martedì 31 marzo 2009

La regia del Mossad


Raid israeliani in terriorio sudanese, contro sospetti convogli di armi dirette verso Gaza. Ancora una volta un raid aereo israeliano in territorio straniero rimane avvolto dal mistero, suscitando ipotesi e congetture - probabilmente destinate a rimanere tali - nei media internazionali. L'episodio risale alla fine dello scorso gennaio, quando un convoglio di 17 automezzi è stato bombardato da caccia non identificati. L'attacco, che ha provocato la morte di almeno 39 persone e il ferimento di diversi civili, era stato inizialmente attribuito all'esercito degli Stati Uniti. Fino a venerdì scorso, quando l'emittente Usa Abc ha rivelato che a compiere quel raid sarebbe stata l'aviazione Israeliana. Secondo i servizi di intelligence Usa e israeliani, il convoglio in questione era composto da sudanesi e iraniani, che trasportavano armi verso la Striscia di Gaza per il governo Hamas, che nel frattempo subiva l'operazione Cast Lead. Lunedì 30 marzo il quotidiano arabo Al Sharq al Awsat ha fornito una ricostruzione degli eventi, secondo la quale, poco prima di quel bombardamento, ufficiali statunitensi avevano avvisato le controparti sudanesi della presenza del convoglio sospetto. Katrhoum aveva risposto che avrebbe indagato le accuse, poi, subito dopo, c'era stato l'attacco, che era dunque stato attribuito agli F16 Usa. Venerdì scorso, dopo la rivelazione dell'Abc le autorità sudanesi sostenevano di non avere ancora concluso la loro inchiesta. Tuttavia, secondo il portavoce del ministero degli Esteri sudanese, "i convogli trasportavano merci di contrabbando, ma non armi". Sul giallo del convoglio lunedì è intervenuto anche il settimanale britannico Times. Citando fonti della Difesa ha sostenuto che il convoglio trasportava razzi a lungo raggio destinati a Hamas, armi che avrebbero potuto colpire sia Tel Aviv che Dimona, il sito nucleare nel sud di Israele. Oggi il Times rivela altri due dettagli significativi: in primis a compiere l'attacco sarebbero stati dei droni, degli aerei senza pilota israeliani. Si tratterebbe degli stessi mezzi, chiamati Heron, capaci di percorrere la distanza che separa Israele dalla centrali nucleari iraniane. Il Time, inoltre, sostiene che dall'inizio di gennaio a oggi i raid israeliani contro sospetti trafficanti di armi in territorio sudanese sarebbero stati già tre. Il primi due attacchi sarebbero avvenuto il 27 gennaio e l'11 febbraio nel deserto sudanese, il terzo episodio, invece, sarebbe un non meglio precisato affondamento di una nave nelle acque del mar Rosso. Israele non ha confermato né smentito le notizie, ma il premier uscente Olmert, interrogato sul tema, ha risposto sibillino che "Israele opera ovunque possa colpire l'infrastruttura terroristica", e ha aggiunto: "ciò è stato vero a nord, in una serie di incidenti, e a sud, in una serie di incidenti". Il riferimento è al raid israeliano del 6 settembre 2006, che colpì una sospetta infrastruttura nucleare in territorio siriano. Quell'episodio, a oltre due anni di distanza, rimane ancora avvolto nel mistero. Rimarrà un mistero anche il reale carico del convoglio colpito in Sudan? Probabilmente sì visto che le parti si accusano senza mostrare prove. Secondo la stampa sudanese i raid israeliani avrebbero prodotto "200 vedove e 600 orfani". Il ministero degli Esteri di Khartoum ha parlato di "flagrante aggressione da parte di Israele" e ha annunciato che, quando sarà terminata l'inchiesta governativa, il Sudan potrebbe inoltrare un reclamo al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Israele insiste però nel sostenere di avere agito contro il contrabbando di armi verso la Striscia, ma la sorveglianza del territorio a sud di Gaza compete all'Egitto. Domenica 29 il capo dei servizi segreti israeliani, Yuval Diskin, ha lodato il Cairo per il miglioramento dell'attività anti-contrabbando, che viene ora sostenuta anche dalle tecnologie dell'intelligence israeliana. Secondo Diskin, però, il problema delle forniture di armi a Hamas è ancora consistente. "Dalla fine dell'operazione Cast Lead - ha dichiarato - nella Striscia sono entrate 45 tonnellate di materiali necessari alla produzione di armi, 22 tonnellate di esplosivi, decine di razzi terra terra e anticarro". Anche in questo caso non vengono fornite prove. Difficile da credere visto che si parla della Striscia di Gaza, dove non riesce a entrare nemmeno il cemento per ricostruire le case.

Lo stillicidio di tagli alla sicurezza


Continuavano a chiamarlo sicurezza, lo stillicidio di tagli alla sicurezza. Un miliardo di euro in meno nel 2007, 800 milioni nel 2008, 1300 milioni nel 2009. Ricapitolando: nell’era dei grandi salvataggi e del denaro buttato alle banche dagli elicotteri, le forze dell’ordine italiane hanno subito un salasso totale di oltre tre miliardi di euro in tre anni. Fonte ultrasegreta del dato: le leggi finanziarie.
Diciamo ultrasegreta, perché il governo ha scelto – come in ogni campo - una via orwelliana: arriva a dire che gli stanziamenti per la polizia sono aumentati. Puro “bispensiero”. I dati veri scompaiono dai Tg. Ma il bello è che il governo osa dirlo anche in faccia ai sindacati di polizia. Le maggiori sigle sindacali faticano a contenere l’inevitabile malcontento generato da una situazione insostenibile. A centinaia, i poliziotti sono arrivati a protestare davanti al Viminale, presente anche il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. 
Come se non bastasse ci si mettono pure le ronde. Un aiuto, un pilastro di responsabilità civica, secondo il ministro dell’Interno Maroni. Una seccatura che distoglie tempo e risorse, anzi, peggio, un problema per la sicurezza, un grattacapo che si aggiunge alla confusione dei soldati usati con compiti di polizia, fanno notare i sindacati.
Così abbiamo il governo che racconta favole sulle magnifiche sorti e progressive della sicurezza e sul suo “potenziamento”. Ma chi si va a leggere le circolari della Direzione centrale per i servizi di ragioneria del Ministero dell’interno vede una storia ben diversa, una catastrofe gestionale umiliante che pone seri problemi di tenuta democratica del nostro paese, anche in un tale luogo nevralgico. Tagli drastici alle missioni, auto di epoca nuragica ancora in servizio ma con sempre meno benzina, misure draconiane sul riscaldamento delle caserme. Uomini coinvolti in delicate missioni antimafia costretti alla più tipica e riconoscibile vita da caserma, con ricercati che così mangeranno la foglia, sapendoli a dormire lì.
E anche se negli organici ci sono già vuoti pazzeschi, i 1500 agenti che ogni anno se ne vanno in pensione sono sostituiti solo in piccola parte. Per una volta la Cgil non è stata lasciata a opporsi da sola, e perfino il segretario del Pd, Dario Franceschini, ha raccolto sgomento la notizia che «ai poliziotti che dovranno operare al G8 di La Maddalena è stato chiesto di anticipare di tasca propria le spese». Proprio così, a questi nababbi che già prendono un terzo in meno rispetto ai loro colleghi europei.
Per capire lo sfacelo gestionale, va ricordato che molto spesso gli straordinari sono obbligatori, senza copertura finanziaria adeguata e vengono rimborsati anche due anni dopo. Persino il SAP, il sindacato più filogovernativo che pure si è dissociato dalla manifestazione al Viminale, chiede centinaia di milioni di euro per la funzionalità minima della pubblica sicurezza.
Questa è l’Italia che deve presentarsi più cattiva, direbbe Maroni. Al momento riesce a essere cattiva e micragnosa anche con le proprie strutture essenziali. Quanto può reggere uno Stato nazionale che lesina i soldi ai suoi apparati fondamentali, alle scuole, all’Università, alle forze di polizia, fino a avvilirli e demotivarli? E se tutto questo si sfascia, che razza di processo politico si innescherebbe? Coperta da tanta retorica sulla sicurezza, la politica che si avanza apre le porte a poteri irresponsabili e predatori che sembrano non disdegnare anche il caos. Una polizia umiliata, che si aggiungerebbe a una scuola in declino verticale, a questi non dispiacerebbe. Tutte le secessioni risulterebbero più plausibili. Si sono preparati per decenni.
di Pino Cabras - Megachip

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lunedì 30 marzo 2009

Colombia, nuova persecuzione paramilitare contro le sinistre


Il Polo Democratico Alternativo (Pda), eterogenea coalizione di diversi partiti e movimenti democratici, progressisti e di centro-sinistra, ha denunciato una nuova escalation di attacchi e persecuzioni ai danni di propri militanti in diverse regioni del Paese.
Nella serata di lunedì 9 marzo, è stato ucciso José Pinzón Nuñez, dirigente locale del Pda: due uomini su una motocicletta lo hanno crivellato di colpi. È accaduto nel quartiere San Felipe di Barranquilla, importante città portuaria della costa caraibica. Tre giorni prima, il 6 marzo, era stato ucciso a Cali Alvaro Miguel Rivera, difensore dei diritti umani e dirigente del Polo. Rivera era stato in passato minacciato già a Villavicencio, da dove era stato costretto a fuggire.
Dopo i tentativi di personaggi interni al Polo capeggiati da Gustavo Petro e Lucho Garzón, di dividerlo e indurlo a stringere un alleanza elettorale coi liberali in vista delle elezioni presidenziali del 2010, ora s'intensificano le minacce e gli attentati contro i suoi esponenti più coerenti. Il terrorismo di Stato contro il Pda, certamente ben lontano dall'essere un'organizzazione rivoluzionaria, fa pensare che qualcuno non tolleri soggetto alcuno che si pronunci in favore della soluzione politica del conflitto, di riforme democratiche e di rispetto integrale dei più elementari diritti umani.

L'acqua? A quando la privatizzazione dell’aria?


Può interessare a qualcuno che l’acqua San Bernardo abbia la bottiglia di plastica firmata nientepopodimenoché da Giugiaro? Eppure in questi giorni ce lo ricordano paginate pubblicitarie con la foto del designer e lo slogan “L’acqua può trovare una forma perfetta”, e un ampolloso trafiletto che decanta «la prima acqua che ha legato il proprio nome al mondo del design, un sodalizio sancito e rinnovato dal nuovo packaging by Giugiaro Design».
Ha senso spendere tutti questi soldi per produrre la bottiglia firmata se poi la si deve buttare via?

Magari gettandola nell’inceneritore essendo la plastica appetibile per queste strutture perché produce molta energia? Oppure, se va meglio, queste bottiglie diverranno maglioni di pile? 
Ma si sa che gli italiani sono i più grandi consumatori di acqua in bottiglia: nel 2007, ci dicono da Legambiente e dalla rivista Altreconomia, ne hanno consumata ben 12,4 miliardi di litri, vale a dire 196 litri procapite all’anno, portando il nostro paese al terzo posto della classifica mondiale per questa tipologia di consumi dopo gli Emirati Arabi (260 litri/anno procapite) e il Messico (205 litri/anno procapite). Un record ed un volume di affari considerevole: pensate che ci sono in Italia ben 192 fonti e 321 marche e il business nel 2007 di questo prodotto ha raggiunto la cifra di 2,25 miliardi di euro.

L’acqua in bottiglia ha un costo molto più alto di quella che esce dal rubinetto, indicativamente 0,5 millesimi di euro al litro contro i 50 centesimi di euro al litro di quella in bottiglia. 
I costi dell’acqua in bottiglia cono soprattutto legati (90%) all’imballaggio (cioè la bottiglia firmata dagli stilisti di grido), al trasporto (senza contare i costi ambientali: quanto inquinano i Tir che viaggiano da nord a sud pieni di acque minerali?), al costo del lavoro ed alla pubblicità. 

Ma chissà quanto business si farà ancora dopo che il ministro Tremonti ha ottenuto (con decreto legge n. 112, articolo 23bis) che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica. In sostanza il Governo Berlusconi ha sancito che in Italia l’acqua non sarà più un bene comune pubblico ma una merce e quindi sarà gestita dalle multinazionali del settore, le stesse che già possiedono l’acqua minerale. 

Ed i problemi sono già venuti fuori: l’esempio più eclatante è quello di Latina dove la multinazionale francese Veolia ha deciso di aumentare le bollette del 300% . E se si protesta vengono staccati i contatori. 

A questo punto il semplice cittadino può salvaguardare la risorsa acqua solo superando le diffidenze usando l’acqua del rubinetto in quanto nella maggior parte dei casi è buona, è controllata, più economica, sicura, non inquina. Anche perché l’acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può approfittarsene per trarne illecito profitto. E non dimentichiamoci che l’essere umano è fatto per il 70% di acqua e che quindi il nostro attuale Governo è come se stesse vendendo il nostro corpo al miglior offerente. A quando la privatizzazione dell’aria?
di Davide Pelanda - Megachip

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sabato 28 marzo 2009

Manu Chao, "Clandestino" in Messico


Manu Chao, famoso cantante francese che tanto piace ai giovani, rischia l'espulsione dal Messico.
Il noto interprete di "Clandestino" è accusato dalle autorità di Città del Messico di aver tenuto dei discorsi a sfondo politico tanto da essere considerati come un'ingerenza nella vita politica del Paese centroamericano.
Uno dei portavoce del ministero dell'Interno messicano ha fatto sapere che un'indagine sarebbe stata già avviata "per sapere ciò che ha detto il cantante e in quale contesto".
Invitato al festival di Guadalajara Manu Chao ha annullato per motivi privati il concerto già organizzato da diverso tempo.
Probabilmente le polemiche sarebbero partite dal fatto che il cantante avrebbe definito "terrorismo di Stato" l'intervento della polizia messicana a Salvador de Atenco nel 2006 dove gli agenti in tenuta anti sommossa avevano attaccato dei venditori ambulanti di fiori che volevano protestare contro lo sgombero del loro mercato che avrebbe fatto posto a un nuovo aeroporto, causando la morte di due di loro.
La frase incriminata "Ciò che è successo a Atenco è in un certo modo terrorismo di Stato" ora è al vaglio degli inquirenti. L'articolo 33 della Costituzione messicana, infatti, prevede che i cittadini stranieri presenti nel Paese non possano esprimere giudizi e pensieri sulla situazione politica.
Una vicenda simile aveva riguaradato anche l'ex premier spagnolo Aznar che in un comizio a sostegno dell'attuale presidente Calderon aveva espresso molti pensieri sulla politica nazionale messicana. Dall'entourage del cantante fino a questo momento non sono giunte dichiarazioni.

Link: http://www.youtube.com/watch?v=DcxhlJHAN4U

Lavoro e immigrazione: l'esempio Kostadina Kuneva


Kostadina Kuneva ce la farà, ma la chiamano già martire. Una donna europea trattata da schiava da altri europei, poi deturpata e quasi ammazzata per aver provato a rialzare la testa e per averla fatta rialzare alle sue colleghe. Una storia di eccezionale eroismo e violenza, che i media dell’“emergenza immigrazione” hanno scelto di ignorare del tutto o quasi, perfino dopo essere stata sottolineata dalle migliaia di donne scese a manifestare per le strade di Atene l’8 marzo scorso, nel percorso tra la sede del Parlamento e l’ospedale Evanghelismos, dov’è ricoverata.
È bulgara, ha quarantaquattro anni, e da sette vive in Grecia. Ci arrivò dalla città portuale di Silistra, al confine con la Romania, portando con sé la madre ultrasessantenne e un figlio con seri problemi cardiaci che non aveva i mezzi per mantenere e curare adeguatamente. Una donna bella e affascinante, raccontano tra l’altro gli amici, costretti ora a parlare al passato. Una donna schietta e colta, comunque, col bagaglio di una laurea in storia.

Un bagaglio inutile, naturalmente, specie trattandosi di un’immigrata. Trovò lavoro come addetta alle polizie per una ditta, l’Oikomet, che lavora in subappalto su commissioni pubbliche, come si usa in questi tempi. Si chiama Isap, gestisce tra l’altro la ferrovia elettrica della linea metropolitana Pireo – Kifissia, ed è di proprietà di un vecchio quadro del Pasok, il partito socialista greco. Il background politico è irrilevante, gli affari sono affari, poco importa il calpestamento dei diritti fondamentali dei lavoratori.

Kostadina allora non si limitò a lavorare, si adoperò anche a invocare quei diritti. Era ovviamente precaria, lavorava sei ore al giorno ma era pagata per quattro e mezzo, in modo da evitare che raggiungesse le trenta settimanali, riconosciute a quella professione come lavoro usurante coi relativi benefici contributivi. Dopotutto, aveva dovuto firmare un contratto in bianco, senza poi riceverne copia. E senza naturalmente straccio di altri diritti riconosciuti, quali la tredicesima, al di fuori di qualche risibile elemosina.

Ben presto iniziò a denunciare gli abusi e a convincere le colleghe a fare altrettanto. Ne riunì addirittura millesettecento, fondando e dirigendo il “Sindacato delle addette alle pulizie dell’Attica”, che definiva “schiave moderne”. Non cedette ai ricatti dei suoi superiori, e subì ritorsioni quali il trasferimento al turno di notte, incompatibile con le esigenze di cura del figlio.

Poi è arrivata la notte del 23 dicembre scorso. Mentre rincasava dal lavoro, un gruppo di uomini – forse due, forse quattro, forse ancor di più – l’ha immobilizzata, per poi gettarle del vetriolo sul volto e infine facendoglielo ingerire. Risultato, un occhio perso, l’altro gravemente ferito, e seri danni agli organi interni, a cominciare dai polmoni e dallo stomaco. E non riesce a parlare, il che era probabilmente l’obiettivo primario della violenza.

Lotta tra la vita e la morte con l’ausilio di una colletta lanciata sul web dalle colleghe assieme ad associazioni di immigrati, municipalità, gruppi di sinistra e anarchici, a compensare l’assenza di sostegno economico dallo Stato greco. Degli aggressori nessuna traccia. La polizia ha fermato un sospetto, uno straniero guarda caso, albanese, per poi rilasciarlo per assoluta mancanza di prove e indizi. È allora entrato in azione un ignoto gruppo sovversivo, “per vendicare Kostadina Kuneva”, dando fuoco ad alcuni vagoni di quella linea metropolitana e rivendicandosi come “banda della coscienza rivoluzionaria”.

Lei è però donna non violenta e schiva, non vuole né vendette né commiserazioni mediatiche. Ha rifiutato tra l’altro una candidatura parlamentare offertale dallo stesso Pasok spiegando: «La accetterei solo se in assemblea sedessero anche i miei capi». Alcuni commentano: è un no a una sinistra che si ricorda di lei solo ora che è ferita. Kostadina è sindacalista, punto, e a capo: vuole continuare. Qualche settimana fa ha abbozzato anche un sorriso. Le colleghe di Oikonet, dopo aver spinto la protesta fino a occupare gli uffici della compagnia, hanno ottenuto ciò che lei chiedeva. Un regolare contratto, con tanto di assunzione a tempo indeterminato.
di Alessandro Cisilin - da «Galatea European Magazine», aprile

Chavez, tra opposizione e sogno di giustizia sociale per tutti


Dopo il referendum che permette a Chavez di presentarsi indefinitivamente agli elettori per sapere se lo rivogliono - e se rivogliono il sindaco di ogni città, governatori di stati e province del Venezuela - ecco che in Europa se ne appende il ritratto nella galleria dei dittatori. Chavez accanto a Kim Jong Il - despota Corea del Nord -, a Gheddafi-Libia, a Mugabe - orribile signore Ziumbabwe -, Kabila del Congo e Nazarbayev – Kazakistan - da 38 anni al potere: 25 come segretario del partito comunista, 13 da presidente ultraliberista. Gli sceicchi che hanno ereditato i troni del petrolio, passano poi come “tolleranti”, dittatori morbidi, tolleranti.  Chavez è un mostro “marxista narcisista”, figlio spirituale di Castro, minaccia del mondo civile col ricatto un po’ afflosciato dell’oro nero. 
Ma nei paesi democratici la possibilità per un politico di proporsi agli elettori quando vuole, viene rispettata senza polemiche e che Uribe di Colombia ha già allungato la costituzione al secondo mandato e ne prepara un terzo con la possibilità di un quarto. Ma Uribe era la colonna della politica di Bush in America Latina. Obama la riceve in eredità – impossibile, per il momento, capire cosa ne farà.  Il problema con Chavez e altri come lui è una opposizione aggrappata ai privilegi di un passato ormai sepolto: Venezuela colonia economica dell’altra America, multinazionali padrone, classe dirigente e sindacati talmente corrotti e disperatamente incapaci da sfinire un paese che da dieci continua a scegliere Chavez per disperazione. Non ha altre alternative. Nel ’98 il ricco Venezuela non aveva costruito un metro di ferrovia; vendeva in nero un quarto del suo petrolio, non si sa a chi e chi intascava i miliardi. Sui soldi facili è cresciuta una borghesia ipercompradora: casa Miami, conti a Panama e Zurigo. Fra gli arricchiti tanti italiani che adesso piangono il paese dei balocchi invocando “democrazia”. Teodoro Petkoff – è un intellettuale che giudica Chavez dal suo passato di guerrigliero e teorico di una rivoluzione impegnata a tagliare le unghie “alle rapine delle multinazionali con alle spalle i loro governi”. L’opposizione a Chavez  “va dalla sinistra moderata (tragicamente corrotta ndr ) alla destra dei colpi di stato e della violenza”. Petkoff non sopporta il presidente, ma non sopporta gli uomini che hanno organizzato il colpo di stato 2002 per rovesciarlo armi in mano: “La gente lo aveva votato, andava stimolata con l’intelligenza del dialogo” e non gli insulti quotidiani dei due grandi giornali e delle Tv proprietà dei golpisti. Petkoff si annuvola quando gli ricordo la serrata petrolifera organizzata dagli antichavisti per inginocchiare Chavez: se il paese finiva in stracci, pazienza, la loro “democrazia” era salva. 
Ma ecco la prima scommessa che Chavez al momento sta perdendo: ripulire la corruzione. Dopo i presidenti socialdemocratici in fuga con le valige d’oro e funzionari della burocrazia di rapina, l’apparato chavista non ha saputo fare molto meglio. Vizio endemico che ripropone le ingiustizie del passato. Ma non tutti gi uomini dell’apparato presidenziale volano in prima classe con mogli e figli o guidano fuoriserie Usa. Il nucleo dei primi compagni di viaggio dell’ex colonnello mantiene il sogno della giustizia sociale per tutti. [...]
di Maurizio Chierici

Lavoro e sicurezza, il colpo di spugna


Colpo di mano di Berlusconi e Sacconi contro il Testo Unico su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è arrivato. Chi si era immaginato un possibile slittamento del decreto, per effetto delle polemiche della settimana scorsa in seguito alle fughe di notizie sulle modifiche alla legge medesima, aveva sottovalutato la tenacia del governo. Il quale straparla di sicurezza dei cittadini (e perciò si accanisce sugli immigrati) e se ne infischia di quella dei lavoratori.

Il vergognoso cambio di rotta rispetto all'impianto normativo approvato nell'aprile 2008 era stato annunciato dai precedenti colpi di piccone. Come definire diversamente l'abolizione dei libri "matricola" e "paga", decisa dal governo pochi mesi dopo l'insediamento a palazzo Chigi? E' evidente che esentare un datore di lavoro dalla gestione quotidiana di quei registri avrebbe maledettamente complicato l'attività degli ispettori: decaduto l'obbligo di dover esibire quei due libri durante un controllo a sorpresa, l'imprenditore poco avvezzo a rispettare i diritti avrebbe potuto agilmente dare disposizioni in un secondo tempo al proprio commercialista per provvedere frettolosamente alla messa in regola.

La seconda picconata era stata scagliata direttamente contro il sistema dei controlli, un paio di mesi fa: il 4 febbraio, per l'esattezza, il ministero del Welfare - nel Documento di programmazione dell'attività di vigilanza - aveva messo nero su bianco la previsione, per il 2009, di 138mila ispezioni nei luoghi di lavoro. Vale a dire il 17% in meno rispetto all'anno scorso.
Nello stesso tempo, il cittadino più attento al dibattito politico ha assistito ad un profluvio di prese di posizione della Confindustria improntate all'indignazione nei confronti di chi varò misure troppo "punitive" nei confronti del sistema delle imprese. Il quale, spesso e volentieri, vorrebbe fare il bello e il cattivo tempo senza doversi far carico della salute dei dipendenti.

Ecco, dunque, la risposta del governo utile a tranquillizzare la signora Marcegaglia e a restituire la tanto desiderata deregulation alla parte peggiore del microcosmo aziendale. Il ministro Sacconi ha spiegato bene che occorre "proporzionare le sanzioni tenendo conto del rischio di impresa", razionalizzando il ricorso ad esse e mantenendo la possibilità di utilizzo delle misure penali soltanto per "violazioni gravi". 
Inoltre, che la necessità di stravolgere la normativa a tutela della salute dei lavoratori tragga origine dal rancore dell'attuale compagine di governo nei confronti della sinistra e delle sue ragioni, lo si evince da una delle prime dichiarazioni pronunciate oggi dallo stesso Sacconi: "Il Testo unico - ha sostenuto - fu prodotto in un contesto di contrapposizione tra le organizzazioni dei lavoratori da un lato e quelle dei datori di lavoro dall'altro".

Così parlando, il ministro ha messo già le mani avanti rispetto agli esiti della consultazione delle parti sociali annunciata poco dopo: in sostanza, ha auspicato un'altra spaccatura tra la Cgil e le altre organizzazioni sindacali. Nel tentativo di allargare il solco tra i rappresentanti del mondo del lavoro e abbandonare sempre più quest'ultimo al suo destino.

Per provare vanamente a rendere potabile il decreto, a palazzo Chigi si sono rimangiati (rispetto alle anticipazioni della vigilia) la revoca della possibile misura dell'arresto del titolare dell'azienda in caso di gravi irregolarità. Ma il disegno complessivo è rimasto intatto: riduzione della sanzioni e dei controlli perché il Testo Unico sarebbe "pieno di eccessi formalistici". Al posto della "reiterazione" di una inadempienza verrà punita la "plurima violazione": dunque, per chiudere un cantiere, non basterà che al secondo controllo rimangano delle irregolarità bensì sarà necessaria una terza (nella migliore delle ipotesi) ispezione e solo se l'impresa non avrà sanato le contestazioni scatterà il sequestro. Niente male per un Paese nel quale 5mila ispettori dovrebbero controllare 5 milioni di aziende.

Un altro capitolo riguarda la cosiddetta "cartella rischio personale", quel documento che racchiude la storia sanitaria di un lavoratore. Con il Testo Unico qualora, ad esempio, se un interinale fosse passato da un cantiere all'altro, l'impresa sarebbe stata obbligata a tener conto di quella cartella prima di impiegare un lavoratore in una determinata funzione pericolosa per la sua salute. Con la cancellazione della norma, questo non accadrà più e il rischio-incidenti aumenterà.

Inoltre, è previsto l'ampliamento del potere degli enti bilaterali, ai quali viene conferito il potere di certificare i modelli di organizzazione della sicurezza in azienda. Così, nei fatti, è stato svuotato l'esercizio del controllo da parte del Pubblico.

Insomma, stiamo commentando un capolavoro politico-legislativo a vantaggio di chi vuole mettere freni e lacci agli interventi di prevenzione oltre che a quelli di repressione. 
E' necessario, dunque, che i democratici, i militanti della sinistra e comunisti manifestino in ogni sede la loro indignazione. Che rappresenta l'altra faccia dell'impegno profuso negli anni scorsi per porre un freno alla strage quotidiana nei luoghi di lavoro. Perciò è necessario che il Presidente della Repubblica Napolitano intervenga a salvaguardia di una legge dello Stato approvata nell'aprile 2008 a tutela della salute di chi opera nelle fabbriche, nei cantieri, negli scali portuali. Per fermare, prima che sia troppo tardi, uno scempio legislativo che verrà pagato a carissimo prezzo da decine di migliaia di lavoratori.

di Gianni Pagliarini*

*Responsabile Lavoro Pdci, Presidente della Commissione Lavoro  della Camera nella scorsa legislatura

Fonte: http://www.aprileonline.info/

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=11599

venerdì 27 marzo 2009

Casa? "Di ville, di ville"!


Di ville, di ville!; di villette otto locali doppi servissi; di principesche ville locali quaranta ampio terrazzo sui laghi veduta panoramica del Serruchón – orto, frutteto, garage, portineria, tennis, acqua potabile, vasca pozzo nero oltre settecento ettolitri: - esposte mezzogiorno, o ponente, o levante, o levante-mezzogiorno, o mezzogiorno-ponente, protette d’olmi o d’antique ombre dei faggi avverso il tramontano e il pampero, ma non dai monsoni delle ipoteche, che spirano a tutt’andare anche sull’anfiteatro morenico del Serruchón e lungo le pioppaie del Prado; di ville! di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato, poco a poco un po’ tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici preandine, che, manco a dirlo, “digradano dolcemente”: alle miti bacinelle dei loro laghi. […] Della gran parte di quelle ville, quando venivan fuori più “civettuole” che mai dalle robinie, o dal ridondante fogliame del banzavóis come da un bananeto delle Canarie, si sarebbe proprio potuto affermare, in caso di bisogno,e ad essere uno scrittore in gamba, che “occhieggiavano di tra il verzicare dei colli”. Noi ci contenteremo, dato che le verze non sono il nostro forte, di segnalare come qualmente taluno de’ più in vista fra quei politecnicali prodotti, col tetto tutto gronde, e le gronde tutte punte, a triangolacci settentrionali e glaciali, inalberasse pretese di chalet svizzero, pur seguitando a cuocere nella vastità del ferragosto americano: ma il legno dell’Oberland era però soltanto dipinto (sulla scialbatura serruchonese) e un po’ troppo stinto, anche, dalle dacquate e dai monsoni. Altre villule, dov’è lo spigoluccio più in fuora, si drizzavano su, belle belle, in una torricella pseudo-senese o pastrufazianamente normanna, con una lunga e nera stanga in coppa, per il parafulmine e la bandiera. Altre ancora si insignivano di cupolette e pinnacoli vari, di tipo russo o quasi, un po’ come dei rapanelli o cipolle capovolti, a copertura embricata e bene spesso policroma, e cioè squamme d’un carnevalesco rettile, metà gialle e metà celesti. Cosicché tenevano della pagoda e della filanda, ed erano anche una via di mezzo fra l’Alhambra e il Kremlino. Poiché tutto, tutto! era passato pel capo degli architetti pastrufaziani, salvo forse i connotati del Buon Gusto.
Carlo Emilio Gadda - La cognizione del dolore, Torino, Einaudi, 1971, pp. 21-23.

Piano casa: astuzia presente, rovina futura?


Il piano casa del governo è un’idea politicamente astuta. Il messaggio che invia agli elettori è semplice e chiaro: il governo vuole liberarvi dai mille lacci di una legislazione super-vincolistica, che vi impedisce di ampliare e abbellire le vostre ville, villule e villoni con vista mare, monti, lago, o anche solo di rialzare e protuberare i vostri appartamenti con vista sulla palazzina di fronte (quei rompiscatole del condominio permettendo). E così, in un solo colpo, il governo vi libererà da geometri e funzionari comunali che, per chiudere uno o due occhi su vincoli, codici e codicilli, vi spillano soldi che potrebbero meglio servire, che so, a tirar su una torricella pseudo-senese, o anche solo una verandina, che proprio non ci sta più niente in casa nostra, signora mia! C’è anche un’astuzia economica: incentivare (con gli aumenti di cubatura e superficie) a mobilizzare le risorse finanziarie "oziose" di chi la crisi ha risparmiato e forse risparmierà. Insomma, un tentativo, senza costi per la finanza pubblica, di solleticare i sopiti animal spirits degli italiani.
Il rovescio della medaglia purtroppo c’è. L’Italia ha una lunga tradizione di abusivismo edilizio e, con ciò, ha già intaccato il suo preziosissimo patrimonio paesaggistico e urbano (si dice che il Serruchón, descritto da Carlo Emilio Gadda sia in realtà, sia la Brianza). Ma l’Italia ha anche una consolidata tradizione di evasione fiscale, di lavoro nero e di gravi infortuni sul lavoro, specialmente – guarda caso – nel settore dell’edilizia “semi-domestica” e nelle attività connesse (idraulica, impiantistica elettrica, carpenteria metallica e falegnameria). Il rischio, allora, è che il “piano casa” contribuisca a far rampare i vecchi spiriti bestiali della semi-legalità, senza avere grande impatto sul Pil misurato e misurabile (e quindi sulle entrate fiscali). Lascio ad altri il commento sull’efficacia macroeconomica del piano. La sua filosofia sembra essere che, per uscire dalla crisi, serve che i soldi circolino in qualunque modo, mentre elevare la cultura e la pratica della legalità è un lusso per anime belle e tempi migliori. Ma c’è anche un serio rischio di lungo periodo: impoverire ancora una delle principali fonti di reddito futuro del Paese, cioè il turismo (che oggi rappresenta circa l’8% del Pil) e che già soffre sempre più la concorrenza di paesi più attenti a difendere il loro (assai meno ricco) patrimonio artistico e paesistico. Perché, a crisi finita, i turisti dovrebbero riprendere a venire in Italia a frotte se avremo ulteriormente rovinato le nostre città, i nostri borghi, le nostre campagne? … Di ville, di ville!

giovedì 26 marzo 2009

Roberto Saviano a "che tempo che fa" 2009 in 11 parti


01/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=8VosoNYjQ7U
02/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=1muVt8Vmmsw
03/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=l-zdgt-1uas
04/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=8z7b1IyWEZw
05/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=HAejgPiPl8I
06/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=1uleCnxyblk
07/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=edZH5RPcCl0
08/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=D4uj6lEqPZw
09/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=uTtnLrRGeUg
10/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=SCcyX8eW8eE
11/11

Link: http://www.youtube.com/watch?v=XYdb-SPfV-I

Gaza: i metalmeccanici francesi per il boicottaggio della cooperazione militare/tecnologica con Israele


Permetteteci, come rappresentanti CGT dei lavoratori, di affrontare una questione difficile davanti alla Azienda. In primo luogo, togliamo qualsiasi ambiguità. Non si tratta di prendere una posizione di parte in un conflitto che oppone due Stati. Si tratta di una richiesta di riflessione sulla destinazione finale, e dunque l’utilizzo finale, dei sistemi d’arma realizzati dalla Thales, nella quale lavoriamo. 

La dichiarazione della CGT, alla quale siamo affiliati, del 26 gennaio, in occasione del Cessate il fuoco a Gaza, chiede la fine della cooperazione militare e della vendita di armi, in particolare francesi, allo Stato di Israele, e la sospensione dell’Accordo di associazione tra Unione Europea e Israele. 

L’attualità ha sottolineato numerosi progetti di cooperazione, e non solo tra Thales e aziende israeliane di armi. Pensiamo in particolare ad un accordo recente sui droni, con la società ELBIT SYSTEMS. 

Ora, a che cosa sono serviti i droni nella operazione di Gaza? La domanda merita di essere posta. A smascherare e distruggere pericolosi terroristi? 

Gli esperti militari, anche se ancora non sono state tirate tutte le conclusioni, mettono già sul tavolo i “risultati” dell’operazione israeliana a Gaza: ha ucciso 1300 palestinesi, feriti oltre 5000, di cui due terzi sono donne e bambini, quasi tutti vittime della forza aerea. Mentre si constata l’assenza quasi totale di perdite israeliane. E tutto questo, senza mettere fine ai lanci di razzi di diverse organizzazioni della resistenza palestinese a Gaza, tra cui Hamas. 

Non si tratta di guerra asimmetrica, né di guerra controinsurrezionale, quindi gli esperti dovranno inventare un altro termine, come “guerra a risposta sproporzionata”? Ma qual è la buona proporzione in questo campo? 

Citiamo Shlomo Sand, storico israeliano, vecchio studente della Scuola di alti studi di Scienze sociali a Parigi, professore all’Università di Tel Aviv: “Hamas è stato eliminato? Abbiamo rafforzato il campo della pace presso i palestinesi?” e in Israele è possibile rafforzare i partigiani della pace? 

Molto spesso la Direzione Generale, con grande pubblicità, ha allertato i lavoratori sugli aspetti deontologici, e ancora recentemente sulle precauzioni da prendere in materia di corruzione (22 dicembre 2008). 

Qui non si tratta di corruzione. Si tratta di riflettere alla finalità dei nostri sistemi d’arma e delle loro condizioni di utilizzo, alla finalità del lavoro dei salariati. 

Deontologicamente, può Thales continuare a passare accordi commerciali con un paese che è accusato di crimini di guerra da numerose Ong ( la Fondazione Frantz Fanon, Amnesty international, la Piattaforma delle Ong francesi per la Palestina, la Federazione Internazionale dei diritti umani e la sua affiliata francese…), in particolare a proposito del tiro sui civili, o della distruzione dei materiali delle organizzazioni umanitarie o di assistenza sanitaria, di cui alcune sono autorizzate dal Ministero degli Affari Esteri? 

Niente può giustificare che i lavoratori del Gruppo partecipino indirettamente ad attività condannabili. Il Codice etico, di cui il Gruppo si è dotato, vi si oppone, precisamente in questo contesto. 

E’ in gioco l’immagine del Gruppo Thales, ed anche quella dei lavoratori.

Dichiarazione dei metalmeccanici della CGT del Gruppo Thales S A. all’Azienda 

fonte: forumpalestina@libero.it

Comparso su http://www.pane-rose.it/files/index.php?c1:o57

Link: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o14588

Crisi? C'è Silvio, il super-veloce


«Bisognerebbe impegnarsi e magari lavorare anche di più». Silvio Berlusconi inaugura la linea veloce Milano-Roma che partirà a dicembre. Fini «è bravo», ma non sarà il successore. Poi attacca la magistratura: «È una metastasi»
Gli farà pure schifo il suo lavoro di politico, come ha dichiarato qualche giorno fa, ma di certo riesce a nasconderlo bene. Anzi, sembra proprio che si diverta. Almeno quando il suo ruolo di presidente del consiglio si riduce a giocare con i trenini o poco più (ma che toccano i 320 chilometri orari). È un Silvio Berlusconi a tutta velocità quello che ieri ha inaugurato il nuovo tracciato dell'alta velocità tra Milano e Roma, che dal prossimo dicembre permetterà di percorrere la tratta tra il capoluogo lombardo e la capitale in tre ore spaccate. Ieri, addirittura in due ore e cinquantasette minuti. Che, senza scomodare paragoni storici, se una volta con l'altro «lui» i treni arrivavano in orario, con lui adesso arrivano addirittura in anticipo, seppur di pochi minuti. Ma visto che i treni dei pendolari anche ieri hanno avuto una media di ritardo di cinquanta minuti, è già un successo.
«Italiani lavorate di più»
Non perde tempo Berlusconi. Arriva alle 11.30 alla stazione Centrale di Milano e, appena annusata l'aria, con tutte quelle telecamere lì pronte ad aspettarlo, inizia a (stra)parlare, con sorriso a settantadue denti a favore di obiettivo. La crisi c'è, ormai non lo può nascondere più neppure lui. «Arriva da lontano, è un virus che arriva dall'America e che ha colpito un corpo sano, perché noi siamo un popolo di risparmiatori, infatti l'83% degli italiani possiede una casa». Di più, oltre al valore delle italiche famiglie, si aggiunge anche quello del sistema bancario del nostro paese, che è «solido». 
E allora via a dispensare pillole di ottimismo, che «ci sono tutte le condizioni per guardare il futuro con fiducia e uscire da questa crisi». Come, non lo sa nemmeno lui, ma da bravo istrione una soluzione tampone se la inventa sul momento. E infatti, anche se si accomuna agli altri paesi che «stanno tentando di dare un po' di aspirina al malato», lui prova a indicare una cura più forte, una tachipirina (in supposte), e elargisce a piene mani i suoi consigli agli italiani: «Bisognerebbe avere tutti la voglia di reagire, di avere molta fiducia, di impegnarsi e magari lavorare anche di più». E lo va a dire ai lavoratori di un paese come l'Italia che nell'ultimo anno ha visto salire il suo tasso di disoccupazione a livelli mai visti da decenni.
«Non sono immortale»
Ore 12.00. Il treno Frecciarossa parte puntualissimo dal binario 21 della stazione Centrale. E questa, già, sarebbe una notizia. Ma non passa neanche mezz'ora che il premier si prende tutta la scena per lui, e continua il suo personalissimo show. I piloti del treno iperveloce lo invitano nella loro cabina per fargli tenere le leve di comando. La tentazione è troppo forte e, si sa, la carne del premier è debole. Cede. E per ringraziare i ferrovieri della loro gentilezza si lascia andare a una delle sue solite gag sulle donne: «Voglio fare un regalo a questi due signori - dice il presidente del consiglio - ho visto una bellissima signorina che potrebbe fare da madrina a...». Bzzz, crac, stumpf. Silenzio. Purtroppo l'audio del tecnologicissimo Frecciarossa siinterrompe proprio sul più bello, e nessuno saprà mai il finale. Ristabilito il collegamento audio-video il premier è pronto a rispondere alle domande dei giornalisti. Diritto in piedi davanti al computer di bordo, berretto da ferroviere ben calzato in testa (che così sembra pure un po' più alto). Un po' emozionato (o almeno finge) perché sono tanti anni che non prende un treno, abituato com'è a aerei e elicotteri privati. «Ho un ricordo molto vago, è stato tanti anni fa. Ricordo però che era un treno locale delle Ferrovie Nord. Con mamma e papà andavo per una narcisata (una gita fuori porta per raccogliere narcisi) sulle montagne di Como». Spara a tutto campo: «I miei guadagni sono diminuiti per delle vendite che ho effettuato, e un po' perché anche le mie aziende risentono della crisi», dice. «Ma finché potrò venire a casa sua a mangiare un piatto di minestra - risponde a una giornalista - posso stare tranquillo». E nessuna preoccupazione neppure per il futuro del Popolo della libertà e sulla sua successione: «Non mi credo mica immortale, spero che si formi una classe dirigente di giovani che mi faccia godere del meritato riposo». E Fini? «L'ho chiamato dopo il suo discorso al congresso di Alleanza nazionale per complimentarmi con lui, è stato bravo e svolge il suo ruolo di presidente della Camera in maniera egregia». E così lo ha sistemato, togliendogli l'illusione che possa essere lui il suo successore.
Il presidente ferroviere
Ore 14.57. Con ben tre minuti di anticipo sulla tabella di marcia il Frecciarossa entra in stazione Termini. Berlusconi non può che rinfilarsi il cappello da ferroviere e, sotto i flash dei fotografi, rispolverare un suo vecchio slogan elettorale: «Sono stato presidente-operaio, presidente-imprenditore, mai mi sarei aspettato di diventare anche presidente-ferroviere». E peccato che quella «metastasi» della magistratura italiana non gli abbia permesso di godere di quel «meraviglioso viaggio» insieme ai dirigenti di Impregilo. Che sono stati condannati per smaltimento abusivo di rifiuti proprio nella costruzione della tratta ferroviaria Bologna-Firenze.
di Alessandro Braga

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