giovedì 18 giugno 2009

SOWETO, NEL GHETTO CHE BRUCIÒ L'APARTHEID


Il 16 giugno 1976 gli studenti di «South western township» rifiutarono le lezioni in afrikaans e la rivolta incendiò il paese. Oggi i turisti visitano la strada dei premi Nobel, il museo intitolato a un martire 13enne, le casette della borghesia nera. Ma le baracche sono state solo spostate e il presidente Zuma canta ancora «Umshini Wami», dammi il mitra.
«Più avanti, il parcheggio è più avanti». Il pullman si sposta poco più in là, apre le porte e vomita il suo carico di giapponesi con macchina fotografica al collo. Sono venuti a visitare l'Hector Pieterson Memorial e l'annesso museo. Passa mezz'ora. Il gruppo esce, il pullman riparte, fa qualche centinaio di metri e si ferma di nuovo. Siamo a Vilakazi street, la strada in cui hanno abitato Nelson Mandela e Desmond Tutu. I nipponici sono alcuni delle centinaia di turisti che ogni giorno vengono, da tutto il mondo e anche da altre parti del Sudafrica, a visitare la township di Soweto, simbolo della lotta anti-apartheid e unico luogo del pianeta dove si può trovare una strada in cui hanno abitato due premi Nobel.
La Soweto di oggi non conserva quasi nulla della sua antica nomea. Non è più la township più fetida e pericolosa del Sudafrica, rifugio di criminali assetati di sangue e territorio off limits per i bianchi. Oggi i bianchi arrivano in tour organizzati, con tanto di visita a casa dell'abitante e pranzo in ristorante tipico. Anche una scuola elementare di fronte al memoriale sottolinea con una scritta a caratteri cubitali che «i turisti sono benvenuti». Nella zona di Orlando West, quella in cui sorgono le varie attrazioni, sono nati alcuni bed&breakfast. In tutte le strade circostanti ci sono casette in muratura, con prato ben curato davanti. L'atmosfera è rilassata, perfino più tranquilla di quella che si respira nella pulsante megalopoli di Johannesburg. Soweto - o almeno il quartiere di Orlando West - sembra un'oasi di pace.
Questa nuova vita della township più famosa del mondo è frutto degli sforzi dei dirigenti dell'African National Congress di restituire un volto e un'economia a un luogo diventato altamente simbolico per il nuovo Sudafrica post-apartheid. Agli abitanti dei terreni è stato concesso il diritto di proprietà. Sono state costruite case. Sono state messe in piedi infrastrutture, almeno nelle zone ritenute più importanti. Perché Soweto non è una semplice township, ma il posto da cui tutto è cominciato. E' stata la rivolta studentesca scoppiata qui 23 anni fa a dare vigore alla lotta contro il regime segregazionista di Pretoria. E' stata la morte del tredicenne Hector Pieterson, freddato dalla polizia durante una marcia di protesta e diventato il simbolo di questa battaglia, a far esplodere analoghe rivolte in tutto il paese, oltre ad indignare il mondo intero e isolare ancora di più politicamente i dirigenti razzisti del National Party.
Il grande movimento che avrebbe infiammato le township è partito dalle scuole e da una circolare emanata all'inizio del 1976 dal segretario all'educazione, che imponeva anche ai neri come lingua di apprendimento l'afrikaans. Gli studenti delle medie e secondarie di Soweto hanno cominciato a boicottare le lezioni. Si sono organizzati in comitati. Infine, il 16 giugno hanno indetto una marcia. La polizia ha usato la forza. Ha sparato pallottole vere. Solo il primo giorno sono rimasti uccisi ventitré studenti, tra cui Hector Pieterson. Negli scontri delle settimane successive sono morti almeno altri 200 giovani. Scene di auto in fiamme, di scontri e di funerali di massa si sono diffuse da Soweto in tutti gli altri ghetti, che nel frattempo sono esplosi. Questa rivolta è stata l'inizio della fine dell'apartheid, che pure ha impiegato altri quindici anni a crollare definitivamente.
Appena arrivato al potere, nel 1994, il governo dell'Anc ha decretato il 16 giugno festa nazionale, definendolo «giorno dei giovani». Ha fatto innalzare il memoriale e il museo Pieterson, «l'unico museo al mondo dedicato ai giovani», dice un responsabile all'ingresso. E ha ripulito Orlando West: per trovare i segni classici della township, le case in tetto di lamiera senza acqua né elettricità, bisogna fare qualche chilometro, oltrepassare la Klipspruit Valley, la grande arteria che taglia in due Soweto. «La township non va intesa come un ghetto ma come una vera e propria città, di cui Orlando West è il centro», spiega Elize Viljoen, direttrice di Tele Soweto, una tv comunitaria la cui sede è nella stessa strada delle case di Mandela e Tutu. «Nell'area di Soweto abitano tre milioni di persone. Ci sono zone ricche e zone povere».
E' forse anche per questo che il nuovo presidente Jacob Zuma non ha voluto commemorare il «giorno dei giovani» di fronte al memoriale, come usava fare ogni anno il suo predecessore Thabo Mbeki. Zuma ha scelto uno stadio in un'altra township più lontana e ben più malmessa, quasi a marcare le distanze e trasmettere il messaggio che lui pensa veramente al popolo e non partecipa solo a cerimonie ingessate. In Pieterson Square quest'anno c'è una commemorazione in tono minore, con alcuni alunni in uniforme che ballano e poche decine di persone radunate sotto una tenda bianca. Mentre gli scolari danzano di fronte al memoriale, a un centinaio di chilometri da lì, Zuma è impegnato in uno di quegli show che lo hanno reso memorabile. In un discorso inframmezzato dalle parole di Umshini Wami («dammi il mitra»), il suo inno in lingua zulu, promette «500mila posti di lavoro per i giovani». I giovani lo applaudono. Lo esortano a danzare e intonano la canzone con lui. «Siamo con te, sei uno dei nostri», gridano rapiti.
«Ma quale uomo del popolo. L'Anc ha tradito i suoi ideali e ha trasformato anche le commemorazioni del 16 giugno in un evento borghese», tuona Bongani Xezwi, portavoce della Poor People's Alliance, un cartello di organizzazioni radicali che ha organizzato una marcia di protesta per le strade di Soweto «contro le politiche neoliberiste dell'Anc». Un corteo di circa trecento persone, che parte dalla scuola dove andava Hector Pieterson e si conclude dopo un paio d'ore al memoriale. Tra gli striscioni rossi ci sono militanti dell'Anti-Privatization Forum e del Landless People's Movement, i gruppi che si battono per una politica degli alloggi e contro la privatizzazione di acqua ed elettricità. Quando arrivano in Peterson Square, ci sono ancora i partecipanti alla commemorazione ufficiale. I due gruppi si ignorano. A pochi metri di distanza si ferma un pullman. I turisti scendono. Un americano chiede: «Che cos'è quella tenda?». «Una celebrazione del 16 giugno». «Ok», risponde. Ma il suo sguardo vitreo lascia intendere che quella data per lui non vuole dire granché. soweto, 1976 Lancio di sassi contro la polizia dopo la morte di un giovane durante la rivolta del ghetto nero di Johannesburg. Alla fine, le vittime della rivolta saranno centinaia. Immagine da «I grandi fotografi: Peter Magubane».
di Stefano Liberti

Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori