sabato 23 maggio 2009

Fidel o Barack, a chi spetta la prossima mossa?


Pervicacemente bellissima, è molto cambiata l'Avana in questi ultimi anni. In meglio. Non solo rispetto ai tempi bui e ormai lontani del periodo especial, negli anni '90 dopo il crollo del Muro e dell'Unione sovietica, quando la città era sotto oscuramento pressoché totale. 

Allora sul Malecón arrancavano solo le biciclette cinesi e i fari delle rare auto in circolazione illuminavano quelle che il trobador Silvio Rodríguez chiamò in una sua canzone «las flores de la Quinta Avenida», i fiori in attesa che qualcuno, presumibilmente straniero, si fermasse a raccoglierli e dar loro «un passaggio». 
Forse, fra qualche anno, quando finalmente gli Stati uniti si saranno rassegnati a scrivere la parola fine sull'oscena quarantena con cui la loro ossessione anti-castrista ha asfissiato l'isola ribelle per quasi mezzo secolo, all'Avana, città dai tanti monumenti agli eroi di un'indipendenza difficile da conquistare e ancor più difficile da preservare, si decideranno a innalzare una stele, accanto a quella di John Lennon in un parco, anche alle vituperate jineteras, le generose cavallerizze del sesso che, per denaro o per amore, in quegli anni drammatici contribuirono a tenere in piedi, sia pure da una posizione generalmente sdraiata, l'economia cubana. 
Ma l'Avana è molto cambiata anche dal 2003, quando la sciagurata politica dell'amministrazione Bush, impegnata nella guerra globale «al terrorismo», e di James Cason, l'aggressivo proconsole piazzato nella Sezione di interessi Usa che si affaccia sul Malecón, produsse quello che cercava. La brutale stretta repressiva che fece finire al muro tre «negritos» responsabili del dirottamento di un ferry-boat al porto e seppellì sotto sproporzionate pene detentive 75 oppositori, dimostrò una sua perversa efficacia (da allora dirottamenti e partenze clandestine in pratica si sono fermati) ma dirottò su Cuba una pioggia di critiche, anche di gente di sinistra e di amici provati della rivoluzione, ricacciandola nelle liste nere dei diritti umani e nelle secche di un certo isolamento internazionale.
Quei tempi, ora, sembrano lontani e ci si deve aggrappare - un aggrapparsi chiassoso e in qualche caso, come in Italia, patetico - alla bloguera dissidente Yoani Sánchez per potere tenere alta la bandiera della «libertà». Anziché bollarla come «cyber-mercenaria» e negarle stoltamente il visto d'uscita, Cuba avrebbe fatto meglio a lasciarla andare a raccogliere i premi vinti a Madrid, a Ferrara, a Torino e chissà dove evitando di farne un' improbabile icona.
Cuba, ormai, non è più «isolata», ha rapporti diplomatici e fluidi con tutti i paesi d'America. Tutti eccetto uno. Gli Stati uniti. Sono loro e il loro embargo ad apparire anacronistici e isolati dal resto del continente e del mondo, nonostante le buone intenzioni espresse dal presidente Obama al vertice delle Americhe di Trinidad in aprile e i passi annunciati dalla Casa bianca sulla revoca dei limiti di viaggi e di spese imposti da Bush ai cubano-americani di Miami, quelli che il New York Times ha definito «baby-passi».
Oggi l'Avana è molto diversa da allora. Più splendida e splendente. Più viva e illuminata, ora che gli «apagones» sembrano un lontano ricordo dopo che la «revolución energética», sotto «l'impulso di Fidel» (e del petrolio del compagno Chávez), dal 2007 ha portato alla fine di quei continui black-out elettrici che infernizzavano la vita quotidiana della gente. Sui 365 giorni del 2005, secondo le statistiche ufficiali 224 fecero registrare un «apagón» di almeno un'ora.
Sul Malecón e sulla Quinta Avenida non si vedono più solo le sontuose Chevrolet, Dodge e Studebacker rosa shoking o giallo canarino di prima della rivoluzione, migliaia di volte cannibalizzate dalla fantasia dei cubani e usate spesso come nostalgici taxi per turisti in cerca di una corsa esotica sul lungomare caraibico, o le squallide Lada e Moskovich che venivano dai paesi del socialismo reale ai tempi dell'Unione sovietica, ma un «parco macchine» nuovo e con le targhe gialle che contrassegnano la proprietà privata, fatto di auto prevalentemente economy class - ma anche 4x4 luxury class - nuove di zecca. QQ cinesi, Hunday e Kia coreane, Toyota giapponesi... Pur se resta un mistero - uno dei tanti misteri di Cuba - come con salari medi intorno ai 250 pesos cubani, equivalenti a 10 pesos convertibili (i cuc, rapporto 1-25), un privato cittadino cubano possa permettersi non solo di comprare una macchina ma, con la benzina a un cuc al litro, di fare il pieno. 
Soprattutto, però, sul Malecón, sulla Rampa del Vedado e sulla Quinta Avenida non si vedono più quelle code pazienti e infinite in attesa di un autobus - gli sgangherati «cammelli» - che poteva passare chissà quando o non passare mai. Ora i trasporti urbani, uno dei (tanti) problemi che assillano i cubani, funzionano in modo più decente e regolare, dopo che sono arrivati un migliaio di nuovi autobus dalla Cina.
Molti dei vecchi palazzi liberty e rococò lungo il Malecón sono stati ritrutturati e non più solo pitturati con colori vivaci che si disfacevano in poche settimane sotto i colpi del sole, del mare e della salsedine, come avvenne una decina d'anni fa, quando l'allora segretario dei giovani comunisti Roberto Robaina (poi asceso a ministro degli esteri e poi silurato, una delle tante «promesse» sfiorite) mise vernice e pennelli nelle mani della gioventù del partito chiamandola a lavori «socialmente utili». Ora la ristrutturazione si fa come dio comanda, partendo dalle fondamenta, inframezzando i palazzi con bei caffé come il Neruda.
Nella Habana vieja, il cuore antico della città, fino a poco tempo fa un formicaio devastato che faticava a mostrare le bellezze d'antan, la Plaza San Francisco de Assis e la Plaza Vieja, la calle Obispo e la calle Mercader hanno riacquistato lo splendore perduto. Eusebio Leal, il geniale «Historiador de la ciudad» a cui si deve l'opera, non ha pensato solo a ristrutturare case e palazzi ma anche i vecchi hotel coloniali, i caffé e i ristoranti che con i loro proventi commerciali servono a ristrutturare altre case e palazzi. Ma soprattutto ha introdotto una piccola clausola strategica che rende unico l'esperimento cubano: mentre in Europa e quasi ovunque ristrutturare significa far schizzare alle stelle i prezzi delle case ed espellere i vecchi abitanti, all'Avana i vecchi residenti affastellati finora negli squallidi solares del «casco historico» e del Malecón, aree che in un qualunque paese capitalista sarebbero un tesoro immobiliare potenzialmente da decine di miliardi di euro, restano lì dentro e resta intatto un tessuto sociale destinato a perdersi in qualsiasi altro posto del mondo. Viva la Revolución.
L'Avana è molto cambiata in meglio eppure l'aria che si respira è sospesa, ferma nonostante la brezza costante che spira dal mare. Come se tutti, dall'establishment alla gente «de la calle», stessero aspettando qualcosa e, per timore di fare o dire qualcosa di sbagliato o di troppo, tacciono. Per un giornalista che non sia uno dei tanti pataccari che arrivano a Cuba spesso truccati da turisti in sandali e bermuda per poi andare invariabilmente a intervistare il dissidente alla moda - ora è il momento della superstar Yoani - non è mai stato facile lavorare a Cuba. Adesso sembra ancor più difficile rompere quei muri burocratici. Difficile ottenere un'intervista che non sia a funzionari di terzo livello. Il Granma, a parte le vivaci «riflessioni» di Fidel, non aiuta. Raúl parla poco - ha destato sensazione il fatto che abbia taciuto anche durante la tradizionale sfilata del primo maggio - e, finora, dei cambi promessi si è visto poco; Fidel, il cui recupero fisico e mentale dopo il crollo del luglio 2006 ha del miracoloso, non parla ma scrive molto, tanto da arrivare a produrre quattro «reflexiones» in un giorno solo e da meritarsi il titolo più o meno affettuoso, dopo quello di «redactor en jefe», di «el reflexivo».
Il siluramento, ai primi di marzo, di Carlos Lage e Felipe Pérez Roque, due giovani di una nomenclatura generalmente in là con l'età considerati favorevoli alle «riforme» e vicini a Fidel, non ha trovato spiegazioni plausibili. Anche la «comunità diplomatica» all'Avana naviga nel buio. «Il miele del potere» richiamato da Fidel sembra troppo poco per spiegare, tanto più che è improbabile fossero i soli ad assaporare simili dolcezze. I tanti Cuba watchers di Miami e Madrid che da anni preconizzano la morte di Fidel, il collasso della rivoluzione, lo scoppio di rivolte popolari contro il regime, hanno ancora una volta mancato il bersaglio e chi annunciava imminenti «processi popolari» con relative fucilazioni è stato - per ora e speriamo per il futuro - smentito. I due caduti in disgrazia circolano liberi e tranquilli, davanti agli occhi di tutti. Ma questo non basta a spiegare una mossa inattesa.
Sembra che Cuba sia sospesa. Sospesa e incerta. Forse timorosa. Chi comanda davvero? Il silenzioso Raúl o il «reflexivo» Fidel, che - fattore da non trascurare in un sistema rigido e fortemente gerarchizzato come quello cubano - è ancora primo segretario del Partito comunista (il congresso era annunciato entro la fine dell'anno ma se ne parla poco)? I due fratelli sono in rotta di collisione, come si affannano a sostenere molti cubanologi esterni, o è un gioco delle parti tipo «good cop-bad cop» dei polizieschi hollywoodiani? Fin dove arriveranno «le aperture» di Obama e a chi spetta la prossima mossa?
di Maurizio Matteuzzi - L'Avana

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