mercoledì 22 aprile 2009

Durban II, poltrone vuote o razziste?


Durban II chiude il sipario. La conferenza organizzata dalla Nazioni Unite a Ginevra sul razzismo si chiuderà soltanto venerdì 24, ma già nella giornata del 21 è stato votato, per acclamazione, il testo finale. 16 pagine in cui si condannano il razzismo, l'intolleranza e le discriminazioni tra i popoli. Non viene citato, come chiesto dagli occidentali, Israele; tuttavia il testo si riconduce apertamente alla conferenza di Durban del 2001 nella quale lo stato ebraico, unico apertamente citato, era stato definito "razzista" in quanto metteva in pratica "una sorta di apartheid".


Naturalmente si sprecano gli elogi tra gli organizzatori: l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Navi Pillay dichiara la Durban II un successo, mentre Amos Wajo, presidente della conferenza non nasconde l'importante "significato storico" del testo. Pura retorica. A trionfare sono le polemiche: il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-Moon, all'apertura dei lavori, si era rammaricato per le assenze, importanti e qualificate, ricordando che chi si autoesclude non può certo aver ragione, e promuovendo il dialogo. Ma a segnare lo spartiacque era, si sapeva, l'atteso discorso del presidente iraniano Ahmadinejad. Al suo ingresso i rappresentanti dei paesi dell'UE hanno lasciato l'aula. Pur senza nominare mai Israele, definito come "lo Stato razzista del Medio Oriente", Ahmadinejad ha chiuso il suo intervento affermando che "il sionismo mondiale impersonifica il razzismo, l'odio e tutti i volti peggiori dell'uomo". Parole forti, naturalmente criticabili, e infatti aspramente criticate, da Tel Aviv a Washington a Roma. Soprattutto nel giorno della memoria per le vittime dell'Olocausto. Se avevamo parlato della conferenza come di una possibile occasione sprecata, non abbiamo cambiato idea. L'assenza degli Stati Uniti del presidente afro-americano Barak Obama e dei suoi più stretti alleati (Canada, Italia, Polonia, Australia, Nuova Zelanda, Germania, Olanda) per rispetto a Israele sa tanto di vecchia politica "stile Bush", quella delle decisioni preventive e della politica delle contrapposizioni. Dalla "mano tesa" di Obama ci si aspettava qualcosa di più, quanto meno di non lasciare una sedia vuota in un'importante manifestazione dell'ONU, quell'organizzazione che Barak vorrebbe rimettere al centro della politica mondiale. Che il Presidente americano, aspramente criticato dai suoi critici per le aperture nel weekend a Cuba, Nicaragua e Venezuela, non se la sia sentita di "appesantire il carico" presenziando, e dunque legittimando, un discorso di Ahmadinejad? O forse occorre ripensare i discorsi di Obama, e considerare le aperture e il dialogo verso Teheran come tentativi di smuovere l'opinione pubblica iraniana in attesa delle elezioni presidenziali, nella speranza di trovarsi in futuro un nuovo presidente riformista con cui aprire un dialogo oggi impossibile? In chiusura vorrei far notare il comportamento della Repubblica Ceca, presidente di turno dell'Unione Europea, il cui rappresentante non si è ripresentato in aula, fatto unico, dopo il discorso di Ahmadinejad. Visto il ruolo ricoperto da Praga, avremmo sperato in una decisione più lungimirante, sulla strada della lotta al razzismo, all'intolleranza e alle discriminazioni tra i popoli.

di Marco Belegni

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