venerdì 3 aprile 2009

Il declino del petrolio minaccia il governo del Sudan


Khartoum, Sudan – Se chiedete ad un cittadino sudanese cosa lo preoccupa di questi tempi, quest’ultimo potrebbe non citare nemmeno il Darfur o il mandato di arresto emesso dalla Corte Internazionale di Giustizia contro il suo presidente. Per molte persone, qui, è l’economia che non li fa dormire la notte.

Un tempo, l’economia del Sudan era fondata sulla disponibilità di denaro liquido, fatto che ha rappresentato un motivo di orgoglio nazionale negli ultimi cinque anni. Ora l’economia è a rischio di paralisi, a causa dei prezzi del petrolio in caduta libera. Con il bilancio dello stato (dipendente dal petrolio) ormai in rovina, i dipendenti pubblici devono affrontare tagli di stipendio. Gli hotel di lusso di nuova apertura stanno abbattendo i prezzi, e persino i supermercati avvertono la crisi.

“La gente è a corto di soldi”, afferma il proprietario di una drogheria, Nassir Al-Din, che ha aggiunto che le sue vendite sono calate del 50% dall’anno scorso. Un tempo Al-Din riusciva a vendere i Kellog’s Corn Flakes, considerati un bene di lusso in Sudan, per 12 dollari a scatola. Ora il prezzo è sceso a 9 dollari, e nessuno comunque li compra.

Per il governo del Sudan, che è in guerra e si trova ad affrontare il crescente isolamento internazionale dovuto al mandato di cattura per crimini di guerra emanato dalla Corte Internazionale di Giustizia contro il presidente Omar Hassan Ahmed Bashir, la crisi finanziaria rappresenta il più recente sviluppo di una situazione già critica – sviluppo che potrebbe avere una forte ricaduta a livello politico.

Per anni il governo ha sfruttato le crescenti entrate derivanti dal petrolio per finanziare il potenziamento dell’esercito e per assicurarsi il sostegno politico – inclusa la pratica di liquidare con il denaro i leader dell’opposizione e di armare milizie private come i Janjaweed nella regione del Darfur. “Il petrolio è ciò che li ha tenuti al potere”, afferma Mohamed Ibrahim Nugud, segretario generale del Partito Comunista in Sudan.

Gli economisti prevedono che, se il prezzo del petrolio non tornerà ai livelli precedenti, la rabbia popolare scatenata dai problemi economici potrebbe provocare molta più frustrazione interna che non il Darfur o il mandato di arresto della Corte Internazionale di Giustizia. Nel 1985, le proteste contro i prezzi crescenti di gas e generi alimentari avevano contribuito a far cadere il governo.

“Tutto ciò alimenta la rivoluzione”, sostiene Elhaj Hamed M.K. Haj Hamed, economista politico presso il Social and Human Development Consultative Group a Khartoum. Il Sudan ha avuto una delle economie a più elevato tasso di crescita in tutta l’Africa, da quando ha iniziato a esportare il petrolio nel 1999. Le rendite petrolifere rappresentano circa il 65% del bilancio nazionale e il 97% di quello della regione autonoma del sud.

A partire dal 2006, l’aumento dei prezzi del greggio ha contribuito a trasformare questa capitale arida in una città moderna che nutriva l’ambizione di costruire uno skyline in grado di competere con quello di Dubai. Tale crescita è stata accolta ancora più positivamente da molti sudanesi, poiché essa è stata possibile nonostante le sanzioni statunitensi imposte come conseguenza del massacro in Darfur e del sostegno del governo sudanese nei confronti di organizzazioni i cui nomi compaiono nella lista dei gruppi terroristici stilata da Washington.

Quando la stretta creditizia a livello internazionale cominciò a farsi sentire l’anno scorso, i funzionari sudanesi inizialmente se ne fecero beffe, sostenendo che le sanzioni statunitensi, che avevano isolato il paese, lo avevano risparmiato dalle nefaste conseguenze della crisi. Ma nel momento in cui i prezzi del petrolio sono crollati dagli oltre 140 dollari al barile della scorsa estate al recente minimo di 35 dollari, essi hanno smesso di scherzare.

“L’era della dipendenza petrolifera è terminata”, ha affermato quest’anno il Ministro delle Finanze Awad Ahmed Jaz rivolgendosi ai governatori. Oggi la rendita petrolifera mensile è la metà di quella dell’anno scorso. In febbraio, le autorità hanno affermato di essere riuscite a raccogliere solamente l’indispensabile per coprire le spese.

Il governo sta lottando per tagliare le spese ed aumentare le entrate. Lo scorso mese, i dipendenti statali del sud non sono stati pagati. A Khartoum, i medici del settore pubblico hanno scioperato per protestare contro il loro mancato pagamento. L’imposta sulla vendita dei prodotti ha subito un aumento del 20%; le chiamate da telefoni cellulari e le importazioni di auto hanno visto un incremento delle imposte.

Il governo del Sudan meridionale ha ordinato un taglio del 10% sui salari dei propri alti funzionari ed ha approvato la prima tassa sul reddito nei confronti dei propri cittadini, che sono tra i più poveri di tutta l’Africa.

“Ma aumentare le tasse non è la soluzione”, dice Abdulla Mursi, direttore delle vendite di una nuova concessionaria Nissan a Khartoum. Le imposte più elevate sulle importazioni hanno provocato l’aumento del prezzo di una Nissan Tiida compact, conosciuta con il nome di Versa negli Stati Uniti, da 33.000 a 41.000 dollari. Mursi dice che le vendite sono calate a tal punto che anche le entrate derivanti dalle tasse sono diminuite negli ultimi due mesi.

I valori degli immobili e degli affitti stanno crollando, soprattutto nei quartieri ricchi, ha affermato Sayman Osman, un agente di Khartoum. Egli ha puntato il dito contro la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, che ha fatto temere ad alcuni stranieri il pericolo di possibili rappresaglie, affermando che “gli stranieri costituivano circa la metà del nostro business degli affitti, ma si sono spaventati a causa della Corte Internazionale di Giustizia”.

Oltre alle rendite petrolifere, gran parte del recente sviluppo è stato reso possibile dall’aiuto dei paesi arabi e della Cina, la quale acquista la maggior parte del petrolio sudanese. La diga di Merowe di recente apertura è stata costruita grazie a circa 2 miliardi di dollari di aiuti stranieri. Il calo dei prezzi del petrolio sta danneggiando anche i partner mediorientali del Sudan. Inoltre, la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, che asserisce che Bashir ha orchestrato una brutale azione per soffocare la rivolta in Darfur, potrebbe aumentare la pressione internazionale a favore del boicottaggio del paese.

Secondo alcuni, il Sudan sarà spinto a cercare di ottenere un salvataggio da parte della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale, poiché il paese è venuto meno agli obblighi derivanti dal suo attuale debito di 30 miliardi di dollari. Hamed sostiene che “il denaro proveniente dal petrolio ha permesso al governo di ignorare le istituzioni finanziarie internazionali nel corso degli anni”.

Il governo del Sud, guidato dall’ex gruppo ribelle conosciuto con il nome di Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), potrebbe ricevere un’accoglienza più calorosa dai creditori internazionali. Tuttavia la crisi sarà probabilmente più grave nel Sud.

Il recente crollo dei prezzi del petrolio sta obbligando il governo del sud a sopravvivere con un quarto del denaro che aveva preventivato. Ciò sta rallentando gli sforzi del Sud di trasformare il proprio esercito di ribelli in un esercito professionista costituito da 150.000 soldati.

I funzionari del Sud sono già stati criticati duramente dai propri cittadini, i quali si chiedono dove siano andati a finire i 6 miliardi di dollari derivanti dalle rendite petrolifere, da quando il Sud ha iniziato a ricevere il 50% dei profitti nazionali nel 2005. Strade, scuole ed elettricità sono ancora rare in gran parte del Sudan meridionale.

Secondo Pagan Amum, segretario generale dell’SPLM, la crisi è “molto grave”. Tuttavia egli ha notato che i sudanesi del Sud sono abituati alle difficoltà, e che solo pochi anni fa l’SPLM era costretto a sopravvivere nella savana. “Rispetto alla situazione dalla quale proveniamo, stiamo molto meglio oggi”, dice.

Ali Abdalla Ali, analista economico e co-fondatore della Borsa di Khartoum, sostiene che le rendite petrolifere avrebbero dovuto essere utilizzate per dar vita ad altre attività, come quella del cotone, della gomma arabica, delle noccioline e dell’agricoltura.

“Non siamo stati in grado di diversificare le nostre risorse petrolifere”, ha affermato. “Il problema con il petrolio è che, una volta che ce l’hai, pensi che durerà per sempre. Questo ci servirà di lezione”.

Molti sudanesi si lamentano che la festa del petrolio sia finita prima che qualunque beneficio abbia potuto raggiungere la popolazione. Mike Abadi, ingegnere elettronico di 35 anni, in coda con altri disoccupati di fronte al compound delle Nazioni Unite a Khartoum, ammette che ci sono nuove strade, illuminazione e grattacieli di uffici intorno a lui. Tuttavia lui dice che la sua vita non è cambiata per niente. Negli ultimi dieci anni ha trovato una sola occupazione, con un imprenditore cinese che, una volta terminato il lavoro, ha chiuso.

“Davvero le cose vanno peggio?”, chiede. “E quando andavano meglio? Per me ogni giorno è sempre stata la stessa cosa. Non ho mai visto nulla provenire dal petrolio. Alcuni di noi addirittura non hanno mai saputo che il Sudan avesse del petrolio”.

di Edmund Sanders

Edmund Sanders è direttore degli uffici di Nairobi del Los Angeles Times; è responsabile per l’Africa centrale e orientale, occupandosi di paesi come la Somalia, il Darfur, e la Repubblica Democratica del Congo; in precedenza è stato corrispondente da Baghdad

Traduzione: http://www.arabnews.it/

Link: http://www.arabnews.it/2009/04/01/il-declino-del-petrolio-minaccia-il-governo-del-sudan/

Titolo originale:

Oil’s decline threatens Sudan government

Link: http://www.arabnews.it/2009/04/01/il-declino-del-petrolio-minaccia-il-governo-del-sudan/

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