giovedì 4 giugno 2009

Detroit, lavoratori alla bancarotta


La bancarotta della General Motors chiude un'epoca per l'auto mondiale. E non soltanto quale fotografia di cattiva gestione manageriale, di miliardi di dollari pubblici e privati bruciati, di modello di sviluppo sbagliato. La bancarotta della Gm coincide con la bancarotta dei lavoratori. Oggi americani, domani chissà. Cent'anni fa, quando nasceva la Gm, Henry Ford aumentava lo stipendio dei suoi operai per spingerli a comprare le automobili che uscivano dalla fabbrica di Highland Park. Cent'anni dopo, la Gm mette una propria auto in tasca ai dipendenti più fortunati, come incentivo per andarsene. La maggior parte di chi perderà il lavoro non avrà neanche quella. Entro il 2012, 14 fabbriche della Gm saranno chiuse e 21.000 lavoratori saranno senza lavoro. L'impatto sarà però molto più ampio. Per il Center for Automotive Research di Ann Arbor, vicino Detroit, dipende da quanto durerà l'amministrazione controllata per la Gm e la Chrysler: se sarà cosa rapida, nel Michigan dovrebbero essere cancellati complessivamente 13.000 posti di lavoro quest'anno e 35.700 nel 2010, se è lunga 224.000 entro dicembre e 113.700 il prossimo anno. Per le autorità locali, nel 2009 saranno 345.000 i posti di lavoro perduti a causa della crisi dell'automobile, altri 175.000 nel 2010. «Quel che è cattivo per il Michigan è cattivo per Detroit - scrive mesto un operaio sul blog del Detroit News - la città dove vivo e pago i contributi per la mia pensione e dove purtroppo la bancarotta avrà un impatto enorme sulla mia famiglia».
Chi resta in piedi, avrà una rappresentanza del suo sindacato poco più che simbolica nel consiglio di amministrazione delle nuove società nate dalla bancarotta, e un sicuro sfacelo. Con diritti ridotti nei nuovi contratti mutuati da quelli in vigore in molte fabbriche del sud del paese, imposti dai costruttori asiatici; con salari dimezzati per i neoassunti rispetto a chi è sopravvissuto alla vechia società; con benefici sociali, quali pensione e assicurazione sanitaria, falcidiati di oltre il 50 per cento. Se il futuro della Gm appare incerto, nonostante le parole di fiducia del presidente Barack Obama, quello dei lavoratori è ancora più nero.
In Europa, il lavoro ha migliori margini di manovra, sia per relazioni sindacali più robuste che per una crisi del mercato meno profonda. Ma i segnali restano pessimi. In Italia, i lavoratori delle fabbriche Fiat e del suo indotto sono stati trattati alla stregua di stock di auto invendute sui piazzali da parte del Lingotto e del governo nei giorni della trattativa per la Opel, la cui acquisizione da parte torinese avrebbe avuto per forza un impatto sulla produzione locale. In Germania, il sindacato dei metalmeccanici ha abbracciato Magna contro Fiat privilegiando non un piano industriale ma un progetto con «molti rischi» e non «vincolante», per dirla con le parole tardive della cancelliera Angela Merkel. In tempi così cupi, si dovrebbe andare in battaglia molto più accorti.
di Francesco Paternò

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