Era il 10 giugno 1980, a poco più di un mese dalla morte di Tito avvenuta il 4 maggio, quando una decina di persone si presentò alla villa in cui Jovanka viveva, al numero 15 di via Užička, a Belgrado, per prelevare della documentazione dagli uffici del presidente. Di fronte all'opposizione della padrona di casa, le serrature di porte e armadi vennero forzate e asportati tutti gli scritti, compresi quelli di carattere personale, lettere, fotografie e quant'altro. La signora Broz ricorda che quel giorno, quando la servitù fu mandata via e lei si trovò sola con un gruppo di sconosciuti, temette per la propria vita. In realtà, quel momento rappresentò solo l'inizio di una drammatica parabola discendente. Seguita, il 27 luglio, dalla visita di un alto funzionario del partito che, sorseggiando un caffè nel suo salotto, le avrebbe intimato di lasciare la residenza che occupava da decenni nei giorni successivi, per trasferirsi nella villa di Boulevar della Pace, 15, nel quartiere belgradese di Dedinje. La motivazione addotta era che l'edificio di via Užička sarebbe stato trasformato in un museo. Non andò proprio così, tanto che nel 1997 vi si trasferì Miloševiċ con la sua famiglia, e nel 1999 lo stesso edificio fu distrutto dalle bombe Nato.
Dedinje, quartiere chic della capitale serba, costituitosi nella prima metà del Novecento come area residenziale per ricchi commercianti e politici, ospitò nel periodo socialista residenze ufficiali e private degli alti funzionari del regime e, dagli anni Novanta, anche le ville dei nuovi arricchiti, tycoon o profittatori di guerra che fossero. Nel 2006 i media si accorgono che in una di queste ville, quasi diroccata, vive l'anziana vedova: senza quasi mai uscire in tre decenni, privata dei diritti civili, si dice sotto lo stretto controllo di un apparato di sicurezza, che non è ben chiaro a chi faccia capo. Gli anni sono passati, Jovanka è invecchiata, la casa è andata progressivamente in rovina ed è stata anche danneggiata dai bombardamenti che hanno colpito il vicino ex-Marsciallato (che, ironia della sorte, è stato venduto nel 2006 all'amministrazione Usa per la costruzione della nuova ambasciata). La signora Broz è abituata a girare per casa con cappotto e guanti, perché l'edificio non ha riscaldamento, e a convivere con i buchi nel soffitto, parte del quale è già crollato. Nell'ultima intervista rilasciata, Jovanka insiste in maniera ossessiva sulle perdite d'acqua e sugli allagamenti, sul freddo patito e sulle mille richieste di ottenere riparazioni, inoltrate alle autorità e seguite da promesse ogni volta disattese. In una storia che ricorda un romanzo kafkiano, sei commissioni sono passate a inspezionare la casa, hanno constatato i danni, ma nessuno ha mai provveduto alla loro riparazione.
Nel 2006, appunto, entra in scena il ministro Ljajiċ, uomo 'delle patate bollenti' della politica serba e coordinatore del team di cooperazione con il tribunale dell'Aia. Ljajiċ è il primo politico a interessarsi personalmente al 'caso Jovanka' e, nel giro di pochi giorni, le fa ottenere quel tanto agognato riscaldamento, insieme alla carta d'identità e al libretto sanitario. A distanza di tre anni, ora, sembra sia arrivata anche l'ora del passaporto. "Da una parte è una questione di umanità", dichiara Ljajiċ, "perché si tratta di una donna di 85 anni che non ha i mezzi per vivere, ma dall'altra è una questione politica, perché parliamo del rapporto che un Paese ha con la sua storia, della moglie del presidente che ha governato questo Paese per 40 anni". E la Serbia con la sua memoria storica non ha un rapporto facile.
Fino ad alcuni anni fa la vedova di Tito si vedeva solo una volta all'anno sulla tomba del marito, poi più nulla. "Il motivo è che l'auto messa a mia disposizione", spiega Jovanka, "si è rotta e non è più stata sostituita. E se avessi voluto farmi accompagnare da un familiare avrei dovuto denunciare la cosa e ottenere un'autorizzazione". Ma un'autorizzazione da parte di chi? Le speculazioni si susseguono e si rinvigorisce la teoria secondo la quale la signora Broz vivrebbe in una sorta di gabbia non certo dorata sotto il controllo di una rete di sorveglianza. Chi starebbe dietro questa rete di sorveglianza non si capisce, dal momento che il ministero degli Interni dichiara di essersi interessato da poco al suo caso e mancano smentite da parte degli organi ufficiali.
Secondo un articolo di Politika del 15 maggio 2009 la signora verrebbe tenuta da 29 anni agli arresti domiciliari, con l'intento di tenerla isolata dal mondo. Sarebbe assistita da personale di servizio e riceverebbe un vitalizio mensile grazie al quale sarebbe vissuta fino ad ora, ma non è chiaro chi paghi questi servizi né lei dice di esserne al corrente.

Non è chiaro neppure che cosa potrebbe succedere se la signora Broz (la quale, pur amareggiata da un trentennio di delusioni, gode di ottima salute) decidesse di fare una passeggiata al di fuori della villa, fino a quale grado sia limitata la sua libertà, cosa significhino i suoi contatti con la stampa. Si può credere che siano ancora in molti a temere l'eventualità che lei parli o che lasci il Paese, motivo per il quale evidentemente fu privata dei documenti nel lontano 1980. Secondo il suo avvocato personale, tale accanimento è dovuto al fatto che Jovanka sarebbe stata l'unica persona le cui conversazioni con Tito sarebbero sfuggite al controllo dei servizi segreti.
Anche le questioni finanziarie sono controverse e al centro di un acceso dibattito. Jovanka Broz percepisce un vitalizio, ma non una pensione del marito defunto, come sarebbe suo diritto.
Il dibattito torna a farsi kafkiano, concentrandosi sui parametri di calcolo di un'eventuale pensione. Si mette in discussione il fatto che il Maresciallo abbia mai avuto uno stipendio; si sottolinea certo che, in qualità di presidente a vita, non aveva nessuna prospettiva pensionistica. In realtà, secondo quanto emerso dalle ultime dichiarazioni, nel 1980 il Consiglio esecutivo federale avrebbe assegnato alla vedova una pensione correlata allo stipendio percepito dal presidente del Parlamento federale, che tuttavia non le è mai stata corrisposta. Jovanka lamenta anche la privazione di gioielli e di altri effetti personali che non le sarebbe stato permesso di portare con sé nel suo trasferimento e reclama diritti su una lunga lista di oggetti di valore, tra cui regali ricevuti in occasione di visite ufficiali. Da una parte lei viene dipinta come avida e si ricorda il suo antico amore per i lussi, dall'altra sembra che le autorità dell'epoca abbiano risolto il dilemma di come dividere le proprietà personali del presidente da quelle dello stato, facendo confluire le prime in tutto e per tutto nelle seconde. Si parla di un testamento scritto da Tito, che avrebbe assegnato le sue proprietà allo stato e al partito, ma la cui esistenza non è mai stata confermata.
L'ex first lady ritiene colpevoli della sua rovina un gruppo di politici allora molto vicini a Tito (Sergej Krajger, Stane Dolanc, Dragoljub Stavrev e Nikola Ljubičić), ed in effetti sembra che alcuni di loro abbiano avuto una parte attiva nella sua rovinosa caduta. Alcuni media scandalistici sussurrano che la causa di tali attriti risalirebbe al fatto che lei sarebbe venuta a conoscenza di segreti sia di stato che personali, tra cui l'appartenenza passata di un gruppo di alti funzionari alla gioventù hitleriana. Probabilmente, però, non serva una storia così romanzesca per spiegare gli attriti di lunga data tra la Broz e l'establishment comunista dell'epoca. Non è infatti certo la prima volta che la sua figura pubblica viene segnata dagli intrighi.
Giovanissima partigiana durante la seconda guerra mondiale, Jovanka Budisavljević fu ferita due volte e ottenne il titolo di maggiore dell'Esercito popolare jugoslavo. Nel 1945 entrò nel servizio privato del Maresciallo Tito, 32 anni più vecchio di lei, e ne fu l'amante nell'ombra fino a quando, nel 1951 o 1952 a seconda delle versioni, Tito la sposò in una cerimonia privata, alla quale partecipò in qualità di testimone il temibile ministro degli Interni Alexandar Ranković. A quegli anni risalgono le voci che la vorrebbero una spia sovietica, ma trovano una base anche quelle successive che la considererebbero tra i fautori della caduta in disgrazia di Ranković nel 1966.
Dalla metà degli anni Settanta tra i due coniugi iniziavano a insinuarsi gli intrighi della politica. Lei dichiarava di voler proteggere l'anziano maresciallo dai complotti che intorno a lui venivano tessuti, sostenendo addirittura che undici dei suoi segretari personali sarebbero stato degli agenti esterni; di riflesso venne sospettata di volta in volta di essere una spia, di complottare con dei generali serbi, di prepararsi alla successione a Tito. Ma soprattutto di avere un'influenza politica negativa sul Maresciallo. Nel 1988 la Presidenza della federazione jugoslava rese noto di aver discusso il "caso della compagna Jovanka" in 59 sedute di organi politici e statali dal 1974 al 1988; la prima volta sarebbe successo nel 1974 per decisione del marito. Dal 1975 Tito lasciò la residenza di via Užička. Anche se la leggenda vuole che ogni anno, il giorno del suo compleanno, lui le mandasse un mazzo di rose rosse, è certo che i due non si videro più almeno durante gli ultimi tre anni di vita del Maresciallo.
Le ragioni di questa tardiva separazione mai dichiarata dai media, avvenuta quando Tito aveva superato gli ottanta anni, sono rimaste un segreto e molto si è detto. Ma molto si è chiacchierato in genere di tutti gli aspetti della vita di Jovanka Broz, first lady che non riuscì mai davvero a conquistare il suo pubblico, nonostante il sorriso che offriva ai fotografi. Per quanto fosse penetrata nella coscienza degli Jugoslavi l'immagine del presidente come 'padre- costruttore' della Jugoslavia (chiamato affettuosamente nonché ironicamente Stari, il vecchio), Jovanka non fu mai madre della nazione e nemmeno da Tito ebbe figli, per volontà di lui. Molti si sono chiesti cosa ci fosse dietro quella presenza discreta al fianco del presidente e Jovanka è stata dipinta con mille volti: arrampicatrice sociale, vittima delle circostanze politiche, manovratrice politica, donna delusa che avrebbe sacrificato la sua giovinezza al culto del grande capo partigiano... Ancor di più dei sospetti forse giravano sul suo conto le barzellette sulla sua figura e la sua eleganza d'altri tempi: colli di pelliccia, gioielli vistosi e capelli sempre raccolti in una crocchia, oltre a una passione per i barboncini francesi. Nonostante le fosse stata dedicata una linea di prodotti di moda, il suo modello non era proprio quello a cui si ispirava la maggior parte delle donne jugoslave. E la sua corporatura robusta faceva sì che spesso la trentennale differenza di età con il presidente non fosse così evidente. Racconta il fotografo Iva Eteroviċ che Jovanka Broz lo ringraziò perché, nelle fotografie scattate per una biografia sulla coppia, non appariva sovrappeso. "Compagna Broz, chi dice che lei è grassa è un nemico dello Stato!", le avrebbe risposto lui.
di Francesca Rolandi
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