venerdì 24 aprile 2009

Una “road map” turco-armena


La Turchia e l’Armenia hanno annunciato mercoledì sera, con un comunicato congiunto dei due ministri degli esteri, di aver raggiunto un accordo su una “road map”, un piano a tappe per normalizzare le relazioni bilaterali e superare i problemi – assai seri – che finora le hanno ostacolate.
L’annuncio afferma che “le due parti durante i colloqui finora svolti hanno raggiunto tangibili progressi e una mutua comprensione”, ma non accenna concretamente né al modo di superare i problemi né ai tempi della citata road map, che dovrebbe portare alla riapertura della lunga frontiera comune (chiusa da 16 anni) e a una forte spinta nelle relazioni commerciali, il cui congelamento nuoce non poco a entrambi i paesi. La svolta, preannunciata da mesi di contatti anche al massimo livello tra i due governi, giunge anche in seguito alle pressioni che la nuova amministrazione statunitense sta esercitando su Ankara: non per niente la Casa bianca (come anche l’Unione europea) ha salutato con grande favore l’annuncio turco-armeno, e il presidente Barack Obama ha messo per il momento in stand-by una risoluzione del Congresso in cui si parla del “genocidio degli armeni” da parte della Turchia nel 1915, risoluzione destinata a provocare un grave risentimento nell’opinione pubblica dell’importante alleato. Proprio oggi, peraltro, Obama dovrà dire comunque qualcosa sulla vicenda: il 24 aprile è il Giorno della Memoria armena, in cui si ricorda la terribile strage di 94 anni fa in cui un milione e mezzo di armeni, abitanti delle province nordorientali dell’impero ottomano, vennero deportati e massacrati. Se ha un forte valore simbolico che il pre-accordo turco-armeno sia stato annunciato proprio alla vigilia di questa ricorrenza, non è ancora per nulla chiaro comunque quale potrà essere il punto di convergenza fra Ankara e Erevan su quel lontano ma cruciale passaggio storico: la Turchia, dopo aver lungamente negato ogni responsabilità nella tragica vicenda, oggi riconosce che un massacro di armeni ci fu, ad opera delle milizie turche, ma nega recisamente che si possa usare il termine “genocidio” e comunque non accetta la cifra di un milione e mezzo di vittime. Ancora oggi, i paesi stranieri che adottano risoluzioni ufficiali in cui si parla di genocidio vengono boicottati, e se a farlo sono dei cittadini turchi, rischiano il carcere per offese alla dignità nazionale. La posizione del governo armeno, com’è ovvio, è diametralmente opposta. Ma c’è un altro e complicato punto su cui un accordo fra i due paesi è difficilissimo: la vicenda del Nagorno-Karabak e dei rapporti fra Armenia e Azerbaigian. Il governo di Baku ieri ha reagito malissimo all’annuncio della road map, affermando che vedrebbe come un atto ostile da parte turca una normalizzazione dei rapporti turco-armeni senza una precedente soluzione del problema del Karabak – che con il crollo dell’Urss si è reso indipendente dall’Azerbaigian, occupando inoltre con le sue milizie e con l’aiuto dell’esercito armeno anche larghe porzioni del territorio propriamente azero, con un corollario di centinaia di migliaia di profughi molti dei quali vivono ancora in condizioni di estrema precarietà in tende e baracche. Finora Erevan non ha neanche lontanamente accennato a possibili concessioni da parte armena su questo argomento (che pure è quello che ha provocato nel ’93 la rottura dei rapporti con Ankara). Da Baku si fa indirettamente capire che a rischio è la fruttuosa partnership petrolifera tra i due paesi: il gas e il petrolio azeri, che vanno verso l’Europa con le pipelines che attraversano la Georgia e la Turchia (esistenti come il BTC, Baku-Tbilisi-Ceyhan, o in progetto come il Nabucco, sponsorizzato da Usa ed Ue ma dalla realizzazione sempre più in forse), potrebbero essere facilmente dirottati verso le pipelines russe. Gazprom ha già offerto di acquistare, per la riesportazione in Europa, tutto il gas dei giacimenti di prossimo sfruttamento nel Caspio, e il presidente azero Ilham Aliyev è stato di recente a Mosca a discuterne. Difficile che si arrivi a questi estremi, ma è certo comunque che per Ankara si sta allontanando la prospettiva di usare l’Azerbaigian - che alla Turchia è unito da fortissimi legami linguistici e culturali ma anche economici - come “testa di ponte” sul Mar Caspio per estendere nei paesi turcofoni dell’Asia centrale la propria influenza. E’ una prospettiva che agli inizi degli anni Novanta sembrava molto attraente, ma che in seguito è stata offuscata da una forte ripresa dell’influenza russa su quei paesi, al punto che oggi il controllo di Mosca sull’Asia centrale è più forte che mai.

di Astrit Dakli

Link: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/estestest/?p=537

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