venerdì 31 luglio 2009

Il crocevia pugliese della politica italiana


Intervista a Nichi in seguito alle perquisizioni effettuate ieri nelle sedi dei partiti del centro sinistra pugliese per acquisire i bilanci e la documentazione sui rapporti con le banche.

da La Repubblica del 31.07.09
di Raffaele Lorusso

“È un’ipotesi accusatoria forte e anche un po’ azzardata”. Il governatore pugliese Nichi Vendola non nasconde lo stupore, ma respinge con sdegno qualsiasi tentativo di strumentalizzazione. “Si sta cercando - dice - di costruire un polverone per mescolare questioni diverse ed evitare il confronto con pezzi di verità che sono sotto gli occhi di tutti”.

Quali verità, presidente?
“La prima verità è quella che riguarda il sistema Tarantini-Tato Greco. Dietro quello che il senatore Quagliarello ha il coraggio di definire un piano di razionalizzazione della sanità si nascondeva un circuito affaristico di proporzioni impressionanti. Un miscuglio di dolce vita, prostitute e cocaina pagato dai pazienti, che con le protesi fetenti offrivano l’obolo per quella che un alto esponente della Chiesa cattolica ha definito un’epopea gaia e irresponsabile di un certo establishment”.

Anche le acquisizioni di atti nelle sedi dei partiti del centrosinistra, però, partono da un’inchiesta sulla sanità in cui è coinvolto Alberto Tedesco, ex assessore della sua giunta.
“C’è un’indagine che riguarda un mio ex assessore, che si è dimesso prima di essere indagato, per la quale c’è il massimo rispetto per il lavoro degli inquirenti. C’è stato uno sviluppo della trama accusatoria. Si ipotizza il finanziamento illecito dei partiti, coltivato in centinaia di inchieste in ogni parte d’Italia. È un’ipotesi che io considero azzardata perché assume l’intero centrosinistra come oggetto di indagine. C’è stata una spettacolare operazione di reperimento dei bilanci che, essendo atti pubblici, si potevano trovare su Internet. L’indagine chiama in causa i partiti, non singoli comportamenti”.

Non ritiene possibile che i partiti della coalizione che la sostengono, fatta eccezione per l’Italia dei valori, possano aver coltivato il voto di scambio?
“Per quella che è stata la mia esperienza in un partito “francescano” come Rifondazione comunista e poi in Sinistra e libertà non ritengo ipotizzabile il coinvolgimento in fenomeni di finanziamento illecito. Questo, comunque, è un tema che riguarda i partiti, che sono capaci di difendersi, e non coinvolge la giunta regionale. Il mio governo ha squadernato sistemi di potere fondati su una palude corruttiva”.

A che cosa si riferisce?
“Ad un’altra verità inconfutabile. Le perquisizioni di oggi al Policlinico di Bari sono il frutto della collaborazione fra il governo regionale e la Procura della Repubblica. Insieme con l’assessore alla Salute, Tommaso Fiore, abbiamo messo al lavoro i nostri uffici perché fosse scoperchiata qualsiasi forma di malaffare. Abbiamo prodotto una sequenza incalzante e rivoluzionaria di atti. Anche nella formazione professionale, nell’urbanistica e nell’edilizia”.

Si sente politicamente accerchiato?
“Assolutamente no. C’è chi vuole mettere tutto in un frullatore sensazionalistico. Però, bisogna chiamare le cose con il proprio nome e cognome. Le responsabilità vanno accertate e perseguite con durezza”.

Anche Antonio Di Pietro, però, non è tenero con il suo governo. Anzi, dice di aver fatto bene a non accettare un posto un giunta, due anni fa.
“Di Pietro mi descrive come una vittima inconsapevole. Gli ricordo, però, che stiamo parlando della fase iniziale di un teorema accusatorio, che deve essere rappresentato nei suoi fondamenti. Lui sa bene che io non ho mai vissuto la politica passivamente, ma sono sempre stato parte attiva di battaglie di legalità e moralizzazione. I provvedimenti di quattro anni e mezzo del mio governo, di cui gli farò dono, non hanno eguali in Italia. Due anni fa non ho offerto all’Italia dei valori un posto in giunta. Sono comunque disponibile ad accettare i suggerimenti di Di Pietro, ma dobbiamo tutti rispettare le regole fondamentali del garantismo”.

I carabinieri che entrano nelle sedi dei partiti riportano alla memoria gli anni di Tangentoli. Quali potrebbero essere le conseguenze delle inchieste giudiziarie sulle elezioni regionali della prossima primavera?
“Nel momento più incandescente degli scandali, il mio consenso è cresciuto e la mia popolarità è salita al 53 per cento. Il tentativo maldestro di alcuni mass media e di pezzi della politica di macchiare la mia storia è destinato a fallire. La politica ha il dovere di issare la bandiera della questione morale e di intraprendere fino in fondo un percorso di riforme”.

Fonte: http://www.nichivendola.it/

Link: http://www.nichivendola.it/sito/mcc/informazione/teorema-azzardato-ma-si-faccia-verita.html

La provincia di Treviso e "i corsi di dialetto e gli usi locali"

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La provincia di Treviso, riferisce la Padania, sta istituendo un albo delle badanti. Per accedervi bisognerà frequentare un corso in cui, tra l'altro, è previsto l'insegnamento del dialetto. "Un modo - assicura il presidente Leonardo Muraro - per far sì che la badante tenga conto dello stile di vita dell'anziano, dei suoi usi e dei suoi costumi".
La Marca trevigiana, sempre una punta più avanti dell'Italia, alza ancora un po' l'asticella e impone all'immigrato un impegno suppletivo: imparare, immaginiamo in cento ore, il veneto in modo da "inserirsi nel contesto", sentirsi del contesto: i danè, lo spriz...

La regola, tenacemente federalista, semplifica o complica, questi sono punti di vista, la linea d'azione che il governo - anch'esso federalista - aveva già delineato. Corsi intensivi di italiano e classi separate per i figli di immigrati, pugno di ferro per coloro che volessero ottenere la cittadinanza senza conoscere la lingua nazionale, i principi generali, i colori della bandiera.
Alle romene, alle moldave, alle africane il nord est chiede qualcosa in più: non basta l'italiano, serve il dialetto e il massimo della condivisione locale: a queste donne e uomini è domandato di riconoscere il genius loci, acquisire in modo piuttosto intensivo l'idea cardine di vita che indirizza la famiglia-tipo e le regole elementari di una civile convivenza. La forchetta, e bisognerà pure saperlo, lassù si chiama "el piron", la pentola "a tecia", la sedia "a carega".. L'idea di fondo, con la costituzione dell'albo, sembra essre la realizzazione di un nucleo territoriale di extracomunitarie su base regionale, piuttosto definito e chiuso, impermeabile e sorvegliato.

Il presidente della Provincia di Treviso ritiene giusto infatti rendere "obbligatoria per gli stranieri la conoscenza del dialetto". "Mi sembra, aggiunge Muraro, una posizione del tutto logica e condivisibile".
Non si conosce se altre istituzioni locali abbiano in animo di seguire l'esempio. E non è da escludere che albi e corsi di integrazione territoriale vengano proposti e ideati anche altrove. Moldavo-calabresi e moldavo-piemontesi, a ciascuna la sua nonna a cui tenere compagnia, a ciascuna la sua forchetta e la sua sedia, chiamandola come il luogo richiede più che come la lingua italiana esige.

La Marca, provincia ricca e laboriosa, area di capannoni e di lavoro, oggi seriamente in difficoltà per la crisi internazionale, prova a fare un altro passo per distinguersi dal resto del Paese. E la sua decisione segue di poche ore la delibera, questa volta del consiglio provinciale di Vicenza, di bloccare l'immissione in organico di dirigenti meridionali essendo troppo sperequata, a discapito del Nord, il rapporto: troppi presidi calabresi e troppo pochi quelli veneti. Sperequazione che trova motivo nella magnanimità con cui il Sud abilita e gratifica.
E in effetti la prova del nove di un Meridione piuttosto comprensivo la diede proprio il ministro della Pubblica istruzione che, quando dovette scegliere la sede appropriata per l'esame di abilitazione alla professione di avvocato decise di abbandonare Brescia, la sua città, e chiedere ospitalità ai calabresi di Catanzaro. Più rilassati, più disponibili, e, per l'appunto, più ragionevoli.

di Antonello Caporale

Paolo Borsellino:“Sto vedendo la mafia in diretta”...“Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito”…

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“Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito”… Sono le parole che Paolo Borsellino avrebbe affidato a due giovani colleghi, un uomo e una donna, ai tempi di Marsala con la voce rotta dal pianto e la testa tra le mani. Una testimonianza finora inedita (sulla quale i magistrati di Caltanissetta stanno indagando alla ricerca di questo “amico”) ma non sorprendente.

Infatti più volte la signora Agnese Borsellino, moglie del giudice, aveva riferito dello stato di profondo turbamento in cui suo marito, in preda all’esigenza di “fare in fretta”, visse quei 57 giorni che gli rimasero dopo la strage di Capaci.
Una sera, ha raccontato la signora, Borsellino era talmente sconvolto per quanto aveva scoperto che vomitò e tra le pochissime cose che, per proteggerla, le confidava, le disse che era disgustato dal grado di corruzione in cui si stava imbattendo. E ancora esclamò: “Sto vedendo la mafia in diretta”, commentando gli eventi che in quel folle mese e mezzo si avvicendavano palesemente e occultamente nel Paese.
La storia della mafia e dell’antimafia è sempre stata piena di tradimenti e di “Giuda”, così come Borsellino stesso ebbe a ricordare commemorando Falcone, e non è nemmeno un mistero che di nemici i due magistrati nel corso di svolgimento del proprio lavoro ne avessero collezionati tanti. Erano nemici quelli che avevano messo sotto ascolto i telefoni che rivelavano i suoi spostamenti e lo erano anche quelli che ne avevano pedinato fino all’ultimo l’itinerario da Villagrazia di Carini fino a Via D’Amelio ed erano nemici, forse ancora più pericolosi, quelli che sapevano che Borsellino annotava tutte le sue intuizioni investigative sulla sua agenda rossa, fatta sparire con una manovra da manuale, pochi secondi dopo che quella strada era stata devastata dal tritolo.
Ma forse Borsellino ne aveva scoperti altri di nemici, forse inaspettati, forse aveva saputo che alcuni pezzi dello Stato stavano trattando con la mafia, quello solo doveva essere il nemico, o ancora peggio si era accorto di aver parlato con la persona o con le persone sbagliate.
Forse aveva condiviso il risultato delle sue investigazioni con personaggi dal doppio volto e se ne era reso conto e per questo era assolutamente consapevole che sarebbe morto di lì a poco. Sapeva che i suoi nemici sapevano.
Nino Giuffré, in uno dei tanti interrogatori, spiegò che “non si sa come, ma Provenzano riusciva sempre a venire a conoscenza di tutto (…) era venuto a sapere che Borsellino era incorruttibile, irremovibile e per questo andava eliminato”.
Talpe, confidenti, accordi e trattative dietro i mandanti occulti della strage di via D’Amelio, ma altrettanti depistaggi, menzogne, finti pentiti anche per gli esecutori materiali dell’eccidio.
Il procuratore di Caltanissetta Lari e suoi aggiunti e sostituti Gozzo, Bertone, Marino e Luciani stanno infatti cercando di ricostruire daccapo anche le fasi preparative e attuative della strage oggi messe in discussione dalle dichiarazioni di due nuovi collaboratori di giustizia, Gaspare Spatuzza e Angelo Fontana, rispettivamente uomini d’onore di Brancaccio e dell’Acquasanta, che entrano in contrasto con quanto, seppur con perplessità, era stato consolidato dalle sentenze.
La valutazione di Vincenzo Scarantino, oggi considerato un falso pentito e accusato di calunnia, era stata sempre molto prudente perché sin da subito aveva mostrato incongruenze, contraddizioni per non parlare delle sue continue ritrattazioni. In ogni caso la sua versione era stata ritenuta valida a sufficienza per far condannare diversi uomini d’onore e non, come il suo complice Candura. Crollato al suo primo confronto con Spatuzza.
Ora si tratta di capire perché Scarantino si è autoaccusato e ha scontato anni in carcere in caparbio silenzio. E a beneficio di chi.
Primo passo i verbali. I magistrati hanno riesumato il primo anomalo verbale riempito da Scarantino il 24 giugno 1994. Stranezza numero uno: non sono indicati i presenti come invece è prassi fare, e numero due, la trascrizione è piena di appunti a penna nei quali si legge chiaramente come la deposizione venisse “aggiustata”.
La Procura ha individuato e sentito l’ispettore di polizia che si era occupato della protezione di Scarantino mentre si trovava ad Imperia e questi ha affermato di essersi limitato a trascrivere quanto lui gli dettava. “Ho scritto quegli appunti su richiesta di Scarantino che aveva difficoltà a leggere i verbali. Mi chiese anche delucidazioni su alcuni punti degli interrogatori e io gli risposi che per questo doveva rivolgersi al suo legale”.
A margine delle dichiarazioni si intravvedono nomi, annotazioni, orari insomma versioni da accordare e ricordare. Sin dagli inizi del suo parlare Scarantino aveva cercato di adeguare il suo racconto con quello degli altri coindagati, come fece con le deposizioni di Francesco Andriotta il criminale, ergastolano e trafficante di droga e armi, che per primo riferì all’autorità giudiziaria quanto aveva appreso da Scarantino sulla strage di via D’Amelio e con quelle di Candura, anche lui oggi indagato per calunnia.
A parte le menzogne c’è da scoprire chi le architettò e perché.
Per individuare le linee di quella che appare sempre più chiaramente come una lucida opera di depistaggio il procuratore Lari e gli altri pm hanno iscritto nel registro degli indagati anche poliziotti e uomini dei servizi segreti, ma sulla questione permane il più stretto riserbo.
Alle dichiarazioni di Spatuzza si sarebbero aggiunte su questo preciso punto anche quelle di Angelo Fontana, che avrebbe riconosciuto in alcune immagini della strage mostrategli dagli inquirenti uomini legati ai servizi segreti che mantenevano contatti con gli uomini di Cosa Nostra. Dalle rivelazioni di entrambi i pentiti sarebbero stati individuati inoltre altri due personaggi coinvolti uno nella strage di Capaci, un uomo organico a Cosa Nostra, già in carcere, ma di cui mai si era saputo nulla, e uno per il fallito attentato all’Addaura quando, nel 1989, una borsa sportiva piena di candelotti di dinamite venne posta sulla scogliera davanti la villa in cui Falcone stava lavorando con i magistrati elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lehman.
Insomma le carte sono state rimischiate e ridistribuite sul tavolo. Il lavoro dei magistrati di Caltanissetta così come quelli di Palermo impegnati sul fronte della cosiddetta trattativa, in seguito all’importante testimonianza di Massimo Ciancimino, è estremamente delicato. Non è dietrologia immaginare che l’interesse su queste indagini sia altissimo e che provenga da più parti. Restano le domande: Chi ha guidato le false testimonianze di Scarantino e Candura? Chi ha beneficiato oltre alla famiglia di Brancaccio, guidata dai Graviano, di questa falsa pista? Cosa ci facevano i servizi segreti sul luogo della strage Borsellino? Da quale filo rosso sono legate l’Addaura, Capaci e via D’Amelio? E ancora più di tutto: cosa avevano capito Giovanni Falcone e Paolo Borsellino da ingenerare una tale mastodontica strategia eversiva e destabilizzatrice per eliminarli?
Intanto che resti alta l’attenzione della società civile e di tutte le forze oneste e positive in campo, la verità è un diritto, da pretendere fino in fondo.
di Anna Petrozzi

giovedì 30 luglio 2009

Pier Paolo Pasolini racconta il suo incontro con il mondo del sottoproletariato


ITALIA - SLOVENIA: Trieste, il rigassificatore da piazzare nel “cortile di casa propria”


Continua la polemica a bassa frequenza tra Italia e Slovenia sulla questione dell’energia. Recentemente il governo italiano ha dato il via libera al decreto che autorizza la partenza dell’iter per la costruzione di un rigassificatore alla periferia di Trieste. L’impianto dovrebbe sorgere nell’area di Zaule, a pochi chilometri dal confine sloveno. Un investimento di 600 milioni di euro, che dovrebbe essere realizzato in 40 mesi dalla società spagnola Gas Natural. Il rigassificatore dovrebbe avere una capacità di conversione di 8 miliardi di metri cubi di gas l’anno e dovrebbe dare lavoro, con l’indotto, a 400 persone.

La decisione è stata salutata con entusiasmo dal sindaco di Trieste Roberto Di Piazza e dalle forze politiche locali, mentre è stata accolta con disappunto in Slovenia. Il segretario di stato all’ambiente Zoran Kus, ha ribadito che la Slovenia è ancora contraria alla costruzione dei rigassificatori. Il ministro per l’ambiente Karl Erjavec, comunque, ha precisato che se sono stati tenuti in debito conto gli appunti sloveni non ci sarebbero più ostacoli alla prosecuzione del progetto. Lubiana, però, prima di modificare la sua decisione dovrà vedere tutta la documentazione. Poi deciderà se dire sì, chiedere ulteriori migliorie o cercare di bloccare il progetto avviando un procedimento di fronte alla Corte di giustizia europea. In ogni modo, a quanto sembra, i criteri posti da Lubiana sono molto precisi ed elevati. Gli sloveni, del resto, non sembrano preoccuparsi troppo dell’ipotesi di aprire un nuovo contenzioso a livello comunitario per tutelare quelli che considerano i loro interessi nei confronti di un altro vicino.

Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, pur con le solite frasi di prammatica della diplomazia, ha precisato secco che l’Italia ha i suoi programmi energetici e che i pericoli potenziali del rigassificatore non possono essere paragonati con quelli della centrale nucleare di Krško, su territorio sloveno.

In ogni modo se ne riparlerà a settembre, quando è in programma il vertice tra i governi di Slovenia ed Italia. Roma starebbe fornendo – è stato precisato da fonti diplomatiche - tutte le informazioni necessarie, ma vorrebbe anche ottenerne sull’ipotesi di raddoppio della centrale nucleare slovena, dove l’Italia è interessata a partecipare alla gestione dell’impianto.

Della questione, la scorsa settimana, ha parlato anche il presidente della regione Friuli- Venezia Giulia, Renzo Tondo, in visita a Lubiana. Il governatore è stato ricevuto in maniera informale persino dal premier sloveno Borut Pahor. L’incontro ha avuto una vasta eco sulla stampa triestina, ma è stato assolutamente ignorato dai giornali nazionali sloveni. Dopo l’indipendenza Lubiana ha progressivamente diminuito il peso del dialogo con le regioni limitrofe partendo dal presupposto che gli stati dialogano con gli stati.

Le polemiche sulla costruzione dei rigassificatori si susseguono oramai dal 2006. All’epoca venne previsto di realizzarne uno sulla costa ed un altro direttamente a mare. Entrambi sarebbero stati posizionati a ridosso del confine sloveno.

L’idea è subito stata considerata inaccettabile dagli ecologisti italiani, sloveni e croati, che hanno orchestrato una serie di iniziative congiunte. Particolarmente contestate le modalità di funzionamento dei rigassificatori, che rischierebbero di far saltare gli equilibri della flora e della fauna nel golfo di Trieste. Essi, infatti, utilizzano l’acqua marina per riscaldare il gas trasportato dalle navi. L’impianto progettato a Zaule scaricherebbe ogni giorno in mare 650.000 metri cubi di acqua raffeddata di 5 gradi. In un anno nel Golfo di Trieste finirebbero inoltre circa 40 tonnellate di cloro, che servirebbe a tenere pulito il sistema di riscaldamento del gas.

Gli oppositori del progetto, però, parlano dei rigassificatori e delle gassiere (le navi che trasportano il gas) come di vere e proprie bombe ad orologeria. Ad essere messi in rilievo sono soprattutto i pericoli di un’eventuale esplosione che – a loro dire- potrebbe essere provocata persino da attentati terroristici.

I fautori della costruzione dei rigassificatori, dal canto loro, sottolineano la dipendenza energetica dell’Europa dal gas russo e la necessità di dar vita a questi impianti per ridurre i rischi di nuovi black-out nelle forniture. Con i rigassificatori, infatti, si faciliterebbe l’arrivo in Europa di gas proveniente dall’Africa.

Significativamente l’idea dei rigassificatori in Italia ha trovato consensi trasversali. L’ipotesi di piazzare degli impianti nel golfo di Trieste era stata vista con favore sia dal governo Prodi sia da quello Berlusconi. In Slovenia invece tutte le forze politiche sono state alquanto nette nel ribadire il loro “no”.

Nel luglio dello scorso anno l’allora ministro dell’Ambiente Janez Podobnik si era persino rivolto ufficialmente al commissario europeo per l’ambiente Stavros Dimas accusando l’Italia di violare una serie di convenzioni internazionali con la sua intenzione di costruire l’impianto a ridosso del confine sloveno. All’epoca dalla Commissione europea arrivò la raccomandazione ai due paesi di risolvere la questione a livello bilaterale nello “spirito dei rapporti di buon vicinato”. Monito questo molto simile a quelli che Bruxelles indirizza oggi anche a Slovenia e Croazia per la loro vertenza confinaria.

Nello scorso mandato, comunque, l’esecutivo di Janez Janša è stato aspramente criticato dal centrosinistra che chiedeva un’azione più incisiva nei confronti dell’Italia. Se il governo Pahor dovesse avallare la costruzione del rigassificatore a Zaule, molto probabilmente dovrà fare i conti con l’opposizione di una serie di deputati della maggioranza che da anni stanno sostenendo il loro netto rifiuto al progetto.

In ogni modo i rapporti tra Slovenia ed Italia al momento sono freddamente “amichevoli”. Tra i due paesi non c’è solo la questione dei rigassificatori. Per Lubiana pesa la mancata riscossione da parte italiana del versamento dell’indennizzo per i beni abbandonati dagli esuli nella parte slovena dell’ex zona B, oltre che la questione delle opere d’arte spostate negli anni della guerra da Capodistria, Isola e Pirano che la Slovenia vorrebbe veder far ritorno nelle sedi originarie. A tutto ciò va aggiunto il rilancio della politica estera italiana nei confronti Balcani. Roma da anni va promuovendo nuove iniziative di integrazione regionale e adesso Frattini ha lanciato l’idea di un summit tra tutti i capi di governo della ex Jugoslavia e dell'area balcanico-danubiana per discutere delle integrazioni europee dell’area. Da una prospettiva lubianese tutto ciò viene visto con una certa apprensione e qualcuno oramai pensa che Roma consideri i Balcani come il “cortile di casa propria”.

Un Paese costruito sulla sabbia all'odore di cemento



Scuole, ponti autostrade. Tutte finte, a rischio crollo, strutture di cartapesta. Costruite con cemento taroccato, mischiato a sabbia. Per risparmiare. E a risparmiare è la criminalità organizzata, proprietaria della maggior parte delle imprese di produzione del calcestruzzo del Belpaese. Sono decine le inchieste delle procure italiane sul cemento depotenziato. Oggi Legambiente ha presentato un rapporto che mette in fila tutte le opere che, finora, sono risultate costruite con il finto cemento. L'associazione ambientalista ha messo in piedi un Osservatorio nazionale. I dati raccolti fanno paura. Perché l'eventualità che le strutture nel mirino delle procure vadano in briciole non è una mera possibilità: è già accaduto. 3 dicembre 2007. Sulla statale Ionica 106 viene giù una galleria in costruzione a Palizzi. E' di ieri la notizia che la procura di Agrigento ha ordinato la chiusura dell'ospedale San Giovanni di Dio: venti anni per costruirlo, 40 milioni di euro spesi e ora vien fuori che quei muri potrebbero crollare. Entro trenta giorni dovranno essere trasferiti tutti i 250 pazienti. "Che il crimine organizzato abbia di fatto una specie di monopolio nel mercato del calcestruzzo – ha dichiarato il vicepresidente di Legambiente Sebastiano Venneri - è un dato incontrovertibile. Basti pensare a ciò che accade in provincia di Trapani dove lo Stato, oggi, detiene il 90% delle imprese di produzione di calcestruzzo sequestrate o confiscate a esponenti della malavita, che fino a qualche settimana fa hanno fornito la materia prima per tutte le opere di quella zona. Secondo quanto emerge da un’indagine della Questura di Trapani – ha aggiunto Venneri - il quartier generale di Cosa Nostra sarebbe stato proprio nella sede della Calcestruzzi Mazara S.p.a, un’impresa della famiglia Agate, alleata di Matteo Messina Denaro".

Il crack italiano porterà alla divisione dell'Italia in due o più parti?


Un debito pubblico fuori controllo, un deficit che non accenna a decrescere, una riforma federale che abbandona le regioni più povere a se stesse, un senso d'identità nazionale mai realmente acquisito, una Lega Nord in crescita esponenziale, una Lega Sud pronta a nascere per contrasto ed anche a sinistra gli scontri nel PD sulla nascita di una corrente del partito del Nord(v. Cacciari) e lo stesso Vendola battuto al congresso di Rifondazione da una coalizione settentrionale che lo ha messo in minoranza ora punta il dito contro il Nord. Insomma, la crisi si abbatte come una clava sull'economia italiana, che non dispone dei mezzi degli altri paesi per contrastarla, non abbiamo infatti la possibilità di aumentare la spesa pubblica per incrementare la domanda interna, Tremonti aspetta così la ripresa come un malato terminale aspetta la puntura di cortisone con l'unica speranza che un miracolo(siamo il paese dei Santi e del Vaticano), ponga rimedio alle nostre sofferenze. Ma la rabbia aumenta e le incomprensioni e le divergenze tra le diverse regioni portano tutte verso un'unica direzione...la divisione del Paese!!

Redazionale: di Onoff

martedì 28 luglio 2009

“Pacchetto sicurezza”: di chi saranno figli i bambini che nasceranno se nessuno potrà registrarli?



Tra le novità della legge Maroni che entrerà in vigore l'8 agosto c'è l'obbligo di mostrare il documento di soggiorno per compiere gli atti di Stato civile. Ossia per contrarre matrimonio, registrare la nascita di un bambino e denunciare il decesso. Di chi saranno figli i bambini che nasceranno se nessuno potrà registrarli? L'allarme della prefettura di Prato.

Gli stranieri dovranno mostrare il permesso di soggiorno per ogni atto di stato civile. Una frase persa nei meandri del “pacchetto sicurezza”, quello che prevede l’arresto per i clandestini, più poteri ai vigili urbani, più competenze a sindaci e prefetti. Il quinto provvedimento del pacchetto entrerà in vigore l’8 agosto rischiando di creare un putiferio.
Gli atti di stato civile sono matrimonio, registrazione di morte e registrazione delle nascite. Se i clandestini non si potranno sposare nessuno alza la mano, ma se il babbo o la mamma non potranno riconoscere il proprio figlio, beh, allora è un caso. A Prato dove, solo nei primi mesi del 2009, sono nati 412 bambini figli di genitori senza il permesso di soggiorno, è un problema non secondario.

A lanciare l’allarme sull’impossibilità per i genitori clandestini di riconoscere i propri figli al momento della nascita è stato Giovanni Daveti, il funzionario responsabile per gli affari che riguardano la comunità cinese per la prefettura di Prato. “Nel pacchetto sicurezza – ha detto Daveti – è inserita una norma che obbliga i clandestini a mostrare il permesso di soggiorno negli atti di Stato civile. Attualmente non abbiamo alcuna circolare che ci spieghi come comportarci nel dettaglio: dall’8 agosto, quando entrerà in vigore la legge, quindi noi avremo neonati che non potranno essere riconosciuti dai genitori, se entrambi clandestini. L’unica via praticabile sembra quella di affidarli ai servizi sociali. Solo nei primi sei mesi del 2009 a Prato sono nati 412 bambini in questa condizione”.

Ottenere il permesso di soggiorno temporaneo per le donne in stato di gravidanza sarà molto più difficile. “Fino ad oggi – spiega Daveti - infatti una donna andava dal medico e si faceva fare un certificato dove si diceva che aspettava un bambino. Questo consentiva di avere un permesso di soggiorno in genere di 6 mesi. Oggi con i medici che possono denunciare i clandestini questa prassi sarà molto più difficile. Per le donne sarà un rischio troppo alto”.

Cosa accadrà dall'8 agosto? Di chi saranno figli i bambini che nasceranno se nessuno potrà registrarli? E soprattutto che giri di illegalità apriranno? Cosa accadrà a quei bambini sembra che nessuno, in assenza di circolari che spieghino meglio quella norma, possa dirlo. E’ probabile che in assenza di un genitore che li possa riconoscere verranno affidati ai servizi sociali che vedranno arrivarsi sulla testa un bel numero di bebè, per lo Stato italiano piccoli fantasmi, da accudire. E’ probabile anche che tante mamme scapperanno dagli ospedali quando capiranno di non avere via d’u scita. Con rischi enormi per la loro salute e quella dei propri figli.

E poi accadranno cose che, per chi conosce Prato, sono scritte. La malavita cinese non si farà scappare quello che si preannuncia come un autentico business. Cosa si può fare se i genitori non possono riconoscere un figlio? Affidarsi a terzi con il permesso di soggiorno in regola. Ed ecco che il problema da sociale diventa di competenza della Procura. Ci saranno persone che si faranno pagare per registrare i bambini. E non solo. Sarà vanificato tutto il lavoro per garantire l’assistenza sanitaria anche alle comunità straniere.

Il reparto di maternità dell’ospedale di Prato da simbolo dell’i ntegrazione diventerà un luogo da cui fuggire. E allora via a cliniche private, a parti accanto alle macchine da cucire, a medici improvvisati. E sarà, in via generale, più facile far diventare un bambino figlio di genitori non veri. Senza adozione, affido o procedimenti legali. Sarà sufficiente andare in ospedale con una clandestina e far riconoscere il figlio a un padre - finto - che si prende il neonato e ne fa ciò che vuole: lo porta a casa dove una moglie desiderosa di essere mamma l’aspetta, lo vende a chi un figlio non può averlo. E al peggio non c’è mai fine.

Un bel pasticcio. Lontano dalle “misure per rendere più sicura la vita dei cittadini” con cui il governo ha presentato il pacchetto sicurezza all’Italia. Ma del resto, la lingua italiana è chiara, i clandestini non sono cittadini.

di Ilenia Reali

Castelnuovo, il paese dimenticato sotto le macerie


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CASTELNUOVO DI SAN PIO (l'Aquila) - Dicono che faranno tutti come Sabbatino S., che ha 80 anni e l'altro giorno è scappato dalla tendopoli e si è chiuso nella sua casa diroccata. "Io in tenda non ci torno più", gridava. "Meglio morire a casa mia che marcire nella tendopoli". L'uomo ha guardato fuori dalla sua finestra. Ha visto che, dopo centodieci giorni, nulla è cambiato.
La scena di dolore è la stessa illuminata dall'alba del 6 aprile. La piazza coperta dalle macerie, le auto schiacciate, le intimità violate delle camere da letto senza muri. I vigili del fuoco avevano le lacrime agli occhi, quando sono andati prenderle il vecchio per riportarlo giù, nel campo blu vicino al cimitero. "Faremo tutti come Sabbatino", dicono adesso nella tendopoli. "Torneremo nelle nostre case quasi distrutte. Rischieremo la vita ma almeno qualcuno si accorgerà di noi".
Castelnuovo è un "Borgo fortificato" - così è scritto all'ingresso del paese - che forse ha vinto qualche battaglia ma ha perso la più importante: quella contro il terremoto. Tutte le case del centro sono crollate, anche la chiesa è un cumulo di rottami. Cinque le vittime, il 95% delle case sono a terra o da abbattere. "Eppure qui non si sono mai viste le telecamere e non è arrivata in visita nessuna persona importante. La cosa assurda è che i tanti amici che abbiamo in Italia e nel mondo - il nostro è un paese di emigranti - ci telefonano e ti dicono: "Adesso state bene, vero? Abbiamo visto in tv che sono arrivate le casette di legno, che stanno costruendo gli appartamenti antisismici". E invece stiamo tutti come Sabbatino. Non abbiamo nemmeno i condizionatori nelle tende. In più di tre mesi non sono riusciti a potenziare la linea elettrica. Se attacchi un condizionatore, salta tutto".
Non è una mosca bianca, Castelnuovo di San Pio delle Camere. I tg nazionali mostrano il "cantiere più grande d'Europa", ma basta uscire da questo "set del terremoto" per capire che a Castelnuovo e in decine di altri paesi tutto è ancora fermo a quella notte di aprile. È cambiata soltanto l'anima dei sopravvissuti. "Prima sentivamo il calore della solidarietà. Adesso ci sentiamo sempre più soli e pieni di paura, perché non sappiamo nulla del nostro futuro. Non sappiamo, ad esempio, se il nostro paese sarà ricostruito. Non sappiamo se arriveranno o no le casette di legno".
Si parla nell'unico luogo di ritrovo, la mensa, davanti al bancone del bar "Crolla ma non molla". "Ci hanno detto - raccontano Stefania e Luigia Maurizio, Roberto Sidoni e Stefano Terio (che è il vice sindaco) - che entro novanta giorni dobbiamo presentare domanda e progetto per la ricostruzione delle nostre case. Ma come possiamo decidere noi da soli? Ci dovrebbero dire, prima di tutto, se sarà possibile ricostruire Castelnuovo lì dove è sempre stato. Sotto le case ci sono i "grottoni", grandi cavità naturali abitate nell'antichità e poi usate come stalle. È possibile ricostruire un paese su questi spazi vuoti? Le case, poi, si appoggiano l'una all'altra. Non è possibile rimetterne in piedi una se quelle a fianco restano ruderi. Ci vorrebbe uno studio di un'équipe di geologi, di ingegneri, di architetti".
Il centro storico sembra bombardato. Ci sono turisti del macabro che scavalcano la recinzione per portare i bambini a guardare le rovine. "Giovanna, hai visto che disastro? Guarda che bel lettone. Secondo me è del '600". Tutto è fermo, come in un tragico flashback. C'è la Ford Escort schiacciata sotto le pietre, c'è il lampadario rimasto intatto nella cappella senza tetto, con i quadretti della Via Crucis appesi a due muri pericolanti. "Noi residenti siamo 200, ma d'estate gli emigranti tornano dal Canada e dagli Stati Uniti e in tutte le case si accendono le luci. Si viveva bene, qui, nella tranquillità di un paese a soli 25 chilometri dalla città. In tendopoli siamo 120, perché molti anziani li abbiamo portati via, negli hotel del mare o presso i parenti. Non possono vivere in una casa di tela".
Dal piazzale della chiesa si vedono il campo con le stoppie di grano e il prato dove dovrebbe nascere la Castelnuovo di legno. "Dicono, ma per ora sono solo voci, che si potrebbero installare cinquanta casette. Ma in quell'area non ci sono nemmeno i picchetti. Bisognerà spianare, mettere la ghiaia, buttare le piattaforme di cemento, costruite le strade e le fogne... Non ci sono i soldi nemmeno per le opere di urbanizzazione".
Ma nessuno vuole accettare la sconfitta. "Ci attacchiamo a tutto. Noi non siamo stati fortunati, perché non siamo stati adottati da nessuno. Qui non sono arrivati ministri o ambasciatori. Un aiuto vero ci viene dato dalla Protezione civile della Toscana, che ogni giorno ci fa trovare due pasti caldi e dal Comune di Segrate, che sta costruendo per noi un centro polivalente, con una sala per gli anziani, un'altra per i giovani, una piccola chiesa... Appena pronto, faremo una grande festa. Noi cerchiamo di restare tutti uniti, vogliamo continuare a essere un paese. La Messa della domenica è importante, anche perché è l'occasione per trovarci tutti assieme. Ma da quel 6 aprile l'unica chiesa agibile è la cappella del cimitero".

di JENNER MELETTI

Ken Loach, un martedì 11 di settembre del '73


"Andasti a lavoro un martedì di Settembre, per le strade assediate di Santiago, strade sorde ai colpi di fucile, strade cieche al tradimento, insensibili alla morte, andasti a lavoro un martedi, e non tornasti. Cammino per le strade, vado di città in città cercando e cercando, chiedo di te con in mano una tua piccola foto: un sorriso antico illumina i tuoi occhi, dove sei!?! In un campo abbandonato, i tuoi occhi ciechi, il tuo corpo spezzato, i tuoi sogni intatti, andasti a lavoro un martedì, e non tornasti” (Canto popolare cileno)


La traduzione integrale della trascrizione del colloquio sull'assassinio di Arafat


Quella che segue è la traduzione integrale della trascrizione del colloquio in cui l’ex premier israeliano Sharon, l’attuale Presidente dell’ANP Abu Mazen e l’ex leader di Fatah a Gaza, Mohamed Dahlan, discutevano con una delegazione statunitense a proposito del modo migliore per assassinare Arafat, Rantissi ed altri dirigenti palestinesi. Il testo è stato reso noto dal dirigente dell’OLP Faruk Kaddumi, che attualmente si trova a Damasco, dove alcune fonti hanno affermato che esiste – ed è sempre in possesso di Kaddumi – un nastro con la registrazione del colloquio qui trascritto, diffuso in Europa dal dipartimento francese del Palestinian Information Center.

Sharon : Ho insistito molto per tenere questo incontro prima del prossimo summit, in modo da concludere tutti gli aspetti tecnici e di mettere i puntini sulle “i”. Non dovremo trovarci di fronte a zone d’ombra e ad interpretazioni casuali nei prossimi giorni.

Dahlan : Se non aveste sollecitato voi questo incontro, l’avrei fatto io.

Sharon : Per prima cosa, dobbiamo tentare di liquidare tutti i capi militari e politici di Hamas, del Jihad Islamico, delle Brigate Al-Qassam e del Fronte Popolare.

Abu Mazen : Certamente questo metodo non conoscerà altro che il fallimento, noi non potremo eliminarli e nemmeno affrontarli.

Sharon : Allora, qual è il vostro piano?

Dahlan : Noi vi avevamo messo a conoscenza del nostro piano per iscritto, così come gli Americani. In realtà, abbiamo bisogno di un periodo di calma per poter mettere completamente le mani sui servizi di sicurezza e su tutte le istituzioni esistenti

Sharon : Ma fino a quando Arafat occupa la Muqata a Ramallah, siete voi che andrete incontro al fallimento, molto sicuramente. Quella volpe vi sorprenderà come ha già fatto. Lui conosce tutte le vostre intenzioni. Farà di tutto per mettervi in scacco. Lui grida da tutti i tetti che vi utilizzerà per il lavoro sporco.

Dahlan : Lo vedremo, chi è che sfrutta l’altro!

Sharon : Il primo passo dovrà essere l’assassinio di Arafat, avvelenandolo. Io non voglio espellerlo verso un altro Paese, se non avrò una garanzia internazionale che sia assegnato ad una residenza obbligata, altrimenti tornerà.

Abu Mazen : Se Arafat muore prima che siamo in grado di prendere in mano la situazione, mettere le mani sulle istituzioni, sul movimento di Fatah e sulle Brigate di Al-Aqsa, incontreremo molte difficoltà.

Sharon : Al contrario: voi non otterrete nulla fino a quando Arafat sarà in vita.

Abu Mazen : L’idea è che facciamo passare tutto attraverso Arafat, e questa sarà un’occasione sia per noi che per voi. Così, lo scontro con le fazioni palestinesi e la liquidazione dei loro capi peseranno sulle sue spalle. La gente non dirà che è Abu Mazen a fare questo e quello. E’ il Presidente dell’Autorità Palestinese che l’avrà fatto. Io conosco bene Arafat. Lui non accetta mai di essere messo in disparte, vuole sempre restare il raïs. Se perdesse tutti i privilegi, se non gli restasse che la scelta di una guerra civile, preferirebbe restare raïs.

Sharon : Prima di Camp David, voi dicevate che Arafat era sempre l’ultimo ad essere messo al corrente. Ma Barak e Bill Clinton sono rimasti sbalorditi, perché conosceva ogni cosa e nei dettagli.

Dahlan : Noi abbiamo messo in campo un servizio che mischia (unisce) elementi della polizia e del servizio di sicurezza preventiva. Il numero dei suoi elementi ha superato i 1800. Questo munero sarà aumentato con elementi che voi approverete. E noi imponiamo agli ufficiali condizioni difficili e facciamo di tutto perché ci obbediscano. Lavoriamo per mettere da parte tutti gli ufficiali che si permettono di mettersi sulla nostra strada. E non faremo sconti a nessuno.

Abbiamo cominciato intensamente a mettere sotto controllo i membri pericolosi di Hamas, del Jihad Islamico e delle Brigate di Al-Aqsa. Se voi mi chiedeste di designare le cinque persone più pericolose, potrei darvi i loro posti con precisione. Questa precisione vi permetterà di colpirli rapidamente, prima che abbiano fatto un solo gesto contro di voi. Ed ora puntiamo ad aprire dei varchi nelle fazioni palestinesi, per potere più avanti smantellarle e liquidarle.

Sharon : Io vi appoggerò dal cielo per colpire ogni obiettivo per voi difficile. Tuttavia, ho paura che Arafat abbia potuto infiltrarvi ed abbia trasmesso i vostri piani ad Hamas, al Jihad Islamico ed agli altri.

Dahlan : Questo servizio non ha nulla a che vedere con Arafat, né da vicino, né da lontano, eccetto che per i salari, attraverso Salam Fayyad (il ministro delle finanze dell’epoca). Abbiamo potuto stanziare un budget per questo servizio. Arafat sta perdendo il suo potere. Non lo lasceremo a questo punto.

Sharon : Noi dobbiamo facilitarvi la liquidazione dei capi di Hamas, iniziando con il provocare una crisi per poter uccidere tutti i capi militari e politici. Così, controllare il terreno sarà più facile.

Abu Mazen : In questo modo, falliremo totalmente; non avremo la capacità di eseguire le parti del piano. Inoltre, la situazione esploderà senza che si abbia la forza per padroneggiarla.

La delegazione americana: Crediamo che il piano di Dahlan sia perfetto e che bisogna lasciargli un periodo di calma per un controllo totale. Voi dovete ritirarvi da alcuni territori e lasciare la questione della sicurezza alla polizia palestinese. Ma appena sarà effettuata un’operazione (della resistenza, n.d.t.), voi tornerete e colpirete duramente, in modo che la gente senta che i resistenti sono un vero fardello e che sono loro che obbligano l’esercito israeliano a tornare nei territori evacuati.

Sharon : Abu Mazen stesso ci consigliava di non ritirarci prima della liquidazione delle infrastrutture del terrorismo (…).

Abu Mazen : Si, è vero, io ve lo avevo consigliato, pensando che ci sareste riusciti. Infatti, avevo creduto che voi ci sareste riusciti e rapidamente.

Dahlan : Le carte della riuscita sono attualmente nelle nostre mani. E Arafat perse sempre di più il controllo. Noi abbiamo sempre di più le mani sulle istituzioni. E per quel che riguarda àa forza comune di sicurezza, fra la polizia e la forza preventiva, è sotto la direzione del colonnello Hamdi Ar-Rifi, che voi conoscete perfettamente. Vi abbiamo inviato dei documenti a questo proposito. E’ importante che questa forza non sia sotto la direzione di Arafat e che non accetti ordini da lui. Per cominciare, andiamo a lavorare nel nord della Striscia di Gaza. Per quanto riguarda le Brigate di Al-Aqsa, presto saranno per noi un libro aperto. Abbiamo pianificato tutto perché abbiano un solo capo e liquideremo chiunque si metta sulla nostra strada.

Sharon : Approvo questo piano. Per farlo riuscire e non impiegare troppo tempo, bisogna uccidere i leader politici e militari importanti come Rantissi, Abdallah Al-Chami, Zahhar, Abu Chanab, Haniyeh,Al-Majdalani, Mohammed Al-Hindi e Nafed Azzam.

Abu Mazen : Ma questo farà esplodere la situazione e noi perderemo il controllo di tutto. Bisogna cominciare con un momento di calma al fine di controllare il terreno. E’ meglio sia per noi che per voi.

Dahlan : Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno del vostro sostegno sul terreno. Noi approviamo l’assassinio di Rantissi e di Abdallah Al-Chami. Uccidere queste persone provocherà un’anarchia ed un grande vuoto nei ranghi di Hamas e del Jihad Islamico, perché sono loro i veri caïd.

Sharon : Finalmente, cominci a capire, Dahlan!

Dahlan : Ma non ora. Bisogna ritirasi da una gran parte di Gaza in modo che noi abbiamo una buona credibilità agli occhi del pubblico. E quando Hamas e il Jihad Islamico avranno violato la tregua, voi li ucciderete.

Sharon : E se non la violano, voi gli lascerete preparare delle operazioni contro di noi, così avremo la sorpresa che la regua avrà lavorato contro di noi.

Dahlan : Non potranno essere pazienti durante la tregua, vedendo le loro organizzazioni in procinto di smantellarsi. Allora, violeranno certamente la tregua, e quello sarà il momento propizio per attaccarli. E toccherà a voi giocare, Sharon !

La delegazione americana: E’ una soluzione logica e pratica.

Sharon : io non dimentico che voi dicevate al Partito Laburista, ed anche a noi, che controllavate tutto. La realtà era diversa. Lasciatemi preparare il terreno a modo mio.

Abu Mazen : Il primo articolo della « Road map » prevede che ci sosteniate nella nostra lotta contro il terrorismo. Noi pensiamo che il miglior sostegno sarà che vi ritiriate da una parte della Striscia in modo che possiamo controllarla. E noi abbiamo detto che non permetteremo ad alcuna autorità, a parte la nostra, di esistere sul terreno.

Sharon : abbiamo detto più di una volta che i nostri migliori sostegni saranno gli aerei e i carri armati.

Abou Mazen : Ma questo non sarà affatto un sostegno.

Fonte: http://www.contropiano.org/

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Luglio09/27-07-09VerbaleDellaVergogna.htm

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