domenica 31 maggio 2009

Argentina, MTR e FAR sempre più in un angolo


Il 17 maggio 2009 il sindaco di destra di Buenos Aires Mauricio Macrì ha organizzato, in collaborazione con l’ambasciata israeliana, una commemorazione per il 61° anniversario della nascita dello stato sionista. A questa iniziativa si sono presentati una trentina di militanti del MTR (Movimento Teresa Rodriguez) e del FAR (il Frente de Accion Revolucianaria, che è un’organizzazione che ne unisce altre con lo scopo di rafforzare l’unità di un fronte politico anticapitalista) per distribuire volantini di denuncia del genocidio del popolo palestinese ad opera dello stato israeliano. Subito vengono attaccati dai servizi di sicurezza presenti, il MOSSAD e l’OSA (Organizzazione Sionista Argentina) e 5 militanti vengono arresati. 
I governi israeliano e statunitense fanno pressioni sul “progressista” governo argentino che subito cede agli interessi sionisti e ordina la perquisizione del “cabildo”, un centro gestito dal MTR dove alcuni militanti vivono, organizzano l’attività politica e gestiscono una scuola per il quartiere popolare e, senza la presenza di nessun testimone, la polizia argentina dopo 9 ore di perquisizione “trova” due pistole e una bottiglia incendiaria. Con questa montatura orchestrata ad arte vengono arrestati altri 10 compagni del MTR e del FAR. 
L’accusa è di tentato omicidio verso membri dell’OSA e dell’ambasciatore israeliano e viene indicato quale mandante intellettuale Roberto Martino, quadro del MTR-FAR conosciuto in Europa e in Italia dove l’anno passato ha tenuto una serie d’incontri sulla situazione argentina e di tutta l’America Latina.Verso di lui è stato spiccato un mandato di cattura internazionale. 

Questo attacco si colloca, comunque, in una fase di forte repressione dei movimenti rivoluzionari e di opposizione sociale contro le politiche economiche del governo Argentino. 
Il MTR è, infatti, una realtà che nasce all’interno del movimento dei piqueteros ma che, a differenza di altre realtà, non ha posato “le armi” con l’avvento del governo Kirchnner non facendosi ingannare dalle promesse di cambiamento sociale. Anzi il MTR ha promosso un percorso politico di unità dal basso per un fronte di lotta anticapitalista e antimperialista e ha continuato a sostenere l’aggregazione e la partecipazione popolare anche attraverso l’autogestione di interi quartieri. 

E’ chiaro come ormai, non solo in Italia e in Europa, ma in tutti gli stati in cui gli interessi capitalisti e imperialisti sono molto forti sia divenuto praticamente impossibile criticare la politica dello stato di Israele. 
Vengono accusati e arrestati dei compagni solo per aver denunciato le condizione in cui il popolo palestinese è costretto a vivere e morire da oltre 60 anni, si cede alle pressioni dei governi che hanno interessi economici, strategici e militari con Israele, si censura e si discreditano tutte le notizie che arrivano dai territori che non sono accondiscendenti con le politiche israeliane. 
Troppe volte per scagionare le indifendibili violenze israeliane si attacca chi si schiera dalla parte del popolo palestinese utilizzando la nota equazione antisionismo = antisemitismo, critica falsa che abbiamo sempre respinto argomentando e specificando la netta e incompatibile differenza tra l’uno e l’altro. 
Non bisogna stupirsi che l’imperialismo internazionale, riguardo alle politiche da tenere verso il popolo palestinese, segua le direttive che arrivano da Tel-Aviv: è, infatti, di questi giorni la notizia di una proposta di legge in discussione alla Knesset avanzata dal partito del nazista Lieberman, da poco ricevuto in Italia, che punirebbe con l’arresto il solo parlare di Nakba palestinese del 1948. 
Si sta tentando di cancellare ulteriormente la memoria insanguinata di un popolo, mettendo a tacere con le armi chi ancora lotta e porta avanti forme di resistenza all’occupazione israeliana in Palestina e con la repressione, il carcere chi, fuori dai territori palestinesi, porta la propria solidarietà a un popolo in lotta e denuncia i crimini israeliani. 
Fonte: I compagni e le compagne del Centro Sociale Autogestito Vittoria- Milano


sabato 30 maggio 2009

Berlino, ritrovato il corpo della compagna Rosa Luxemburg



Il cadavere di Rosa Luxemburg è stato scoperto nell'obitorio dell'ospedale Charité di Berlino.
Lo rivela Der Spiegel che cita il primario del reparto di medicina legale, Michael Tsokos. Una serie di elementi fanno pensare che si tratti proprio dei resti della fondatrice del partito comunista tedesco assassinata tra il 15 e il 16 gennaio 1919 mentre veniva trasferita in carcere. Il cadavere fu gettato in un canale, da cui furono successivamente ripescati dei resti identificati come quelli della Luxemburg e a cui fu data sepoltura.
Tsokos ha spiegato che il corpo - privo di testa, mani e piedi - è di una donna annegata che presenta fortissime somiglianze con la pasionaria del marxismo. L'età al momento del decesso è stimata tra i 40 e 50 anni, soffriva di artrosi e aveva una gamba più lunga dell'altra.

Rosa Luxemburg aveva 47 anni quando fu assassinata e soffriva fin dalla nascita di una malformazione del femore che la rendeva leggermente claudicante.
Dopo l'assassinio il cadavere della Luxemburg fu gettato in un canale Landwehr di Berlino, da cui fu ripescato quattro mesi dopo. 
Ma i resti che furono seppelliti il 13 giugno 1919 nel cimitero berlinese di Friedrichsfelde presentavano notevoli discordanze anatomiche rispetto alla rivoluzionaria comunista.
L'autopsia eseguita dopo il ritrovamento del cadavere non constatò alcuna menomazione al femore e nessuna differenza nella lunghezza delle gambe. Nella stessa autopsia non furono riscontrate le conseguenze dei colpi inferti con i calci dei fucili e un colpo di pistola alla nuca. Lo storico berlinese Joern Schuetrumpf ritiene incredibile che queste contraddizioni non siano mai state evidenziate.
Rosa Luxembourg fu selvaggiamente picchiata e poi finita con un colpo di pistola alla testa dai soldati della Garde-Kavallerie-Schuetzen Division.

Caucaso, nuove sfide per l'Armenia


Per l'Armenia, il Paese più piccolo e più isolato del Caucaso meridionale, i recenti cambiamenti nell'ambito della sicurezza regionale hanno comportato nuove sfide, e considerevoli tensioni sono sorte in merito alla sua capacità di adattarsi alla nuova situazione. In particolare in seguito alla guerra dell'agosto 2008 in Georgia, la Russia è riuscita efficacemente a consolidare e ad accrescere il proprio potere ed influenza in tutto il Caucaso, cambiando così la situazione per quanto riguarda la sicurezza nella regione. 

Per l'Armenia, la guerra in Georgia è stata una nuova prova e ha messo la sua posizione di alleato strategico della Russia maggiormente in balìa del futuro corso della politica russa. L'Armenia, diventata troppo dipendente dal suo ruolo di Stato subordinato alla Russia, è sempre meno capace di trovare equilibrio nella propria politica estera e di sicurezza. L'Armenia è stata quindi attratta ancor più saldamente nell'orbita russa e ha visto allontanarsi ulteriormente la sua ambizione di rafforzare i propri legami con l'Unione Europea e gli Stati Uniti. Questo sviluppo ha indebolito anche la strategia armena a lungo termine di perseguire quella cosiddetta “complementarietà” in politica estera, che dovrebbe realizzare un equilibrio tra le sue aspirazioni filo-occidentali e il suo affidarsi alla Russia. 

Recentemente questa difficoltà è risultata particolarmente evidente nella tardiva decisione dell'Armenia di ritirarsi da una esercitazione della NATO, da tempo in programma nella vicina Georgia. La decisione armena, adottata il 5 maggio, sembra essere stata presa in seguito alle pressioni di Mosca dell'ultimo minuto. L'assenza di una spiegazione adeguata per questa scelta da parte dell'Armenia confermerebbe quest'ipotesi. Le dichiarazioni ufficiali si sono limitate a sostenere che la decisione di ritirarsi dall'esercitazione era dovuta a non meglio specificate “circostanze contingenti”. 

Inizialmente l'esercitazione della NATO, programmata fin dal 2007, includeva l'Armenia e più di una dozzina tra partner o Paesi membri della NATO. Ciascun Paese avrebbe dovuto fornire un contingente di circa 1.000 soldati, per partecipare a addestramenti ed esercitazioni dedicate ad attività di “gestione delle crisi”. Nonostante la natura non offensiva delle esercitazioni, la Russia ha reagito energicamente contro l'evento programmato, evidenziando la propria opposizione alle attività della NATO nella regione, e forse anche manifestando la propria volontà strategica di isolare e marginalizzare ulteriormente la Georgia, all'indomani della guerra dell'agosto 2008. 

La reazione della Russia ha spinto altri Stati a rinunciare a partecipare all'esercitazione. Il Kazakistan, la Moldavia e la Serbia si sono ritirati alla fine di aprile. Nonostante gli stretti legami militari e di sicurezza tra l'Armenia e Mosca, la decisione di Yerevan è stata una sorpresa dell'ultimo momento, e un cambiamento netto e improvviso di rotta, specialmente visto che il presidente armeno Serzh Sargsyan, non più tardi del 28 aprile, aveva riaffermato il proprio impegno a “rafforzare i legami con la NATO”. Al di là delle possibili ragioni o motivazioni, il repentino voltafaccia dell'Armenia mette ora in discussione la sincerità del Paese e solleva nuovi dubbi sul suo impegno a mantenere la relazione con la NATO come elemento centrale della propria sicurezza nazionale. Oltre ai dubbi sui legami dell'Armenia con la NATO, la decisione ha inoltre offuscato più in generale la capacità dell'Armenia di legarsi all'Occidente, specialmente alla luce di una tale vulnerabilità e ossequio alle pressioni russe. 

Ancora più sorprendente è il fatto che l'Armenia, solo lo scorso anno, aveva ospitato delle esercitazioni NATO molto simili che, benché boicottate dalla Russia, non avevano innescato alcuna forte reazione né risposta di Mosca. Anche quest'ultimo esempio è rivelatore, e indica i gravi problemi causati dalla sovra-dipendenza dell'Armenia dalla Russia. In particolare questo problema deriva da due fondamentali mancanze che affliggono l'indipendenza armena. La prima è connessa alla condizione stessa dell'indipendenza, o più precisamente alla crescente dipendenza del Paese. Questa dipendenza si sta approfondendo, diventando al contempo una forza disgregatrice, e ponendo seri impedimenti allo sviluppo delle istituzioni politiche, economiche e perfino militari dell'Armenia in quanto Stato sovrano. 

La seconda mancanza è radicata nella stessa definizione di indipendenza, laddove l'indipendenza armena è sempre più limitata e costretta da limiti autoimposti. È stato smarrito il concetto fondamentale, ovvero la definizione di indipendenza, la ricerca di una vera autosufficienza nazionale. Un elemento comune ad entrambe le mancanze è stato il ruolo della Russia, e l'incapacità dell'Armenia di sottrarsi all'ombra di Mosca. Inoltre, mentre gli armeni sono giustamente orgogliosi per aver raggiunto l'indipendenza, troppa poca attenzione è stata dedicata a mantenerla. L'indipendenza, in questo senso, non è statica, ma piuttosto un processo dinamico, che richiede una vigilanza e una difesa costanti. Con il collasso dell'Unione Sovietica, l'indipendenza è stata garantita. Starà solo alla volontà dell'Armenia stessa se l'indipendenza riuscirà a svilupparsi. 

È nel contesto di questo quadro ricco di minacce che si è aggravata una tendenza negativa per l'indipendenza armena. Nello specifico, questo trend è la natura della relazione strategica tra Armenia e Russia. C'è senza dubbio un'affinità naturale che spinge ad ancorare saldamente l'Armenia nell'orbita russa, evidente sia nell'eredità del genocidio armeno che nella vicinanza dell'ostile Turchia. Tutto questo è esacerbato anche dalla retorica delle minacce azere di aggressione militare. 

Ma ci sono dei limiti concreti ai guadagni reali derivanti dalla partnership strategica dell'Armenia con la Russia. In generale, il limite fondamentale sta nella dipendenza strutturale della relazione, dal momento che l'Armenia è utile alla Russia più come piattaforma che come partner. Un importante fattore che contribuisce a questa relazione sempre più unilaterale è stato l'errore cruciale, commesso dai leader armeni, di sottostimare l'importanza strategica dell'Armenia per la Russia e allo stesso tempo di sopravvalutare l'importanza strategica della Russia per l'Armenia. Questo squilibrio ha distorto lo sviluppo complessivo del Paese ed è ha avuto influenze negative per quanto riguarda lo stabilimento di una effettiva indipendenza dell'Armenia. 

Allo stesso tempo, tuttavia, c'è una lezione più profonda e ancora più fondamentale: l'imperativo di una reale sicurezza per il Caucaso meridionale, e quindi anche per l'Armenia, è di natura interna, e deriva da una serie di sfide chiave. La chiave di una durevole sicurezza e stabilità nella regione sta nel grado di legittimazione [dei diversi governi], e nella presa di coscienza del fatto che la realtà strategica della regione non è determinata tanto dalla geopolitica quanto dalle scelte politiche ed economiche locali. Le istituzioni contano più degli individui per una reale democratizzazione. Conseguentemente, sono gli stessi regimi che dispongono delle chiavi per il proprio futuro. Nonostante l'importanza dell'impegno occidentale, quindi, la vera stabilità e la vera sicurezza dipendono più dalla legittimazione dei governi della regione, e dalle scelte politiche ed economiche locali, che non da una dipendenza dalle grandi questioni della geopolitica mondiale. 

venerdì 29 maggio 2009

Tutto il potere a Kabul?


La parola d'ordine è: tutto il potere a Kabul. O, per dirla in politicamente corretto modernista, afganizzazione. E' questo in sintesi il messaggio di fondo contenuto nel “Civilian Surge Plan” del governo afgano, un documento che Lettera22 ha potuto vedere e che delinea la nuova strategia afgana per il futuro. O, se si preferisce, il trasferimento in dari, la lingua nazionale più utilizzata, delle idee partorite dallo staff di Obama e dall'ultimo meeting della Nato a Bucarest l'anno scorso e che dovrebbe formare il corpus del nuovo corso del prossimo futuro governo di Hamid Karzai. Un nuovo corso che prevede un massiccio arrivo di esperti stranieri: se cercate lavoro dunque, in Afghanistan c'è posto.
Il documento, ancora nella sua fase di elaborazione finale (tra le richieste di chiarimento l'Italia propone ad esempio una revisione del suo impegno a sostegno della Border Police), mette a punto una strategia di utilizzo dell'assistenza tecnica straniera che si articola su quattro linee guida e sulla richiesta di una massiccia iniezione di consulenti esteri, diverse centinaia, che però, e questo è più volte sottolineato, dovranno essere solo consulenti al servizio del governo e non “consiglieri” che ne dettano, come è stato sinora, l'agenda (...to support not suplement, dice il testo nell'edizione inglese). Le linee guida sono: la centralità del potere nazionale (Afghan Ownership, termine molto abusato anche in diversi documenti precedenti), che qui vuole intendere come l' “Assistenza tecnica” debba servire per l'estensione dei poteri del governo afgano e non come ampliamento della presenza occidentale nel paese; lo sviluppo delle capacità locali a livello centrale e decentrato, la loro efficienza sul breve e lungo periodo e l'efficacia dei risultati, soprattutto nei confronti dei cittadini afgani (ordinay Afghans). 
Col linguaggio un po' ostico che ormai fa parte del vocabolario ordinario della comunità internazionale, il documento fa anche le stime delle necessità del civilian surge, (circa 700 consulenti per ventidue ministeri e attivi in tutti i settori della realtà afgana) e delinea tempi rapidi per la partenza di una strategia per la quale è stato utilizzato un termine di solito usato nel linguaggio militare (e che si potrebbe tradurre con: imponente arrivo di). Un termine che venne impiegato come segno della riscossa in Iraq dalle truppe americane guidate dal generale David Petraeus, ora a capo del CentCom, il mega comando regionale statunitense che ha in agenda Afghanistan e Pakistan. 
In effetti l'apparizione di un Civilian Surge Plan a pochi mesi dalla scomparsa, persino dal gergo ufficiale americano, della parola surge legata al controverso piano militare avanzato da Petraeus per l'Afghanistan sulla scorta di quanto lui stesso aveva sperimentato in Iraq, fa sollevare qualche sopracciglio: “Il surge civile afgano in realtà serve a far dimenticare che il promesso surge civile americano annunciato da Obama non ci sarà (4mila soldati “non combattenti” e un numero imprecisato di tecnici da affiancare a un'iniezione di 20mila marine ndr) e l'ondata dunque sarà alla fine solo militare”, dice un funzionario internazionale che si trincera dietro l'anonimato. Ma forse il civilian surge afgano è solo il compromesso tra Kabul, la nuova strategia americana, voluta da Barack Obama e dai suoi consulenti ma ancora nebulosa, e quanto resta delle vecchie teorie della passata Amministrazione Bush.
Per ora gli americani si sono limitati a cambiare il capo delle operazioni militari sostituendolo con un generale, Stanley McChrystal, dalla grinta talmente nota che il Telegraph – non a caso un giornale britannico - gli ha fatto il contropelo ricordando i suoi poco simpatici trascorsi in Iraq. Del resto anche i quotidiani americani si son fatti più cauti sulla nuova strategia di Obama e sulla svolta “civile” che la sua Amministrazione vorrebbe vedere sopravanzare la mera opzione militare. Tanto che, nelle ultime settimane, anche in seguito alle reazioni dopo la strage di Bala Bolok, nel distretto occidentale di Farah (un raid a tappeto che avrebbe ucciso più di 140 persone, dicono le fonti locali smentite però dall'esercito americano e da quello afgano), molte analisi sono state dedicate al negoziato, o meglio a quel processo di riconciliazione nazionale nel quale individuare talebani buoni e cattivi. 
L'ultima indiscrezione è del Boston Globe: secondo il quotidiano statunitense l'intelligence americana è al lavoro nel tentativo di fare un vero e proprio screening della galassia in turbante. Con una promessa. Un libro bianco sui talebani entro la fine dell'anno, con tanto di buoni e cattivi, recuperabili e irremovibili. Un altro tipo di civilian surge di cui, nel dossier del governo afgano, per ora non si fa menzione. 
di Emanuele Giordana

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La svolta culturale «made in Alemanno»


Ci sono i gladiatori ad accogliere i bambini dentro lo stand. Gli stessi uomini mascherati che pascolano davanti al Colosseo per farsi fotografare con i turisti a prezzo variabile. E poi, i laboratori messi in mostra hanno privilegiato l'impero di Cesare, con tutti quei cartelloni degli alunni fatti per testimoniare la nascita di Roma e la sua lunga avventura di conquiste. A fronte della storia degli ebrei c'è il ricordo della Dalmazia perduta e all'imbrunire, partono gli stornelli romani della famiglia Amici. E' la svolta culturale «made in Alemanno», che cresce e prospera nei giardini di piazza Vittorio, all'Esquilino, sulle ceneri della defunta Intermundia, per anni una sorta di grande performancedell'accoglienza e del confronto fra tradizioni diverse.
Si gira pagina e si cambiano i connotati dell'evento a favore di una fantomatica «La scuola in festa» (fino al 30 maggio). Strano titolo, perché con 8 miliardi di euro tagliati via tutti d'un colpo e senza tentennamenti, la scuola italiana non ha proprio nulla da celebrare con guizzi di allegria. E' quello che hanno detto anche al sindaco e all'assessora Marsilio alcuni genitori e insegnanti delle scuole Di Donato e Baccarini, dopo aver fatto irruzione - nella mattinata di martedì - all'inaugurazione ufficiale per attaccare le loro lenzuola di protesta. Sul palco di piazza Vittorio, negli anni scorsi, si sono alternati artisti importanti, musicisti africani, fachiri del Rajasthan, danzatori del Perù. E se si decideva di uscire dal parco per una visita guidata da qualche parte, si andava al museo nazionale di arte orientale, vero gioiello del quartiere. Oggi invece i progetti scolastici si chiamano «Fratelli d'Italia» e la parola Roma risuona ovunque, minacciosa. D'altronde, il fiore all'occhiello dell'edizione 2009 è il senso di appartenenza e «la sfida dell'integrazione» (o l'esclusione degli altri?). La festa di Alemanno - che un tempo coinvolgeva gran parte delle famiglie straniere che abitano all'Esquilino, occasione di incontro fra scuole diverse e culture lontane - è però stata punita dall'utenza, che si è aggirata all'interno del giardino piuttosto annoiata e sperduta. Ieri mattina la «festa» era semideserta, così come la sera il punto ristoro (niente menù etnici, ma delle sane salsicce nazionali nei piatti). Oggi è prevista una tarantella notturna (forse Alemanno la considera interetnica, viste le radici...) e domani, il «Futbol» di Servillo, Girotto e Mangalavite. Artisti seri che dovranno districarsi dalla trappola tesa loro dall'imbarazzante cornice. Con i tempi che corrono, meglio stare attenti la prossima volta.
di Arianna Di Genova

giovedì 28 maggio 2009

"Saras"(Moratti), bruciando «Tar» attraverso "Sarlux", prende incentivi per i «Cip6»


Lo scenario è la raffineria più grande del Mediterraneo, la Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, di proprietà dei petrolieri Moratti, fondata nel 1962 da Angelo Moratti [già presidente dell’Inter], oggi di proprietà di Gianmarco e Massimo Moratti, patron dell‘Inter.
Qui 1600 operai lavorano petrolio grezzo che esce dallo stabilimento in barili, se ne contano 300 mila l’anno. Qui ieri hanno perso la vita Gigi Solinas, Bruno Muntoni e Daniele Melis, stroncati all’interno di una cisterna dalle esalazioni tossiche. Anidride solforosa? Saranno i giudici a stabilirlo dopo la conclusione delle indagini aperte dalla Procura di Cagliari per accertare eventuali responsabilità sulla morte degli operai, dipendenti della Comesa, una ditta esterna che lavora per la Saras.
Per protestare contro l’ennesima strage sul lavoro questa mattina i lavoratori della Saras hanno manifestato davanti ai cancelli della raffineria ma i sindacati confederali, riuniti a Tramatza nell’oristanese, potrebbero decidere di indire lo sciopero generale in tutta l’isola. La Fiom ha anche annunciato che si costituirà parte civile in un eventuale processo. Lo sciopero proseguirà anche domani e venerdì prossimo, giorno in cui potrebbero svolgersi i funerali delle vittime. 
Quella di Sarroch per molti è stata una tragedia annunciata. «Da anni abbiamo lanciato l’allarme sulla sicurezza degli impianti della Saras e sui livelli di inquinamento che questi producono, allarme rimasto inascoltato se non addirittura deriso e rimproverato», ha dichiarato il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia [centrosinistra]. E proprio pochi giorni prima della tragedia la raffineria è finita sotto inchiesta, riporta la Nuova Sardegna, grazie a «Oil» un documentario prodotto e diretto da Massimiliano Mazzotta che racconta cosa veramente succede all’interno dell’impianto e le presunte conseguenze sulla salute degli operai e degli abitanti di Sarroch. 
70 minuti in cui un ricercatore fiorentino, Annibale Biggeri, mette in relazione la percentuale dei decessi dovuti a malattie tumorali nella zona industriale attorno alla raffineria con l’attività degli stabilimenti. «Una maggiore incidenza di patologie tumorali e respiratorie rispetto alla media regionale», spiega Biggeri che, studiando i dati dell’Istat sulla mortalità dal 1981 al 2001 e quelli sui ricoveri ospedalieri dal 2001 al 2003, pubblica il «Rapporto Sarroch Ambiente e Salute». E’ tutto lì. Petroliere che attraccano, vanno e vengono trasportando petrolio grezzo. Petrolio ma non solo perché la Saras – attraverso la controllata Sarlux r.r.l. – da qualche anno è entrata nella nel settore dell’energia elettrica che produce usando gli scarti della raffinazione. E’ il «Tar» detto anche «olio combustibile pesante», un combustibile altamente inquinante.
E’ questo il carburante che tiene in vita il progetto della Sarlux che consente di generare energia elettrica per una potenza installata pari a 550 megawatt ed una produzione in esercizio sui quattro miliardi di chilowattora l’anno. La maggior parte della sua produzione [450 megawatt su 550] viene utilizzata dall’Enel.
Per la legge italiana l’impianto Sarlux [una joint-venture tra Saras con l’americana Enron Corp] produce fonti rinnovabili. La Sarlux è un’altra scatola cinese, la società infatti possiede l’impianto Igcc [impianto di gassificazione integrata a ciclo combinato] e attraverso Parchi Eolici Ulassai S.r.l. [tramite la controllata Sardeolica S.r.l.] la quale possiede e gestisce il parco eolico sito nel Comune di Ulassai in Sardegna, produce fonti rinnovabili. 
E producendo fonti rinnovabili la Sarlux può avvalersi degli incentivi per i «Cip6», il perverso meccanismo dell’incentivo alle fonti rinnovabili ma anche – appunto – alle assimilate: centrali elettriche a ciclo combinato alimentate con il metano oppure con il gas ottenuto dalla gassificazione dei residui di raffineria.

Il narcotraffico africano nelle mire del Pentagono


È il traffico di stupefacenti il nuovo nemico di Africom, il neo costituito comando per le operazioni delle forze armate USA nel continente africano. 

Dopo aver dichiarato guerra alla pirateria nel Golfo di Aden, Washington è intenzionato ad estendere all’Africa l’intervento militare contro la produzione e il traffico di stupefacenti, implementato - con scarso successo - in America Latina. “Il traffico illegale di narcotici rappresenta una minaccia significativa alla stabilità della regione”, ha dichiarato il generale William E. Ward, comandante supremo di Africom, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione difesa del Senato, il 17 marzo scorso. 

“Secondo l’International Narcotics Control Strategy Report del 2008, l’Africa occidentale è divenuta un punto critico per il transito marittimo della cocaina sudamericana destinata principalmente ai mercati europei”, ha aggiunto Ward. “La presenza di organizzazioni di trafficanti in Africa occidentale, così come l’uso locale di stupefacenti creano seri problemi alla sicurezza. UNODOCS, l’Ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite, stima che il 27% di tutta la cocaina consumata annualmente in Europa transita dall’Africa occidentale, e il trend sta crescendo significativamente. Il valore della droga inviata in Africa dall’America Latina è raddoppiato dal 2005, ed ha sfiorato i due miliardi di dollari nel 2008”. 

Per il comando USA è divenuto “significativo” pure il traffico di stupefacenti sulla rotta Asia sud-occidentale - Africa orientale e meridionale. Così, in vista del contrasto dei traffici di droga nel continente africano, il Pentagono ha istituito nel quartier generale Africom di Stoccarda (Germania), un team composto da militari di esercito, marina, aeronautica, corpo dei marines e guardiacoste USA, e da funzionari della Drugs Enforcement Agency (DEA), l’agenzia anti-droga USA, dell’FBI e del Dipartimento di Stato. Alla sua direzione è stata chiamata Mary Carlin Yates, ex ambasciatrice USA in Ghana ed odierna vice-comandante per le attività civili-militari di Africom (l’“assistenza sanitaria ed umanitaria, le azioni di sminamento, l’intervento in caso di disastri naturali, le operazioni di peacekeeping”). 

“È scioccante quello che sta accadendo in Africa”, ha dichiarato l’ambasciatrice Yates di ritorno da un lungo tour nel Golfo di Guinea. “Il traffico di droga è gigantesco e sta ulteriormente crescendo. Esso disarticola le comunità locali e rischia di destabilizzare ulteriormente i deboli stati della regione”. Per la zarina anti-droga, l’impatto più drammatico delle nuove rotte africane della cocaina sarebbe stato avvertito in Guinea-Bissau. “Il rapporto pubblicato lo scorso anno dall’U.S. Army Combined Arms Center descrive la Guinea-Bissau come il principale punto di transito della droga in arrivo dall’America Latina e diretta in Europa”, ha aggiunto Yates. “Il rapporto afferma inoltre che i proventi del narcotraffico rappresenterebbero circa il 20% del prodotto interno lordo della Guinea-Bissau, e che i militari locali si sarebbero attivati direttamente per facilitare il trasferimento dei carichi di droga nei principali mercati europei”. Secondo l’ambasciatrice l’alta vulnerabilità di questo paese è provata dai gravissimi delitti accaduti di recente: gli assassinii del Presidente Joao Bernardo “Nino” Vieira e del Capo di stato maggiore delal difesa, generale Batista Tagmé Na Waï. “Queste tragedie ci sono servite da monito per interventi più efficaci contro la droga e a favore della stabilità regionale”, ha commentato Yetes. “Le truppe USA sono adesso impegnate nell’addestramento specifico delle forze navali locali nel contrasto dei traffici di stupefacenti”. 

opium
Il programma preso come modello da Africom è il famigerato Plan Colombia (oggi denominato “Plan Patriota”), miliardi di dollari in armi, apparecchiature radar, diserbanti altamente tossici distribuiti ai partner più fedeli delle regioni andine ed amazzoniche per contrastare la produzione di coca. Anche per questo il comando USA per le operazioni nel continente africano ha avviato una serie di contatti con il suo omologo di Miami che sovrintende all’intervento militare in Centroamerica, America del Sud e Caraibi. “L’US Southern Command ed Africom vogliono lavorare insieme”, ha spiegato l’ambasciatrice Yates. “I narcotrafficanti arrivano in Africa dall’America Latina, così noi dobbiamo lavorare sia in funzione del rafforzamento delle autorità nazionali sia in quello della partnership tra i due comandi e i nostri partner in Africa e Sud America. Ho visitato di recente i reparti di US Southern in Florida, apprezzandone le modalità di coordinamento delle relazioni militari statunitensi con l’America Latina e gli stretti contatti con le autorità internazionali impegnate contro il traffico di droga in centro e sud America”. 

Nella proposta di bilancio per l’anno fiscale 2010, il Dipartimento della Difesa ha chiesto di destinare in Africa 52 milioni e 125 mila dollari nell’ambito dell’International Narcotics Control and Law Enforcement, il programma di Washington per combattere il narcotraffico. Si tratta del doppio di quanto è stato previsto per l’anno in corso (29 milioni e 600 mila dollari). Per il Pentagono, i soldi dovranno servire a “combattere il crimine transnazionale e le minacce ad esso collegato e sostenere lo sforzo contro le reti terroristiche che operano nel settore del traffico di droga e in altri affari illeciti”. 

A ciò si aggiungeranno altri due milioni di dollari in “programmi anti-narcotici” per la “Trans-Sahara Conter Terrorism Partnership (TSCTP)”, l’intervento militare USA contro l’estremismo islamico nell’area del Sahara e del Sahel e che vede tra i maggiori paesi partner Mali, Niger, Senegal e Nigeria. Per il Pentagono non sono più possibili distinzioni di sorta tra “terroristi islamici” e “narcotrafficanti”. “La regione trans-sahariana offre in particolare santuari ai terroristi dell’estremismo islamico, ai trafficanti di droga, ai contrabbandieri e ai gruppi insorgenti”, ha dichiarato il generale Bantz J. Craddock, comandante di USEUCOM (il comando delle forze armate USA in Europa), durante un’audizione al Congresso USA, il 10 aprile 2008. “Ci sono sempre maggiori prove che cittadini nordafricani sono reclutati come combattenti stranieri in Iraq: In aggiunta, noi crediamo che stia crescendo la collaborazione tra Al-Qaeda e i gruppi terroristi nordafricani”. 

Una parte dei fondi 2010 dell’International Narcotics Control and Law Enforcement saranno utilizzati per realizzare i “nuovi Centri di addestramento regionale alla sicurezza” in Nord Africa, Africa occidentale ed Africa centrale. Il principale paese beneficiario degli aiuti militari sarà il Sudan, geograficamente distante dalla rotta degli stupefacenti individuata in Africa occidentale. Saranno in tutto 24 milioni di dollari, quasi la metà degli aiuti “anti-droga” previsti per l’intero continente. In America Latina, sotto la bandiera della “lotta al narcotraffico” si combattono le ultime organizzazioni guerrigliere; in Sudan il finanziamento andrà invece a “sostenere l’implementazione del Comprehensive Peace Agreement del 2005 e ad assistere i programmi di stabilizzazione del Darfur”. Sempre secondo il Dipartimento della Difesa USA, “i fondi daranno spesi per fornire assistenza tecnica al settore della giustizia penale, contribuire alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e sostenere le unità di polizia costituite in Sudan meridionale e nel Darfur”. Il generale William E. Ward, nel suo intervento di fronte al Senato USA, ha spiegato che “contro l’instabilità regionale, il governo statunitense congiuntamente ad Africom sta guidando lo sforzo della comunità internazionale per concretizzare il programma di sicurezza nel Sudan meridionale. L’obiettivo del Comando Africom è quello di sostenere il Sudanese People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A), professionalizzarne l’esercito ed accrescerne le capacità difensive. La nostra componente aerea continua inoltre ad assicurare il trasporto delle forze di peacekeeping destinate in Darfur”. Nulla di narcotraffico, dunque, ma va bene lo stesso. 

Secondo paese beneficiario dei fondi anti-droga è la Liberia (8 milioni di dollari), uno dei pochissimi in Africa a dichiarare la propria disponibilità ad ospitare stabilmente comandi, reparti e mezzi militari statunitensi. In Liberia, il Comando del Corpo dei Marines per il continente africano “MARFORAF”, è in prima linea nell’implementazione del cosiddetto “Programma di Riforma del Settore della Difesa” che ha come obiettivo la ricostruzione e lo sviluppo delle forze armate e della polizia liberiane, smobilizzate nel 2003 dopo una lunga e cruenta guerra civile. Con i fondi 2010, Africom addestrerà ed equipaggerà le nuove unità di polizia di Monrovia. 

Tra i paesi africani inseriti nel piano finanziario del prossimo anno, ci sono poi Guinea Bissau, Ghana, Capo Verde, Nigeria, Marocco, Repubblica Democratica del Congo. In Ghana, in particolare, Africom sta già finanziando il potenziamento delle infrastrutture aeroportuali della capitale Accra, nonché l’acquisto di apparecchiature per il rilevamento dei carichi di droga. Africom sta pure contribuendo alla realizzazione di un grande Centro di addestramento e stoccaggio di componenti anti-droga destinato alle forze di polizia e all’ammodernamento di due imbarcazioni della marina militare capoverdiana. Altri quattro pattugliatori locali stanno ricevendo sofisticate apparecchiature di radiocomunicazione. 

Il 27 febbraio 2009, il vice-comandante “civile-militare” del Comando USA per l’Africa, Mary Carlin Yates, ha sottoscritto un accordo di cooperazione bilaterale “nella lotta alla droga e alla pesca illegale” con il governo di Capo Verde. Grazie ad un progetto coordinato dalla locale ambasciata USA, è inoltre in via di realizzazione a Praia un “Counternarcotics Maritime Security and Interagency Fusion Center (CMIC)”, un centro interoperativo che “permetterà al personale militare di Capo Verde di migliorare il coordinamento delle attività di difesa ed interdizione marittima”. Attività di assistenza della marina militare capoverdiana in operazioni di pattugliamento “anti-droga”, sono state organizzate per buona parte dello scorso anno da Africom e dalla US Coast Guard. È stato infine avviato un programma d’interscambio tra il personale militare capoverdiano e quello del Ghana in tema d’interdizione marittima, con la partecipazione di ufficiali dell’US Navy e della US Coast Guard. Attività similari dovrebbero essere implementate a breve in Nigeria e Camerun, altri due paesi che secondo Washington sarebbero a rischio narcotraffico, e dove “è in forte crescita pure il fenomeno della pirateria, del contrabbando di petrolio e della pesca illegale”. Ancora l’US Guard Coast avvierà nei prossimi mesi esercitazioni congiunte con le unità militari di Senegal e Sierra Leone. 

“L’impegno degli Stati Uniti nell’addestramento delle forze navali africane per individuare e sequestrare i carichi di droga è cresciuto negli ultimi anni principalmente grazie all’iniziativa denominata African Partnership Station (APS)”, ha aggiunto l’ambasciatrice Yetes. “L’APS è parte di un piano a lungo termine che vede protagonisti nazioni ed organizzazioni di Africa, Stati Uniti, Europa e Sud America. Una grande attività di cooperazione militare e civile che contribuisce alla crescita della sicurezza nelle coste dell’Africa occidentale e della professionalità dei militari, delle guardia coste e dei marines africani. Il programma è portato avanti attraverso le visite di unità navali, aerei, team di addestramento e progetti d’ingegneria e costruzione navale”. 

L’African Partnership Station ha preso il via nell’ottobre del 2007. L’evento principale dello scorso anno è stato il dislocamento nel Golfo di Guinea della nave da sbarco “USS Fort McHenry” e dei catamarani di pronto intervento “HSV-2 Swift”, con a bordo marines ed ufficiali di dieci paesi (Stati Uniti, Camerun, Francia, Gabon, Germania, Ghana, Gran Bretagna, Guinea Equatoriale, Portogallo e Spagna). Durante la lunga crociera sono stati addestrati più di 1.700 militari africani. 

L’APS 2009 ha invece preso il via dalla base navale di Norfolk (Virginia) il 15 gennaio scorso, con il trasferimento in Africa dell’imbarcazione militare “USS Nashville”. Entro la fine di giugno, l’unità avrà visitato sette paesi del Golfo di Guinea ed addestrato per periodi di due-tre settimane le flotte locali in “operazioni di ricerca e sequestro di carichi di droga, di lotta alla pesca illegale e ad altre attività criminali”. Le attività sono coordinate da Africom, US Navy, US Guard Coast e dall’Amministrazione oceanica e atmosferica nazionale USA. 

Sempre quest’anno, per la prima volta dalla sua costituzione, l’African Partnership Station ha esteso il suo raggio d’azione in Africa orientale, grazie alle soste operative-addestrative dell’unità da guerra “USS Robert G. Bradley” nei porti di Gibuti, Kenya, Mozambico e Tanzania. Ufficialmente, ancora, contro droga e pirati. 
di Antonio Mazzeo

mercoledì 27 maggio 2009

Omicidi sul lavoro, la strage senza fine continua


Dall’inizio del 2009 sono 422 i morti e oltre 420.000 gli infortuni sul lavoro.

Oggi alla Saras e Sarroch di Cagliari, la famosa raffineria della Famiglia Moratti, tre operai di una ditta esterna sono morti per intossicazione da azoto. La strage senza fine continua, colpisce dal sud al nord, senza differenza di settore lavorativo, cantiere edile o fabbrica che sia, la morte colpisce sempre i lavoratori. Quei soggetti sociali ormai dimenticati da tutti, si dimenticati perché al centro dei pensieri dei nostri politici governanti e non, c’è solo l’impresa e il profitto, le veline, al massimo la riforma elettorale.
Mentre invece le condizioni di lavoro della “classe” scomparsa e dimenticata, quella che doveva dare “l’assalto al cielo” peggiorano ogni giorno, grazie alle leggi fatte che hanno reso il lavoro sempre più precario, flessibile ed incerto, dove gli appalti e i sub appalti la fanno da padrone, dove si defiscalizzano gli straordinari, dove per guadagnarsi come si diceva una volta “la pagnotta” i lavoratori sono costretti ad operare in condizioni sempre peggiori e per un numero di ore di gran lunga eccedenti le famose 8 ore.
Noi crediamo fermamente che, in questa vera e propria guerra fra Capitale e Lavoro che è il frutto di una lunga stagione di deregulation e di totale subordinazione da parte del sindacato confederale ai voleri di Confindustria che ha portato all’abbattimento dei diritti dei lavoratori, facendo diventare norma, la precarietà e la flessibilità, il Governo anzi i Governi che si sono succeduti negli ultimi 17 anni, non possono in alcun modo considerarsi estranei, anzi tutt’altro. 
Di rituali non ne vogliamo più, di condoglianze e pronunciamenti di rito ne abbiamo le tasche piene. Vogliamo che il problema Sicurezza sul Lavoro sia affrontato realmente alla radice, eliminando flessibilità e precarietà che sono alle origini di questi eventi, vogliamo altresì che il lavoro riassuma una propria centralità nell’agenda politica, magari a discapito del loro tanto amato profitto!

PERCHÈ LE NOSTRE VITE VALGONO PIÙ DEI LORO PROFITTI !

Le Rappresentanze Sindacali di Base –Il Sindacato Indipendente


Terzo Mondo in vendita


Il fenomeno ha ormai un nomignolo: «farmland grabbing», accaparramento di terre coltivabili. E' una tendenza emersa nel corso dell'ultimo anno, via via che paesi danarosi - come la Corea del Sud o l'Arabia saudita - hanno cominciato a investire comprando grandi estensioni di terre agricole all'estero, per avviare coltivazioni intensive e assicurarsi forniture continue di derrate alimentari. Pare che sia stata la grande fiammata dei prezzi alimentari tra il 2007 e il 2008 a spingere paesi ricchi - ma con limitate possibilità di produrre cibo - a correre ai ripari. Una questione di «sicurezza alimentare». In qualche caso questa tendenza ha fattop notizia, come quando il gruppo sudcoreano Daewoo Logistics ha cercato di acquisire una grande estensione di terreno in Madagascar - ma la cosa ha provocato reazioni e proteste nel paese dell'oceano Indiano, che hanno contribuito ai recenti rivolgimenti politici.
Dunque: paesi ricchi ma con poca terra coltivabile vanno a comprare terre altrove. Il fatto è che «comprare» è una parola inesatta, almeno a quanto afferma un rapporto compilato da due agenzie delle Nazioni unite, il Fondo per l'Agricoltura e l'alimentazione (Fao) e il Fondo internazionale per l'agricoltura e lo sviluppo (Ifad), entrambe con sede a Roma. Nel rapporto «Land grab or development opportunity?» si sottolinea che diversi paesi africano stanno dando via grandi estensioni di terra coltivabile quasi gratis, in cambio di pressoché nulla salvo aleatorie promesse di investimenti e posti di lavoro. «Gran parte degli accordi di cessione di terre documentati da quasto studio coinvolgono pagamenti simbolici o nessun pagamento», si legge nel rapporto. Contengono invece impegni su investimenti per lo sviluppo di infrastrutture e creazione di lavoro, ma mancano di concretezza». 
Il rapporto analizza in particolare grandi accordi di cessione di terre (più di mille ettari per volta) in Etiopia, Ghana, Madagascar, Mali e Sudan, oltre a «casi di studio» in Mozambico e in Tanzania. Avverta che i dato sugli accordi di cessione di terre sono in generale «scarsi e poco affidabili». Gli «acquirenti» vanno dall'Arabia saudita e altri paesi petroliferi del Golfo come il Qatar, alla corea del sud, alla Cina. Tra gli esperti c'è grande discussione se questi investimenti in terre possano favorire lo sviluppo di poveri paesi africani e quindi dare un impulso alla sua crescita - o se invece siano una nuova forma di «neocolonialismo». Gli stessi esperti della Fao e dell'Ifad evitano di prendere posizione in modo troppo esplòicito. Ma nel loro studio dicono che in tutti i casi analizzati, «virtualmente tutti i contratti \ sono «estremamente brevi e semplificati, rispetti alla realtà economica della transazione»: mancano ad esempio meccanismi per «monitorare o imporre il rispetto degli impegni presi dagli investitori» quando a lavoro e infrastrutture, controllare che i paesi coinvolti ne ricavito un giusto reddito. 
Eppure stiamo parlando di grandi porzioni di territorio: lo studio di Ifad e Fao riguarda 2,5 milioni di ettari di terre, pari a grossomodo metà delle terre coltivabili della Gran Bretagna (secondo una stima dell'ufficio studi della Nestlé, citata ieri dal Financial times, il totale degli investimenti messi a segno finora in Africa, America Latina e Africa supera in realtà i 15 milioni di ettari, cioè metà della superfice dell'Italia). Terre da cui i coltivatori locali sono espulsi: e gratis.
di Marina Forti

martedì 26 maggio 2009

Il Blackberry nella testa di Laura Ravetto


L’abbiamo attesa a lungo, per anni e per decenni. Cercavamo un’alba, un’eroina, una condottiera. Ed eccola, alfine: Laura Ravetto.
La sua definitiva consacrazione si è avuta due giorni fa a Ballarò. Nulla sarà più lo stesso. Così come esiste una datazione avanti e dopo Cristo, d’ora in poi dovremo parlare di un’era pre-Ravetto e un’era post-Ravetto. Prima di Lei era solo tempesta e nebulosità. Ora la nebbia è fugata, il cuore sgombro e la mente aperta. Vamos.
Laura Ravetto si è manifestata trillando e vibrando. Letteralmente. Durante gli interventi di Maurizio Gasparri (scusate) e Nichi Vendola, tra un Tabacci e un vaffanculo, si sentivano le tipiche scariche dei cellulari quando non sono stati spenti durante una diretta. Una, due, tre volte.
A vibrare, d’ardimento e passione, era proprio il telefono di Laura Ravetto, L’opposizione, guevarista e totalitarista, ha sostenuto che la biondocrinita pasionaria pidiellina tenesse acceso il cellulare per ricevere suggerimenti da qualche talpa azzurra. Insinuazione di esorbitante gravità. La Ravetto sapeva benissimo cosa dire. Non le si insegna nulla. Figurarsi: mica è comunista.
Quando Giovanni Floris le ha chiesto genericamente di “spegnere il telefonino”, si presume per una discutibile forma di par condicio elettromagnetica, Laura Ravetto ha risposto con erculea fierezza: “Non è un telefonino, è un Blackberry“.
Risposta meravigliosa, ne converrete. Diremmo anzi epocale. Sarebbe come dire: “Non è una macchina, è una Golf”. Oppure: “Non è un musicista, è un chitarrista”. Meglio ancora: “Non è un politico, è Cesare Salvi” (e questa già andrebbe bene).

Così profferendo, la Ravetto ha giustamente sottolineato con nettezza il suo status sociale. Suo e della sua classe (va be’) politica (va be’): lei non ha un semplice telefonino. Lei ha lo smartphone. Lei ha - addirittura - il blackberry. Mica è grigia e vecchia come quelli di sinistra.
A una prima analisi, Laura Ravetto sembrerebbe ricordare la parodia (audio, non video) della Miss Italia “acculturata” del programma 610 di Lillo e Greg. E’ però solo una sensazione anarchica, dettata dal vostro pregiudizio complottistico, calunnioso e criminoso. Vergognatevi.
La timbrica ravettiana, per quanto soave, è lievemente increspata, a metà strada tra l’afonia di un muezzin con la raucedine e un topinambur incastrato nelle adenoidi. La gestualità è guerreggiante, lo sguardo denota austero cipiglio. Tutto in lei ha un che di definitivo, di inesorabile: di ineluttabile, come una t-shirt di Calderoli. Non di rado suole increspare le labbra, come se mortalmente offesa dalla pochezza che la circonda (è solo un caso che a Ballarò avesse accanto Gasparri).
Impegniamoci ora in una anamnesi certosina dei suoi interventi. La storia ce ne renderà merito.
Reperto Ravettiano Uno: “Se non avessimo il Lodo Alfano, adesso probabilmente avremmo un Presidente del Consiglioooooo che senza probabilmente (lo vogliamo dire un’altra volta, “probabilmente”?) motivazioni realiiiii, sarebbe impegnato nelle aule giudiziarie invece di essere potuto (sic) ehmmh ggghuh (ogni tanto la Ravetto gargarizza: le serve per rifiatare) impegnare, come ha fatto, (qui comincia a elencare con la mano) 1) nella soluzione dei problemi dell’Abruzzo, 2) nella soluzione dei problemi di ‘apoli, 3) nella soluzione di questo sistema economico e nel sostegno aaai nooostri… (qui non le veniva la parola, si presume difficile)… cittadini (no, non era una parola difficile)”.
Traduzione. I processi sono dei sequestri (nota a margine: la Ravetto è avvocato). Berlusconi è un martire che lavora per noi. Berlusconi in pochi mesi ha risolto tutto. La Ravetto conosce una città chiamata ‘Apoli. La Ravetto gargarizza con sagacia. La Ravetto ha un uso disinvolto della lingua (in senso grammaticale, non fraintendete).

Reperto Ravettiano Due: (Alza con cipiglio la mano sinistra, sdegnata dal consesso). “Registro che sono circondata da garantisti… (lunga pausa di sgomento)… una sentenza verso un soggetto in primo grado… registro qui (indica teatralmente e con viva repulsione la misera plebe)… che siamo-circondati-da-garantis… (detto senza prendere fiato, troncando il finale e tradendo fretta improvvisa: forse la batteria del Blackberry si stava scaricando). E vengono attribuite delle questioni relative al Presidente del Consiglio Berlusconi che non è neanche coinvolto in questa situazione. (eh?) E scusate (di nulla, anzi è un piacere)… prendo atto che siete tuuuuuuttiiii (si noti l’insistito allungamento di vocali, à la Ivano Fossati ne La pianta del tè) al corrente di atti processuali… e prendo atto…”. Qui non prende atto e, di colpo, si ferma. Come se stanca di se stessa (e se fosse così, avrebbe il nostro plauso).

Traduzione. L’opposizione è garantista solo quando le conviene. Berlusconi non è implicato nel processo Mills. La Ravetto forse ascolta Fossati (ma di nascosto, ché è comunista pure lui). La Ravetto ritiene che tutti siano al corrente di atti processuali (magari più di lei). La Ravetto è una che prende atto. A differenza di voi (che siete comunisti).

Reperto Ravettiano Tre: “No ma ‘eamente (crasi ravettiana della parola “veramente”, NdA)… cioè… (inizio rutilante, ma il meglio deve arrivare). Allora… Parliamo di evidenti… che si portano avanti da anni…tentativi struuuuumentaaaali di processare il Presidente del Consiglio… fatti… ipotetici… non dimostrati…di quindici anni fa e oggi sento dirmi queste cose perlopiù-scusate-andiamo-sul-giuridico (sì, il Blackberry si stava scaricando). “Non ci sarà il processo”… si tratta di processi eventualmente congelati in frigorifero. Il Presidente del Consiglio quando non sarà più Presidente del Consiglio (ma una virgola?) verrà per l’ennesima volta sottratto alla sua vita dalla magistratura che tenterà in tutti i modi ancora di dimostrare cose (ma una virgola?) che non ha mai verificato e che si sono sempre ehmggeeggh (gargarizzazione) rivelate inveritiere (sic) punto” (ma niente virgole).
Traduzione (qui improba). I magistrati fanno i dispetti a Berlusconi. L’eventuale processo a Berlusconi è solo congelato (falso: grazie al Lodo Alfano il processo andrà avanti solo per Mills; quando Berlusconi non sarà più Presidente del Consiglio - mai - non potrà avere più la stessa corte e si dovrà ripartire da capo. Ovvero prescrizione assicurata).
Concludendo. La Ravetto è una che non ama le virgole. La Ravetto ha bisogno di una nuova batteria per il Blackberry. La Ravetto è una che ama allungare le vocali. La Ravetto è una che ama abbreviare la democrazia.
E ora scusate, vado a chiedere a Laura Ravetto l’amicizia su Facebook.
di Andrea Scanzi - da micromega.blogautore.espresso.repubblica.it





L'anarchia del potere



Musica e montaggio di Konserva
Link: http://www.myspace.com/konserva 

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