mercoledì 29 aprile 2009

Gli Usa dialogano con Cuba!


Quello che in molti aspettavano, forse, oggi, potrebbe iniziare a trasformarsi in realtà.Sembra, infatti, che da ieri si siano aperti una serie di colloqui fra l'amministrazione degli Stati Uniti e quella di Cuba. La notizia sarebbe stata confermata dal Dipartimento di Stato Usa.
E' stato (e sarà anche in futuro) il vicesegretario di Stato Usa per l'emisfero occidentale, Tom Shannon, a incontrare a Washington il capo della sezione commerciale della sede diplomatica cubana (che opera attraverso gli uffici di rappresentanza svizzera). E non sarebbe la prima volta che i due si incontrano. Sembra che una prima consultazione si fosse tenuta il 13 aprile scorso. Dunque, le misure distensive annunciate qualche giorno fa dai funzionari del Dipartimento di Stato Usa, che interessavano soprattutto i viaggi verso l'isola dei cittadini cubano americani e le rimesse che questi inviano all'Havana, sembrano essere una realtà.
"Siamo disponibili a discutere però è necessario che anche l'altra parte sia disposta a farlo" ha fatto sapere il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Robert Wood. "Vorremmo vedere che si concedessero al popolo cubano alcune libertà che sono ad appannaggio di tutti i popoli dell'emisfero" ha aggiunto Wood. Non è un caso, però, che le relazioni fra Usa e Cuba negli ultimi mesi abbiano avuto un'accelerazione. E' uno dei punti del governo di Obama: dialogare con quelli che sono considerati nemici dello Zio Sam. E così come aveva promesso di chiudere il carcere di Guantanamo (fatto avvenuto poche ore dopo il suo insediamento alla Casa Bianca), Obama ha aperto le porte del dialogo con Iran e Siria. E anche, chiaramente, con Cuba. Oltretutto, durante la riunione dell'Oea (Organizzazione degli Stati Americani) tenuta a Trinidad e Tobago, Obama ha stretto la mano al presidente venezuelano, Hugo Chavez, da sempre critico con gli Usa e l'amministrazione di Bush, dispensando sorrisi a tutta le delegazione di Caracas.Ma in questi giorni il dialogo è davvero importante e delicato. I rapporti tesi fra le parti che vanno avanti da decenni e ilbloqueo imposto a Cuba che ne ha determinato lo sfascio dell'economia potrebbe diventare ben presto un antico ricordo. Dall'Havana hanno dato disponibilità a dialogare. Già un paio di settimane fa il presidente Usa aveva annunciato l'alleggerimento di alcune restrizioni che riguardavano Cuba . Una su tutte la possibilità che le imprese Usa potessero lavorare con il settore delle telecomunicazioni cubano. Una misura che a detta di molti potrebbe far ripartire con una certa importanza l'economia dell'isola. Ma questo non è servito per far dire una volta per tutte a Obama che il bloqueo contro l'isola di Castro è giunto al termine. Anzi, tutt'altro. Dopo 47 anni di blocco economico la fine dello stesso sembra essere ancora lontana. Nonostante dalla Cumbre dell'Oea sia giunta da più parti la richiesta di porre fine alla brutale restrizione a cui Cuba è sottoposta da decenni. Cosa che significherebbe una lenta ma inesorabile ripresa per l'economia cubana. Insomma, come dicono dal Senato Usa cambiare la politica statunitense nei confronti di Cuba non sarà "semplice" e gli anni di gelo fra le parti, come ricordato da Obama, "non potranno essere risolti dall'oggi al domani".
di Alessandro Grandi 
Link: http://it.peacereporter.net/articolo/15417/Washington+e+L%27Havana+pi%26ugrave%3B+vicini

lunedì 27 aprile 2009

La crisi la paghiamo noi


Dottoressa Napoleoni, La morsa prosegue quelle inchieste. Alla luce dello scandalo dei subprime che ha scosso le fondamenta economico-finanziarie dell’Occidente, vanno riviste le sue previsioni di crescita della finanza islamica? 

Questa finanza, che è l’8 per cento di quella mondiale, ha chiaramente subito danni. Ma non per via dei subprime, quanto a causa della contrazione globale di capitale circolante. 
Lei però porta l’esempio di Dubai per raccontare la dinamica da boom and bust che abbiamo vissuto…
Dubai è interessante perché è il più “occidentale” dei luoghi islamici. Lì il mercato poggiava principalmente sulla vendita di beni immobili. Col crollo delle banche si è verificata una crisi del credito e una riduzione del personale in queste banche impiegato. A catena, poi, il turismo ne ha risentito e con esso l’economia in generale. Ma, per esempio, se guardiamo al Bahrein, la caduta del prezzo del petrolio, sempre legata alla crisi del credito, ha avuto sì un impattosulla bilancia dei pagamenti, ma con effetti minimi rispetto a quelli di Dubai e nostri. In sostanza nessuna banca islamica rischia di fallire perché nessuna si è esposta a certi pericoli. L’islam vieta di dare soldi in prestito “solo per prestarli” e guadagnare attraverso la cartolarizzazione dei crediti. 



E le organizzazioni criminali come gestiscono la crisi? 
Oltre al fondamentalismo islamico che ovviamente non attinge da banche occidentali, secondo me l’economia criminale in genere in questa situazione ci va a nozze. Solo una parte minima dei soldi “sporchi” finisce nelle strutture finanziarie per il riciclaggio. Quella criminale è un’economia in contanti: i soldi li fa girare, non li investe per comprare azioni della Goldman Sachs. In una situazione in cui c’è mancanza di moneta, le organizzazioni eversive si arricchiscono con un business sempre vivo, quello dell’usura. E oggi ancor di più visto che le piccole e medie imprese, come anche le famiglie, non riescono a sopravvivere non avendo più una linea di credito aperta. Nel ‘29 è successo lo stesso, con il boom del crimine organizzato.Ne La morsa lei indica il 9/11 come data cardine e Bush artefice della crisi odierna. Ma le “Twin towers” sono arrivate in piena bolla speculativa (allora furono le dot.com) e negli Usa la deregulation aveva già avviato quel processo di indebitamento dei meno abbienti che poi sarebbe risultato fatale…
Non avendo ottenuto tutto il denaro che aveva richiesto al Congresso per la guerra contro Al Quaeda, Bush ha aumentato in maniera esponenziale l’indebitamento del Paese tramite l’emissione di buoni del Tesoro. Che sono stati acquistati specie da Cina, Giappone. Ma anche dalle banche islamiche. Quell’indebitamento si è imperniato sulla deregulation avviata negli anni 90 da Clinton, e dal presidente della Fed, Greenspan. Loro due sono responsabili di questa crisi quanto Bush. Il quale ha proseguito nell’opera di eliminazione delle regole. Con Clinton non c’è stato alcun miracolo: l’economia non cresceva ma si indebitava sempre più. Acuendo diseguaglianze preesistenti, quella crescita legata agli effetti della globalizzazione (caduta dei salari e aumento del reddito da capitale) è andata a finire tutta nelle tasche dell’uno per cento della popolazione. Mentre il debito è ricaduto sulla classe media, che si è appiattita sempre più verso il basso, in termini di capacità di acquisto e risparmio.
Se banche e governi sono entrambi responsabili come crede usciremo da questa crisi?
Rendendoci conto che la finanza ci ha derubato, anche perché eravamo “distratti” dalla guerra ad Al Quaeda. Poi è importante capire come bisogna combattere. La deregulation ha dato la possibilità a questa finanza di approfittare della politica dei tassi di interesse sempre più bassi. Il concetto da fissare è che non è stato Bush a creare la bolla. Ma è statala sua politica a creare le condizioni affinché questa finanza assolutamente sregolata costruisse a dismisura la bolla fino a farla scoppiare. La soluzione è quindi trovare un nuovo sistema di regole condivise a livello mondiale. Peraltro quando i governi si sono visti al G20 di Londra non hanno combinato assolutamente nulla.
E questi stessi governi ora stanno assumendo rischi e perdite delle banche.
No. Noi con i soldi nostri assumiamo le perdite delle banche, non i governi. 
Esiste un’alternativa?
Sì, ed è che questi istituti dovrebbero fallire. Mantenere in piedi certi carrozzoni non funzionerà. Adesso tutti credono che ci sia una ripresa economica, ma non è assolutamente vero. Le recessioni non sono dei fenomeni in cui si scende e basta. Il mercato scende, poi si stabilizza, poi cala di nuovo. La soluzione è riportare il sistema bancario a quello che era originariamente: non un gioco d’azzardo ma raccolta del risparmio e distribuzione del credito sulla base dei principi economici. Fondamentalmente il mestiere del banchiere è un mestiere noioso. Ebbene, deve tornare a essere noioso perché è importante per la società. Ma è evidente che i governi nemmeno riescono a concepire un’alternativa.
Possiamo sperare nel prossimo G8 di luglio?
Secondo me all'Aquila accadrà ancora meno di quanto successo a Londra. Sono molto pessimista, come sempre. 

Fonte: http://federicotulli.wordpress.com
Link: http://federicotulli.wordpress.com/2009/04/24/loretta-napoleoni-i-bugiardi-dell%E2%80%99ottimismo/

Loretta Napoleoni è romana ma vive a Londra. È tra i massimi esperti di terrorismo ed economia internazionale. Collabora con la Cnn, la Bbc e scrive per Le Monde, El Pais, The Guardian, Internazionale, il Caffé e l’Unità. Tra i suoi libri: Terrorismo Spa (il Saggiatore), Al Zarqawi (Tropea), Economia canaglia (il Saggiatore), I numeri del terrore (con Ronald J.Bee, il Saggiatore).

domenica 26 aprile 2009

I Bin Laden, tra orologi da polso per piloti d’aereo e iniziative per la pace


Ve lo immaginate un fratellastro di Osama Bin Laden che vende, tramite la sua azienda di beni di lusso, un orologio per piloti d'aereo? Oppure uno dei diciannove figli del terrorista islamico più ricercato al mondo che si dichiara pacifista e organizza una corsa di cavalli per promuovere l'avvicinamento tra Oriente e Occidente. Sembrano barzellette, ma è tutto vero.
"Aviator". E' il nome di un nuovo cronografo di lusso, che ha la particolarità di essere il primo orologio al mondo che permette al pilota di calcolare, in caso di rottura della strumentazione di bordo, l'esatta velocità del velivolo e stabilire anticipatamente l'ora di arrivo a destinazione. Qualunque essa sia. Ancor più particolare è il fatto che questo gioiello di tecnologia ed eleganza sia una creazione di Yeslam Bin Laden, il fratellastro di uno che di voli "estremi" ha una certa conoscenza, proprietario di un'azienda di beni di lusso con sede a Ginevra. Yeslam, che ha apertamente condannato l'attacco terroristico del 2001, ha puntualizzato che ha avuto ben pochi contatti con il fratellastro negli ultimi venti anni. Ed è un peccato, viene da aggiungere, dal momento che sarebbe il candidato perfetto per una campagna pubblicitaria, di pessimo gusto, ma sicuramente di grandissimo impatto.

Il pacifista. Omar Bin Laden ha annunciato alla stampa che organizzerà una corsa di cavalli lungo un percorso di 3 mila miglia nel Nord Africa, con lo scopo di promuovere la pace e  il dialogo tra il mondo islamico e l'Occidente e mettere fine al conflitto tra queste due culture. Omar sostiene che ci sia un modo migliore per difendere la cultura islamica rispetto al fondamentalismo e alla militanza armata: il dialogo e la reciproca comprensione. Vuole quindi porsi come "ambasciatore di pace" tra musulmani e Occidente.
Nonostante l'evidente somiglianza fisica, queste parole e le treccine da rasta hanno insospettito i giornalisti che hanno messo in dubbio la sua paternità. C'è voluto un ufficiale dell'intelligence statunitense (che è rimasto anonimo) per certificare che quello che avevano davanti era proprio il figlio di Osama Bin Laden e della sua prima moglie Naiwa. Omar (già balzato agli onori della cronaca l'anno scorso per aver sposato una donna inglese di 52 anni, Jane Felix-Browne, che ha poi preso il nome di Zaina Alsabah) ha vissuto col padre in Sudan e poi dal 1996 in Afghanistan dove ha pure frequentato un campo di addestramento di Al-Qaeda. Nel 2000 si è convinto che le armi non fossero gli strumenti giusti per rapportarsi col mondo occidentale e ha lasciato il padre per tornare in Arabia Saudita dove gestisce un'azienda collegata al Gruppo Binladen.
Ora cerca concorrenti e sponsor per questa versione equestre della Parigi-Dakar. "Ho sentito che il rally è stato cancellato per la minaccia di attentati terroristici da parte di Al-Qaeda", ha detto Omar, "ma non credo che attaccheranno me".

Di Filippo Archi

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/13920/I+Binladen+che+non+ti+aspetti 

sabato 25 aprile 2009

Siamo di parte, dalla parte giusta. "La Resistenza continua"


Non c’è, oggi, nulla da festeggiare. Né tantomeno da condividere. Sarebbe ipocrisia non dirlo.
Dobbiamo ammetterlo. Con angoscia. Ma anche con quel po’ di rispetto che merita ancora la verità: il 25 aprile è diventato una “terra di nessuno”. Un luogo della nostra coscienza collettiva vuoto, se ognuno può invitarvi chi gli pare, anche i peggiori nemici della nostra democrazia e i più incalliti disprezzatori della nostra resistenza. E se ognuno può farvi e dirvi ciò che gli pare: usarlo come tribuna per proclamare l'equivalenza tra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano con i tedeschi per soffocarla, come va ripetendo l’attuale ministro della difesa. O per denunciarne – dopo averlo disertato per anni - l’ ”usurpazione” da parte delle sinistre che se ne sarebbero indebitamente appropriate, come l’attuale grottesco e tragico presidente del Consiglio.

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O ancora – in apparenza l’atteggiamento più nobile, in realtà il più ambiguo ma anche il più diffuso – per riproporre l’eterna retorica della “memoria condivisa”: quella che in nome di un’ Unità della Nazione spinta fino ai precordi dell’anima, all’interiore sentire, vorrebbe cancellare – anzi “rimuovere”, come accade nelle peggiori patologie psichiche – il fatto, “scandaloso”, che allora, in quel 25 aprile, ma anche nei durissimi decenni che lo precedettero e prepararono, si scontrarono due Italie, segnate da interessi e passioni contrastanti, da valori e disvalori contrapposti. Due modi radicalmente in conflitto tra loro, di considerarsi italiani. Un’Italia, da una parte, in origine spaventosamente minoritaria, sopravvissuta nei reparti di qualche fabbrica, nei quartieri operai delle grandi città, lungo i percorsi sofferti dell’esilio, nelle carceri e nelle isole del confino (quelle di cui il “premier” parla come di luoghi di vacanza): un’Italia quasi invisibile, fatta di inguaribili eretici, di testardi critici ad ogni costo, anche quando le folle plaudenti sembravano dar loro torto, di gente intenzionata a “non mollare” anche quando il “popolo” stava dalla parte del despota, di “disfattisti” contro la retorica di regime, anche quando le legioni marciavano sulle vie dell’Impero… L’Italia, insomma, dei “pochi pazzi” che, come disse Francesco Ruffini, uno dei pochissimi professori che non giurarono, deve in modo ricorrente rimediare agli errori fatali dei “troppi savi”… E dall’altra parte l’Italia, sempre plaudente dietro qualche padrone, delle folle oceaniche, degli inebriati dal mito della forza e del successo, dei fedeli del culto del capo. L’Italia “vecchissima, e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti”, come scrisse Norberto Bobbio: quelli che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo. Vinse la prima: il 25 aprile sanziona appunto quella insperata, impossibile vittoria. E vincendo finì per riscattare tutti, permettendo persino, con quella sua sofferta vittoria, all’altra Italia di mascherarsi e di non fare i conti con se stessa. Sicuramente di non pagare, come avrebbe meritato, i propri crimini ed errori. Ma con ciò il dualismo non scomparve: rimase comunque un’Italia che si identificò con la Resistenza, e una che mal la sopportò e l’osteggiò. Una che si sforzò di continuare l’opera di bonifica contro quell’espressione dell’”autobiografia della nazione” che è stato il fascismo, e un’altra che, sotto traccia, in quell’autobiografia ha continuato a riconoscersi. Un’Italia che stava (fino a ieri pubblicamente) con i suoi partigiani, e un’altra che continuava (fino a ieri privatamente, o quasi) a diffidarne, se non addirittura a rimpiangere il proprio impresentabile passato. Ora quella “seconda Italia” (fino a ieri forzatamente in disparte, per lo meno nel giorno dell’anniversario) ha rialzato la testa. Si è dilatata nello spazio pubblico fino a occuparlo maggioritariamente. E ha rovesciato il rapporto. L’autobiografia della nazione è ritornata al potere. Non solo ha ripreso pubblicamente la parola, ma ha ricominciato a dettare l’ordine del discorso. A rifare il racconto pubblico sul nostro “noi”. Tutto il frusto dibattito di questi giorni sul nuovo significato del 25 aprile si svolge all’insegna di quella domanda di “ricomposizione” delle fratture, che nel fingere di “celebrare” le scelte di allora in realtà le neutralizza e offende. Di più: ne rovescia radicalmente il segno. Ci sta alle spalle un mese in cui abbiamo assistito a un clamoroso tentativo d’imporre, con la logica dell’emergenza, un clima asfissiante di rifiuto della critica e di esaltazione del culto del capo; in cui il sistema dell’informazione ha raggiunto vette di servilismo imbarazzanti; in cui l’opposizione, ridotta a fantasma, ha balbettato o si è adeguata. Come non vedere quanto l’appello alla “memoria condivisa”, in questo contesto, suoni sostegno a quella stessa domanda di unanimismo che sta dietro ogni logica di regime? Quanto essa risponda a quella sorda domanda di far tacere le differenze e le dissonanze che costituì il vero “male oscuro” delle nostre peggiori vicende nazionali? Per questo – per tutto questo – per la prima volta, nei sessantaquattro anni che ci separano dall’evento che si dovrebbe festeggiare, le piazze ci appaiono perdute. In esse non ci troviamo più a casa nostra, non tanto e non solo perché i nostri avversari hanno prevalso (questo accadde anche nel 1994, e il 25 aprile in piazza ci fummo, eccome!). Ma perché una delle due Italie, quella che aveva riempite quelle piazze come luoghi di una democrazia faticosamente presidiata, non c’è più. La sua voce si è affievolita, fin quasi al silenzio, per oblio delle proprie radici, incertezza sulle proprie ragioni, pigrizia mentale… Per insipienza degli uomini e fragilità del pensiero. Non andremo al mare, in questo giorno. Questo no. Ma in montagna forse sì, lì idealmente si dovrebbe ritornare, dove l’aria è più fine e favorisce la riflessione e il pensiero. Sul mondo nuovo che stentiamo a capire. E su di noi, che ci siamo smarriti. Ne abbiamo un impellente bisogno.

di Marco Revelli

Link: http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/04/articolo/719/

Embargo Cuba, tra speranze e paure


Ieri mi riferivo all’angolo comico della “Dichiarazione di Compromesso di Porto Spagna”. Oggi possiamo fare riferimento all’angolo drammatico. Spero che i nostri amici, non si offendano. Fra la documentazione arrivata come progetto per essere sottoposto degli anfitrioni del Vertice e quello che finalmente fu pubblicato esistono differenze. Nel sbrigarsi dell’ultimo momento, non c era tempo per niente. Alcuni punti erano stati discussi negli appuntamenti delle settimane precedenti all’evento. Nell’ultimo minuto, proposte come quelle presentata della delegazione di Bolivia hanno complicato ancora di più il quadro. La quale fu aggiunta come annotazione nel documento, e diceva così:

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“Bolivia considera che lo sviluppo di politiche e di schemi di cooperazione che hanno come oggettivo l’espansione dei biocombustibili nell’Emisfero Occidentale può danneggiare e incidere nella disponibilità d’alimenti e la salita dei prezzi, l’incremento della deforestazione, lo spostamento di popolazione per la richiesta di terre, e perciò incidere nell’incremento della crisi alimentaria, danneggiando direttamente alle persone di bassi ingressi, soprattutto alle economie più poveri dei paesi in sviluppo. Il Governo boliviano a tempo di riconoscere la necessità di ricerca e uso di fonti alternative d’energia che saranno amichevoli con la natura, cosi come l’energia geotermica, solare, eolica, e i piccoli e mediani piani idroelettrici, suggeriscono una visione alternativa sul vivere bene e in armonia con la natura, per sviluppare politiche pubbliche che puntano alla pubblicità delle energie alternative sicure che garantiscano la preservazione del pianeta, nostra ‘madre terra.”

Abbiate conto, all’analizzare quest’annotazione di Bolivia, che gli Stati Uniti e Brasile sono i due più grandi produttori di biocombustibili nel mondo, a cui fa resistenza un crescente numero di persone nel pianeta, la qual è salita dagli oscuri giorni di George W. Bush.

I consulenti d’Obama pubblicarono su Internet, in inglese, la sua versione dell’intervista del presidente degli Stati Uniti con i giornalisti a Porto Spagna. In un momento raffermò

“Qualcosa mi è sembrata interessante –e questo lo conosceva in maniera molto astratta pero era interessante in termini specifici – fu ascoltare questi lideres, quando parlavano su Cuba lo facevano molto specificamente circa dei mille di dottori cubani che stano disseminati in tutta la regione, e dei quali, questi paesi hanno una gran dipendenza. Questo è come ricordare per noi negli Stati Uniti che sì la nostra unica interazione con molti di questi paesi è la lotta contro la droga, sì la nostra unica interazione è militare, allora è possibile che non stiamo sviluppando connessioni che con il tempo possano aumentare la nostra influenza e avere un effetto benefico quando abbiamo bisogno di fare avanzare politiche di nostro interesse nella regione.“Penso che è per questo molto importante che la nostra interazione non solo cui nell’Emisfero sino in tutto il mondo riconoscere che la nostra ricchezza militare è soltanto una parte del nostro potere, e che dobbiamo utilizzare la nostra diplomazia e aiuto per lo sviluppo in maniera più intelligente, che i popoli possano vedere il miglioramento concreto e pratico nella vita delle persone comuni a partire della politica estera degli Stati Uniti.”Giornalista Jake: “Grazie, signor Presidente. Lei ha ascoltato cui a molti lideres dell’America Latina che desiderano che gli Stati Uniti alzino l’embargo su Cuba. Lei ha detto che è una influenza importante che non si deve eliminare. Pero nel 2004 Lei appoggiò la fine dell’embargo, Lei ha detto che non era riuscito ad elevare i livelli di vita, che aveva stringere gli innocenti e che era ora di riconoscere che questa politica in particolare aveva fracassato. Mi chiedo cosa gli ha fatto cambiare d’opinione rispetto l’embargo.”Presidente: “Buono, nel 2004 mi pare che si trovi a mille d’anni fa. Cosa facevo nel 2004?”Giornalista Jake: “Postulato al Senato.”Presidente: “…Il fatto che Raúl Castro abbia annunciato che sta disposto a che il suo governo parli con il nostro non solo sulla fine dell’embargo, sino su altri temi come i diritti umani, i prigionieri politici, questo è un segno di avance.“…Ci sono alcune cose che il Governo cubano può fare. Loro potrebbero liberare i prigionieri politici, potrebbero ridurre il ricarico alle rimesse in corrispondenza alle politiche che abbiamo applicato di permettere alle famiglie dei cubani-americani inviare rimesse, perchè risulta che Cuba impone un enorme ricarico, loro ottengono un enorme profitto. Questo sarebbe un esempio di cooperazione dove entrambi governi starebbero lavorando per aiutare alla famiglia cubana e elevare il livello di vita a Cuba.”Senza dubbio il Presidente non ha capito bene la dichiarazione di Raúl.All’affermare il Presidente di Cuba che sta disposto a discutere qualsiasi argomento con il Presidente degli Stati Uniti, espressa che non ha paura ha trattare qualsiasi tipo d’argomento. È una Mostra di valentia e fiducia nei principi della Rivoluzione. Nessuno può sorprendersi, si parlò di graziare ai sanzionati a marzo 2003 ed inviarli tutti agli Stati Uniti, sì quel paese fosse disponibili a liberare ai Cinque Eroi antiterroristi cubani. Quelli. Com’è già successo con i mercenari di Girón, stano al servizio di una potenza straniera che minaccia e blocca la nostra Patria. Dall’altra parte, la formulazione che Cuba impone un “enorme ricarico” e “ottiene enormi profitti” è un tentativo dei suoi consulenti, per seminare pettegoli e dividere i cubani. Tutti i paesi riscuotono determinate cifre per il trasferimento delle valute. Si sono dollari, con più ragione dobbiamo farlo, giacché è la moneta dello Stato che ci blocca. Non tutti i cubani hanno famigliari all’estero che inviano rimesse. Ridistribuire una parte relativamente piccola in favore di quelli che hanno più bisogno d’alimenti, medicine e altri beni è assolutamente giusto. La Nostra Patria non possiede il privilegio di convertire in valute le banconote che escono delle tipografie dello Stato, che i cinesi molte volte hanno chiamato “moneta rottami”, come ho ripetuto varie volte ed è stata una delle cause dell’attuale crisi economica. Con quali soldi Gli Stati Uniti salvano le sue banche e multinazionali indebitando ancora a sua volta le generazioni future di nordamericani? Sarebbe Obama disposto a discutere su questi argomenti? Daniel Ortega lo disse molto chiaro, quando ricordo la sua prima conversazione con Carter, che oggi ripeto un’altra volta:“Ho avuto l’opportunità di trovarmi con il presidente Carter e quando diceva che ora che era uscito della tirannia dei Somoza, che il popolo nicaraguense aveva abbattuto la tirannia dei Somoza, era l’ora di che Nicaragua cambi.’ Le ho detto: ‘Non, Nicaragua non deve cambiare, quelli che devono cambiare siete voi; Nicaragua non ha mai aggredito agli Stati Uniti ; Nicaragua non ha mai minato i porti degli Stati Uniti; Nicaragua no ha gettato una sola pietra contro la nazione nordamericana; Nicaragua non ha imposto governi agli Stati Uniti, siete voi quelli che devono cambiare, non i nicaraguense.”Nella conferenza stampa e nelle riunioni finali del Vertice, Obama ha dato mostre d’autosufficienza. Non furono altrui a queste attitudini del Presidente nordamericano le posizioni disprezzabili d’alcuni dirigenti latinoamericani. Disse giorni fa che tutto quello che ognuno avrebbe detto ho fatto nel Vertice si saprebbe. Quando ha detto, rispondendo a Jake, che dal 2004 fino ad oggi erano trascorsi molti anni, fu superficiale. Dobbiamo aspettare tanti anni per eliminare il blocco? Non l’ha inventato, ma l’ha fatto suo come gli altri dieci presidenti degli Stati Uniti. Possiamo augurarli per questo percorso un fracasso sicuro come quelli de tutti i suoi predecessori. Questo non è stato il sogno di Martin Luther King, il quale ruolo nella lotta per i diritti umani illuminerà ogni volta di più il percorso del popolo nordamericano. Viviamo nuovi tempi. I cambi sono inevitabili. I lideres passano, i popoli rimangono. Non dovremo aspettare mille d’anni, solo otto saranno sufficienti, perchè in una macchina più blindata, un elicottero più moderno e un aereo più raffinato, altro Presidente degli Stati Uniti, senza dubbio meno intelligente, promettente e ammirato nel mondo che Barack Obama, occupi quell’inglorioso incarico.

di Fidel Castro Ruz

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Aprile09/24-04-09ObamaBlocco.htm

venerdì 24 aprile 2009

Una “road map” turco-armena


La Turchia e l’Armenia hanno annunciato mercoledì sera, con un comunicato congiunto dei due ministri degli esteri, di aver raggiunto un accordo su una “road map”, un piano a tappe per normalizzare le relazioni bilaterali e superare i problemi – assai seri – che finora le hanno ostacolate.
L’annuncio afferma che “le due parti durante i colloqui finora svolti hanno raggiunto tangibili progressi e una mutua comprensione”, ma non accenna concretamente né al modo di superare i problemi né ai tempi della citata road map, che dovrebbe portare alla riapertura della lunga frontiera comune (chiusa da 16 anni) e a una forte spinta nelle relazioni commerciali, il cui congelamento nuoce non poco a entrambi i paesi. La svolta, preannunciata da mesi di contatti anche al massimo livello tra i due governi, giunge anche in seguito alle pressioni che la nuova amministrazione statunitense sta esercitando su Ankara: non per niente la Casa bianca (come anche l’Unione europea) ha salutato con grande favore l’annuncio turco-armeno, e il presidente Barack Obama ha messo per il momento in stand-by una risoluzione del Congresso in cui si parla del “genocidio degli armeni” da parte della Turchia nel 1915, risoluzione destinata a provocare un grave risentimento nell’opinione pubblica dell’importante alleato. Proprio oggi, peraltro, Obama dovrà dire comunque qualcosa sulla vicenda: il 24 aprile è il Giorno della Memoria armena, in cui si ricorda la terribile strage di 94 anni fa in cui un milione e mezzo di armeni, abitanti delle province nordorientali dell’impero ottomano, vennero deportati e massacrati. Se ha un forte valore simbolico che il pre-accordo turco-armeno sia stato annunciato proprio alla vigilia di questa ricorrenza, non è ancora per nulla chiaro comunque quale potrà essere il punto di convergenza fra Ankara e Erevan su quel lontano ma cruciale passaggio storico: la Turchia, dopo aver lungamente negato ogni responsabilità nella tragica vicenda, oggi riconosce che un massacro di armeni ci fu, ad opera delle milizie turche, ma nega recisamente che si possa usare il termine “genocidio” e comunque non accetta la cifra di un milione e mezzo di vittime. Ancora oggi, i paesi stranieri che adottano risoluzioni ufficiali in cui si parla di genocidio vengono boicottati, e se a farlo sono dei cittadini turchi, rischiano il carcere per offese alla dignità nazionale. La posizione del governo armeno, com’è ovvio, è diametralmente opposta. Ma c’è un altro e complicato punto su cui un accordo fra i due paesi è difficilissimo: la vicenda del Nagorno-Karabak e dei rapporti fra Armenia e Azerbaigian. Il governo di Baku ieri ha reagito malissimo all’annuncio della road map, affermando che vedrebbe come un atto ostile da parte turca una normalizzazione dei rapporti turco-armeni senza una precedente soluzione del problema del Karabak – che con il crollo dell’Urss si è reso indipendente dall’Azerbaigian, occupando inoltre con le sue milizie e con l’aiuto dell’esercito armeno anche larghe porzioni del territorio propriamente azero, con un corollario di centinaia di migliaia di profughi molti dei quali vivono ancora in condizioni di estrema precarietà in tende e baracche. Finora Erevan non ha neanche lontanamente accennato a possibili concessioni da parte armena su questo argomento (che pure è quello che ha provocato nel ’93 la rottura dei rapporti con Ankara). Da Baku si fa indirettamente capire che a rischio è la fruttuosa partnership petrolifera tra i due paesi: il gas e il petrolio azeri, che vanno verso l’Europa con le pipelines che attraversano la Georgia e la Turchia (esistenti come il BTC, Baku-Tbilisi-Ceyhan, o in progetto come il Nabucco, sponsorizzato da Usa ed Ue ma dalla realizzazione sempre più in forse), potrebbero essere facilmente dirottati verso le pipelines russe. Gazprom ha già offerto di acquistare, per la riesportazione in Europa, tutto il gas dei giacimenti di prossimo sfruttamento nel Caspio, e il presidente azero Ilham Aliyev è stato di recente a Mosca a discuterne. Difficile che si arrivi a questi estremi, ma è certo comunque che per Ankara si sta allontanando la prospettiva di usare l’Azerbaigian - che alla Turchia è unito da fortissimi legami linguistici e culturali ma anche economici - come “testa di ponte” sul Mar Caspio per estendere nei paesi turcofoni dell’Asia centrale la propria influenza. E’ una prospettiva che agli inizi degli anni Novanta sembrava molto attraente, ma che in seguito è stata offuscata da una forte ripresa dell’influenza russa su quei paesi, al punto che oggi il controllo di Mosca sull’Asia centrale è più forte che mai.

di Astrit Dakli

Link: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/estestest/?p=537

Bolivia, il carcere hotel di San Pedro


Detenuti per un giorno. A modico prezzo. Basta andare in Bolivia, nel carcere di San Pedro a La Paz e il gioco è fatto. Strana struttura quella boliviana. Dove le misure di sicurezza sono, per così dire, insolite. E dove pagando 35 dollari (26 euro) si può visitare quello che la bibba dei viaggiatori, la guida Lonely Planet, definisce il luogo turistico più strano del mondo. E non si tratta solo di una visita guidata nel carcere. Chi vuole può dormire in una cella, entrare in contatto con i detenuti e consumare la cocaina che viene prodotta dentro le mura.
Strano davvero il carcere di San Pedro. I circa 1500 prigionieri (ci passò anche il criminale nazista Klaus Barbie) possono contare su un regime insolito. Anzitutto vivono con moglie e figli. Circa duecento tra donne e bambini che hanno libero accesso al carcere. E questa è solo la prima delle peculiarità della prigione. I detenuti, che altrove lavorano piu che altro per ammazzare il tempo, da queste parti sono ben remunerati. Non a caso la prigione si divide in otto sezioni. Basate sul censo. I detenuti più ricchi possono contare su cucina privata, bagno, e televisione via cavo. I più poveri si devono accontentare di dividere la cella con altri altrettanti indigenti. Una vera selezione economica e sociale dietro le sbarre. La fama del carcere si deve a Thomas McFadden, un inglese nato in Tanzania. Incarcerato per traffico di droga, passò tre anni a San Pedro. Folgorato dall'esperienza, decise di trasformare quella pagina nera della sua vita in un mezzo per fare soldi, creando un'agenzia per fornire "viaggi dietro le sbarre". Un'intuizione che gli ha permesso di diventare proprietario di un caffè e di un piccolo supermercato all'interno della struttura. Come se non bastasse nel 2002, insieme all'australiano Rusty Young, ha pubblicato un libro di memorie. Una storia che Hollywood non si è lasciata scappare, comprandone i diritti e mettendo in cantiere un film che uscirà il prossimo anno. Il produttore è un nome illustre: Brad Pitt. Alla regia il brasiliano Josè Padilla e Don Cheadel nei panni dello stesso McFadden. Troppo clamore però, per il governo boliviano. Che non gradisce avere un cercare dove si spaccia, alla luce del sole, la cocaina. E così le restrizioni imposte hanno fatto esplodere una rivolta che è costata il posto a due direttori "rei" di non avere saputo mantenere l'ordine. Il governo boliviano voleva dare un taglio anche alla presenza di mogli e figli a San Pedro. Una scelta, però, che è stata revocata proprio ieri, dopo la decisione di alcuni detenuti di dare il via allo sciopero della fame. "I detenuti devono capire che questo è un carcere" tuona l'attuale direttore. Vista la situazione a San Pedro potrebbe essere una battuta buona per il film che è in arrivo. 

di MATTEO TONELLI

Link: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/esteri/carcere-bolivia/carcere-bolivia/carcere-bolivia.html

Greenpeace polemizza con la Prestigiacomo


Greenpeace ha documentato diversi casi clamorosi di rifiuti elettronici provenienti dall'Italia e poi finiti in paesi come Ghana e Nigeria, dove vengono smaltiti a mani nude dalla popolazione locale, bambini compresi, con conseguenze anche gravi per la loro salute.
«L'invito di Stefania Prestigiacomo a ridurre i rischi per i bambini derivanti dall'esposizione ai prodotti chimici è in sé condivisibile, ma non rispecchia quanto fatto finora dal ministero dell'Ambiente in Italia». È questo il commento di Vittoria Polidori, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, alle dichiarazioni rese oggi dal ministro nel corso del G8 ambiente di Siracusa. Greenpeace accoglie queste parole come impegno a rendere finalmente efficace e completa la normativa sui rifiuti elettronici. Infatti, «è troppo facile rispondere al ministro Prestigiacomo – continua Polidori – che i bambini che lei vorrebbe salvare sono esposti, in tutto il mondo, al contatto con sostanze pericolosissime contenute nei rifiuti elettronici italiani, il cui stato di smaltimento è oggi penoso». 

Greenpeace ha documentato diversi casi clamorosi di rifiuti elettronici provenienti dall'Italia e poi finiti in paesi come Ghana e Nigeria, dove vengono smaltiti a mani nude dalla popolazione locale, bambini compresi, con conseguenze anche gravi per la loro salute. Ed è solo di venerdì scorso la denuncia fatta dalla trasmissione «Le Iene» (fondata sul rapporto «Hi-Tox!» di Greenpeace) a proposito delle condizioni disastrose dei centri di raccolta dei rifiuti elettronici in Italia. «Dopo queste dichiarazioni del ministro Prestigiacomo, la nostra aspettativa per una rapida soluzione del problema è ancora più alta – afferma Polidori –. Attendiamo dal ministero dell'Ambiente l'emanazione immediata del “Decreto Semplificazioni”, che permetterà ai rivenditori il ritiro del rifiuto in caso di acquisto di una nuova apparecchiatura elettronica». 

A questo proposito, il Centro di Coordinamento dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, riprendendo la polemica già aperta nei giorni scorsi da Greenpeace, in un comunicato ha puntualizzato, a nome dei Sistemi Collettivi associati, alcuni aspetti che possono contribuire a fare chiarezza sulla vicenda. 

«Innanzi tutto – si legge – è bene precisare che la filiera di trattamento e riciclo dei Raee (di cui sono responsabili i Produttori di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) funziona già in modo ottimale e garantisce che tutti i rifiuti consegnati presso i Centri di Raccolta istituiti dagli Enti Locali (o dai soggetti da questi delegati) vengano presi in carico e trattati in modo sicuro per le persone e per l'ambiente. Questa filiera, oltre ad evitare l'immissione nell'ambiente di sostanze nocive, permette di recuperare materiali riciclabili e di smaltire correttamente quelli non riciclabili, con risparmio di energia e risorse.

«In secondo luogo va sottolineata la necessità di approvare con urgenza il cosiddetto «Decreto Semplificazioni», che permetterà ai rivenditori il ritiro del Raee contestualmente all'acquisto di una nuova apparecchiatura.
Le esperienze degli altri paesi europei ci insegnano che proprio il sistema del ritiro «uno contro uno» permette di innalzare in modo significativo le quantità di Raee avviate al corretto trattamento.

«Infine per quel che riguarda il sistema di raccolta rivolto ai cittadini (attraverso i Centri di Raccolta gestiti dai comuni o dalle aziende di raccolta rifiuti urbani) il Centro di Coordinamento Raee ha sempre evidenziato la situazione di luci ed ombre in cui versa il nostro Paese, con zone in cui i CdR rappresentano esempi di eccellenza, ed altre in cui è necessario migliorare sia le strutture che i servizi ai cittadini. Proprio per questo, pur non essendone tenuto dal punto di vista normativo, i Produttori di Aee nell'ambito del cosiddetto «accordo di programma sul regime transitorio» sottoscritto con Anci hanno messo a disposizione una somma significativa per la realizzazione di CdR in aree sprovviste».

Fonte: http://www.vglobale.it/NewsRoom/index.php?News=5594

giovedì 23 aprile 2009

Colombia, assassinata Ana Isabel Gómez Pérez


La contadina colombiana Ana Isabel Gómez Pérez, leader di un movimento che lavora per il recupero delle terre usurpate con la violenza dai paramilitari, è stata  assassinata da sicari mentre si trovava nella zona nord del dipartimento di Córdoba. Secondo quanto riferisce la versione on-line del quotidiano El Tiempo, Gómez Pérez, di 46 anni, è stata colpita a morte in presenza della figlia, di sedici anni, che fortunatamente è rimasta illesa; gli assassini sono fuggiti in motocicletta.




Gómez apparteneva al consiglio direttivo del Comitato dei Familiari delle Vittime della Violenza a Córdoba, che riunisce oltre 4.000 persone che, in quanto vittime dei paramilitari, reclamano i propri diritti ed un risarcimento giusto. La donna aveva denunciato, all'inizio del mese, di aver subito minacce di morte; sei anni fa aveva già dovuto abbandonare la sua città natale, Unguía, nel dipartimento del Chocó, per le minacce del blocco "Elmer Cárdenas" delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia, i paramilitari colombiani).
Da allora viveva a Los Córdobas, dove aveva cominciato la sua lotta affinché le AUC restituissero ai contadini della zona circa 300 ettari di terra di cui si erano impossessati. Fino a quando la comunità internazionale potrà ignorare la sistematica eliminazione degli oppositori e degli attivisti sociali che si battono per i diritti del popolo colombiano?
Fino a quando verranno mantenute le migliori relazioni diplomatiche con un governo ed uno Stato che hanno fatto del paramilitarismo uno strumento essenziale al mantenimento del potere?

Fonte: http://www.nuovacolombia.net/

Link:http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=218:1804-assassinata-da-sicari-unaltra-leader-contadina-&catid=8:accordo-umanitario

I rimorsi di coscienza dell'Europa


Mahmud Ahmadinejad è stato acclamato come un eroe dal popolo iraniano, al suo ritorno da Ginevra, dove ieri ha scagliato un nuovo duro attacco contro Israele in un discorso pronunciato alla Seconda conferenza di Durban dell'Onu.
Triste e patetico lo spettacolo delle contestazioni degli ebrei e l'abbandono dell'aula per protesta dei rappresentanti dei Paesi europei, amici dell'Entità Sionista e razzista per antonomasia.



Il governo attuale di Israele ha un ministro degli esteri, Lieberman, che viene ricevuto regolarmente da tutti i paesi occidentali compresa l'Italia e sostiene apertamente un programma di espulsione degli arabi israeliani; disconosce gli accordi stipulati dai "quattro" per realizzare la pace, nega ai palestinesi il diritto ad avere uno Stato.
Lo Stato di Israele ha recentemente bombardato per ben 22 giorni con armi particolarmente micidiali la striscia di Gaza, riducendola ad un ammasso di rovine sotto gli occhi compiacenti di Usa ed Europa; ha ucciso millecinquecento persone e tra queste circa cinquecento bambini. I suoi soldati ne hanno tratto vanto e si sono fatti stampare magliette con l'effige di donne e bambini palestinesi uccisi con scritte ingiuriose di commento. Oggi la popolazione di Gaza subisce un durissimo embargo ed una prigionia folle che fa morire i malati privati del diritto alle medicine più essenziali. Molti palestinesi  
muoiono di fame e stenti ogni giorno.

Ieri invece l'Europa ha dimostrato di nuovo e limpidamente la sua ignobile servitù alla criminale Entità Sionista, meglio nota come "Israele", manifestando la sua vergognosa solidarietà uscendo platealmente dalla sala della Conferenza mondiale dell'ONU sul razzismo durante l'intervento del Presidente iraniano. Ha manifestato così omertà mafiosa verso uno Stato che è una potenza militare e nucleare in mano ad un regime razzista ed ultrafondamentalista che può aggredire da un momento all'altro qualcuno dei suoi vicini e provocare una catastrofe.
L'Iran invece non ha mai aggredito nessuno. E' stato costretto da una guerra decennale con oltre un milione di morti fomentata dagli Usa, che convinsero Saddam Hussein ad iniziarla, per debilitare ed impedire alle due nazioni di compiere il loro cammino di Paesi liberi affrancati dagli artigli del colonialismo petrolifero anglo-americano.

Ma forse l'Europa non ha sbagliato, ma ha mostrato la sua vera natura di Arlecchino dell'Occidente, quello della tratta degli schiavi, dello sterminio degli amerindi, dei genocidi tuttora in atto in Africa, di due guerre mondiali, dell'aggressione tuttora in corso all'Iraq ed all'Afghanistan, costata in sette anni milioni di morti. La stessa strategia di predominio dell'imperialismo occidentale che oggi minaccia da vicino la Russia con le rampe missilistiche USA di  
Varsavia e Praga e che è pronta ad una guerra di sterminio contro la giovane nazione iraniana per punirla dalla sua voglia di affrancarsi dalla soggezione nucleare.

Questo sostegno all'aggressione, questo sostegno alla violenza, questo sostegno al versamento di sangue di donne, vecchi, bambini, di malati, di gente normale, questo sostegno all'uccisione di qualsiasi testa che osi alzarsi di fronte al potere sionista, viene dalla televisione, dalla carta stampata, dai governi intesi come emanazione di un ceto politico ormai privo di qualsiasi legame con la realtà e nello stesso tempo subalterno e servile alle bizze dei poteri forti che dominano l'economia e l'industria militare.

di Andrea Bruglia

Link: http://www.cpeurasia.org/?read=23248

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