sabato 9 maggio 2009

Spagna, una veloce ascesa ed una pericolosa caduta



La Spagna era considerata, prima dello scoppio della crisi, la grande promessa europea. Poi la retromarcia più pronunciata che in altri paesi europei. Ora si ritrova, novella cenerentola, a vivere la fine del sogno. Qual è la situazione a pochi mesi dalle elezioni europee?Gli ultimi quindici anni hanno offerto alla Spagna un eccezionale dinamismo dell’economia, capace di colmare il gap esistente tra il paese e le potenze industriali più avanzate dell’Unione Europea. Sino ad un paio di anni fa, il primo ministro Luis Zapatero elogiava la vitalità del mercato spagnolo e sfidava l’Italia promettendo un sorpasso rispetto al ricchezza prodotta dal belpaese: in molti pronosticavano, con cifre mirabolanti (un esempio è questo intervento di Angelo Panebianco, nel 2007) il momento in cui la scettro di Bel Paese sarebbe passato dalle mani italiane a quelle spagnole. Una promessa avveratasi, ma solo per un breve periodo. 
Oggi, questa prospettiva sembra ormai lontana a causa della crisi economica che ha investito il paese iberico forse più di tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale. I dati forniti già nell’autunno 2008 dall’OCSE (al di là delle raccomandazioni di rito) non preannunciavano, d’altronde, nulla di buono. Quest’anno, secondo le stime del FMI, il PIL spagnolo si ridurrà di circa il 3% e il deficit aumenterà di circa il 7,5%. Una previsione terribile che rende più difficili da mantenere gli impegni presi pubblicamente solo un mese fa da Zapatero circa il mantenimento del deficit entro lo 0.7 per fine mandato. 
La crisi è il prodotto del crollo del mercato immobiliare e del settore edilizio, i due settori sui quali si reggeva l’economia spagnola. Il risultato evidente di questo collasso ricade sui dati dell’occupazione. Quest’anno più di quattro milioni di spagnoli (circa il 17% della forza lavoro) resterà senza un lavoro. La soluzione escogitata per il momento da Zapatero è stata la sostituzione a sorpresa del ministro dell’Economia Pedro Solbes, già commissario agli Affari Economici della Commissione Prodi. Una scelta inattesa, forse un segnale di svolta purtroppo ancora insufficiente.Ecco perché Zapatero ha puntato tutto sulla carta verde della riconversione ecologica, grazie a uno stimolo fiscale per coloro che vogliano investire nel settore, ma gli effetti di questa scelta strategica si vedranno soltanto a medio termine. 
La Spagna vive questa campagna verso le elezioni europee con una grande sfiducia verso le istituzioni e una forte delusione per la mancata adozione del trattato di Lisbona. Zapatero, ostracizzato per quattro anni dall’America di Bush, con lo slogan «Ora la partita si gioca in Europa» ha scelto di ispirarsi al modello Obama, ma con questa scelta cerca di fuorviare l’attenzione dai temi importanti di politica europea che non sono discussi nella campagna. In altri termini la Spagna è tornata a guardare dove Zapatero non avrebbe voluto guardare più. 
Socialisti e Popolari, malgrado una retorica sempre feroce nello scontro verbale, hanno scelto un patto di non belligeranza come evidenzia l’alleanza stretta tra i due partiti nei Paesi Baschi, che ha portato alla vittoria della loro coalizione contro il Partito Nazionalista Basco, la prima volta in trent’anni di storia democratica. Allo stesso modo le dirigenze di partito hanno colto l’occasione di queste elezioni europee per fare pulizia dei politici scomodi e candidarli a Bruxelles. Questo atteggiamento certamente sconforta la popolazione spagnola, già delusa dal fatto che il Premier spagnolo abbia appoggiato pubblicamente Barroso, così come il partito avversario. Probabilmente anche per questa ragione, i sondaggi si aspettano una forte diserzione delle urne e una vittoria significativa del Partito Popolare come voto sanzione rispetto alla difficile situazione economica.

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