venerdì 3 aprile 2009

Fiat - Chrysler tra rischi e opportunità


L'accordo di Fiat con Chrysler non è privo di rischi, ma si inserisce in un piano coerente di sviluppo di lungo periodo, in una fase di profonda ristrutturazione del settore. Se funziona, permetterà alle due imprese di sfruttare le economie di scala di R&S e di condividere le reti distributive. Se non funziona, i costi per la casa italiana saranno limitati, a patto che la partnership non duri a lungo. Ma per Fiat rappresenta solo un passo, seppur importante, del processo di riposizionamento. Che richiederà altri capitali, finanziari e manageriali.Difficile nascondere la sorpresa e l’orgoglio. Non succede tutti i giorni di sentire il presidente degli Stati Uniti che elogia un’impresa italiana e ne richiede esplicitamente l’intervento per salvarne una americana: “Recently, Chrysler reached out and found what could be a potential partner -- the international car company Fiat, where the current management team has executed an impressive turnaround.Fiat is prepared to transfer its cutting-edge technology to Chrysler and, after working closely with my team, has committed to build -- building new fuel-efficient cars and engines right here in the United States”.Chrysler e Fiat hanno ora un mese di tempo per negoziare un accordo di partnership che tenga conto delle molte e dettagliate osservazioni della Casa Bianca (fra le quali, un ingresso di Fiat nel capitale Chrysler scaglionato nel tempo e vincolato al rispetto di determinate condizioni). Passata la sorpresa, ma non l’orgoglio, è utile riflettere sui termini di questo accordo.

LA SITUAZIONE DI CHRYSLER

Il punto di partenza è lo stato di salute di Chrysler. Il documento della Casa Bianca al riguardo non lascia dubbi: Chrysler è un’impresa che, allo stato attuale, non ha nessuna prospettiva di sopravvivenza senza una partnership industriale. (1) Il problema principale è che Chrysler non ha una scala adeguata per investire a sufficienza in ricerca e sviluppo e ammortizzare i costi fissi sempre più rilevanti che caratterizzano il settore. Di conseguenza, negli ultimi anni la qualità dei veicoli Chrysler è peggiorata rispetto ai competitori, il mix di prodotti è sbilanciato verso automobili di grandi dimensioni e poco efficienti da un punto di vista energetico, le tecnologie di produzione sono obsolete. Last but not least, la situazione finanziaria non le permette di offrire adeguato credito ai potenziali acquirenti, un aspetto cruciale nella fase attuale di recessione. La quota di mercato di Chrysler negli Stati Uniti è diminuita dal 16,2 per cento del 1998 all’11 per cento attuale, con prospettive di ulteriori riduzioni. È quindi chiaro che riportare Chrysler a generare profitti sarà un’impresa molto difficile.

PERCHÉ FIAT?

La seconda questione è perché Obama si sia sbilanciato a indicare Fiat come partner per Chrysler, invece di tenere una posizione più aperta. Il messaggio al management Chrysler è chiaro: o raggiungono un accordo con Fiat o l’impresa sarà liquidata. Così facendo, ha notevolmente accresciuto il potere negoziale della casa torinese nella stipula dell’accordo. Una prima ragione, la più ovvia, è tecnologica. Fiat unisce una tradizione secolare nella produzione di automobili medio-piccole a tecnologie “verdi” di avanguardia. Nel 2007 le vetture del gruppo Fiat presentavano un valore medio di emissioni di CO2 pari a 137 g/km, collocandosi al primo posto nella classifica di tutti i produttori che operano sul mercato europeo. Le tecnologie per la riduzione dell’impatto ambientale delle automobili, sviluppate soprattutto per il mercato europeo, sono diventate un asset formidabile anche per quello americano dopo l’elezione di Obama, che fa dell’ambiente uno dei punti qualificanti del suo mandato e un segno di netta rottura con l’amministrazione Bush. Tuttavia, Fiat non è l’unico produttore di automobili ad avere tecnologie “verdi”. C’è dunque qualche altro motivo: l’esperienza recente del management Fiat. Solo cinque anni fa anche Fiat si trovava sull’orlo della bancarotta, in una situazione per alcuni versi simile a quella di Chrysler oggi. Il “turnaround” messo in atto dal management Fiat ha impressionato molti, inclusa l’amministrazione Obama. Il gruppo dirigenziale, e in particolare Sergio Marchionne, rappresenta un asset cruciale nella trattativa. La speranza dell’amministrazione Usa è che il rilancio Fiat possa ripetersi con successo per Chrysler. È anche possibile che nessun altro pretendente si sia fatto avanti, dato lo stato comatoso in cui versa Chrysler. In ogni caso, considerati i tempi stretti della ristrutturazione, appare improbabile che qualche altra impresa sia in grado di fornire un piano alternativo.

LE OPPORTUNITÀ DELL’ACCORDO

L’accordo rappresenta una opportunità importante per Fiat, oltre che l’unica alternativa alla bancarotta per Chrysler. In primo luogo, l’integrazione delle piattaforme produttive permetterebbe di accrescere le economie di scala che oggi sono l’elemento cruciale nell’industria automobilistica. Le due imprese hanno una scala dimensionale simile, di poco superiore ai due milioni di autoveicoli prodotti. Un raddoppio della scala produttiva su cui “spalmare” i costi fissi di R&S rappresenta quindi un salto dimensionale importante. Ma siamo ancora lontani dal traguardo delle 5,5-6 milioni di autovetture indicate da Marchionne come scala minima. Ulteriori operazioni sono quindi all’orizzonte. Oltre alle economie di scala di R&S, l’accordo permetterebbe anche di utilizzare la rete commerciale di Chrysler per vendere prodotti Fiat in America e viceversa. Costruire una rete distributiva richiede molto tempo e investimenti notevoli. L’accesso a una rete già esistente rappresenta quindi un asset di grande valore.
Vi sono anche chiare economie “di marchio”. Pur se appannato, il marchio Chrysler è sicuramente più vendibile agli americani, particolarmente del Mid-West e del Sud, rispetto a uno europeo. Il “rivestimento” Chrysler rende la tecnologia Fiat più appetibile sul mercato americano. Chrysler possiede anche il prestigioso marchio Jeep, segmento sul quale Fiat è carente. Jeep si gioverebbe della rete di distribuzione Fiat nel mercato europeo e del Sud America.
Vi è infine un effetto di immagine: se l’operazione andasse in porto e avesse successo, il capitale di reputazione del management Fiat salirebbe alle stelle. Questo fornirebbe un biglietto da visita molto importante per permettere al gruppo di negoziare ulteriori aggregazioni da una posizione di forza.

I RISCHI DELL’ACCORDO

Il rischio fondamentale sta nella situazione molto critica di Chrysler: le probabilità che il salvataggio non funzioni sono alte. Un fallimento produrrebbe un danno in termini di reputazione, limitato dal fatto che le condizioni di Chrysler sono note a tutti. Bene ha fatto Fiat a porre la condizione di nessun esborso di capitale: le garantisce di non essere coinvolta in un eventuale fallimento di Chrysler. Se il piano ha successo, Fiat valorizza la sua partecipazione, altrimenti non ci rimette, se non in termini di reputazione. Questo schema funziona nel breve periodo, diciamo da qui a fine anno. Più a lungo l’accordo dura, più difficile sarà per Fiat chiamarsi fuori. Se tra un anno Chrysler fosse ancora in attività, è difficile escludere un coinvolgimento finanziario e manageriale diretto dei torinesi. La ristrutturazione sarà lunga e costosa. Difficilmente i sei miliardi di dollari promessi, in prestito, dal governo americano saranno sufficienti. Valutare come e quando aumentare il coinvolgimento di Fiat in Chrysler costituisce il punto chiave in una prospettiva di medio periodo. A Fiat conviene spingere per una prima fase di negoziazione “dura” con tutti i soggetti coinvolti (creditori, azionisti, fornitori), anche a rischio di fallimento dell’accordo, e quindi di Chrysler, per massimizzare le probabilità di un  successo nel medio periodo. Un fallimento di Chrysler nei prossimi sei mesi sarebbe per Fiat molto meno problematico di un fallimento fra due anni a quel punto, l’accordo potrebbe diventare una zavorra molto pesante per Fiat stessa.
L’accordo di Fiat con Chrysler non è dunque privo di rischi, ma si inserisce in un piano coerente di sviluppo di lungo periodo in una fase di profonda ristrutturazione del settore. Se funzionasse, permetterebbe alle due imprese di sfruttare le economie di scala di R&S e di condividere le rispettive reti distributive. Se non funzionasse, i costi per Fiat sarebbero limitati, a patto che la partnership non duri a lungo. In una prospettiva più ampia, l’accordo rappresenta per Fiat solo un passo, seppur importante, di un processo di posizionamento in un settore in forte evoluzione. Sia per potenziare Chrysler sia per eventuali altre fusioni e partnership saranno necessari ulteriori capitali finanziari e manageriali. Speriamo che la famiglia Agnelli abbia imparato la lezione dell’ultima crisi. Solo un adeguato apporto di capitale di rischio e un management indipendente e selezionato con criteri meritocratici possono garantire lo sviluppo. L’obiettivo del mantenimento del controllo a tutti i costi, che ha spesso dettato le scelte strategiche nella storia dell’azienda, finirebbe per soffocare un progetto con grandi possibilità, e diverse incognite in un mercato difficile e molto competitivo.

(1) Si veda http://www.whitehouse.gov/assets/documents/Chrysler_Viability_Assessment.pdf.

di Fabiano Schivardi 

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001042.html

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