giovedì 23 aprile 2009

Follia consumistica


In un negozio Ikea gigante in Arabia Saudita, nel 2004 tre persone sono state uccise da una mandria di clienti in lotta per accaparrarsi un buono sconto da 150 dollari. Allo stesso modo, nel novembre 2008, un dipendente di un Wal-Mart di New York è stato calpestato a morte da clienti intenti ad acquistare uno degli HDTV al plasma da 50 pollici in offerta limitata. 
Jdiniytai Damour, addetto alla manutenzione con contratto temporaneo, è stato ucciso durante un "Venerdì Nero". Nell’oscurità antelucana, circa duemila clienti stavano in impaziente attesa fuori dal Wal-Mart urlando "Sfondate le porte!" Secondo Jimmy Overby, collega di Damour, "[questi] è stato assalito alle spalle da 200 persone. Hanno scardinato le porte. Lo hanno calpestato e ucciso sotto i miei occhi". Alcuni testimoni hanno riferito che Damour, 34 anni, boccheggiava in cerca d’aria mentre i clienti continuavano a sollevarsi sopra di lui come un’onda. Quando la polizia, dopo la morte di Damour, ha ordinato ai clienti di lasciare il negozio, molti si sono rifiutati, alcuni gridando, "Sono in fila da ieri mattina". 
I media tradizionali che si sono occupati della morte di Damour si sono concentrati sulla ressa di clienti impazziti e, in misura minore, sulla mancanza di senso di responsabilità da parte dei dirigenti Wal-Mart che non avevano garantito la sicurezza. Comunque, nella stampa delle corporation era completamente assente qualsiasi riferimento ad una cultura del consumo e una società folle in cui i responsabili del marketing, i pubblicitari e i mezzi di informazione promuovono il culto della chincaglieria. Accanto ai giornalisti, anche i miei colleghi nel settore della salute mentale hanno occultato la follia sociale. Un’eccezione è rappresentata dallo psicoanalista socialdemocratico Erich Fromm (1900-1980). Fromm, in Psicoanalisi della Società Contemporanea (1955 – N.d.T.: il titolo originale dell’opera è, letteralmente, La società sana di mente), scrisse: "Eppure molti psichiatri e psicologi rifiutano di prendere in considerazione l’idea che la società nel suo complesso possa mancare di sanità mentale. Essi sostengono che il problema della sanità mentale in una società si riduca al numero di individui ‘disadattati’ e non in un possibile disadattamento della cultura in sé”. Mentre si può resistere alla propaganda pro-chincaglieria ed evitare di partecipare ai riti religiosi che si tengono al Wal-Mart, all’Ikea e in altre cattedrali-scatolone — e, quindi, stare alla larga dal sentiero percorso dalla folla di consumatori fondamentalisti — è più difficile proteggersi dalla morte lenta causata dalla cultura del consumo. Gli esseri umani sono – ogni giorno e in molti modi – assaliti da una cultura che psicologicamente, socialmente e spiritualmente: 

crea crescenti aspettative materiali 
toglie valore all’interconnessione tra esseri umani 
adatta le persone alla socialità in modo che siano egocentriche 
distrugge l’autonomia 
aliena gli individui dalle normali reazioni emotive umane 
vende false speranze che creano maggiore sofferenza 

Crescenti aspettative materiali. Spesso queste aspettative finiscono con l’essere insoddisfatte creando sofferenza che, a sua volta, alimenta difficoltà emotive e comportamenti distruttivi. In uno studio ora classico del 1998 che prendeva in esame i mutamenti nella sanità mentale degli immigrati messicani giunti negli Stati Uniti, Willian Vega, ricercatore nel campo dell’ordine pubblico, scoprì che, tra tali immigrati, l’assimilazione alla società statunitense comportava un tasso tre volte maggiore di episodi depressivi. Vega riscontrò anche un considerevole aumento dell’abuso di sostanze stupefacenti e di altri comportamenti dannosi. Molti di questi immigrati soffrivano per le maggiori aspettative materiali che non venivano soddisfatte e riferivano, inoltre, di patire per il ridotto sostegno sociale.

La valutazione dell’interconnessione umana. Uno studio del 2006 pubblicato su American Sociological Review ha sottolineato che la percentuale di Americani che riferiva di non avere neppure un amico intimo con cui confidarsi è aumentata, negli ultimi 20 anni, dal 10% a quasi il 25%. L’isolamento sociale è altamente correlato a depressione e altri problemi emotivi. La crescente solitudine, comunque, è una buona notizia per un’economia del consumo che prospera sul numero crescente di “unità di acquisto”: più persone sole vuol dire vendere più televisori, più DVD, più psicofarmaci ecc.

- Che c’è che non va, Mr. P?
- Non riesco a decidermi in quale delle due dovrei identificarmi: l’aura nostalgica e senza tempo della Coca Cola o i temi energetici, giovanili della Pepsi… Babbo Natale o Beyoncé, questo è il problema.

- Potresti prendere la via spirituale con questo tè. Promette “l’illuminazione di mille monaci tè-betani.”
- Mi sa che preferisco bevande senza dharma.

- Ma deve esserci di sicuro una qualche nicchia di marketing in cui rientri.
- Sono semplicemente troppo complesso per essere incasellato. 

- Mhm, ora che ci ripenso, forse hai ragione.
“Formaggio dell’uomo represso con testa a punta e abito elegante”

La promozione dell’egoismo. L’essere presi da se stessi è una delle molte cause dei tassi stellari di depressione e altre difficoltà emotive riscontrati negli U.S.A., ed è esattamente ciò che una cultura del consumo esige. Duemilacinquecento anni fa, il Buddha aveva riconosciuto il rapporto esistente tra appetizione egoistica e difficoltà emotive, e molti studiosi dell’essere umano, da Spinoza a Erich Fromm, sono giunti a conclusioni simili. 

La distruzione dell’autonomia. La perdita di autonomia può creare un penoso stato di ansietà che alimenta depressione ed altri comportamenti problematici. Nella società moderna, un numero crescente di persone — sia donne che uomini — non è capace di prepararsi un semplice pasto. Queste persone non conosceranno mai gli effetti ansiolitici dell’essere sicuri delle proprie capacità di cucinare, coltivare le verdure, cacciare, pescare o raccogliere cibo per sopravvivere. In una società del consumo, una tale autonomia non ha alcun senso. Ad un qualche livello, la gente sa che se dovesse perdere il proprio reddito – cosa non impossibile di questi tempi – non avrebbe le capacità per sopravvivere. 

L’alienazione dall’umanità. I sacerdoti della cultura del consumo — pubblicitari ed esperti di marketing — sanno che i consumatori fondamentalisti comprano di più se sono alienati dalle reazioni normali come la noia, la frustrazione, la tristezza e l’ansia. Se questi sacerdoti riescono a convincerci che un certo stato emotivo è un motivo di vergogna o il sintomo di una malattia, allora avremo più probabilità di comprare non solo psicofarmici, ma anche ogni genere di prodotto che ci faccia sentire meglio. Quando ci spaventiamo e alieniamo da una naturale reazione umana, questa “sofferenza sopra la sofferenza” genera ulteriore carburante per depressione ed altri comportamenti autodistruttivi ed azioni dannose. 

La sofferenza delle false speranze. Le false speranze del consumismo fondamentalista risiedono nella scoperta, un giorno, di un prodotto che possa manipolare l’umore in maniera prevedibile senza alcuna ripercussione negativa. La moderna psichiatria è un membro a pieno titolo della cultura del consumo. Il suo "Sacro Graal" è la ricerca dell’antidepressivo capace di rimuovere il dolore della disperazione senza distruggere la vita. Alla fine del XIX secolo, Freud credeva di averlo trovato nella cocaina. Alla metà del XX secolo, gli psichiatri pensavano di averlo trovato nelle anfetamine e, successivamente, negli antidepressivi triciclici come il Tofranil e l’Elavil. Alla fine del XX secolo, ci sono stati gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), come il Prozac, il Paxil, e lo Zoloft, di cui però si scoprì la tendenza a creare dipendenza e dolorose crisi di astinenza, oltre ad un’efficacia non superiore a quella del placebo. Ogni farmaco antidepressivo, non importa quale, viene presentato come capace di eliminare la depressione senza distruggere la vita. Ma, ogni volta, si scopre che quando si armeggia con i neurotrasmettitori, si arreca un danno alla vita, proprio come con l’elettroshock e la psicochirurgia. 1. Convincere le persone che se non comprano l’ultimo prodotto figo non valgono niente.
“Stai guardando questo programma su una vecchiaTV da pochi soldi? Solo gli impianti digitali offrono la chiarezza di immagine e suono necessari a distruggere la tua immaginazione!” 

2. Distruggere i sindacati in modo che i salari ristagnino e scendano.
- Ma se paghiamo salari inferiori le vendite non caleranno a picco?
- I soldi, li avranno… non i loro soldi. I nostri soldi.

3. Elargire credito facile a fiumi.
- L’ho messo sulla mia carta Amalgabank! 0% di interessi!
- “0% di interessi per 30 giorni; poi 300%.”
- Tra 30 giorni saròmorto. 

4. Quando tutto va in pezzi, dare la colpa alla debolezza di carattere.
- Forse, se pagassimo ai consumatori salari più alti…
- Cosa? E premiare il loro comportamento irresponsabile?

I fondamentalisti rifiutano tanto la ragione quanto l’esperienza. I fondamentalisti sono attaccati a un dogma e, se il loro dogma fallisce, non si danno per vinti. Al contrario, decidono di intensificare la propria fede e rafforzare il proprio dogma. 

Cinquantaquattro anni fa, Erich Fromm concluse: "L’uomo [sic] oggi deve affrontare la scelta più fondamentale; non quella tra Capitalismo e Comunismo, ma quella tra robotismo (tanto del tipo capitalista quanto del tipo comunista) e Socialismo Umanistico Comunitario. La maggior parte dei fatti sembra indicare che stia optando per il robotismo e ciò significa, a lungo termine, follia e distruzione. Ma la forza di tutti questi fatti non è sufficiente per distruggere la fede nella ragione, nella buona volontà e nella sanità mentale dell’uomo. Fino a quando saremo in grado di concepire delle alternative, non saremo perduti".

Liberarsi dal consumismo fondamentalista significa concepire delle alternative e comporta anche una sfida attiva: scegliere di sperimentare le diverse dimensioni della vita che sono state escluse dal dogma.

Bruce E. Levine è uno psicologo clinico e l’autore di Surviving America's Depression Epidemic:How to Find Morale, Energy, and Community in a World Gone Crazy (‘Sopravvivere all’epidemia di depressione dell’America: Come trovare l’etica, l’energia e la comunità in un mondo impazzito’), Chelsea Green Publishing, 2007.
Fonte: www.zcommunications.org
Link: http://www.zcommunications.org/zmag/viewArticle/20446

Traduzione di Oriana Bonan

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