giovedì 2 aprile 2009

Londra cerca una via di uscita


Mano a mano che la crisi finanziaria ed economica globale si fa più profonda e grave tutti noi dobbiamo ripensare alcune questioni chiave, tra cui il ruolo dello Stato. Si può già prevedere che l’approccio al ruolo di governo che ha prevalso negli ultimi decenni si capovolgerà. 
L’assalto è cominciato più di trent’anni fa, con Margaret Thatcher e Ronald Reagan: economisti, uomini d’affari e politici puntarono il dito contro i governi come fonte di quasi tutti i problemi economici. Certo le critiche sulle interferenze dei governi erano solide e motivate: in quegli anni gli elettori avevano buone ragioni per sostenere i politici che promettevano di limitare il ruolo dei governi lasciando alle imprese una maggiore libertà di agire e quindi di crescere. Tuttavia, dietro le critiche c’erano anche altri interessi: quelli di chi, pur promettendo che l’ondata liberalizzatrice avrebbe dato vantaggi a tutti, era in realtà interessato soprattutto a spingere le grandi imprese, liberandole da obblighi pesanti nei confronti della società e smantellando la rete di sicurezza sociale che proteggeva i lavoratori.
La globalizzazione è stata accompagnata da una nuova fase di attacco contro lo Stato in favore della concorrenza assoluta su tutti i mercati: beni, servizi e lavoro. I principi del monetarismo, dell’irresponsabilità sociale e ambientale, del consumo eccessivo e dei superprofitti come motori dell’economia e della società sono diventati uno standard internazionale. Il cosiddetto «consenso di Washington» - che riflette questi principi - s’è diffuso ovunque con forza. Così sempre più spesso molti settori dell’economia e della finanza sono stati lasciati a se stessi, senza supervisione.
Inevitabilmente, una dopo l’altra sono esplose le bolle. Prima quella digitale, poi quella del mercato azionario, infine quella dei mutui. Finché il finanziamento globale, nel suo insieme, non è diventato a sua volta un’enorme bolla. Piccoli gruppi di persone hanno creato una ricchezza favolosa per se stesse, mentre il tenore di vita di gran parte della popolazione mondiale - nel migliore dei casi - è rimasto invariato. E gli impegni per aiutare i poveri del mondo sono stati quasi sempre dimenticati. L’indebolimento dello Stato ha consentito un’ondata selvaggia di frodi finanziarie e corruzione, ha permesso al crimine organizzato di infilarsi nell’economia di numerosi Paesi, e consegnato un’influenza sproporzionata alla lobby delle imprese, che fa leva sui finanziamenti alla politica. Ciò ha falsato il processo democratico e danneggiato gravemente il tessuto sociale.
Settembre 2008 ha segnato l’inizio di un crollo catastrofico dell’intera struttura. Sotto le macerie sono rimasti i risparmiatori, la produzione - scesa a un ritmo senza precedenti - e milioni di disoccupati in tutto il mondo. Non è esagerato dire che oggi è minacciata tutta l’economia mondiale.
E ancora oggi continuiamo a sentire i pareri di chi tuttora crede nella magia salvifica del mercato completamente libero. Solo che gli elettori non vanno più in caccia di soluzioni: si aspettano che siano i leader eletti ad agire. E sono questi a dover intervenire perché non ci sono altri strumenti.
In un momento in cui lo tsunami economico sta minacciando la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone, dobbiamo riconsiderare la responsabilità dello Stato per la protezione e la sicurezza dei suoi cittadini. Abbiamo sentito argomenti contro lo «Stato bambinaia» e contro il concetto di assistenza «dalla culla alla tomba»: in effetti il governo non può curarsi di tutto in eterno. Però ha il dovere di proteggere le persone dalla rapina finanziaria cui abbiamo assistito negli ultimi anni.
I governi si sono ormai presi la responsabilità del salvataggio dell’economia. In questa sfida devono impedire che enormi somme di denaro dei contribuenti siano spese senza controllo. Il denaro non deve finire nelle mani e tasche di coloro che vogliono, come si dice, «privatizzare i profitti e nazionalizzare le perdite».
In un mondo globalizzato dobbiamo contemporaneamente ripulire la finanza e costruire strutture di governance internazionale più solide. Il primo incontro del G-20, nel novembre scorso a Washington, è stato solo un inizio. Ha mostrato una consapevolezza nuova del fatto che per riuscire bisogna mettere insieme una unione di forze senza precedenti nella storia mondiale.
Voglio sperare che i capi di governo del G-20 che si riuniscono a Londra saranno capaci - oltre che di risolvere i problemi - di gettare le basi per una governance che duri negli anni a venire. Le sfide sono davvero gigantesche: si tratta di dare un nuovo ruolo ai governi e agli organismi internazionali in materia di regolamentazione dell’economia. Di avviare la costruzione di economie meno militarizzate. Di non inseguire consumi eccessivi e superprofitti e di armonizzare le preoccupazioni ambientali con la crescita economica. Un compito di entità pari alla sfida che affrontammo nella seconda metà degli Anni Ottanta: scongiurare la minaccia di una catastrofe nucleare. Per vincere servono una cooperazione internazionale e una leadership collettiva che sappiano superare gli stereotipi obsoleti, mettendo al primo posto gli interessi comuni. 
di Mikhail Gorbaciov - da lastampa.it

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