lunedì 18 maggio 2009

Europa-Maroni, "agenzia per il razzismo e l'ipocrisia"


È successo il mese scorso. Un ventinovenne iracheno si imbarca a Patrasso nell’Olympic Champion, uno dei copiosi traghetti turistici della Anek Lines. Lo fa clandestinamente, e non potrebbe essere altrimenti, infilandosi in un tir bulgaro. Sbarcato al porto di Ancona, si aggancia nella parte bassa del camion, sull’albero di trasmissione. Non ce la fa, non è chiaro se perché schiacciato su un dosso o semplicemente perché crollato sotto le ruote. Ma non è solo l’autopsia a mancare. Di lui non si sa nulla, nemmeno il nome.
Le agenzie (una o due, in realtà) battono il titolo, “clandestino muore ad Ancona”, e poco altro. La massa di immigrati che cercano l’approdo in Italia lungo sulle coste del nord-est o attraverso i Balcani non fanno notizia quanto gli sbarchi collettivi sulle coste siciliane su natanti di fortuna, con le relative tragedie. Eppure, sono la maggioranza. Si muovono in solitudine, e spesso muoiono, da soli. L’unico dettaglio raccontato sull’ultima vittima della tratta Grecia-Italia è che “aveva in tasca la fotocopia di una richiesta di asilo presentata al governo greco”. Non senza la precisazione: “La polizia di frontiera sta cercando di ricostruire l’autenticità del documento”.
Precisazione inutile, oltre che drammaticamente irriverente trattandosi della morte di un essere umano, con una dignità che precede l’eventuale titolarità di diritti politici. Quel foglio, anche se valido, non gli sarebbe servito a nulla. Se il giovane iracheno fosse sopravvissuto ai gironi infernali del suo ennesimo passaggio di frontiera e avesse esibito il documento per legittimare la propria presenza sul territorio europeo, la risposta delle autorità italiane sarebbe stata l’immediato rimpatrio in Grecia.
L’espulsione sarebbe stata infatti giuridicamente inappellabile. Le norme dell’Unione Europea pongono ancora seri ostacoli alla libera circolazione delle persone, (a differenza dei capitali), inclusi i propri cittadini, ma garantiscono, anzi impongono, il trasferimento da un paese all’altro se si tratta di clandestini che hanno richiesto lo status di profughi. A norma della Convenzione di Dublino varata nel 1990, le domande di asilo si possono presentare solo a un paese, e da quel paese non ci si può schiodare né si può delegare la pratica.
E qui sta la beffa, nonché l’offesa alle convenzioni internazionali sui rifugiati da parte dell’intera Europa. Attraverso la Grecia approda inevitabilmente l’intero universo migratorio di provenienza eurasiatica. In Grecia arriva quindi il grosso delle richieste di asilo, dato anche il contesto persecutorio e, soprattutto, di guerra, che è all’origine della fuga di molti. Ma la risposta del governo greco è di manifesta illegalità e inciviltà. Laddove non è possibile l’allontanamento immediato alla frontiera, scarica i richiedenti asilo a trascorrere estenuanti mesi in indecenti centri di permanenza “temporanea”, per poi sistematicamente rigettare la pratica. Il tasso di accettazione delle domande dei rifugiati, su oltre cinquemila domande presentate nel solo 2007, è dello 0,3 per cento. Lo stato “di guerra” in paesi come Iraq, Afganistan e in altre regioni frontaliere viene riconosciuto se si tratta di spendere fantasiliardi e mandare eserciti. Ma se si tratta di riconoscere il dolore delle persone che scappano, e impiegare qualche centesimo per assicurare loro un briciolo di dignità, o quantomeno il diritto a esistere, quelle guerre scompaiono.
Per conoscere la storia di quel giovane iracheno morto nella clandestinità degli scarichi di un tir, un modo tuttavia c’è. Lo ha sperimentato tra gli altri la rete di associazioni veneziane “Tuttiidirittiumanipertutti”, sulla scia di una morte analoga, tre mesi fa a Mestre. Basta andare a Patrasso. Non è facile vincere le resistenze delle guardie. Chi ci riesce può scoprire la geografia dei percorsi dei richiedenti asilo dall’Asia attraverso le ferite sui loro corpi. Ferite di guerra in qualche caso, talora incidenti nella fuga tra una frontiera e l’altra, spesso le torture subite dalle bande di trafficanti di esseri umani. Sempre, raccontano, le botte dei poliziotti greci. Qualche volta anche da quelli italiani, nell’atto del rimpatrio coatto in Grecia.
di Alessandro Cisilin – Megachip  acisilin@yahoo.it

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