martedì 7 aprile 2009

BOSNIA-ERZEGOVINA, quale futuro?



Un nuovo Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina arriva a Sarajevo in pompa magna, mosso da alti ideali di pace e convivenza multi-etnica e con la ferrea volontà di cambiare le cose e dopo qualche anno scappa dalla incapacità e litigiosità dei politici locali, dalla perenne paralisi istituzionale. 
L’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) viene istituito con gli accordi di Dayton (novembre 1995) con compiti di pace e coordinamento delle attività delle organizzazioni civili, con la possibilità di imporre decisioni e leggi. La Bosnia-Erzegovina è diventata così un vero e proprio protettorato della “Comunità Internazionale” impegnata nel paese. 
L’ultimo Alto Rappresentate è stato il giovane diplomatico slovacco Miroslav Lajčak insediatosi a Sarajevo a Luglio 2007. Il suo arrivo era stato accolto bene dall’opinione pubblica internazionale e locale. Un giovane, per di più proveniente da un paese che ha attraversato con discreto successo la fase di transizione post-comunista. Ma l’impossibilità di prendere le decisioni più insignificanti senza scontrarsi con la barriera degli equilibri e dei veti etnici sui quali si regge lo Stato logora anche la determinazione più cocciuta. 
Così, a fine gennaio, sorprendendo tutti, Miroslav Lajčak ha preso la decisione di lasciare il posto che gli era stato assegnato poco più di un anno prima. La motivazione ufficiale è stata la nomina a Ministro degli Esteri della Repubblica Slovacca. In realtà, è stato un gran sollievo per il diplomatico slovacco che ha trovato così una scappatoia elegante prima di dover dichiarare il fallimento della propria missione. Ha successivamente ammesso di aver lasciato il paese, non solo per la nuova nomina, ma perché ormai non vedeva nessun “spazio per poter realizzare gli obbiettivi per cui ero arrivato in Bosnia-Erzegovina” e non voleva più “cavalcare un cavallo morto”, precisando che il cavallo morto non era il paese balcanico, ma l’organo di governo internazionale che egli rappresentava che lo lasciava impotente di fronte agli antagonismi dei politici locali.                                       
Le cose si sono aggravate perché non è riuscito ad ammorbidire le posizioni radicali e le rivendicazioni del presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, il quale, durante i circa 18 mesi di permanenza a Sarajevo, gli ha provocato continui grattacapi. Il più grande successo di cui il diplomatico slovacco si vanta è la firma dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione sotto il suo mandato, la quale, tuttavia, non ha accelerato di molto il cammino verso l’UE del paese che resta in coda tra i paesi balcanici pretendenti alla membership. 
Lajčak ed i suoi predecessori hanno dovuto scontrarsi, non solo con il nazionalismo dei principali attori politici del paese, ma soprattutto, con la complicata struttura istituzionale ideata a Dayton nel 1995 che non ha fatto altro che cristallizzare il sistema di equilibri tra i popoli costitutivi lasciando il paese in un immobilismo cronico e impedendogli di uscire da una logica etnica ormai consolidata e difficile da sradicare. Il potere di veto nazionale e la possibilità di bloccare ogni minima decisione che non valuti minuziosamente gli equilibri etnici hanno impedito alla Bosnia-Erzegovina di divenire un paese normale.
 
di Giuseppe Di Paola

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