venerdì 17 luglio 2009

L'indifferenza delle democrazie


Fare caricature è un mestiere molto simile, nella percezione dei lettori, alle piroette di un arlecchino. Normalmente, noi che ci dedichiamo a questo isolato e inuitle mestiere, incontriamo ogni giorno gente che ti chiede il favore di un autografo sulle vignette per farli sorridere anche solo un momento, o di improvvissare un Garfield per i figli, che non hanno idea di chi sei, né di cosa fai. Per questo preferisco non uscire molto per strada, perché la mia generosità può senza ombra di dubbio erodere i voli limitati della mia cratività e farmi perdere la prospettiva del compromesso che quotidianamente devo fare con la realtà e con la condizione umana.

In Honduras occuparsi di vignette politiche è raccontare pettegolezzi.
Il nostro paese è surrealista e già lo era prima di apparire su portali e schermi al plasma di tutto il mondo. Ma il bello è che ci è voluta questa esperienza cruenta perché si sapesse che un occhio iniettato di sangue può esserci anche nell'atto di un gendarme. E che rivolgersi al popolo per chiedergli se appoggia qualcosa o no in modo da scrivere una pagina di cambiamenti può provocare esilio, detenzioni, morti, repressione, isolamento, perché nelle loro menti quadrate di petulanza occidentale, il popolo non è preparato a pensare, e la democrazia non può commettere l'assurda irresponsabilità di concedergli uno spazio di decisione. O che per esempio molti honduregni stanno difendendo la costituzione nelle strade con la loro indignazione e il loro sangue versato nei viali pavimentati di verde olivo, mentre nei televisori nazionali appaiono le lacrime nere di rimmel scolorito di Verónica Castro nelle telenovelas messicane. Perché è molto più interessante il dramma di celluloide che il dramma umano. E che alcuni intellettuali bellocci trascorrono le ore discutendo di tragedia greca, senza considerare la tragedia nazionale, e i vecchi, pensionati di nostalgia che perdono gli ultimi giorni giocando d‘azzardo con le carte fregandosene che la patria sia perduta, trafitta da un re di cuori. E i giovani light che passeggiano nei centri commerciali, tristi per la morte del re bianco e nero del pop.

Guardi il paese, ti inoltri nel paese e come Henry Bergson senti che ti ingolfi in una imbarcazione allucinante, senti che non distingui la combinazione difettosa nella geometria architettonica dei disegnatori borghesi tra un edificio di una catena alberghiera di prestigio internazionale e "l'altro da sé" (otredad) configurato con un tratto ineguagliabile di miseria, un landrone dove si nascondono tutte le porcherie di una società che vede la povertà come un difetto e il povero come un ostacolo urbano. Qui dove la vita è nelle mani della volontà dell'altro e la povertà nel borsellino ignominioso di alcuni ricchi. Questa mappa, fondo di disuguaglianze, è il tema del mio lavoro.L'eterno ritorno di Nietzsche alla disuguaglianza, ritorno della disuguaglianza in una vecchia viuzza di Tegucigalpa, segnata dai graffiti delle giovani generazioni che per la prima volta sanno che il mondo è nelle loro mani e non su google, e l'utopia nel compromesso permanente. Questa benedetta gioventù che si è scagliata contro le stupidità di una vecchia generazione che ci ha trascinati in una ridicola guerra di calcio, colpi di Stato e militari con medaglie come schegge impazzite. E nell'algidità senile, questa pazzia del golpe è come un modo di dire a se stessi che ancora si può giocare la finale di scacchi, proprio mentre la violenza militare ci dà scacco matto.
La volontà di potere, mal assimilata di Schopenahuer come germe dell'attuale pazzia, ma soprattutto una vita e una eterna commedia di personaggi che non si stancano di interpretare sempre il medesimo ruolo di uccelli rapaci.

Per tutto questo la vita ha perso valore e la dignità è un macabro scherzo che solo risiede nello spirito di noi che siamo malati di realtà. La solidarietà mondiale che ho ricevuto mi ha commosso così come l'indifferenza e l'ironia della stampa locale, sempre pronta a denigrare con sotterfugi pur di mascherare quello che è stato un golpe. Sono stato arrestato, che importa se per cinque ore o più, altri compagni sono stati feriti, altri uccisi e la maggioranza messa sotto silenzio con minacce e sequestri. Questo è uno Stato che aggredisce l'individuo, il legittimo bene supremo delle costituzioni borghesi, che a volte ricorre alle armi per ricordarci che siamo solamente persone, e che traccia geometricamente la misura dei nostri silenzi. Tegucigalpa, il vecchio bel bordello, contraddistinto dalla logica superlativa di sopravvivere alla giornata, con ponti pieni di fango a ricordare gli uragani. Le strade sconnesse, gli strilloni, i venditori di vestiti usati che diffidano della logica del libero mercato, i venditori di cd pirata, che gridano che già hanno l'ultimo di Michael Jackson. Questa è la Tegucigalpa coloniale, un ammasso di casette miserabili, una città piena di fantasmi del secolo scorso che vivono aspettando un miracolo per sentirsi capitale, e oggi centro del club degli ultimi gorilla del Ventunesimo secolo. Tegucigalpa dei miei amori, oggi congestionata da marce di ricchi che gonfiano le masse di guardie del corpo e nelle altre strade ragazzi con i loro zaini in spalla combattendo la battaglia della loro vita. Contadini scalzi a petto nudo, ragazze madri che fanno a pugni con militari dalle facce di bambini contadini sfruttati dal sistema, con uniforme e bastone presi in prestito, militari poveri che non sanno che guerra combattono, che mai hanno letto teorie né di sinistra né di destra, la cui unica ideologia è mettersi un casco che li protegga dalle pietre tirate con la forza dalle barricate della resistenza.

Questa è la Tegucigalpa che oggi ritarda i suoi doveri quotidiani per litigare con il fervore cieco di alcuni fanatici che come tigri affamate vedono nel rito del sangue la conferma sadica del loro essere selvaggi.
Hans Arp e Chirico potrebbero ritagliare il quotidiano e fare collage di taxi pieni di taniche di sangue o di ragazzini strappati dalle etnie millenarie per sparare l'odio che non poterono scongiurare con la vendetta di secoli. O una donna che cammina con il lusso di un'attrice e un bambino che urla tra la gonna di seta il prossimo numero della lotteria. Questa è Tegucigalpa, queste le disuguaglianze, questa la tenerezza dell'utopia quotidiana. Questo l'amore per la vita, questa la necessità di cambiamento. Questo lo lesse il nostro presidente del quale quotidianamente si prendevano gioco perché non si comportava con la delicatezza e il savoir faire di un ministro europeo e perché ha promosso riforme che hanno toccato portafogli chiusi ermeticamente. Questo è l'Honduras privato della sua voce, perché nelle strade si permette solo che venga detto che abbiamo un messia con cognome italiano, ma con un cuore appartenente alle peggiori mafie napoletane.

Ero e sarò sempre un povero ragazzo che fa caricature, che non fa male a una mosca, che nessun poltico di Honduras si disturberà a reprimere perché che danno potrebbe fare questa ragnatela spaventosa che ha disegnato? Se disegna meglio mio cugino di quattro anni, diceva questo pomeriggio un giornalista di una radio golpista, ed è vero, perché la mia detenzione "accidentale", è stata condannata da migliaia di persone nel mondo da centinaia di canali televisivi e giornali di decine di paesi nel mondo intero, ma in Honduras è una gran risata ciò che si chiama coscienza. Essere rispettato nel mondo per il tuo lavoro ti dà questa sensazione grigia e totale che uno qua non è indispensabile, come la democrazia che alla fine dei conti è anche lei una caricatura.

Tegucigalpa, una sera alla fine di giugno 2009, che presto sarà solo un brutto ricordo nella giungla della storia.

*di Allan McDonald

Testo raccolto e tradotto da Stella Spinelli

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/16513/Honduras.+La+caricatura+del+Paese

*Allan McDonald è uno dei vignettisti più importanti e famosi d'Honduras. Irriverente e graffiante è uno dei personaggi scomodi che il regime golpista ha tentato di azzittire. Domenica notte è stato prelevato dalla sua casa dai militari. Con lui la figlia di due anni, Abril. E' stato rilasciato grazie alla pressione internazionale. Questo documento lo ha inviato a Peacereporter pochi istanti prima di partire per il Costarica.

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