può fuoriuscire", perché "nessun sistema da' la certezza matematica della sicurezza". A riguardo il commento della Edf è lapidario: "Siamo fiduciosi che i nuovi impianti possano essere costruiti e gestiti in assoluta sicurezza".

L'aspetto economico. Senza il sostegno pubblico, l'attuale nucleare non è competitivo nei paesi occidentali, a maggior ragione in un momento di crisi in cui sarebbe di gran lunga meglio puntare su misure che danno risultati a breve termine, sostengono e rendono più competitiva l'economia e l'aumento occupazionale. Per il nostro paese questo vuol dire puntare sul risparmio energetico, sulle fonti rinnovabili, sul recupero energetico del patrimonio edilizio esistente, sul ricambio dei beni durevoli orientato su base ambientale.
Per quanto riguarda il nucleare, inoltre,  è necessario potenziare la ricerca su quello di quarta generazione, che diminuisce i rischi, la produzione di scorie, rompe la catena della proliferazione nucleare. Se si finanziasse la ricerca scientifica, in questo campo l'Italia avrebbe tutte le capacità per poter dire la sua.

Le reazioni politiche. Per Francesco Ferrante (PD), dell'esecutivo nazionale Ecodem si tratta "dell'ennesimo regalo, dopo la vicenda Alitalia, ai cugini francesi". 
"Oggi il governo firma un accordo con la Francia sul nucleare che conviene solo ai francesi - spiega Ferrante - , e intanto in queste settimane sta perdendo tempo e occasioni per rilanciare il settore delle energie rinnovabili e del risparmio energetico, in campi su cui invece investono tutti gli altri paesi europei e gli Stati Uniti di Barack Obama". 
Per Ferrante "è ovviamente comprensibile l'interesse di Sarkozy di trovare nuovi mercati alla sua industria nucleare in difficoltà per mancanza di ordini sufficienti a livello mondiale". Viceversa, "non si capisce quale può essere l'interesse italiano nell'importare tecnologia, indirizzare gli investimenti privati in un settore incerto e poco conveniente economicamente come il nucleare e prevedere inevitabilmente, anche se negandolo formalmente, stanziamenti pubblici per sostenere una produzione energetica altrimenti insostenibile". Inoltre, continua Ferrante, "Berlusconi si è distinto a livello europeo per una battaglia di retroguardia contro il pacchetto clima (il '20-20-20') ed ha provato a cancellare gli incentivi del 55% per il risparmio energetico nell'edilizia introdotti dal precedente governo Prodi".

L'esponente Ecodem ricorda infine come "lo stesso centrodestra, quando si è trattato di estendere gli incentivi per gli elettrodomestici, prima non ha specificato che erano destinati solo per quelli ad alta efficienza e successivamente li ha comunque previsti in maniera ridicola solo per coloro che devono ristrutturare la propria abitazione". Non va poi dimenticato che "lo stesso governo ha infine inserito nottetempo un comma nel decreto 'milleproroghe' che ha posticipato di un anno l'obbligo per i regolamenti edilizi comunali di prevedere che i nuovi edifici fossero alimentati almeno in parte da fonti energetiche rinnovabili". Per l'ecologista democrat "è quindi palese che questo esecutivo per quanto riguarda le politiche energetiche è saldamente ancorato al secolo scorso". E questo perché il nostro paese punta al nucleare "mentre gli Stati Uniti cancellano tutti gli incentivi previsti per nucleare e carbone puntando, come la Germania, sulle fonti rinnovabili". Il mondo, conclude Ferrante, "va avanti e noi restiamo al palo".  

Non dissimili le critiche che provengono dagli esponenti delle sinistre. 
Umberto Guidoni (Unire la sinistra) denuncia come il governo italiano stia facendo gli interessi della Francia e dei grandi gruppi industriali, non del nostro paese:  "Il governo Berlusconi è come al solito contraddittorio: da un lato considera troppo costoso il "pacchetto climatico" dell'Unione europea, dall'altro fa accordi con la Francia per il nucleare, puntando su una fonte di energia che costerà alle tasche degli italiani tantissimi soldi e di cui beneficeranno solo grandi gruppi industriali". 
"Il nucleare - ha concluso Guidoni - è una fonte di energia non solo pericolosa, ma estremamente costosa e che non contribuisce a soddisfare il fabbisogno di energia del nostro paese in quanto riguarda solamente l'energia elettrica. La decisione di costruire centrali nucleari riporta il paese indietro di 20 anni. Mentre Obama e l'Unione europea guardano al futuro e puntano sulla riconversione "verde" dell'economia, il governo Berlusconi firma accordi che penalizzano l'Italia e che favoriscono la Francia".  

"Un ritorno al nucleare è scientificamente inconsistente, molto costoso e contraddice gli impegni europei e il referendum popolare del 1987". Questo il commento di Maria Campese, della segreteria nazionale del Prc e responsabile dell'area Ambiente, territorio e beni comuni. L'esponente del Prc spiega infatti che l'energia nucleare non è né abbondante né pulita perché dosi comunque piccole di radiazioni, sommandosi al fondo naturale di radioattività, possono causare eventi sanitari gravi (tumori, leucemie, effetti sulle generazioni future) ai lavoratori e alle popolazioni. Il governo dimentica inoltre di dire come eventualmente risolverà il problema delle scorie  radioattive e "mente quando parla di risparmi, perché l'energia nucleare non è a basso costo: la complessità del ciclo del combustibile, i dispositivi sempre più impegnativi per mitigare l'impatto sanitario degli impianti, sono alla base della lievitazione del costo dell'energia prodotta e della situazione di stallo nei Paesi più avanzati, che pure avevano perseguito con decisione nel passato questa produzione di energia anche per l'intreccio essenziale con la produzione degli armamenti nucleari". "Serve  invece - conclude Campese - il rispetto della democrazia (si pensi alla scelta del 1987) e della salute dei cittadini ed è necessario optare per una politica energetica che si fondi sulle rinnovabili, energie pulite da cui potranno scaturire anche nuove possibilità occupazionali".

di Carla Ronga

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=11152


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