martedì 19 maggio 2009

Fatah e lo spettro della scissione


Il tentativo infruttuoso di convocare il proprio VI congresso, dopo che sono trascorsi oltre vent’anni dal congresso precedente, mette drammaticamente a nudo la grave crisi che sta attraversando Fatah, un movimento che incarna la storia della lotta palestinese per l’indipendenza. Ma la crisi di Fatah, che rischia di andare verso una vera e propria scissione, testimonia in realtà qualcosa di più ampio – sostiene l’analista palestinese Bilal al-Hassan – ovvero la crisi dell’ANP nel suo complesso, e dell’intero movimento di liberazione palestinese.

La crisi di Fatah è ormai una crisi conclamata, di cui parlano tutti i mezzi di informazione. Se a prima vista sembra una crisi che riguarda esclusivamente il movimento, in realtà essa riguarda l’intera Autorità Palestinese, e le scelte del presidente Mahmoud Abbas. Se a prima vista tale crisi sembra essere legata alla questione del congresso di Fatah, in realtà essa investe il destino palestinese nel suo complesso.

Se cominciamo dalla crisi organizzativa di Fatah, scopriamo che il movimento è alle prese da mesi con la necessità di convocare il suo VI congresso, tuttavia senza giungere ad alcun risultato. E’ un problema il numero dei membri del congresso: si comincia a parlare di 500 membri, e quasi non ci si ferma quando si arriva a 2.000. E’ un problema la sede in cui tenere il congresso: esso si terrà all’interno dei territori dell’autonomia palestinese o all’estero? Sono un problema i documenti che verranno presentati ai membri del congresso per essere sottoposti al dibattito: saranno documenti riguardanti la costruzione dell’Autorità e della società palestinese, o documenti riguardanti il movimento di liberazione nazionale? I quadri e i dirigenti di Fatah hanno opinioni divergenti su tutti questi temi, ed infatti si sono formati blocchi contrapposti – tre o quattro almeno – fra i membri del congresso, i quali si confrontano aspramente, al punto da venire quasi alle mani. I leader storici intervengono per porre fine ai contrasti, ma anche i loro discorsi finiscono in uno scambio di insulti e di accuse reciproche.

Non si tratta semplicemente di una crisi, ma di una incapacità a dialogare. Questa incapacità nasce da questioni nascoste che nessuno vuol riconoscere, perché riconoscerle si tradurrebbe in uno scontro, in una frattura. Vi è chi afferma – fra coloro che sono più vicini alla presidenza palestinese – che vi sono tre questioni che la presidenza non vuole veder giungere ad un esito conclusivo: il congresso di Fatah, la presidenza non vuole tenerlo. Il dialogo con Hamas, la presidenza non vuole che si traduca in un accordo. Le elezioni, la presidenza non vuole convocarle. E sono in corso manovre per giungere a questo obiettivo non dichiarato. Per impedire che si tenga il congresso, si chiede un rinvio per conoscere l’opinione dei paesi arabi sulla possibilità di ospitare tale congresso. Quando, dopo diverse settimane, giunge in risposta il rifiuto arabo, e non resta che riconoscere la necessità di tenere il congresso nei territori amministrati dall’ANP, la parte avversa si rifiuta di tenere il congresso di Fatah sotto l’occupazione israeliana. E’ stato anche detto che la consultazione delle capitali arabe era stata un’operazione volta a guadagnare tempo. Allo stesso modo, per sabotare il dialogo con Hamas, si pone quest’ultimo di fronte a condizioni inaccettabili. Nabil Shaath (già ministro degli esteri dell’ANP, dal 2003 al 2005 (N.d.T.) ) ha rivelato, nel corso dei dibattiti sul congresso, che non è giusto accusare Hamas di boicottare il dialogo poiché il movimento islamico – secondo lui – si è detto d’accordo su tutte le questioni discusse ad eccezione di un punto, il riconoscimento di Israele. Intorno a questo chiarimento è divampata la polemica interna, e da ciascuna parte sono emersi reciproci sospetti sulle reali intenzioni della parte avversa.

Ma perché queste manovre? Che cosa nascondono?

1) Nascondono una controversia per stabilire la natura della fase che stiamo attraversando. Questa controversia emerge dai documenti che sono stati preparati per il dibattimento al congresso. Fino a questo momento sono stati preparati quattro programmi politici, ciascuno dei quali si sofferma su due punti: a) confermare o cancellare la frase “proseguire la lotta armata per porre fine all’occupazione”; b) concentrare o meno gli sforzi sulla costruzione e lo sviluppo perché “ci troviamo nella fase di costruzione dell’Autorità Nazionale Palestinese”. Il solo fatto che esistono quattro programmi politici, ciascuno dei quali è stato proposto in un ben determinato momento, tradisce la gravità della crisi all’interno del movimento, fra una corrente che ritiene che la rivoluzione sia finita, che sia stata vinta ed abbia realizzato i propri obiettivi, ed una corrente che ritiene che l’occupazione sia tuttora presente, e che la lotta contro l’occupazione sia un obbligo.

2) Sulla base di questo conflitto fondamentale e sostanziale, è iniziato fin dal primo giorno lo scontro per stabilire i criteri volti a identificare i membri del movimento. Quali membri di Fatah hanno il diritto di partecipare all’elezione dei delegati al congresso? Il blocco che vuole proseguire la resistenza all’occupazione ha posto delle condizioni che garantiscono la vittoria di coloro che sostengono il suo punto di vista. Lo stesso ha fatto la parte avversa. Non essendo stato raggiunto l’obiettivo in questo modo, hanno avuto inizio le contrattazioni e gli scontri. I criteri più restrittivi per definire il diritto di voto sono accusati di essere uno strumento per garantire la continuità dell’egemonia della leadership storica, mentre i criteri più inclusivi sono accusati di essere uno strumento per favorire una leadership giovane che prenda il posto della leadership storica.

3) All’ombra di questo conflitto politico nascosto, vi è chi ritiene che tenere il congresso all’interno dei territori dell’autonomia palestinese permetterebbe all’ANP di avere il controllo sui lavori del congresso, di approvare il programma politico che preferisce (quello della rinuncia alla resistenza contro l’occupazione), e di eleggere una leadership politica che sia in linea con il suo punto di vista (Mohammed Dahlan, Hussein al-Sheikh ed altri). Se invece il congresso si tenesse all’estero, i risultati potrebbero essere differenti a livello politico ed organizzativo.

4) Questo scontro sulla sede in cui tenere il congresso ne nasconde un altro, che potrebbe diventare estremamente grave: lo scontro fra “l’interno” e “l’estero”. Se dovesse vincere l’idea di tenere il congresso all’interno dei territori dell’autonomia palestinese, tuttora sottoposti all’occupazione, Fatah diventerebbe un movimento dell’ “interno”, e non il movimento del popolo palestinese. Esso diventerebbe il movimento di un’unica corrente politica, e non un movimento che racchiude diverse correnti, come è sempre accaduto nel corso della sua storia.

5) E’ evidente che questi contrasti (tutti o alcuni di essi) potrebbero risolversi in una scissione in occasione del congresso. Se il congresso si terrà all’estero, dove sussistono le condizioni per un dibattito libero, i contrasti sul programma e sulla natura della fase che stiamo attraversando potrebbero realmente condurre a una scissione. D’altra parte, se il congresso dovesse tenersi all’interno dei territori, i membri e i militanti dei campi profughi all’estero e della diaspora non riterranno che il congresso li rappresenti, e dunque potrebbe verificarsi una scissione su questa base. In tutto ciò, è necessario tener presente che Fatah si formò storicamente nei campi profughi, al punto che qualcuno definì la sua nascita “la rivoluzione dei profughi”.

Ciò che emerge dai cinque punti che abbiamo elencato è che la crisi all’interno di Fatah non è qualcosa che può essere osservata da lontano. E non è qualcosa che può essere considerata un affare riguardante un gruppo o una corrente, per cui l’azione politica può essere portata avanti a dispetto di tale crisi. L’esito di questo scontro avrà infatti delle conseguenze per tutti. Dunque, occuparsene è un dovere da parte di tutti. E sbaglia di grosso chi è in contrapposizione con Fatah, e di conseguenza si rallegra per la crisi che questo movimento attualmente sta attraversando. Infatti, la scissione di Fatah significherebbe la scomparsa di un protagonista essenziale nella lotta nazionale palestinese contro l’occupazione. La scissione di Fatah significherebbe, per altro verso, che il fronte del compromesso ad ogni costo potrebbe impadronirsi del movimento e dell’ANP. Nascerebbe di conseguenza un’Autorità Palestinese di tipo diverso, che non godrebbe di alcun riconoscimento nazionale palestinese, e che col tempo diventerebbe un’autorità isolata e non accettata.

A causa della gravità di questa crisi, vi è chi suggerisce al movimento di smettere di cercare di convocare il VI congresso. Questo congresso si tiene a vent’anni dal precedente (il V congresso). Si tratta dunque un periodo di tempo estremamente lungo. Il VI congresso si terrebbe dopo la firma degli accordi di Oslo e la loro sperimentazione sul terreno. Si terrebbe dopo il passaggio di Fatah dalla fase della gestione della rivoluzione a quella della gestione dell’autorità e della società. Si tratta di questioni che hanno bisogno di uno studio e di una valutazione approfondita. E che richiedono cambiamenti sostanziali ed essenziali nella struttura del movimento, perché esso possa adeguarsi ai cambiamenti temporali e politici.

Dopo gli sforzi per convocare il congresso, si è passati al tentativo di convocare una conferenza (ovvero un’assemblea ristretta) che discuta le questioni senza prendere decisioni, e senza pressioni temporali. Il dibattito in una sede di questo genere potrebbe essere più obiettivo ed approfondito poiché non sarebbe necessario prendere decisioni, ma solo creare un clima intellettuale e politico nel quale i membri della conferenza trovino un punto di incontro. Svolta questa conferenza, nell’arco di uno o due mesi, sarebbe possibile fare un nuovo appello per la convocazione del congresso, nel quale i membri della suddetta conferenza – dopo il loro lavoro di studio e di approfondimento, ed il loro sforzo per giungere a un’intesa – giocherebbero un ruolo di guida e di orientamento nelle discussioni del congresso. Questa è la strada da seguire se vogliamo trovare una via d’uscita per far emergere Fatah dalla grave crisi attuale. Se invece vi sono alcuni che si rallegrano della crisi, ritenendo che essa spingerà le cose in un vicolo cieco, accelerando gli eventi verso l’obiettivo nascosto che essi stanno tramando, allora si può anche proseguire sulla strada attuale, che porterà inevitabilmente alla scissione.

Tra i membri di Fatah circola una particolare analisi della situazione, che afferma: dopo la morte di Arafat abbiamo perso le elezioni, abbiamo perso il governo, abbiamo perso la Striscia di Gaza, ed ecco che siamo sul punto di perdere il nostro stesso movimento. A quali ambienti politici possiamo attribuire la colpa, alla luce di questi risultati?

di Bilal al-Hassan

Bilal al-Hassan è un giornalista ed editorialista palestinese; è stato membro del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP), e del Consiglio Nazionale dell’OLP; attualmente risiede a Parigi.

Fonte:  al-Sharq al-Awsat

Traduzione: http://www.medarabnews.com/

Link: http://www.medarabnews.com/2009/05/19/fatah-di-fronte-alla-possibilita-della-disintegrazione/

Titolo originale:

ﺍﻟﻜﺒﻴﺭ ﺍﻻﻨﺸﻘﺎﻕ ﺍﺤﺘﻤﺎل ﺃﻤﺎﻡ ﺤﺭﻜﺔ ﻓﺘﺢ

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