lunedì 31 agosto 2009

Rifugiati, respinti e "festeggiati" da Berlusconi


È stata respinta in Libia l'imbarcazione con 75 rifugiati somali a bordo, tra cui 15 donne e 3 bambini, intercettata oggi a circa 24 miglia a Sud di "Capo Passero", in provincia di Siracusa. L'imbarcazione era stata avvistata e soccorsa il giorno prima a 35 miglia a sud est di Malta, da una motovedetta della marina maltese che però si è limitata a rifocillare i passeggeri e a scortarli fino alle acque territoriali italiane, mentre un aereo italiano sorvolava la zona monitorando quanto accadeva. I passeggeri sono stati tutti respinti, comprese le donne e i bambini, con l'eccezione di un uomo che è stato trasferito all'ospedale di Pozzallo, in provincia di Ragusa, perchè aveva delle costole rotte e altri quattro rifugiati - tra cui una donna e un neonato - sono stati ricoverati ieri a Malta all'ospedale Mater Dei. Una domanda sorge spontanea. Se cinque persone erano in condizioni tali di salute da necessitare un ricovero in ospedale, come stavano gli altri che sono stati deportati in tutta fretta? Da quanti giorni erano in mare? E i due bambini?

Intanto non si hanno ancora notizie del peschereccio con circa 150 persone a bordo che sarebbe partito alcuni giorni fa dalle coste libiche. L'allarme è stato lanciato da un rifugiato somalo detenuto nel centro di Safi a Malta, che venerdì scorso ha ricevuto una telefonata. Le autorità maltesi hanno detto di non avere intercettato fino ad ora sui radar l'imbarcazione. Le condizioni meteo nel Canale di Sicilia sono in peggioramento. Ci auguriamo che stavolta si possa evitare una tragedia simile a quanto già accaduto il 20 agosto con la strage degli eritrei.

Intanto a Malta è stato recuperato un altro cadavere al largo di Bizzerbugia.

domenica 30 agosto 2009

L’Anticristo nel Drive In dell’Italia gaudente e volgare del 2009


Non fu l’unghia bisulce del Diavolo, ma furono le poppe di Tinì Cansino ad annunciare la venuta dell’Anticristo nel Drive In dell’Italia gaudente e volgare degli anni Ottanta. Comunque si concluda questo ciclo lunghissimo della vita italiana, dovremo alla fine registrare il tentativo più massiccio e riuscito di scristianizzazione della società italiana mai avvenuto nella nostra storia.
Ma qui non si sta parlando solo dello stile di vita del premier, delle sue «scostumatezze» e del «gaio libertinaggio» (in realtà triste e compulsivo) a cui si abbandona: ed è significativo che solo gli scandali sessuali abbiano risvegliato sconcerto in una parte della Chiesa, incapace di vedere quello che è dietro l’apparenza vistosa, il commercio di corpi, di intelligenze, di volontà, femminili e maschili, che è parte integrante di un sistema di disvalori che opera e prevale da trent’anni.
Il fondo anticristiano del blocco sociale e culturale che domina l’Italia non può a lungo venire mascherato dall’ossequio untuoso e ipocrita, tipico di un clericalismo ateo, alla religione come fattore di ordine e stabilità, alle battaglie di contenimento e repressione che parte della Chiesa giudica «irrinunciabili» sul terreno della bioetica e dei diritti della persona.
Ma emerge da tempo qualcosa che chiama in causa i fondamenti stessi di una civiltà, che non dipende da decisioni «storiche» della Chiesa in quanto istituzione (quante battaglie «irrinunciabili» della Chiesa dell’Ottocento sono finite giustamente nel dimenticatoio assieme al Sillabo?) ma investe il deposito primario e realmente inalienabile del messaggio cristiano.
Su accoglienza ed emigrazione la maggioranza di governo ha espresso, nella sua cultura quotidiana ancor più che nelle leggi, quanto di più anticristiano fosse possibile e ipotizzabile. Le uscite estive della Lega hanno solo incrudelito qualcosa che era già diffuso e percepibile, ormai quasi consuetudinario in una società postcristiana ossessionata solo dai problemi delle tasse e della sicurezza.
Per la Lega l’identità cristiana è una tradizione locale come la polenta taragna o la corsa nei sacchi, che serve, quando serve, solo a marcare lontananza ed estraneità con quello che è oltre il piccolo orizzonte che presidia. Gli sfugge qualunque elemento che richiami alla misericordia, alla carità e all’amore del prossimo che è ciò che rende riconoscibile e credibile la sostanza stessa del cristianesimo.
È del tutto tipico che si tenti di risolvere il contrasto che sta aprendosi con contropartite di potere e vantaggi in favore del Vaticano, sul piano legislativo e normativo, un do ut desche fa della Chiesa un Mastella enormemente più grande da compensare e rabbonire. Non è detto che questo non possa funzionare nell’immediato: la polemica interna al mondo cattolico testimonia di uno scontro tra clericali e democratici ricorrente e abituale negli ultimi decenni. Dove i cattolici democratici si sono trovati in questi anni a difendere valori universali della democrazia italiana e della forma storica che essa ha assunto nell’esperienza repubblicana: mentre il grosso della sinistra tentava Bicamerali e Grandi Riforme, a uomini come Dossetti, Scoppola, Elia, Scalfaro è stata affidata la difesa della civiltà costituzionale italiana. Non da soli, ma in posizione predominante e con coraggiosa limpidezza.
Ma la partita che si è aperta adesso non riguarda la Chiesa in quanto istituzione, e neppure il solo mondo cattolico nel suo complesso, ma l’intera società italiana e la sua identità più profonda, che esce snaturata e irriconoscibile da trent’anni di dominio culturale e da quindici anni di egemonia politica di questa destra.

Gianpasquale Santomassimo

L'accordo USA-Uzbekistan cambia la geopolitica centroasiatica


Quando giovedì scorso a Taškent il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Generale David Petraeus e il Ministro della Difesa uzbeko hanno firmato un accordo militare tra gli Stati Uniti e l'Uzbekistan, la posizione geopolitica di quest'ultimo è radicalmente mutata.

L'accordo prevede “un programma di contatti militari, compresi futuri scambi nei settori della formazione e dell'addestramento”, secondo la concisa dichiarazione dell'Ambasciata americana. L'Ambasciata ha dribblato i comunicati stampa russi secondo cui gli Stati Uniti mirerebbero a ottenere basi militari in Uzbekistan, affermando che le informazioni su “discussioni a proposito di una base militare non corrispondono alla realtà”. Ma le speculazioni continuano, soprattutto perché si è svolto un significativo colloquio Petraeus e il Presidente uzbeko Islam Karimov su “cruciali questioni regionali”e in particolare sulla situazione in Afghanistan.

Karimov, le cui dichiarazioni sono sempre caute, ha fornito un resoconto positivo dell'incontro: “L'Uzbekistan attribuisce grande importanza all'ulteriore sviluppo delle relazioni con gli Stati Uniti ed è pronto a espandere la costruttiva cooperazione multilaterale e bilaterale basata sul reciproco rispetto e l'equa collaborazione... Le relazioni tra i nostri Paesi sono in ascesa. Il fatto che ci incontriamo nuovamente [per la seconda volta in sei mesi] dimostra che entrambe le parti sono interessate a rafforzare i legami”. (Corsivo aggiunto.)

Secondo il portavoce di Karimov, “Petraeus ha detto a Karimov che l'attuale amministrazione statunitense è interessata alla cooperazione con l'Uzbekistan in diversi settori. Durante la conversazione le due parti hanno scambiato opinioni sul futuro delle relazioni uzbeko-statunitensi e su altre questioni di comune interesse”.

Si è tentati di interpretare questo sviluppo come una risposta rapida di Taškent alla mossa russa di costruire una seconda base militare in Kirghizistan nelle vicinanze della Valle di Ferghana. Ma le mosse della politica estera uzbeke sono sempre ponderate. È del tutto evidente che quando Taškent mira a una cooperazione militare con gli Stati Uniti e con l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) si tratta di ben più di un riflesso istintivo.

A Taškent c'è crescente apprensione per il fatto che nella corsa alla leadership regionale il Kazakistan abbia cominciato a mettere in ombra l'Uzbekistan. Taškent diffida anche del possibile rafforzamento della presenza militare russa in Asia Centrale. Nel frattempo, la politica per l'Asia Centrale dell'amministrazione Barack Obama si è decisamente cristallizzata nell'obiettivo di contrastare l'influenza della Russia nella regione. Anzi, gli Stati Uniti hanno ripetutamente assicurato che non perseguiranno una politica intrusiva per quanto riguarda gli affari interni dell'Uzbekistan.

di M. K. Bhadrakumar - «Asia Times».

Comparso su http://www.megachipdue.info/

Link: http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/456-gli-stati-uniti-accelerano-il-passo-in-asia-centrale.html


venerdì 28 agosto 2009

Meeting di Comunione e liberazione a Rimini


Comincia oggi il meeting di CL a Rimini, tra i punti all'ordine del giorno:
  1. Avanti con il nonno pedofilo, sono le bambine che provocano
  2. No alla candidatura di Bersani, è comunista
Redazionale: di Onoff

giovedì 27 agosto 2009

Il Tg3, RaiTre e il piano d'assalto all'ultima roccaforte indipendente dall'egemonia berlusconiana


GLI attuali direttori di Tg3 e RaiTre, Antonio Di Bella e Paolo Ruffini, sono ritenuti da tutti ottimi professionisti, fra i migliori della Rai. Hanno ottenuto del resto, sia in qualità che in quantità d'ascolti, molti eccellenti risultati. Tranne l'unico che conti nell'Italia di oggi: piacere a Berlusconi. Per questo il sultano ha dato ai vertici di viale Mazzini l'ordine di farli fuori, trovando una scusa. Compito non facile, perché di ragioni davvero non ce ne sono. Ma quando non esistono spiegazioni logiche, di solito basta inventarsi un complotto e un colpevole.

I vertici Rai, che invece non brillano né per doti professionali né per fantasia, hanno infine convenuto d'indicare all'opinione pubblica il colpevole più banale: la sinistra. È ormai come dire che l'assassino è il maggiordomo, ma funziona sempre. Sarebbe il Pd a volere il caos della terza rete per poter lottizzare dopo il congresso, secondo il volere del vincitore. L'ipotesi sembra troppo cretina perfino per gli elevati standard di autolesionismo del centrosinistra. Ma Antonio Di Pietro, per esempio, ci crede e dà una mano ad addossare alla sinistra la colpa dell'epurazione voluta da Berlusconi.

Naturalmente ai tre candidati alla segreteria del Pd, Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino, basterebbero dieci minuti per smontare la vicenda. Il tempo di prendersi un caffè insieme e annunciare il via libera alle nomine di RaiTre. Ma evidentemente i tre non sono in grado di prendere insieme neppure un caffè, oppure non capiscono la portata della minaccia.

Nel mirino di Berlusconi non ci sono tanto questa o quella poltrona Rai, le ha già quasi tutte. Se così fosse, non varrebbe neppure la pena di parlarne. Ma al premier interessa piuttosto eliminare un gruppo di programmi amati e, per lui, pericolosi. Si tratta anzitutto di "Che tempo che fa" di Fabio Fazio e di "Report" di Milena Gabanelli, fiori all'occhiello della rete, quindi dei salotti di Serena Dandini e di Daria Bignardi, "Parla con me" e "L'era glaciale".

Un bouquet di trasmissioni che ha molti meriti o demeriti, dipende dai punti di vista. Riescono a coniugare qualità e popolarità, danno un senso al concetto di servizio pubblico e tengono attaccato alla Rai un pezzo d'Italia moderna e intelligente, assai ambita dai pubblicitari, la quale altrimenti sarebbe già del tutto emigrata sul satellite. L'obiettivo del premier e padrone di Mediaset è di cancellarli. Stavolta con calma, senza editti, lavorando di cesello sul palinsesto e tagliando i fondi.

Il direttore Ruffini, degno erede di Angelo Guglielmi, non accetterebbe mai di sottoscrivere una simile sterilizzazione della rete. Occorre dunque uno spaventapasseri di sinistra disposto alla bisogna, in cambio della poltrona. Se ne trovano a mazzi, basta fare un fischio e si forma la coda davanti a Palazzo Grazioli. I nuovi direttori di Tg3 e RaiTre faranno tanti complimenti a Fazio e Gabanelli, Littizzetto e Dandini, ma diranno che è venuto il tempo di cambiare, innovare. In peggio, aggiungiamo pure.

Può stupire che Berlusconi, con tutto il potere di cui dispone, si concentri su questa battaglia. Ma il risultato alle elezioni europee di giugno l'ha ormai convinto che anche le riserve indiane debbano essere bonificate e gli ultimi professionisti della comunicazione vadano sostituiti con burattini pubblicitari manovrati da Palazzo Chigi.

Il piano d'assalto all'ultima roccaforte indipendente dall'egemonia berlusconiana è astuto e probabilmente andrà in porto. A meno che Franceschini, Bersani e Marino non trovino quei dieci minuti per disinnescarlo. Ma sono troppo impegnati a discutere sulla forma del partito e il suo radicamento nel territorio. L'ipotesi che l'attuale RaiTre sia ormai il principale radicamento nel territorio della cultura progressista in Italia sopraggiungerà soltanto fra qualche anno, come si dice in questi casi: a babbo morto.

di CURZIO MALTESE

Non so perchè, ma non ero mai stato nel posto dove è stato ammazzato Pasolini...




« La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile. »
Alberto Moravia

mercoledì 26 agosto 2009

Un viaggio dalla morte all'Italia, il Paese della crudeltà ideologica che oggi ci governa e si fa legge



Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell'ospedale "Cervello". Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d'agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all'altro.

È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d'istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po' di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d'acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l'unica donna sopravvissuta - con altri quattro giovani uomini - sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore.

Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d'immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna - una vergogna della democrazia - darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l'asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell'Italia che cercavano, e incominciare a vivere.

Un'Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un'amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con "L'Aurora". In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell'Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l'undicesimo anno, e scatta l'arruolamento obbligatorio nell'esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?

Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d'acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l'Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.

Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov'è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d'acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l'indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.

Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l'acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c'è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c'è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l'ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c'è l'Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient'altro.

"Adei", madre, sto andando, pensa senza dormire. "Amlak", dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c'è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d'uomini, ma non c'è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l'elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l'acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.

La notte fa più paura. Non c'è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.

All'inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l'ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: "Giù, giù, vai in mare, vai". Ma il settimo giorno i problemi cambiano.

Muore Haddish, che ha vent'anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr'ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. "Mai", acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete "mai" nella testa, c'è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. "E' arrivato - dice all'alba Ghenè - noi siamo in viaggio e lui è arrivato". I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.

Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: "Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera". Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. "Meut", la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie "semai", il cielo, verrà dal mare, "bahari". Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.

Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l'acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l'ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l'idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.

Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c'è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l'unica protezione dal freddo, l'unico cuscino, la coperta, l'unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l'ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c'è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po' nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.

L'acqua è un'ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t'importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l'incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d'uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.

Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all'amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all'Italia, non sa dov'è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev'essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l'energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott'acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l'Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, "Adei, Amlak, semai, bahari, meut". Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.

Si accorge dalle urla, all'improvviso, che c'è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.

Dentro c'è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l'acqua l'anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E' un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.

Un giorno e una notte. Poi l'ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c'è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov'è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu.

Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d'acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l'altro naufrago ricoverato al "Cervello", Hadengai, in camera non c'è, l'hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l'altra mano, dove c'è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all'Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l'ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare.
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po' di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell'Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po' più in là.

I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un'idea di che cosa sia davvero l'Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l'ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c'è scritto "la vita è un bene prezioso".

di EZIO MAURO

La Cina avvelenata dal piombo


Una dopo l'altra, le autorità cinesi hanno chiuso alcune delle più grandi fonderie del paese per «controlli di sicurezza». Tre grandi fonderie di piombo della provincia dello Henan, almeno due (di manganese, piombo e zinco) nello Shaanxi, chiuse nel giro di una settimana. Quelle sole 5 fonderie fanno, insieme, circa il 6% della produzione annuale cinese di piombo, a quanto riferisce l'agenzia reuter.
In almeno un caso, oltre a chiudere lo stabilimento le autorità hanno ordinato l'arresto di due dirigenti: si tratta della fonderia di metalli di Wenping, in Hunan, dove - riferisce l'agenzia ufficiale Xinhua - nelle ultime settimane molti bambini residenti nelle vicinanze sono stati ricoverati in ospedale con febbri e gravi sintomi di avvelenamento. Nel raggio di 500 metri da quell'impianto ci sono in giardino d'infanzia, una scuola elementare e una media. Finché un'indagine a tappeto ha rivelato che 1.354 bambini hanno nel sangue dosi di piombo fino a 10 volte più alte della soglia considerata tollerabile. I due dirigenti della fonderia ora sono imputati di aver «causato grave inquinamento ambientale» (il manifesto ne ha riferito giorni fa).
In tutti i casi, la decisione di chiudere gli impianti e avviare controlli è arrivata dopo le proteste degli abitanti, spesso i genitori di bambini avvelenati. La settimana scorsa in particolare è stato il caso di una grande fonderia di zinco e piombo nella città di Changqing, nello Shaanxi: centinaia di abitanti dei due villaggi adiacenti la fabbrica sono andati a prendere d'assalto l'impianto della Dongling Lead and Zinc Smelting. Hanno abbattuto le recinzioni e bloccato il traffico intorno alla fonderia, protestavano per l'avvelenamento subìto dai loro figli. Anche in quei due villaggi l'80 percento dei bambini risulta avere nel sangue dosi massicce di piombo. Qualche giorno più tardi una delle autorità minicipali ha fatto le sue scuse alla popolazione e ordinato la chiusura della fonderia. La reuter riferisce il commento scettico di un abitante di Fengxian, uno dei due villaggi che vivono all'ambra di quella fabbrica: «Questi problemi in realtà sono molto comuni. Solo il caso della fonderia Dongling ha avito qualche attenzione. ma l'inquinamento è dappertutto».
I bambini sono particolarmente esposti all'avvelenamento da piombo perché i loro organismi sono nella fase dello sviluppo: nel caso di bambini e donne incinte (e dunque feti) i danni prodotti sono di solito irreversibili. Si tratta di danni al sistema nervoso e all'apparato riproduttivo. I sintomi includono eccessiva letargia, dolori addominali, mal di testa; in caso di contaminazione acuta si manifestano problemi gastrointestinali acuti, poco appetito, perdita di peso, e poi problemi cognitivi (come perdita di memorie), anemia, e problemi riproduttivi.
Dunque quando i bambini hanno cominciato ad ammalarsi in massa la popolazione ha cominciato a protestare. E però l'inquinamento industriale è un problema non nuovo, e molto diffuso. in particolare, l'inquinamento da piombo perseguita le zone più povere della cina: perché la produzione è in aumento, nel 2008 è cresciuta del 20% (ammontava a 3,26 milioni di tonnellate), e serve a rifornire l'industria delle batterie - che la cina esporta in tutto il mondo. E negli ultimi anni, via via che casi di inquinamento sono emersi in alcune delle zone più prospere - famoso il caso dell'avvelenamento del fiume delle Perle nel 2005 - molte fonderie sono state trasferite. andando però ad avvelenare zone più remote, e senza maggiori precauzioni.

di Marina Forti

lunedì 24 agosto 2009

Milano, due docenti scrivono a Napolitano: "Non ci pagano"


Il corso di progettazione architettonica, ha successo, l'università lo riconferma, ma ai docenti a contratto che da due anni lo coordinano viene chiesto di far lezione gratis. Accade al Politecnico di Milano, facoltà di Architettura civile, e a denunciare il caso sono i due professori-architetti invitati a insegnare "per la gloria". Lo fanno in una lettera indirizzata al capo dello Stato e al ministro dell'Istruzione perché - spiegano - il loro caso "rileva sintomi e difetti che in maniera più trasversale stanno interessando tutti gli atenei italiani".

"Il nostro corso - scrivono gli architetti Emilio Caravatti e Camillo Magni - si colloca al terzo anno della laurea magistrale tra i corsi opzionali. Nei due anni in cui si è svolto è stato oggetto di un certo interesse tra gli studenti tanto da diventare fin dal primo anno uno dei corsi più frequentati del Politecnico (circa 140 studenti)". Perciò il corso è stato confermato anche per l'anno 2009-2010. Tuttavia i criteri di retribuzione approvati dalla giunta di facoltà a giugno - spiegano Caravatti e Magni - prevedono che "gli insegnamenti opzionali attribuiti mediante contratto di diritto privato a docenti non strutturati saranno conferiti a titolo gratuito, salvo discrezionalità del preside".

Facendo notare che "paradossalmente tutto ciò avviene nel momento in cui il Politecnico di Milano riceve encomio di ateneo virtuoso", i due professori, pur ritenendo condivisibile la razionalizzazione dei costi avviata, rimarcano che "se non si inseriranno immediatamente strumenti operativi per gestire questa razionalizzazione", i tagli "riguarderanno principalmente quegli aspetti addizionali direttamente gestiti da presidenze e dipartimenti e difficilmente si assisterà a una profonda ristrutturazione del funzionamento delle Università capace di accorpare corsi di laurea, eliminare poli e sedi esterne che attualmente sono il vero buco finanziario di molte Università italiane".

Il vincolo mafia, politica e imprenditoria che tiene sotto ricatto l’emancipazione democratica dell’Italia


Se la lotta alla mafia non fosse una questione “terribilmente seria”, come diceva Giovanni Falcone, e se non avessero perso la vita “i nostri figli” come ricorda senza sosta Giovanna Maggiani Chelli nei suoi accorati comunicati in cerca di giustizia, si potrebbe perfino cedere alla tentazione di farsi una bella risata.
Silvio Berlusconi, il nostro presidente del Consiglio, ahinoi, tra le tanti ragioni per cui probabilmente passerà comunque alla storia ha scelto proprio l’unica che poteva risparmiarsi: sconfiggere la mafia. E ammesso che non sia del tutto uscito di senno, c’è da scommettere che in questo suo freudiano outing si nasconda più di un motivo.
Il primo è molto semplice: riportare la consapevolezza del fenomeno mafioso all’anno zero, facendo credere agli italiani ipnotizzati dai suoi effetti speciali che la mafia sia una questione di guardie e ladri, di criminalità spicciola che si risolve solo con l’esercito e le carceri. Ci aveva già provato Mussolini e forse qualche fascista nostalgico è rimasto convinto che il duce abbia sconfitto la mafia, salvo poi richiamare in fretta e furia Cesare Mori, il prefetto di ferro, quando era andato a ficcare il naso nel cuore del potere di Cosa Nostra: la politica e gli affari.
Ecco qui il problema: Cosa Nostra, la mafia, ma anche le altre nostrane produzioni, ‘ndrangheta e Camorra, vivono da secoli per i loro legami a doppio filo con la politica, con l’imprenditoria e con alcuni pezzi delle istituzioni deviate e/o corrotte.
“Il nodo è politico”, ripeteva sempre il povero Borsellino già sbiadito a un mese esatto dall’anniversario della strage di via d’Amelio. “Ibridi connubi tra criminalità organizzata, centri di potere occulto e settori devianti dello stato hanno la responsabilità di aver tentato persino di condizionare il libero svolgimento della democrazia e di aver ispirato crimini efferati”, diceva Giovanni Falcone, il grande amico di tutti, ricordato per ciò che fa comodo tranne per le sue accuse specifiche e taglienti.
Il secondo possibile motivo, dicevamo, ci sarebbe probabilmente sfuggito se non fosse arrivato, sempre via stampa, un corposo indizio. Marcello Dell’Utri, braccio destro e sinistro di Berlusconi, già condannato a nove anni e mezzo di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, ha dichiarato di voler proporre, non appena ricominceranno le attività parlamentari, una commissione d’inchiesta sulle stragi del ’92. Insomma – ha spiegato al Riformista - si parla di trattativa tra stato e mafia ed è il caso di vederci chiaro.
E siamo d’accordo! E’ ora di sapere chi assieme a Cosa Nostra ha assassinato Falcone, Borsellino, la dottoressa Morvillo e gli agenti delle loro scorte.
Considerato però che tra i primi ad essere indagati come possibili mandanti esterni della strategia stragista sono stati proprio loro: Berlusconi e Dell’Utri, alfa e beta, le dichiarazioni di oggi 19 agosto 2009 suonano quanto meno inquietanti. E se il premier è noto per le sparate, il suo “mediatore con Cosa Nostra” è da prendere più sul serio. Un po’ come Riina e Provenzano, uno megalomane e l’altro stratega.
Di colpo si svegliano e vogliono combattere la mafia, proprio adesso che stanno emergendo dichiarazioni e documenti che quella trattativa potrebbero dimostrarla, proprio adesso che si potrebbero scoprire le vere finalità di quel progetto di morte che ha cambiato i connotati politici e non solo alla nostra Repubblica.
Chissà quante escort, canzonette, telenovelas, ballerine, eredità, divorzi, sexy e spy story bisognerà inventarsi per coprire quello che è il vero enorme scandalo italiano: il vincolo mafia, politica e imprenditoria che tiene sotto ricatto l’emancipazione democratica dell’Italia.


A seguito alcuni stralci delle motivazioni della sentenza che condanna Marcello Dell’Utri a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa e l’archiviazione di Berlusconi e Dell’ Utri come mandanti esterni delle stragi.

Nella sentenza palermitana di primo grado (11dicembre 2004), che condanna Marcello Dell’Utri alla pena di anni nove di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, si legge letteralmente:

“Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata hanno consentito di fare luce:
sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti di “cosa nostra”, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate, Teresi, oltre a Mangano e Cinà), sul ruolo ricoperto dallo stesso nell’attività di costante mediazione, con il coordinamento di Cinà Gaetano, tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo FININVEST;
sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona, adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o “soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli “uomini d’onore” più importanti di “cosa nostra” a Palermo;
sugli ulteriori rapporti dell’imputato con “cosa nostra”, favoriti, in alcuni casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha continuato l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia, incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche grazie a Cinà, che “cosa nostra” percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo FININVEST (come nella vicenda relativa agli attentati ai magazzini della Standa di Catania e dintorni), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso (come nella “vicenda Garraffa”) e promettendo appoggio in campo politico e giudiziario.
Queste condotte sono rimaste pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia; la pluralità dell’attività posta in essere, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di “cosa nostra” alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Marcello Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato sensu, politici”.

In merito all’opera di intermediazione svolta da Marcello Dell’Utri tra gli interessi di Cosa Nostra e quelli imprenditoriali di Silvio Berlusconi, i giudici sottolineano ancora che l’imputato “ha non solo oggettivamente consentito a “cosa nostra” di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui”

“Conclusivamente, ad avviso del Collegio, Marcello DellUtri ha consapevolmente assunto, in relazione alle vicende specificamente analizzate in questo capitolo (quello del pizzo per le antenne ndr.), lo stesso ruolo del coimputato Cinà; è stato, come quest’ultimo, un anello, il più importante, di una catena che ha consolidato e rafforzato “cosa nostra”, consentendole di “agganciare” una delle più importanti realtà imprenditoriali italiane e di percepire dal rapporto estorsivo, posto in essere grazie alla intermediazione del Dell’Utri e del Cinà, un lauto guadagno economico.
L’ulteriore e decisivo tramite, al fianco dell’amico palermitano portatore diretto di interessi mafiosi.
Così operando, Marcello Dell’Utri (come Cinà), ha favorito “cosa nostra” reiterando le condotte, tenute in precedenza, anch’esse significative ai fini della responsabilità penale in ordine ai reati contestati in rubrica, la cui sussistenza viene rafforzata da quanto analizzato in questo capitolo.
Una condotta ripetitiva, quella di tramite tra gli interessi della mafia e quelli di Berlusconi, ancora una volta posta in essere da Dell’Utri anche in tempi successivi…”

Nel capitolo finale, dedicato alle considerazioni conclusive, i giudici condannano il coimputato Gaetano Cinà alla pena di anni sette di reclusione con l’accusa di associazione mafiosa e ad una pena più severa (nove anni) Marcello Dell’Utri. “Dovendosi negativamente apprezzare – scrivono - la circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla “vendetta” di “cosa nostra”) e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”.
Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato altrove tutta la sua attività professionale.
Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento ed in relazione ai singoli episodi esaminati nei precedenti capitoli.
Inoltre, il Collegio ritiene assai grave la condotta tenuta dall’imputato nel corso del processo, avuto riguardo al tentativo di inquinamento delle prove a suo carico, così come risulta dimostrato dalla disamina della vicenda “Cirfeta-Chiofalo”, come pure la circostanza che egli, contando sulla sua amicizia con Vittorio Mangano, gli abbia chiesto favori in relazione alla sua attività imprenditoriale, come emerge dall’analisi della vicenda “Garraffa”.
Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello.”

Motivazione sentenza di archiviazione mandanti esterni (3/05/2002)

Sebbene non sia stato possibile provare il nesso tra le stragi e i due onorevoli indagati, il gip scrive “gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli indagati. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori”. Rileva inoltre che “tali accertati rapporti di società facenti capo al gruppo Fininvest con personaggi in varia posizione collegati all’organizzazione Cosa Nostra, costituiscono dati oggettivi che - in uno agli altri elementi relativi ai contatti e alle frequentazioni di Dell’Utri con esponenti della stessa cosca - rendono quanto meno non del tutto implausibili né peregrine le ricostruzioni offerte dai vari collaboratori di giustizia, esaminate nel presente procedimento in base alle dichiarazioni dei quali si è ricavato che gli odierni indagati erano considerati facilmente contattabili dal gruppo criminale; vi è insomma da ritenere che tali rapporti di affari con soggetti legati all’organizzazione abbiamo quantomeno legittimato agli occhi degli “uomini d’onore” l’idea che Berlusconi e Dell’Utri potessero divenire interlocutori privilegiati di Cosa Nostra”.

domenica 23 agosto 2009

Pizzica, notti in spiaggia e prezzi bassi così il Salento ha fatto il pieno



MELPIGNANO (LECCE) - Il segreto viene svelato da Angeloe Antonia, arrivati con due amici da Milano su un furgone - camper che ha più dei loro anni. Sono lì, sull' immenso prato che sta davanti all' ex convento degli Agostiniani, dove sabato, 22 agosto, ci sarà la "Notte della Taranta". «Il Salento - raccontano i due ragazzi - è libero. Se cerchi i posti giusti, puoi fare quello che vuoi. Non ci sono orari, trovi una pizza alle 10 del mattino o alle 2 della notte. Chiedi al contadino se puoi raccogliere qualche fico e lui ti consiglia la pianta più buona.E poi sei sempre in compagnia. L' altra notte, vicino a Otranto, abbiamo visto un fuoco in spiaggia. C' erano ragazze e ragazzi che cantavano e ballavano. Erano di Maglie: ci hanno accolti come se fossimo a scuola assieme». Sono i figli (e i nipoti) di quelli che cantavano "Non è Francesca", i giovani che da qualche anno fanno la fortuna del Salento. I loro padri, o nonni, accendevano fuochi sulle spiagge della Romagna e del Veneto per scaldarsi dopo il bagno di mezzanotte e aspettare l' alba con le chitarre e le canzoni di Lucio Battisti. Poi le spiagge del Nord sono state blindate al calar della sera e solo qualcuna, adesso, viene riaperta: esclusivamente per pub e discoteche sulla sabbia alla ricerca dei quattrini perduti nelle disco con ingresso a 40 euro. Antonia e Angelo l' anno scorso erano alla Notte della Taranta, 130.000 persone (secondo la questura), con bambini piccolissimi armati di tamburello davanti al palco, una marea di giovani e settantenni impegnati a ballare la pizzica. «Oggi vogliamo vedere il paese». Altri segreti del successo (quest' anno spiagge piene e code sulle strade, l' anno scorso 9,6 per cento di presenze in più, rispetto al 2007 che pure aveva guadagnato il 12,7 per cento) vengono svelati. Piazza San Giorgio è bellissima, dopo il restauro dei portici del ' 500. Strade pulite (qui si fa il 70 per cento di raccolta differenziata), case a corte che mostrano giardini. Un caffè al bar della piazza costa 65 centesimi, e appena fuori con 160 centesimi, oltre al caffè, ti servono al tavolo due "pasticciotti" con crema e mandorle. «Con un euro abbiamo comprato un chilo e mezzo di pomodori e il contadino, lungo la strada per Calimera, ci ha regalato pure due cipolle. C' è ancora un Salento dove davvero spendi pochissimo». Il sindaco di Melpignano, Sergio Blasi, era assessore alla cultura quando nel 1998 mise in piedi la prima Notte della Taranta. «Allora tanti confondevano il Salento con il Cilento e le previsioni meteo in tv parlavano delle Pugliee basta. Noi avevamo una storia, una cultura e questa musica di tradizione che era lì da duecento, trecento anni. Ma tutto questo, in un mondo dove contava solo quel progresso economico che qui non arrivava, veniva vissuto come retaggio di un cattivo passato. Salvatore Quasimodo scrisse che questa nostra terra era "spaccata dal sole e dalla solitudine". La Notte prende il nostro passato e lo mette davanti a tutti, con orgoglio. Lo fa dialogare con le altre culture di questo Mediterraneo che mette in contatto tre continenti. E non lo mette in vendita. Il rischio c' era, di banalizzare la nostra cultura, di immolare tutto al dio denaro. Di pensare la pizzica, le nenie, i canti funebri e quelli d' amore solo come materiale da cd. Penso di poter dire: l' impresa è riuscita. Abbiamo preso la marginalità e l' abbiamo fatta diventare un valore, non una moneta». Meglio seguire le tracce delle altre Melpignano sparse in un Salento ancora quasi sconosciuto. I luoghi già famosi da decenni ricordano infatti storie già viste. Gallipoli by night, ad esempio, sembra una Rimini degli anni ruggenti. Sul corso infinito che porta verso il ponte che collega la città nuova all' isola, mezz' ora dopo la mezzanotte, comincia il concerto dei clacson. Davanti a quattro bar, il Bellini, l' Havana e Co., il Rosso e Nero e il Chia Lù, si concentra infatti una strana movida che non si muove e piano piano dal largo marciapiede deborda in strada. Protestano quelli su quattro ruote, ma solo perché non riescono a raggiungere la movida del centro storico. Avanti e indietro, a guardare e farsi guardare, fra saldi di griffe, musica sparata, profumo di panzerotti fritti. In centro, gran vendita di «spugne naturali», stelle marine giganti e secche, sacchetti di cellophane pieni di conchiglie. Curiosa - anche se non esclusiva di questa città di mare - la forte presenza di ragazze in tubino nero, che sembrano tutte uguali, con quel filo di trucco leggero. La vista dall' alto compensa comunque la lieve salita. Le luci della costa, i riflessi della luna, sembrano espandersi all' infinito. Non tutti hanno aspettato con pazienza il rilancio di questa terra fino a dieci anni fa poco conosciuta. A Porto Cesareo case e palazzi sono stati costruiti fin sulle dune e la riva del mare. Il 19 luglio 2002, per attirare l' attenzione, qui hanno dedicato una statua a Manuela Arcuri, in quanto «simbolo di bellezza e di prosperità». Statua che non è piaciuta a tutti: qualcuno, salito sul piedistallo, le ha spaccato il naso e la bocca. «Per fortuna - spiegano Massimo Ostiglio, consulente della Regione per il turismo e Stefania Mandurino, presidente della azienda turismo di Lecce - gli altri sindaci si sono impegnati su fronti diversi. Il segreto del Salento è chiuso dentro ai 98 Comuni della Provincia. Visto il successo di Melpignano, tutti gli altri si sono dati da fare e così chi viene in vacanza sulle coste dell' Adriatico e dello Jonio si sente lusingato da cento proposte. Centri storici ripuliti e chiusi al traffico, manifestazioni, sagre, fiere, processioni e luminarie. La stessa sera puoi andare alla sagra del polpo o a quella dell' olio e del vino o andare a Otranto per l' opera popolare "Ottocento". Puoi entrare nelle masserie e farti insegnare a preparare la pasta, puoi seguire i corsi di pizzica, essere guidato ai Paduli, il cuore del Salento, con 15 mila ettari di ulivi... Un tempo pensavamo che il mare bello sarebbe bastato, poi abbiamo capito che avevamo altre bellezze troppo nascoste, e le abbiamo mostrate a tutti. I numeri dicono che la scelta è stata giusta: 8 milioni di turisti nel 2000, 13 milioni adesso, senza contare chi va nelle case affittate in nero, dagli amici...». «I salentini sono rimasti fuori da ogni grande investimento industriale - dice Franco Chiarello, docente di sociologia economia all' ateneo di Bari - e hanno capito che per uscire da questa marginalità l' unica risorsa era il territorio. Hanno offerto cose belle e anche un loro modo di vivere. L' orologio non è indispensabile, in questa terra. Ci vediamo domani mattina, ci troviamo nel pomeriggio... senza precisare. Si fa tardi la sera. Si passano le notti al mare, con i fuochi, soprattutto sulla costa jonica. Forse è proprio per questo che i giovani del Nord, quando arrivano qui, sentono di respirare un' aria di libertà».

di Jenner Meletti

Omissione di soccorso, la pena di morte per i migranti nel canale di Sicilia


Secondo l’agenzia ANSA il gommone con cinque eritrei a bordo, soccorso la mattina del 20 agosto al largo di Lampedusa da una motovedetta della Guardia di Finanza, sarebbe stato “segnalato solo all’alba di oggi (20 n.d.r.) dalle autorità maltesi a quelle italiane impegnate nella missione Frontex, il pattugliamento congiunto del Mediterraneo”. Sempre secondo la stessa fonte “l’allarme è stato raccolto dalla centrale operativa di Messina del Gam, il Gruppo aeronavale della Guardia di Finanza, che ha subito allertato le motovedette di stanza a Lampedusa. L’imbarcazione è stata segnalata da Malta quando si trovava a circa 19 miglia dall’isola, al confine con le acque di competenza italiana per quanto riguarda le operazioni Sar (ricerca e soccorso in mare ndr). Le motovedette hanno poi intercettato il gommone a circa 12 miglia a Sud di Lampedusa, al limite delle acque territoriali”. Conclude l’ANSA che “le autorità della Valletta non hanno invece specificato da quanto tempo il gommone, alla deriva da diversi giorni per mancanza di carburante, venisse «monitorato». Secondo un’altra agenzia Ansa del 20 agosto “le autorità maltesi hanno recuperato poco fa quattro cadaveri di migranti in mare. Verosimilmente si potrebbe trattare di persone che si trovavano sul gommone dei cinque eritrei soccorsi oggi dalla Guardia di finanza e arrivati a Lampedusa”. “Verosimilmente”, per l’ANSA, ma non per Maroni. Il ministro dell’Interni italiano sembra ritenere che su un gommone proveniente dalla Libia, che può contenere decine di persone, come confermato da anni di traversate e di sbarchi, vengano fatte imbarcare appena cinque migranti, oppure che il racconto di un operatore umanitario che ha visto gli stessi migranti in condizione scheletriche sia meno fondato di un rapporto di polizia che li descrive in buone condizione fisiche, tanto da fare ritenere poco credibile una traversata durata settimane. Quanto siano attendibili i rapporti di polizia sulle condizioni di salute dei migranti lo abbiamo visto tutti lo scorso marzo dopo la vicenda - troppo presto dimenticata - del mercantile turco Pinar, lasciato derivare per giorni al limite della acque territoriali italiane a sud di Lampedusa, malgrado da bordo si lamentassero (oltre alla presenza del cadavere di una giovane donna raccolto in un sacco) le condizioni disastrose dei naufraghi che erano stati salvati da morte certa. In quella occasione solo l’arrivo a bordo di tre giornalisti smentì i bollettini finti dei medici chiamati dalla polizia e costrinse il governo a fare intervenire un elicottero di soccorso e a concedere l’attracco della nave in un porto italiano.
In molti altri casi, purtroppo, le tragedie avvengono senza testimoni, senza giornalisti scomodi, e senza neppure riconoscere la buona fede dei superstiti, al punto che si arriva a mettere in discussione persino quanto dichiarato dalle organizzazioni umanitarie che operano, in regime di convenzione con lo stesso ministero dell’interno, negli interventi di prima accoglienza. Almeno il precedente ministro degli interni del centro-destra riconosceva che per ogni imbarcazione che arrivava in Italia un’altra si perdeva trascinando in fondo al mare i migranti in fuga dalla Libia. Per Maroni invece conta soltanto il successo della sua politica di respingimento collettivo verso la Libia, e le testimonianze che potrebbero infangare questa immagine da “risultato storico”, vanno rimosse, destituite di fondamento, al punto che si ritiene necessario incaricare un Prefetto, non per controllare se le istituzioni dello stato si siano comportate nel rispetto delle leggi interne e delle Convenzioni internazionali, ma per demolire una verità che appare troppo scomoda. Una verità che comunque verrà fuori, quale che sia l’impegno del ministero dell’interno italiano. E in tanti si impegneranno nei prossimi giorni perché la verità non venga piegata alle esigenze di immagine del governo.

2. In attesa che le testimonianze incrociate, e soprattutto le denunce dei parenti delle vittime, molti eritrei profughi in Europa che attendevano l’arrivo dei loro cari, confermino la reale dimensione di questa ennesima “tragedia annunciata”, proviamo a cercare alcune spiegazioni di quanto avvenuto, sulla base dei nuovi ordini impartiti alle unità militari italiane dal ministero dell’interno dopo l’entrata in vigore, il 15 maggio scorso, degli accordi italo-libici, per i quali il Presidente Berlusconi si accinge a volare a Tripoli, il prossimo 30 agosto, in occasione del primo anniversario del “Trattato di amicizia”, in modo da festeggiare con Gheddafi i risultati della rinnovata collaborazione tra i due paesi.
Avevamo scritto nelle scorse settimane come il ministero dell’interno avesse modificato, a partire dal 15 maggio scorso, le regole di ingaggio delle imbarcazioni militari italiane impegnate nelle acque del Canale di Sicilia e delle conseguenze che le nuove regole sui respingimenti e sulla riconsegna dei naufraghi alle autorità libiche, neppure formalmente riconducibili al Decreto ministeriale 14 luglio 2003, normativa che prevedeva limitate ipotesi di “riconduzione delle imbarcazioni verso i porti di partenza”. Avevano detto delle conseguenze che queste nuove regole di ingaggio avrebbero potuto avere sulla vita dei migranti in fuga dalla Libia, oltre che sulle attività dei pescherecci italiani impegnati in battute di pesca nelle acque internazionali del Canale di Sicilia, che adesso i libici rivendicano come area di loro esclusiva sovranità, fino al limite delle 73 miglia a nord delle proprie coste, dunque fino a circa 50 miglia a sud di Lampedusa. Al punto che sono già scattati sequestri di pescherecci di Mazara del Vallo sorpresi a pescare in acque che lo scorso anno erano presidiate dalla marina militare italiana. E minacce gravissime di sequestro, e lunga reclusione, sono state comunicate dal governo libico per quanti ci proveranno ancora.

Da anni denunciamo come le inchieste ed i processi a carico di autori di interventi di salvataggio, dal caso della nave umanitaria Cap Anamur del 2004 alla vicenda dei pescatori tunisini alla sbarra nel 2007, avessero drasticamente ridotto gli interventi di salvataggio da parte di unità mercantili, che nella maggior parte dei casi di avvistamento si limitavano a smistare l’allarme alla guardia costiera, senza intervenire immediatamente come le convenzioni a salvaguardia della vita umana a mare avrebbero imposto. Ad Agrigento è ancora recente la condanna nel processo di primo grado di un comandante di un peschereccio che aveva gettato a mare e fatto annegare un migrante che invocava di restare a bordo di quella imbarcazione che avrebbe potuto, anzi dovuto, condurre verso la salvezza, verso un “porto sicuro”, come imposto dalle Convenzioni internazionali sul diritto del mare. In questi ultimi anni, malgrado episodi lodevoli di pescatori che si erano sostituiti persino ai mezzi militari in interventi di salvataggio in condizioni particolarmente avverse, continuavano ad aumentare le testimonianze di migranti che lamentavano il mancato soccorso da parte di unità mercantili che non avevano voluto rallentare il loro percorso.

3. Adesso però siamo di fronte ad un importante punto di svolta. Gli accordi bilaterali tra Italia, Malta e Libia, da una parte, e tra Malta e Libia, dall’altra, entrati in piena operatività nella primavera di questo anno, hanno avuto due conseguenze evidenti facilmente desumibili dalle sempre più rare cronache giornalistiche, conseguenze che non sarà facile smentire, neppure per il ministro Maroni, che vede depistaggi e speculazioni in verità che sono tanto scomode quanto inoppugnabili.

Per effetto degli accordi bilaterali tra Italia e Malta si è riconosciuto a Malta il coordinamento della zona SAR (Ricerca e soccorso) più vasta del Mediterraneo centrale, con la conseguenza che in questa stessa zona le unità militari italiane operano solo sotto coordinamento delle autorità maltesi, limitandosi di fatto a presidiare la fascia delle 20-30 miglia a sud di Lampedusa, “zona contigua” alle acque territoriali italiane, di specifica competenza della Guardia di Finanza.

A seguito degli accordi italo-libici (Il Protocollo operativo del dicembre 2007 e il Trattato di amicizia italo libico dell’agosto 2008), e soprattutto a seguito delle “intese operative” segrete intercorse tra questi due paesi dopo i viaggi di Ministri e funzionari di polizia tra Roma e Tripoli (e viceversa) nei primi mesi del 2009, ma anche dopo la “storica” visita di Gheddafi a Roma nel giugno scorso, le unità militari italiane, intendiamo della Marina militare, coinvolte nelle attività di “pattugliamento congiunto” con le motovedette italo-libiche (donate a Gheddafi dal governo italiano, battenti dunque bandiera libica, ma sulle quali dovrebbe trovarsi anche personale militare italiano), operano interventi di “respingimento collettivo” con la riconsegna alle autorità libiche di quanti vengono intercettati in acque internazionali, più spesso al limite delle acque territoriali di quel paese, considerata la ridotta autonomia operativa dei mezzi donati alla guardia costiera libica. Il coordinamento degli interventi di pattugliamento congiunto è affidato ad una unità di coordinamento libica, d’intesa con le autorità italiane (come risulta dal Protocollo operativo Italia-Libia del dicembre 2007), mentre rimane sempre più evanescente il posizionamento e le reali funzioni delle unità aereonavali di FRONTEX, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, da tempo impegnata nel Canale di Sicilia con operazione tanto dispendiose quanto prive di qualsiasi effettiva incidenza. Le cronache riferiscono che in questa ultima vicenda l’avvistamento del gommone sul quale si trovavano i cinque superstiti segnalati – guarda caso ‒ da Malta solo quando si trovavano già all’interno delle acque territoriali italiane (che con la zona contigua raggiungono le 24 miglia da Lampedusa), sarebbe avvenuto nel corso di un “pattugliamento congiunto” Frontex. Allora, se così è stato, dal momento che le attività delle operazioni Frontex sono rigidamente documentate, anche per spiegare agli organi di controllo comunitari le ingenti spese che vengono addossate a tutti gli stati UE e dunque ai contribuenti europei, chiediamo che l’Agenzia Europea FRONTEX fornisca al magistrato di Agrigento che ha già aperto una inchiesta una documentazione completa sul “tracciamento” e sul “monitoraggio” del gommone prima dell’intervento di salvataggio. Tocca all’Agenzia Frontex, e non solo a Malta, chiarire questi aspetti assai rilevanti per l’indagine penale aperta dal Tribunale di Agrigento. 4. Quanto accaduto in questa occasione induce poi ad un’altra serie di riflessioni. In sostanza, Malta dovrebbe coordinare interventi di salvataggio ma non ha i mezzi per effettuare direttamente gli interventi di soccorso, FRONTEX non si sa bene che ruolo svolga dopo che gli stati rivieraschi hanno concluso tra loro accordi bilaterali, e poi non è stato mai chiarito a quale paese dovrebbero essere riconsegnati i migranti intercettati dalle unità militari europee targate FRONTEX, e sul punto si sono sempre accese polemiche tra gli stati che partecipavano alle varie missioni di questa agenzia (Nautilus, Poseidon etc.). Alla fine, e forse anche in questo caso, si è sempre deciso volta per volta dopo trattative segrete tra i governi che hanno ritardato gli interventi di soccorso. Gli italiani hanno i mezzi per gli interventi di soccorso, ma questi ormai sono dislocati o immediatamente a sud di Lampedusa, per impedire sbarchi nell’isola (sbarchi che comunque, seppure in misura ridotta, continuano), o molto più a sud, in acque internazionali, a 30-50 miglia dalla costa nord-africana, per collaborare con le autorità libiche per respingere persone che nella totalità avrebbero diritto di essere condotti in un porto italiano o maltese, in base alle Convenzioni internazionali, perché “place of safety”, a differenza di Tripoli o di Zuwara, persone che comunque, nel caso di minori, donne e potenziali richiedenti asilo avrebbero diritto di essere ammessi sul territorio italiano, e dunque di entrare nelle nostre acque territoriali, o di restare sulle imbarcazioni battenti bandiera italiana in caso di salvataggio.

Altre unità militari aeronavali italiane sono coinvolte poi nelle operazioni periodiche FRONTEX che però non prevedono la riconsegna dei migranti intercettati in mare alle autorità libiche, e questo si ricava dal mandato dell’Agenzia per il controllo delle frontiere dell’Unione Europea, e dal relativo Regolamento del 2004, anche se in passato non sono mancati casi sporadici nei quali si denunciavano casi di respingimento verso la Libia da parte di unità militari impegnate in operazioni Frontex, che peraltro non hanno una specifica destinazione per interventi di salvataggio. E sul punto si ricorda ancora una vivace corrispondenza tra le istituzioni europee ed il Direttore generale dell’Agenzia che a sede a Varsavia in Polonia, e che si occupa di tutte le frontiere esterne europee, comprese le frontiere orientali e le frontiere aeroportuali.

Si può osservare a questo punto come gli autori del Regolamento Frontex quanto gli ideatori e gli estensori di questi accordi internazionali bilaterali, e la catena di comando che vi ha dato di attuazione, hanno praticamente ideato ed utilizzato l’omissione di soccorso, conseguenza diretta o indiretta del riparto di competenze così bene architettato, come una vera e propria “pena di morte” per i migranti che ancora si arrischiano ad attraversare il canale di Sicilia per fuggire dalla Libia e raggiungere Malta o la Sicilia, se non Lampedusa, blindatissima per salvare l’immagine turistica dell’isola, ma soprattutto i “successi storici” del governo italiano nella “guerra contro l’immigrazione illegale”.

Il complesso dispositivo militare costruito dall’Italia in collaborazione con la Libia, con Malta e con Frontex, per contrastare le traversate del Canale di Sicilia contempla negli ultimi mesi o il respingimento, oltre 1200 casi da maggio, o l’accoglienza, per quei pochi “fortunati” che riescono a varcare comunque il limite delle acque territoriali italiane ( ricordiamo, non 12, ma 24 miglia a sud di Lampedusa), oppure l’abbandono in mare per giorni, per quanti siano riusciti a superare il primo sbarramento costituito dai pattugliamenti congiunti italo-libici, ma non siano riusciti ad avvicinarsi abbastanza alle acque territoriali italiane. Non vogliamo pensare che tutto questo possa avvenire sotto il monitoraggio di autorità militari che ritardano fino all’ultimo gli interventi di salvataggio.
Ma questa volta, per il caso dei cinque eritrei che sono stati salvati poco a sud di Lampedusa, il dubbio che si possa arrivare a tanto è assolutamente legittimo. Per questi, ed altri sventurati come loro, giorni e giorni di inedia, fino alla morte, lontano dagli occhi e dalle cronache, inesistenti per una opinione pubblica europea sempre più distratta e xenofoba. Se i viaggi della speranza finiscono con la morte dei migranti, quale migliore effetto dissuasivo, per gli altri che ci volessero provare, si penserà ai piani alti di qualche importante ministero, un ragionamento che in questi ultimi mesi si è diffuso pericolosamente.
Se le autorità italiane che intervengono in acque internazionali sono coordinate da Malta, oppure operano all’interno delle missioni Frontex basate a Malta, basta che dalla centrale di comando di questo paese non venga trasmesso un tempestivo ordine di intervento e le unità militari italiane, se non saranno coinvolte nelle operazioni fantasma di FRONTEX, resteranno a pattugliare le acque attorno a Lampedusa per curare la tranquillità dei bagni dei buoni leghisti in vacanza nella loro isola prediletta. Una ragione in più, questa ultima tragedia, per rivedere il riparto di competenze tra Italia e Malta nel Canale di Sicilia, anche perché Malta non ha ancora aderito agli ultimi emendamenti della Convenzione internazionale sul diritto del mare, e quindi in materia di soccorso a mare si ritiene vincolata a regole diverse da quelle che invece valgono per l’Italia.

I “pattugliamenti congiunti” di FRONTEX (che comprende solo unità aeronavali di paesi appartenenti all’Unione Europea) non vanno comunque confusi con i “pattugliamenti congiunti” italo- libici, frutto dei recenti accordi bilaterali tra questi due paesi, ma possono facilmente sovrapporsi e confondersi pur prevedendo diverse regole di ingaggio. Quello che è certo è che, a differenza degli anni passati, la vita dei migranti e l’accesso ad un “porto sicuro” (place of safety) dove è possibile fare valere una richiesta di asilo, non sono più priorità assolute. Non lo sono più per le autorità italiane, come confermano i respingimenti collettivi verso la Libia e non lo sono più neppure per le autorità maltesi, che in passato hanno negato persino l’evidenza per sottrarsi ai propri obblighi di accoglienza, rifiutando l’ormeggio a La Valletta o aiutando attivamente molte imbarcazioni cariche di migranti a proseguire pericolosamente verso la Sicilia. Le unità di FRONTEX nelle loro operazioni periodiche fanno base proprio a Malta e non è difficile pensare che anche loro, se operanti in zona SAR ( ricerca e soccorso) maltese, siano comunque sottoposte al “coordinamento” delle autorità maltesi. Con quali risultati non è solo questa ultima tragedia a testimoniarlo.

Di certo, e questo nessuno potrà smentirlo, se lo scorso anno nella fascia tra le 90 e le 60 miglia a sud di Lampedusa le unità militari italiane, soprattutto la Marina Militare e la Guardia Costiera avevano tratto in salvo decine di migliaia di persone poi ammesse in Italia alla procedura di asilo con esito in maggior parte favorevole, o che comunque avevano ottenuto uno status di protezione internazionale, come somali, sudanesi, eritrei, nigeriani, negli ultimi tre mesi, dopo l’entrata in vigore del Patto di amicizia italo-libico (e del protocollo operativo del 2007 che espressamente richiama), in quella stessa fascia di mare non si sono registrati casi di salvataggio, con successivo trasferimento in un porto italiano, ma numerosi casi di respingimento collettivo, vietato da tutte le Convenzioni internazionali e in particolare dal Protocollo n. 4 allegato alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, Convenzione alla quale sia l’Italia che Malta sono soggette, anche quando si avvalgono della esternalizzazione delle pratiche di respingimento alle autorità libiche. Presto, appena sarà possibile raccogliere tutte le testimonianze ed individuare i parenti delle vittime, arriveranno le denunce alle Corti internazionali, ma è possibile che nessun giudice penale italiano ravvisi in tutto questo un comportamento illecito sanzionabile anche all’interno del nostro ordinamento?

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

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